Città di Giulianova
Assessorato alla cultura

con il patrocinio di
Regione Abruzzo
Provincia di Teramo

Giulianova - Palazzo Re
30 luglio - 4 settembre 2005

Il Sindaco
Claudio Ruffini
Il Vicesindaco
Francesco Mastromauro

mostra e catalogo a cura di
Umberto Palestini

referenze fotografiche
Carlo Collevecchio
Sandra D’Aurizio
Berardo Di Bartolomeo
Matteo Fato

progetto grafico / web design
Gian Luca Proietti http://www.cinabro.it/
stampa
Sat - Pesaro

si ringraziano
Simonetta Leva
Ludovico Raimondi

Patrizia Baratiri

un particolare ringraziamento a Luigi Re e Rossella Stoduto
per la generosa disponibilità ed il personale impegno

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Un
   gesto
      di
         ospitalita'
            non
               puo'
                  essere
                     che
                        poetico
                
                              Jacques Derrida

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stanze

Marilena Aristotelous
Leonardo Bollini
luca caimmi
Fausto Cheng
Lea Contestabile
Berardo Di Bartolomeo
Matteo Fato
omar galliani
Sebastiano Guerrera
gian luca proietti
georgia tribuiani

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stanze
 
 
 
Follie
Marilena Aristotelous
 
 
 
 
Leonardo Bollini, nato a Borgomaggiore (RSM) nel 1982, vive e lavora a San Marino
Ispiration point
Leonardo Bollini
 
 
 
 
Luca Caimmi, nato a Fano nel 1978, vive e lavora a Fano
With earth, without earth
Luca Caimmi
 
 
 
 
Fausto Cheng, nato a Isola del Gran Sasso nel 1946, vive e lavora a Teramo
Notturno
Fausto Cheng
 
 
 
 
Lea Contestabile, nata a Ortucchio (AQ) nel 1949, vive e lavora a L'Aquila
Il teatrino di Mary Poppins
Lea Contestabile
 
 
 
 
Berardo Di Bartolomeo, nato a Teramo nel 1965, vive e lavora a Teramo
Pervasione
Berardo Di Bartolomeo
 
 
 
 
Matteo Fato, nato a Pescara nel 1979, vive e lavora a Pescara
Senza titolo con sciarpa
Matteo Fato
 
 
 
 
Omar Galliani, nato a Montecchio Emilia (RE) nel 1954, vive e lavora a Montecchio
Senza titolo
Omar Galliani
 
 
 
 
Sebastiano Guerrera, nato a Catania nel 1964, vive e lavora a Pesaro
Luogo comune
Sebastiano Guerrera
 
 
 
 
Gian Luca Proietti, nato a Roma nel 1965, vive e lavora a Fano
Visione
Gian Luca Proietti
 
 
 
 
Georgia Tribuiani, nata a Giulianova (TE) nel 1978, vive e lavora a Roma
Cinque stanze per Epido re
Georgia Tribuiani
 
stanze
 
ospitare le differenze
   a cura di Umberto Palestini

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La mostra Stanze, che la città di Giulianova promuove negli ambienti di Palazzo Re, offre l’occasione di recuperare alla pubblica visibilità spazi prestigiosi e di creare un evento culturale rilevante, con una rassegna di arte contemporanea che vede la partecipazione di undici artisti.
Curata da Umberto Palestini, l’esposizione, allestita nello storico Torrione Nord Est e nelle stanze del Palazzo che conservano pregevoli decorazioni liberty, corrisponde nelle diverse modalità espressive alla capacità dell’arte attuale di riflettere e di interpretare il mondo in continua trasformazione. La molteplicità creativa che la contraddistingue è rappresentata dalle opere della tradizione, come l’incisione e la pittura, nonché dai linguaggi della fotografia, della multimedialità o dell’installazione.
L’auspicio è che la nostra città divenga sempre più luogo dinamico per la realizzazione di iniziative culturali prestigiose.
Per tali finalità è indispensabile la fattiva collaborazione di esperti come Umberto Palestini e di personalità come Luigi e Rossella Re, i quali hanno compiuto un gesto di grande generosità aprendo i loro spazi. A loro vanno la nostra riconoscenza ed il nostro ringraziamento, da estendere a tutto il personale che da sempre collabora per la realizzazione delle manifestazioni culturali.
 
                                                         Francesco Mastromauro
                                                    Assessore alla cultura

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“Stanze”, oltre che inaugurare una nuova stagione di mostre nel centro storico di Giulianova, ha il merito di aver favorito una svolta nell’apertura al pubblico di “Palazzo Re”, finora vissuto in una dimensione privata, salvo rare, ma nondimeno gradite, eccezioni.
Si giustifica in questo modo la presenza nel catalogo di una pagina dal tono privato rispetto alle altre, legata a “Casa Re”, come è denominata nel vincolo storico artistico del Ministero per i Beni Culturali.
Ora, più pomposamente, l’immobile è chiamato “Palazzo Re”, quasi a segnare il passo compiuto, che ne affievolisce il connotato di dimora e premia la strada intrapresa di accoglienza e servizio alle iniziative culturali e della sempre più stretta collaborazione con le Istituzioni locali.
Mi permetto di raccontare qualcosa in merito.
Dagli anni cinquanta ho trascorso le mie vacanze in questa casa. Ho un vivo ricordo di un centro storico allora vivacissimo. La sua “turisticità”, la più autentica ed elementare, si palpava nel lavoro quotidiano di ciascuno degli abitanti, che se ne faceva interprete in modo spontaneo, quale che fosse il suo ruolo.
Il paradosso è che, in una Giulianova molto più grande ed evoluta per quantità e qualità delle strutture turistiche e per crescita complessiva, il centro storico abbia perso gran parte delle attività e con ciò il suo smalto, lasciando i più in una attonita rassegnazione, priva di speranza nel cambiamento.
Non rinuncio all’idea che presto torni quel clima, in un felice connubio di vacanze improntate a ristorare il corpo e lo spirito, che guardino al mare, alla cultura, alla fede.
E’ il desiderio legittimo e fondato di tutti coloro che incontro e che proprio su questa certezza vanno, appena, aiutati a ritrovarsi. Di qui nasce il nuovo ruolo di “Palazzo Re”.
Tutto ciò ha preso forma con le due edizioni di “Stanze”, entrambe curate con professionalità e dinamismo da Umberto Palestini, e, ora, mediante una convenzione pluriennale, (cui si è approdati grazie all’interessamento di Francesco Mastromauro, Vice Sindaco e Assessore alla Cultura, di Simonetta Leva, dirigente, e di Ludovico Raimondi, il funzionario responsabile che l’ha seguita fin dall’inizio), che prevede l’ospitalità non speculativa di manifestazioni di carattere culturale e dell’Ufficio comunale preposto.
Altre iniziative hanno pure contribuito. Penso all’ascolto strumentale dell’inedita Ave Maria di Gaetano Braga, nell’aprile 2004, grazie alla collaborazione dell’associazione musicale a lui dedicata e all’entusiasmo dell’amico e maestro Galileo Di Ilio, violoncellista, o alla serie di concerti promossi dall’Istituto Musicale Pareggiato “G. Braga” di Teramo.
Per tornare all’edificio, questo prende il nome da Antonio Re, commerciante all’ingrosso, nato a Castel di Lama (AP) e qui trasferitosi, il quale, con molta probabilità colpito dalla bellezza e dalla consistenza del Torrione Nord Est, decise, sul finire dell’Ottocento, di costruirvi intorno la casa, facendone il cuore della sua attività. Quello che oggi sarebbe stato un abuso si rivelò, per uno dei pochi “testimoni” rimasti dell’architettura della Giulianova del Rinascimento, una forma di tutela e un interessante esempio di integrazione ad uso civile.
Ai primi del Novecento, uno dei figli, Attilio Re, avvocato penalista - che molti ancora ricordano per valore e vivacità di idee - innalzò il secondo piano, provvedendo a che fosse abbellito da soffitti liberty. Fu la volta di mio padre Antonio Re, nipote di Attilio, anche lui avvocato, che, nonostante l’impegno che può procurare una proprietà ormai logorata dal tempo, ne ebbe cura conservandone in gran parte la proprietà, anche grazie a mia madre Maria Rosa Costantini, sensibile all’arte e incline a progetti come questo.
Dal canto mio, da giornalista, ho avuto per parecchi anni modo di constatare i benefici che una politica culturale convincente può recare alla collettività, in particolare laddove si instauri un buon rapporto tra pubblico e privato.
Un ringraziamento sincero non posso fare a meno di rivolgerlo a mia moglie Rossella Stoduto, che, da dodici anni, con una cura amorevole non risparmia energie né fa venir meno il suo incoraggiamento. Sicché ora vorrei usare il plurale e invitarla a firmare con me questa pagina. La nostra dedica va a un piccolo angelo, Giacomo, che abbiamo avuto la fortuna, intima, di conoscere.
 
                                                                   Luigi e Rossella Re

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Umberto Palestini  / Ospitare le differenze

...per costruire lo spazio di una dimora e di una privacy, occorre anche un’apertura, una porta e delle finestre, occorre lasciare libero un passaggio per lo straniero. Non esiste dimora o interiorità senza porte né finestre.
                                                     Jacques Derrida, L'ospitalita'

L’attuale società mediatica, dominata dalle sofisticate tecnologie informatiche, ha riconfigurato i concetti di tempo e di spazio. L’immensa platea globale inaugurata da Internet, secondo la convinzione comune, ha reso obsoleto lo spazio privato della dimora per diffondere l’agorà universale, in cui l’individuo trova la possibilità di connettersi con una rapidità senza precedenti nella storia. Il dominio della velocità istantanea impone modelli comunicativi uniformanti dalle immediate ricadute extraterritoriali. Può essere contrastato ciò che appare come l’inarginabile deriva verso l’omologazione? Nonostante sussista il pericolo di un diffuso conformismo, nella quotidianità, il pubblico e il privato seguono regole e consuetudini diverse da quanto sostenuto dalla sociologia delle società complesse. Anche se l’uomo ha reso il globo un’autostrada percorsa alla velocità delle fibre ottiche, i temi della dimora individuale, della casa, dell’architettura e della stessa vivibilità risultano centrali ed ineludibili. Ecco il rovescio della medaglia: il mondo senza confini trova nello spazio domestico un luogo in grado di preservare l’identità minacciata. Una posizione, questa, di apparente retroguardia, poiché, come ricorda Derrida, da sempre, ogni dimora o interiorità necessita di un varco, di un’apertura.
L’identità preservata che si apre al mondo è altra cosa rispetto alla visione pessimistica di un mondo che soffoca l’identità incapace di preservarsi. È su questa differenza che si basa l’idea di Stanze a Palazzo Re, un luogo carico di storia che si offre all’ospitalità e compie il gesto poetico e sensibile dell’accoglienza verso il linguaggio “straniero” dell’arte attuale.
La lingua elitaria e sofisticata degli artisti contemporanei è funzionale alla loro battaglia contro la banalità, sempre in agguato, e contro il pericolo insito nell’uso di codici standard diffusi come stereotipi. Il fruitore, superata l’iniziale diffidenza, cede alla curiosità della scoperta: un piacere che richiede attenzione e rappresenta l’antidoto contro la noia dell’abitudine.
Stanze è un evento artistico che intesse un felice dialogo, fatto di tocchi discreti ed assonanze, tra una dimora ospitale carica di memoria e le opere esposte.
Gli undici artisti invitati presentano diversi linguaggi e disegnano una sorta di mappa dei possibili modi di creare dell’arte contemporanea. Un universo estetico in cui le tradizionali forme espressive si aprono a continue sperimentazioni: l’incisione, con le preziose opere di Omar Galliani e con le ricerche dei più giovani Leonardo Bollini, Luca Caimmi e Matteo Fato, la pittura, rappresentata in differenti declinazioni – più classica, anche se permeata di connotazioni concettuali, nell’opera di Sebastiano Guerrera, più indirizzata verso una ricerca materica in Matteo Fato, ancorata al confine tra astrazione e figurazione in Gian Luca Proietti e Leonardo Bollini – i linguaggi della fotografia, proposti con differenti modelli operativi da Marilena Aristotelous e Berardo Di Bartolomeo, l’installazione e l’indagine spaziale, nella raffinata opera di Fausto Cheng e nella complessa articolazione dei progetti scenografici di Georgia Tribuiani, senza dimenticare le multiformi magie proposte dal sentimento poetico di Lea Contestabile attraverso l’installazione e lo spettacolo multimediale e da Matteo Fato con l’animazione ed il video.

La giovane artista cipriota Marilena Aristotelous conduce, con personale sensibilità, l’indagine fotografica sul corpo, materializzando, con la serie intitolata Harem, gli incanti e i voluttuosi abbandoni delle donne d’oriente. L’uso sapiente di morbidi viraggi evoca i sapori di una sensualità languida all’interno di un’essenziale scenografia e richiama alla memoria l’incomparabile Ingres. Come abbiamo avuto modo di osservare, “grazie alla sua personale cultura, Marilena Aristotelous compie una raffinata trascrizione di un tema caro all’esotismo ottocentesco restituito da un’atmosfera carica di suggestioni pittoriche”. Nei lavori più recenti, il tema delle Amazzoni le permette di rovesciare la simbolica segregazione e sottomissione delle concubine per far emergere l’antitetica forza eversiva delle donne guerriere, armate e pronte alla sofferenza o a lanciare urla di sfida. Presentate come light box, le immagini assumono luminosità imperiose che esaltano i colpi di luce, trasformati in lacrime scintillanti dal sapiente tocco di un computer.
L’ultimo progetto, Follie, sembra intrecciare la sensibilità visiva di una fotografa come Sarah Moon con la teatralità e le maschere di Lindsay Kemp, proponendo sequenze dalle tonalità lattiginose per descrivere incontri sensuali e romantici che sfiorano la tematica ambigua dell’androgino. La ricerca dell’autrice si concentra sul medium fotografico ed utilizza una sintassi di impronta classica, per riprendere, in inquadrature frontali, volti e corpi in grado di tradurre le molteplici sfumature dell’identità.
Se per Marilena Aristotelous la fotografia è il principale linguaggio espressivo, per Berardo Di Bartolomeo riveste il ruolo di semplice strumento riproduttivo, nel senso che il suo lavoro, come un detective in cerca di materiali degni di attenzione, si concentra su simboli, scritte, immagini, per catturarli con l’intento di dar loro nuove valenze significative. In alcune opere, l’accento sulla serialità ottiene il singolare effetto di una proliferazione effervescente scaturita da continui rimandi visivi e assemblaggi tonali. In altre, attraverso l’uso del macro, Berardo Di Bartolomeo isola particolari di accessori quotidiani, ottenendo singolari effetti; è come se il mondo della moda fosse osservato al microscopio per mostrare una realtà in cui i decori si trasformano in paesaggi sgargianti, in scritte interroganti e slogan imprevisti.
Nelle attuali ricerche i temi centrali sono il potere e la religione, osservati con un’ottica ironica.
Ne La stanza dei bottoni i ritratti ufficiali dei potenti, che rivestono un ruolo trainante nella politica o nella società, come Bush, Putin o Blair, sono trasferiti attraverso il computer al centro di veri bottoni fotografati su asettici sfondi marmorizzati. Accostare i simboli del potere contemporaneo a bottoni da merceria dai molteplici colori e dalle svariate forme rappresenta una sorta di irriverente sberleffo alle figure imposte dal sistema globale. Una problematica che si insinua anche nelle opere presentate in Stanze. Le icone della devozione cristiana, riprodotte su supporti lenticolari, vengono anch’esse fotografate dall’artista in maniera ravvicinata, per isolarne particolari e frammenti. Le immagini lenticolari sono suggestive poiché, da un lato, permettono, con un piccolo movimento del supporto, di visualizzare una sequenza, dall’altro, sortiscono l’effetto di una texture fatta di pixel. Berardo Di Bartolomeo sfrutta con sapiente consapevolezza questo doppio inganno e ferma immagini nel momento in cui producono metamorfosi, fissando, con un semplice scatto, “visioni” che sembrano create con sofisticati strumenti digitali. La sua ricerca, nel sondare i riflessi della comunicazione generati da effetti di spiazzamento, è un esempio di controinformazione che non rinuncia alla seduzione del linguaggio formale.
In tutta la sua opera, Omar Galliani ha indagato, con coerenza, le immagini del mito e della bellezza, degli oggetti che rappresentano simboli per il nostro immaginario, come se fossero reperti portati alla luce da un archeologo in cerca di segni fuori dal tempo. Egli sostiene che “la velocità con cui si consuma ogni cosa ci porta inevitabilmente a cercare segni che non mutino o sopravvivano al di là della consapevolezza del sentirci meteore, luci e bagliori che si cercano nel buio.” L’opera pittorica di Omar Galliani è la testimonianza dell’attraversamento degli stili e del passaggio da una visione restituita con la perizia di un manierista ad una ricerca che spinge la figurazione verso il suo limite estremo, forgiando un universo rarefatto e atemporale.
Negli ultimi tempi, l’artista ha scelto come principale campo d’elezione il disegno, di cui è uno dei maggiori esponenti nell’attuale panorama artistico. Realizzando opere di grandi dimensioni su tavola, Galliani ha respinto l’assioma che vede nel disegno un appunto progettuale o un esercizio di virtuosismo personale, per creare, invece, opere in cui la grafite si fa pelle, superficie dai mille riverberi, propria dei chiaroscuri dove dimorano le ombre. Scriverà, con sentite parole, “penso a un disegno che sia l’unico mio disegno possibile, educatore della notte e del giorno, andata e ritorno della mano sul legno nudo e crudo, figlio degli alberi abbattuti sulle terre degli orfani ciechi”.
Attraverso la lenta, riflessiva, spietata tecnica dell’incisione, che non concede alcuna correzione all’errore, l’artista assapora l’ebbrezza del legame tra l’abilità manuale e la poetica ideazione del linguaggio che coniuga la precisione del gesto chirurgico con l’esoterica pratica alchemica. Nelle acquetinte intitolate Notturno, Omar Galliani fa affiorare luci da spazi oscuri trattati pittoricamente, in cui, in trasparenza, si manifestano le silhouettes di sospese infiorescenze puntellate di perle luminose, o si inscrivono anfore dai rugginosi riflessi. Nelle litografie la sapienza del disegno traccia volti di donne dalla bellezza misteriosa e dagli sguardi sfuggenti, obliqui, come emblemi di attimi sospesi, ma rivestiti di promesse nell’attesa.
Mentre l’opera di Omar Galliani mantiene una sospensione atemporale, anche quando si avventura a descrivere aspetti più contemporanei, Sebastiano Guerrera, nella serie intitolata Luoghi comuni, rende il paesaggio uno spazio in grado di esprimere il nostro presente. L’autore utilizza una tecnica fatta di sapienti velature e restituisce i luoghi di un mondo che si avvia a scomparire in una realtà dominata dalle simulazioni del virtuale. Egli compie un’inaspettata epifania, materializzando la visione di una natura che dovrebbe essere a noi tanto familiare da risultare, per certi versi, estranea. In questo semplice atto di presentazione, in cui ogni soggettiva ipotesi interpretativa viene respinta, è da rintracciare la valenza concettuale del suo lavoro. L’artista rende il paesaggio una sorta di ready made, una cosa che, grazie alla prodigiosa tecnica espressiva, supera ogni naturalismo ingenuo per porsi sul crinale dell’illusione e dello spaesamento.
La sua operazione è il frutto convincente e maturo di un’indagine analitica che racchiude la visione dell’osservatore in un campo circoscritto. Nonostante l’opera di Sebastiano Guerrera si inscriva in una matrice di derivazione concettuale, la qualità della pittura, lenta e riflessiva, attenua la freddezza dell’atto mentale e restituisce, grazie alla mano, la poesia dei paesaggi familiari.
Luoghi comuni sono lavori che smantellano gli stereotipi e le stratificazioni tipiche delle assonnate convinzioni. L’artista realizza trappole sapienti dove l’esca del déjà vu non produce una visione antiquariale, ma fa riaffiorare il quotidiano come un tesoro dimenticato. Applicato alla natura, il metodo di Sebastiano Guerrera potrebbe essere utilizzato in altri contesti ed affrontare altri temi, perché la sua interrogazione tocca un nodo centrale: la scomparsa di ciò che è a noi più prossimo. È come riprendere la lezione di Edgar Allan Poe in La lettera rubata: una cosa potrebbe essere nascosta meglio quanto più è posta in evidenza. Egli dà scacco alla voglia di straordinario generata dal virtuale per sollecitare, come ho scritto in un’altra occasione, la “nostra capacità di recuperare uno sguardo che si sorprende davanti alla natura.
Facendo appello ad una vista depurata dalle innumerevoli scorie che ostruiscono il nostro orizzonte visivo, la recente opera di Sebastiano Guerrera è una lezione che ci invita a ritrovare uno sguardo in grado di farci tornare a vedere”.
Anche Leonardo Bollini è un sottile indagatore di luoghi, ma la sua esplorazione si concentra sugli spazi metropolitani. Scorci di strade e palazzi vengono colti dall’autore con una pittura che si stratifica attraverso molteplici passaggi di colore, creando un arazzo cromatico che via via tende verso il monocromo. Il suo procedimento non rinnega le sgocciolature, le pennellate spurie, i passaggi tonali abbozzati, che sembrano testimoniare un’apparente velocità esecutiva, ma che in realtà sono il frutto di un lungo e meditato lavoro. Il risultato finale è una figurazione in perenne bilico, un paesaggio mobile, come percorso da un vento capace di scompaginare la nostra visione.
Tale incertezza percettiva che coglie l’osservatore è rafforzata dall’artista quando incide la superficie della tela scavando nella materia, un’operazione che trasferisce la pratica del disegno sul tessuto pittorico con effetti molto suggestivi.
La predilezione per lo spazio metropolitano non inscrive la sua ricerca in una visione sociologica, ma fa dell’architettura una sorta di scenografia per un ipotetico dramma post-umano; infatti, un dato che si rivela inquietante è la mancanza di persone fisiche, dell’umanità che abita il mondo. Non siamo nei quartieri notturni, solitari ed immersi nel silenzio della notte come in Hopper, piuttosto ci sentiamo trasportati, attraverso punti di vista panoramici, dentro un mondo osservato a velocità sostenuta, condotti in quartieri avvolti da una strana atmosfera. Anche nell’incisione Leonardo Bollini esprime con grande perizia la capacità di far dialogare luce ed ombra: qui, i neri vellutati vengono attraversati da squarci di luce che si irradiano senza sosta, oppure descrivono agglomerati urbani circondati da oscurità compatte, lacerate solo dall’approssimarsi di albeggianti bagliori.
Mentre l’opera di Leonardo Bollini testimonia del suo dialogo con l’astrazione, quella di Gian Luca Proietti è, all’opposto, un’astrazione che cerca di riconfigurarsi. Le recenti e grandi opere su carta mettono in evidenza un procedimento fatto di assonanze tra stesure metamorfiche e abbozzi formali solcati da segni che si irradiano come ramificazioni o tentacoli. Il suo intrecciare campiture circoscritte con pennellate fluttuanti, sagome filiformi dai perimetri incerti con scritture e parole genera un mondo visionario molto personale dalle risonanze arcaiche. L’uso di colori bruni e terrosi, rischiarati da bianchi opachi o rossi squillanti, permette all’autore di costruire un mondo strutturato per contrasti, ma uniformato da un forte senso dell’enigma; uno spazio che si trasforma in rebus ed induce l’osservatore a cercare tracce nascoste per arrivare alla soluzione, per trovare il filo di un misterioso racconto ancora da decifrare.
Le carte di grandi dimensioni, installate come fossero stendardi o incorniciate come preziose pergamene, si affiancano a taccuini, quaderni di appunti, alle piccole opere della serie Olanda, quasi degli ex voto, accostati a fiori secchi per creare erbari generati dalla fantasia di un botanico sentimentale.
Parallelamente alla ricerca pittorica, Gian Luca Proietti realizza opere in bilico tra scultura ed installazione, come l’interessante Vergine di Norimberga, e video ispirati alla figura di Pier Paolo Pasolini, intellettuale di riferimento per l’artista. Egli condivide con il rimpianto poeta la predilezione per le atmosfere barbare del mondo arcaico, capaci di far affiorare le pulsioni libere dell’istinto, di materializzare le figure di un mondo ancestrale dove regnano incontrastati gli impulsi. Le sue opere sembrano scaturire dal gesto di uno sciamano che evoca le forze nascoste dietro le apparenze. La sue visioni ci metteno in contatto, come un medium, con l’energia non sopita del nostro inconscio, regalandoci il balsamo del sogno e la fertile creatività dell’onirico.
Se Gian Luca Proietti sperimenta differenti linguaggi espressivi, Fausto Cheng privilegia l’installazione. Egli instaura un fertile dialogo con gli spazi, rivestendoli di nuovi accenti come un sapiente ospite in grado, con pochi elementi, di far risuonare accordi sconosciuti. Antichi campanili, sotterranei abbandonati, asettiche stanze si aprono a nuova vita dopo calibrati interventi, in sospeso equilibrio fra incanto ed enigma. Il risultato prodotto è di particolare suggestione, frutto di un concertato linguaggio che unisce la lavorazione archetipica della terracotta e della ceramica, i raffinati interventi luminosi degni di un light designer e sonorità naturali, ancestrali, voci recitanti laiche poesie. Nell’opera di Fausto Cheng la scultura non è autoreferenziale o racchiusa in una logica statica, ma, attraverso proiezioni, riflessi e sonorità, si anima in un environment che produce armonie impreviste come in Anime A-(mare).
In una precedente occasione, partendo dal soffitto con decori liberty, ha creato un’opera che dialogava con lo spazio di Palazzo Re. A terra l’artista realizzava una sorta di braciere spento, un’oscura isola di carbone, a simboleggiare i resti della passione che avvolge il cuore rapito dai sentimenti. Lo stesso cuore era ingabbiato da una serie di chiodi che si reggevano a sottilissimi fili appesi ad un cerchio sospeso in alto ad incorniciare il ventre di una donna, di particolare bellezza e dall’aria impertinente, affrescata sul soffitto. A contrastare questa costruzione verticale che sfidava le leggi della statica, l’artista installava sulle pareti alcuni cuori trafitti da grandi chiodi: oggetti in ceramica dai bruni riflessi cromatici, che trasformavano lo spazio in una stanza simbolo delle sofferenze dell’amore, anche se il cuore in gabbia, posto a terra al centro della costruzione, era l’unico a non essere trafitto.
L’autore dimostra con leggerezza come anche i linguaggi meno tradizionali possono parlare a coloro che dedicano all’arte un’attenzione non superficiale. Fausto Cheng, indagando da molti anni l’universo dei sentimenti, affonda la sua ricerca nel magma tumultuoso delle intermittenze del cuore per condurci, come uno speleologo dell’animo umano, dentro gli antri segreti delle passioni.
Luca Caimmi si muove in maniera anfibia fra diversi linguaggi. Dopo una formazione come apprezzato illustratore e fumettista, inizia a sperimentare la contaminazione fra pittura e tecniche incisorie, approdando ad una figurazione in cui gli elementi decorativi compongono articolazioni spaziali originali. Il suo lavoro nel campo del fumetto gli ha conferito una solida capacità di padroneggiare la composizione e di creare una narrazione disposta in sequenze.
Nello stesso tempo, l’artista ha sviluppato una sapiente maestria che gli permette di sintetizzare in una singola immagine esemplare una complessa narrazione, un articolato racconto. Tale capacità di sintesi ha trovato un ulteriore sviluppo nel momento in cui Luca Caimmi ha affrontato il linguaggio tridimensionale della scultura.
Egli si indirizza verso la duttile materia della ceramica e crea microcosmi surreali fatti di scalinate che non conducono in alcun luogo, porzioni architettoniche dalle escrescenze improbabili, boe con incrostazioni multicolori. Alcune opere, come palcoscenici semisferici o sbilenchi, accolgono strane forme, figure che sembrano liquefarsi.
È come se alcuni dettagli sfuggiti dalle opere di Max Ernst si fossero portati alla ribalta per recitare su una scenografia ideale in una pièce di Samuel Beckett.
Le opere scultoree di Luca Caimmi, se dal punto di vista formale si pongono nell’effervescente cornice di paradossale e barocco umorismo, dal punto di vista cromatico testimoniano l’equilibrio e la sensibilità di impronta minimalista. Il costante uso del bianco, accostato all’argento, all’oro ramato, ai rari interventi colorati, e l’utilizzo alternato di smalti lucidi ed opachi creano un effetto di particolare raffinatezza. L’artista ancora una volta ci propone storie, ingranaggi narrativi, scene per partiture in cui regna l’eleganza di chi sa padroneggiare diverse modalità espressive.
Il fascino illusionistico del teatro è indagato da Georgia Tribuiani con i suoi progetti scenografici: i cinque modellini per il Trovatore di Giuseppe Verdi, gli appunti per le scenografie e i costumi de La tempesta di William Shakespeare, e i materiali prodotti per Edipo re di Sofocle. Nel primo caso, la Tribuiani realizza piccole scatole-teatrini poste su sghembi piedistalli in ferro, creando un senso di precarietà. Dentro i contenitori, illuminati dall’alto con una luce fredda, le scene e gli ambienti sono evocati da elementi essenziali per descrivere il castello in rovina, la prigione e la chiesa. Due scene risultano particolarmente suggestive: il bosco, restituito con originalità dalla sovrapposizione in trasparenza di lastre radiografiche di “alberi bronchiali”, e l’ultima scena dove, sospeso dall’alto, un cuore vermiglio è ingabbiato dentro il reticolo della costruzione scenica a simbolo del dramma d’amore.
Nella stanza dedicata a La Tempesta l’autrice crea una Wunderkammer, un luogo delle meraviglie realizzato con i preziosi disegni, collage, acquerelli, chine, incorniciati o infilzati con chiodi a spillo dentro piccole scatole, accanto ad insetti, oggetti, reperti ossei installati a parete, come il patchwork di un antropologo creativo. Un magazzino della memoria che contiene i progetti per Ariele, personaggio simbolo dell’aria e della lievità, restituito da due ali in lattice a metà strada tra la farfalla e la libellula, e per Calibano, mostruosa creatura del sottosuolo, rappresentato da due maschere nere ottenute con pezzi di motori di autovetture.
Per Edipo re costruisce una serie di stanze, uno spazio continuo, in cui si sviluppa il dramma crudele, e dove la zoppia del protagonista trova il suo corrispettivo visivo nelle immagini di uno sciancato scattate da Edward Muybridge, uno dei primi fotografi che rivelerà il movimento.
L’idea di richiamare la fotografia e la sua qualità d’immagine latente per descrivere il dramma di colui che sperimenta l’orrore della rivelazione di un’identità affannosamente rincorsa, anche se già latente e prefigurata nella profezia dell’oracolo, è un’intuizione magistrale.
I lavori di Georgia Tribuiani sono la testimonianza della capacità inventiva di un’autrice che sa coniugare la manualità fine dell’artista e dell’artigiano con la sagacia e l’acume del traduttore.
Anche l’opera di Lea Contestabile è il frutto di diverse attitudini, interessi e ricerche che confluiscono in un lavoro dagli sviluppi molteplici. La sua formazione legata alla pratica dell’incisione sembra aver favorito una propensione per il dettaglio, per la composizione, e un’attitudine al racconto costruito su intrecci e trame. I suoi interventi si muovono tra installazioni, preziosi libri d’artista e spettacoli d’animazione, accompagnati da musiche originali.
Lea Contestabile trasforma la memoria, sganciata da ogni scoria nostalgica, in un serbatoio di immagini che accompagnano le nostre esistenze e diventano la materia viva delle sue narrazioni. L’artista, Penelope instancabile, ritaglia da carte nere silhouettes e forme, oggetti, figure, animali, come un mago prestigiatore tira fuori dal cilindro elementi che destano meraviglia. Ma la magia di Lea Contestabile non si ferma qui e le gemme preziose, ritagliate con forbici taglienti ed acuminate, vengono assemblate con un gusto poetico dalle mille licenze in racconti giunti dall’universo in cui dimorano i sogni.
Su trapezi piroettano giovani fanciulle, mentre piccoli conigli compiono esercizi d’equilibrio, teiere si trovano accanto a mucche pascolanti, sedie antiche vicine a galli appollaiati su scale, libellule e ombrelli volanti sono prossimi a scarpine, cavalli a dondolo, gruppi familiari e oche giulive, il tutto senza rispetto alcuno delle proporzioni.
È come se Lea Contestabile avesse invitato Chagall, suo probabile estimatore, ad osservare racconti in un teatro delle ombre che, come segni restituiti a nuova vita, diventano il nostro incancellabile lessico familiare.
l rimembrare dell’artista, che negli ultimi tempi ha individuato in bianche ceramiche nuova materia espressiva, è una ricerca d’identità che non disdegna il gioco, la leggerezza dell’incanto e dello stupore. In questa nota aerea rintracciamo uno degli elementi di fascino delle installazioni di Lea Contestabile. Lei si appropria di uno spazio, gli impone la sua cifra, ma, nel farlo suo, restituisce alla preziosa generosità dell’accoglienza il dono della poesia.
Nell’opera di Matteo Fato i linguaggi tradizionali dialogano con le nuove tecnologie.
I dipinti, fatti di impasti materici dai colori saturi e contrastanti che si confrontano con sfondi spesso privi di colore, sono un felice esempio di nuova pittura. Il lavoro è reso ancora più attuale dalla composizione spaziale distorta adottata dall’autore, debitore della personale ricerca fotografica con il grandangolo, che produce aberrazioni prospettiche e squilibri visivi. La pittura di Matteo Fato è ricca di ritratti in primissimo piano e di riprese dal basso, che distorcono l’anatomia e presentano l’individuo in una spazialità deformata dalle atmosfere irreali dell’allucinazione.
Tali prospettive aberranti sono presenti anche nelle opere incisorie come Luca steso e Luca stesa, realizzate a distanza di anni, in cui il giovane artista rivela una padronanza delle tecniche incisorie ed affronta il tema del travestimento.
Matteo Fato conduce una ricerca parallela e di particolare suggestione con il mezzo video, qui esemplificata con Ri-tornatore, già apprezzato alla Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro e invitato a prestigiose collettive in Europa. In quest’opera, egli prende una sequenza de La leggenda del pianista dell’oceano di Giuseppe Tornatore, dove il protagonista, mentre suona una partitura al pianoforte, vede la donna di cui si innamorerà; Matteo Fato la reinterpreta, animandola con ottocentocinquanta disegni in bianco e nero. Il risultato è un mix visivo prodotto dal dialogo del cinema, linguaggio tecnologico della modernità, con il più antico mezzo di espressione dell’uomo, il segno; un incontro permesso dalle duttili potenzialità del computer che, in presenza di idee supportate dal talento, diventa un semplice mezzo e non il fine. Nell’incontro fra pittura e fotografia, cinema e disegno, l’opera di Matteo Fato è il felice esempio del primato della creatività sugli strumenti.
 
La vitalità dell’arte contemporanea risiede nella capacità di attraversare gli angusti confini degli specifici, di dare cittadinanza a molteplici linguaggi e registri. Tale libertà è un’inestimabile risorsa che favorisce, accanto alla permanenza di modelli espressivi classici, la nascita di creatività ibride in cui codici differenti si confrontano per sviluppare esperienze originali. In un momento storico in cui la comunicazione produce una sovrabbondanza di messaggi, che si risolvono, il più delle volte, in semplici slogan, l’arte è ancora uno spazio di resistenza contro il vuoto dell’insignificanza, la dimora in cui abitano i sogni che non si sottomettono alla piatta logica dell’ordinario.
Ospitare le differenze, dare spazio ad opere che, grazie alla loro diversità, ci donano sensazioni impreviste e rinnovati stupori propri della verde età, è un regalo fatto a noi stessi. Un dono di cui abbiamo bisogno, una preziosa opportunità per riscoprire quella giovinezza che rischiamo di perdere e per sentirci, ancora una volta, a casa nel mondo.
   

•  Materiale estratto dal libro-catalogo stanze "ospitare le differenze". Mostra e catalogo a cura di. Umberto Palestini.

 

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