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- Finito di stampare
nel mese di novembre 2005
- presso Espander
Communication
- Roseto degli
Abruzzi
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Il
Lions Club di Giulianova
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promulgazione arte e cultura, organizza al
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Museo d’Arte dello Splendore
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ART
PILGRIMS
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La
ricerca di una meta
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Generazione anni Cinquanta
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a
cura di
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Francesco Tentarelli
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opere pittoriche di
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Sandro Ettorre
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Carmine Galiè
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Loredana lannucci
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Luciano Seconde
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5- 13 novembre 2005
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orario mostra: 10—13/ 15—19 (Domenica chiuso)
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V.le dello Splendore, 112 - Giulianova
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- Museo d'arte dello
Splendore
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Sono tanti
i motivi che mi fanno accogliere con gioia nel Museo d’arte dello
Splendore le opere di artisti della nostra città, di cui mi sento umile
membro.
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Ogni
espressione artistica è manifestazione dello spirito dell’uomo, che è
certamente mosso dallo Spirito di Dio, e racchiude un messaggio di
bellezza, che invita a trascendere le brutture della vita e dona quel
godimento spirituale che produce comunione tra gli uomini e invito alla
pace.
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Sono lieto
poi che questa manifestazione sia organizzata e animata dal Lions Club
di Giulianova che, dal 1991, volle insignirmi dell’onorificenza “Melvin
Jones Yellow”, per le opere umanitarie e sociali, che mi è stato
concesso di realizzare attraverso la Fondazione Piccola Opera Charitas,
a servizio dell’uomo, specialmente bisognoso, e per l’impegno culturale
per la elevazione umana e spirituale della nostra città.
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Fondazione Museo d’arte dello Splendore
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Il Presidente
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P. Serafino Colangeli
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Presentazione del Presidente Lions Club di Giulianova
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Filippo Di Giambattista
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Tra gli
scopi istituzionali dell’Associazione Internazionale dei Lions Clubs,
ben due, attengono alla stimolazione e promulgazione dell’arte e della
cultura, quali prodotti del lavoro e del pensiero dell’uomo che esaltano
ed elevano una comunità.
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Arte e
cultura sono beni civici preziosi per tutti, anche per coloro che
ignorano di avere il privilegio di vivere circondati dal bello,
dall’armonia, da uno stile che nasce dalle qualità più elevate
dell’uomo.
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Il Lions
Club di Giulianova ha voluto posare l’attenzione su artisti che
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appartengono al suo territorio ed alla sua cultura, su artisti di
Giulianova e su un’arte contemporanea, che racconta la contemporaneità,
un’arte che darà il diritto alla nostra “modernità di divenire
antichità”, ha desiderato offrire al nostro territorio un’occasione
d’apprezzamento delle qualità e potenzialità che vi risiedono.
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Troppo
spesso l’uomo cede alla pigrizia e rinuncia ad estrarre e comprendere la
bellezza misteriosa che può essere racchiusa nella contemporaneità, la
sua natura lo spinge a non apprezzare quello che gli e vicino e che lo
chiama ad un confronto, preferendo ammirare la bellezza canonizzata del
passato, ma come dice C. Baudelaire, l’arte priva di contemporaneità,
“manca di quell’involucro dilettoso, pruriginoso, stimolante, del dolce
divino” che permette all’uomo di vestire e divenire il “bello”, perché
“l’uomo finisce per somigliare a ciò che vorrebbe essere”.
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Abbiamo
voluto fare qualcosa per vincere questa pigrizia, per stimolare noi
stessi e gli altri alla ricerca dell’essenza migliore dell’uomo, verso
la tutela della nostra cultura che non e un accessorio di lusso per
pochi, ma e la nostra anima, l’amore e l’orgoglio di noi stessi, lo
strumento per sviluppare una maggiore comprensione, una consapevolezza
sociale ed un senso morale.
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Questo lo
spirito ed il pensiero che ha animato il Lions Club di Giulianova
nell’organizzare la mostra che stiamo inaugurando, e che ha trovato
esaltazione nella direzione artistica dello storico d’arte Francesco
Tentarelli, fin dall’ideazione del suo titolo; una mostra che non si
sarebbe potuta realizzare senza il fondamentale e spassionato impegno
suo, degli artisti e di Padre Serafino Colangeli che ci ospita con
affetto in questo bellissimo Museo.
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Noi li
ringraziamo con stima e ringraziamo tutte le autorità intervenute e
tutti i presenti che con la loro sensibilità hanno reso utile e proficuo
il nostro impegno.
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Arché,
città e redenzione nel transito dei pellegrini dell’arte.
- di
Francesco Tentarelli
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Quella del
pellegrino è senza dubbio una condizione particolare. Egli si allontana
dalla meta quanto più vi si avvicina. Viaggia alla ricerca di un
traguardo sconosciuto con la convinzione che, in quanto pellegrino, esso
sia da rintracciare proprio nell’essenza del viaggio. E’ una
destinazione non data una volta per tutte ma che cresce e si espande
nell’attimo stesso del transito.
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Il
passaggio avviene tra luoghi e contrade ove la cultura si manifesta in
maniera antropica. Il pellegrino durante il viaggio vede, raccoglie
opinioni per poi reinterpretarle e riferirle ad altri, magari a
centinaia di chilometri di distanza. Insomma egli diviene una sorta di
operatore culturale che percepisce lungo il viaggio la contemporaneità
ed il fare degli uomini. Anche l’apprendimento di tecniche pittoriche e
di iconografie si deve, oltre al lavoro dei monaci, ai pellegrini. Il
loro contributo all’arte è quindi importante, soprattutto nelle
narrazioni dei tòpoi medievali, di quei luoghi dove si recavano
affrontando viaggi lunghissimi come quello che dall’Inghilterra
conduceva alla Terra Santa.
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Nell’arte
contemporanea allora possiamo anche immaginare pellegrini che non sempre
si possono incamminare verso i grandi santuari della pittura o della
scultura. La scelta è motivata dal fatto che tali luoghi sono ad
esclusivo appannaggio di un ristretto numero di artisti, critici,
galleristi ed operatori culturali. E’ preferibile dunque rimanere lungo
la strada, tentando di approdare in un luogo “altro” che nessuno però sa
quale sia.
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E’ sulla
stessa definizione dell’arte e del suo fine che oggi si gioca la
funzione dell’aste stessa. Se, come afferma Benedetto Croce, nel
Breviario di estetica, “l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”,
allora il dovere dell’arte non ha più ragione di essere, poiché ognuno è
potenzialmente artista e la consapevolezza di dover guardare oltre il
quotidiano e alle nostre conoscenze non costituisce più la funzione
essenziale dell’arte, che invece cammina, in qualità di pellegrina,
lungo i sentieri che debbono portare al disvelamento della verità (Heidegger).
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Allora se
noi nell’arte vediamo solo quello che sappiamo, possiamo capire solo
quelle manifestazioni che si limitano a riprodurre la realtà sic et
simpliciter e ci pervadono di quella sicurezza che si ostenta sia al
cospetto di un quadro, che di fronte a un bel vestito.
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Proprio
questo punto, o meglio limite, impedisce la fruizione di un’arte “altra”
non immediatamente intelligibile.
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Il mondo
della tecnica, termine questo derivante dal greco téchne che
significa appunto arte, oggi ci pone delle sfide anche logiche filtrate
da una filosofia del linguaggio basata sulla épisteme, sulla
scienza, imponendo uno sforzo di comprensione logica, di ragionamento
incentrato sugli algoritmi e sui codici alfanumerici. Allora perché la
maggior parte della gente è affascinata dal mondo della tecnica e non da
quello dell’arte contemporanea?
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La
risposta potrebbe essere questa: il mondo dell’arte è quello interno a
noi, in grado di poter fornire risposte ai nostri interrogativi sotto
forma di linguaggio segnico, capace di rendere in senso logico quello
che nella dimensione onirica o immaginaria non è.
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Il mondo
della tecnica, invece, irrompe al di fuori di noi e lavora per noi. Ci
crea del tempo libero non sempre inutilizzato per capire le
manifestazioni della téchne intesa come arte; ma esso viene
impiegato piuttosto passivamente guardando ed ascoltando in maniera
distratta i mass media.
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Con questi
presupposti incamminiamoci insieme con nostri art pilgrims, pellegrini
dell’arte.
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E’ la
Weltanschauung degli artisti nati negli anni Cinquanta che mi ha
incuriosito, allorché tale generazione costituisce quel momento storico
di transizione tra gli esiti della rinnovata avanguardia degli anni
Sessanta-Settanta e le nuove tendenze del postmodernismo e della
transavanguardia, le quali hanno timidamente ricominciato il percorso
dell’arte ove si era, per così dire, “arrestato”. Preferisco pensare più
ad una epoché ad una astensione o sospensione del giudizio, di
quello crociano almeno, nel momento in cui è comparso Marcel Duchamp e,
più vicino a noi, Lucio Fontana ed aggiungo, solo per citare qualche
nome, Alberto Buffi e Piero Manzoni . E’ stato quello un periodo in cui
sono venuti meno i presupposti convenzionali dell’arte, riassorbiti nel
senso di una Überwindung, di un superamento della pittura e della
scultura in parte estraneo alle avanguardie storiche, che pure si erano
impegnate ad annullare le ipoteche dell’accademismo ottocentesco.
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Ricordo le
parole di Cesare Brandi che a proposito di Buffi affermò essere la sua
pittura oltre la pittura stessa.
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Buona
parte di questa generazione si è schierata al di qua della pittura
riutilizzando i classici supporti e gli strumenti tipici del fare.
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La mano è
tornata dunque protagonista nella realizzazione dell’opera d’arte.
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All’interno di questo ritrovato sentiero si devono considerare due
registri espressivi: il primo riguarda la celebrazione dell’apparenza,
l’altro invece si sofferma all’interno dell’esperienza della realtà.
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Si tenta
di allontanare quest’ultima dalla rappresentazione oppure la si riscrive
in maniera oltremodo tragica.
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Il
pellegrino dell’arte è nel mezzo di tale dualismo: da una parte
rintraccia la realtà perché questa lo aiuta nel viaggio, dall’altra pone
una visione metaetica del tutto, da cui trae la forza per spostarsi.
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Trasferendo il ragionamento su di terreno strettamente artistico, direi
che permanere nel limbo e quindi all’interno del dualismo significa
spostare l’attenzione dello spettatore da una convinzione gravida di
novità ad una ristagnante all’interno dello scontato discorso
figurativo.
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La
circostanza poi che i quattro artisti vivino e lavorino in una cittadina
di provincia dimostra quanto sia difficile raggiungere i grandi santuari
dell’arte, frequentati, come già detto, dai soliti noti.
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Tuttavia
credo nella convenienza di tale condizione, nel senso che il permanere
in una zona marginale, costituisca un punto privilegiato di ricerca non
condizionato dalle incalzanti richieste dei galleristi e del mercato. Vi
è ancora credo un cono d’ombra, per usare una felice espressione di
Mario Perniola, all’interno del quale ognuno può proseguire il suo
cammino di pellegrino dell’arte con una propria coerenza stilistica ed
etica.
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La realtà
è che l’arte contemporanea si barcamena, citando ancora Perniola, tra
idiozia e splendore.
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Comunque
una piccola tappa in un Santuario dell’arte, quello del Museo dello
Splendore i nostri artisti sono riusciti a farla e ciò per un giusto
riconoscimento a dei giovani formatisi in contesti densi di presenze
importanti ed artefici di esperienze di rilevanza nazionale, penso ad
Agorà, al Premio Michetti e agli happening di “Montone tra
il sole e la luna.”
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Mi pare
sia doveroso, per una città, valorizzare al meglio i propri artisti per
non incorrere negli stessi torti riservati nel passato a personaggi come
Raffaello Pagliaccetti e Venanzo Crocetti i quali, per la verità, hanno
avuto pure, nel corso della loro attività, qualche importante occasione.
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Le
poetiche degli artisti presenti nella mostra appaiono “discontinue” dal
punto di vista di una ricerca in fieri. pur sempre attenta
all’introduzione di tecniche affinate in relazione ai progressi della
mano (Focillon).
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Luciano
Secone al centro del suo fare pone la rappresentazione dei sogni della
memoria, come bene ha fatto rilevare Enrico Crispolti. Aggiungo che tali
sogni, così come vengono tradotti sulla tela, sono supportati da una
sorta di consapevole automatismo psichico frutto dei costrutti onirici
dell’architetto mentre riposa nella città ideale. Si tratta di una forte
attività trascendentale permeata da reminiscenze dechirichiane ma ancora
di più saviniane, condite da un certo futurismo ravvisabile nel
macrodivisionismo a metà strada tra Boccioni e Sisley.
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Per Secone,
dunque, la realtà non pulsa come dovrebbe, è piuttosto una vibrazione da
rintracciare nella mitologia greca. Come per De Chirico anche per lui la
nascita della tragedia ripone in se tutti gli elementi necessari
all’equilibrio dinamico tra uomo e mondo. E’ nella costruzione greca,
nel tempio come luogo cosmico che si consuma il rito matematico delle
proporzioni euclidee.
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E’ nella
decostruzione della sezione aurea che Secone tenta un riordino
postmodemo della realtà. Nelle sue opere si avverte una nostalgia
oltremodo paventata e dissimulata ma anche celata dal decostruttivismo,
da quella vena autoptica nei confronti dell’architettura.
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La
professione di architetto lo porta ad assumere nei confronti dei
principi vitruviani e albertiani atteggiamenti definibili come
sospensioni del giudizio e del costruire. Inoltre l’esplosione cromatica
nei suoi dipinti è un chiaro segno di recupero dell’architettura
policroma tanto cara all’arte greca e romana, ma anche al postmodernismo,
occupato, quest’ultimo, a ripropone in chiave fortemente deformata tutti
quegli elementi già impiegati in un’età non meglio identificabile, se
non per via di certi stilemi e tipologie ricorrenti e quindi databili
storicamente. Le sue opere si compongono e scompongono secondo criteri
architettonici e denotano una grande sensibilità cromatica.
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La
condizione onirica staziona anche nell’opera di Sandro Ettone e si
manifesta nelle grandi tele che egli dedica principalmente alle
megalopoli.
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E’ una
celebrazione della storia. Dalle grandi città imprigionate dai segni,
come se la storia di queste fosse scritta solo mediante simboli, in una
sorta di effetto serra, emergono, all’interno, forse, di un’estetica
delle rovine, solo i monumenti più rappresentativi. Ecco allora che tali
luoghi sono immediatamente riconoscibili: la torre Eiffel per Parigi, il
Colosseo per Roma ecc.. Qualcuno ha voluto riscontrare in Ettorre la
presenza di Jackson Pollock e di Mark Tobey. Bisogna però precisare che
l’artista si è spinto oltre tali condizionamenti riuscendo ad elaborare
situazioni materiali estranei ai due americani attraverso un processo di
riscrittura appunto segnico.
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Muovendo
da tali presupposti Ettorre elabora una poetica molto interessante il
cui movente risiede nella ricerca del distacco dalla realtà da cui egli
tanto si allontana quanto più vi si avvicina.
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Il
monumento inteso come ricordo è l’unico elemento di contatto con la
realtà: il resto è anche realtà ma è celata dalle linee dai grafemi
funzionanti qui da elementi di imballaggio. Quella di Ettorre è una
land art virtuale miniaturizzata sulla tela. Egli impacchetta città,
persone e monumenti con l’impiego del segno che allude alla corda e
quindi al nodo. Sono tutti nodi confusi caotici: è la metafora dei
nostri condizionamenti, delle nostre limitazioni prodotte anche dal
nostro vivere la città.
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E’ anche
lo sforzo fisico, in una sorta di action painting, a determinare
simili situazioni intricate ma originali. La fitta rete poi di relazioni
telematiche si incarna proprio nel dripping usato qui in maniera
direi razionale. Una tecnica che Ettorre rielabora in maniera fine
mediante l’utilizzo di una grammatica segnica mai casuale e sempre
pertinente e consona alle sagome (uomini e armi), alle ombre e a tutto
ciò che si muove nel sottobosco dei grandi agglomerati urbani.
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Legato
alla realtà, soprattutto a quella notturna apparentemente rovesciata
rispetto a quella diurna, Carmine Galiè svolge il tema della solitudine
nella moltitudine.
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Con un
piglio hopperiano dimostra di aver compreso i meccanismi dell’estraneazione.
Egli libera la città dai lacci, dai fumi e dalle nebbie di Ettorre
rendendola superficialmente visibile ed evidenziandone non i monumenti
ma le insegne pubblicitarie, nuove icone della contemporaneità senza
nascondere il ricorso ai patterns, modelli, di Andy Warrol. Il
senso disocculto della pubblicità porta quest’ultima a costituirsi quale
elemento identificativo del benessere occidentale.
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Nelle tele
di Galiè prevale dunque lo spaesamento dell’“uomo della folla”.
Paradossalmente i simboli pubblicitari, così familiari, che ci
accompagnano lungo le strade e nei programmi televisivi, di notte
assumono un aspetto, in assenza dell’uomo, direi metafisico. Diventano
così oggetti posti in luoghi impropri dove vengono a mancare persino i
nottambuli di Hopper.
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Il
supporto cromatico chagalliano poi rafforza ancora di più tale
sensazione di angoscia metafisica. Questa di Galiè è una ricerca
parallela a quella di Ettorre e dimostra quali siano le reali necessità
dell’abitare dell’uomo. Le grandi città sono divenute i luoghi in cui
diventa sempre più complicato muoversi e stabilire rapporti: posti ove
convivono religioni, culture e sentimenti a volte configgenti tra loro.
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Sandro Ettorre
Nato a
Giulianova nel 1956, dopo il Liceo Artistico di Teramo frequenta l’Accademia
delle Belle Arti di Roma, partecipa nel corso detta sua vita a numerose
mostre di pittura e scultura, istallazioni e performance varie acquisendo
una forte caratterizzazione tecnica, lirica ed estetica. |
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- Incontro,
anno 1996 (cm. 60x50)
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Carmine Galiè
Nato a
Giulianova nel 1955 dove vive e lavora.
Inizia
giovanissimo l’attività artistica collaborando con vari artisti e
associazioni.
Negli ultimi
anni collabora con Sandro Ettorre alla produzione di opere pittoriche
calcografiche esposte in varie mostre. |
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- Notturno,
anno 2005 (cm. 100x80)
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Loredana Iannicci
Nata a Ortona
(Ch) da anni vive e lavora a Giulianova, Pittrice, interviene sul territorio
con una meticolosa ed approfondita ricerca del linguaggio artistico.
Nel 1991 fonda
il Centro Culturale “Eidos” che si occupa della Rassegna d’Arte “Tra il sole
e la luna” a Montone di Mosciano S.A. |
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- Assenze,
anno 1998 (cm. 120x100)
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Luciano Secone
Nato ad Atri
(Te) il 05.08.1954 vive e lavora in Giulianova.
Laureato in
Architettura presso il Politecnico di Torino, svolge da anni una ricerca
artistica che coniuga i caratteri delle discipline architettonica e
pittorica. Nel suo lavoro, pone particolare attenzione all’ambiente urbano. |
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- Il Porto,
anno 2002 (cm. 70x30)
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Ecco
allora le città ideali di Secone, quelle impacchettate di Ettorre e
quelle metafisiche di Galiè si presentano a noi come moniti, come inviti
alla riflessione e come ipotesi negative e positive ma sempre miranti
alla riqualificazione dell’abitare filosofico e poetico dell’uomo sulla
terra.
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Fortemente
connotata antropologicamente mi pare sia l’opera di Loredana Tannucci
presente nella mostra con la serie dedicata agli Angeli necessari.
Questa teoria di bambini rappresenta l’altra parte del mondo quella
che vive nelle bidonvilles e nelle favelas: sono i bambini
senza infanzia. Di fronte al disinteresse generale, presi da una sorta
di superiore egoismo ed occupati a mantenere alto il livello di
opulenza, questi angeli ci appaiono necessari proprio perché
rappresentano il vero senso del mondo, sebbene siano schiavizzati,
deflorati, uccisi dalla fame e dagli uomini. Obbligati a donare la di
vita ai malati attraverso il mercato degli organi ci guardano dalle
grandi tele di lannucci e quegli occhi mostrano l’insostenibile
sofferenza dell’infanzia negata.
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Ignorarli
significherebbe nutrire ancora di più la nostra coscienza infelice.
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Il fondo e
le campiture delle tele di lannucci sono sempre cupi per l’impiego di
pigmenti scuri ed in alcuni casi per l’utilizzo di terra incollata sul
supporto ed in ciò il raffronto con la pittura seicentesca mi pare
evidente, in relazione alle riscritture delle pieghe e alle impostazioni
scenografiche, testimoni dell’attività dell’artista oltre ad una presa
di coscienza nei confronti della Escuela Mexicana de Pintura.
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E’ un
ductus pittorico notevole in grado di incarnare i luoghi della
permanenza, dell’abitare nelle città invisibili del deserto, in quei
luoghi dimenticati da tutti e che forse potrebbero costituire una meta
anche per l’arte. Ecco allora le Città assenti, invisibili contrapposte
alle altre tratteggiate dai nostri artisti. Paradossalmente sono questi
i luoghi veramente infernali dove prima dello smarrimento e
dell’estraniazione ecc. esiste la necessità impellente del cibo, delle
medicine e dei vaccini: qui veramente indispensabili.
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Sono
Convinto che i quattro artisti qui presentati stiano dando un rinnovato
contributo alla conoscenza di situazioni apparenti e reali tutte però
concentrate sull’uomo: dall’arché (Secone) alla città come
contenitore dell’uomo (Ettorre) alla estraniazione e smarrimento (Galiè)
fino alla redenzione (lannucci). Ecco quattro pellegrini impegnati a
raggiungere la meta: quella del ripristino dell’umanesimo e della
tensione verso la nostalgia per un’età in cui l’arte sarà beneagurante
come quella delle grotte di Lascoux, luogo in cui George Bataille ha
tentato di rintracciare l’enigma della “scena originaria” dell’arte.
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