  |
|
|
| |
|
IANUA MUNDI
IMAGINALIS |
|
Santa
Maria a Mare di Giulianova |
|
di Maria
Concetta Nicolai |
|
Foto di
Bruno Colalongo |
|
|
 |
|
Chiesa
Santa Maria a Mare o dell’Annunziata |
|
|
|
Secondo
recenti studi Santa Maria a Mare o dell’Annunziata, oggi assorbita entro
l’agglomerato urbano e quasi soffocata dal ponte ferroviario che le corre
davanti, fu edificata nella solitaria distesa del litorale sottostante il
Castello di San Flaviano prima del 1000, affinché costituisse un punto di
riferimento di pellegrini e viaggiatori che da qui incominciavano a
costeggiare il mare alla ricerca di imbarchi meridionali. Ricostruita o per
lo meno modificata nel dodicesimo secolo divenne un centro di smistamento
delle truppe crociate, in specie di quelle provenienti dalla Marca
spoletina. Di questa funzione si hanno testimonianze frammentarie e
trasversali, come quella costituita dal Necrologio della Cattedrale di
Teramo che ricorda che a San Giovanni d’Acri morirono parecchi militi di
Castel San Flaviano, o da una leggenda locale di tradizione orale che
riporta che nelle colonne interne del tempio sono sepolti i resti di mitici
paladini. |
|
|
 |
|
Facciata
della Chiesa Santa Maria a Mare o dell’Annunziata |
|
|
|
Certo è
che quell’ospizio, sottostante al castello ed in mezzo alla spiaggia,
dovette avere un molo non secondario anche dopo la disfatta dei
gesorolimitani, se non altro per la costante presenza dei monaci e per lo
scambio di motivazioni religiose tra questo centro e quelli dell’interno,
come San Salvatore di Morrodoro e Santa Maria di Propezzano. Sorta come
grancia benedettina, in seguito rovinata e decaduta, fu ricondotta alle
forme che per alcuni aspetti ancora oggi conserva, dal restauro voluto tra
il 1160 ed 1170, da Guido, il vescovo ricostruttore di Teramo, che, tornato
dalla Sicilia dove è probabile che avesse ottenuto da Guglielmo I la
signoria feudale della città, volle con questo atto ricompensare Castel S.
Flaviano che lo aveva ospitato e protetto durante i tristi giorni della
distruzione. L’edificio sacro dovette assurgere ad una certa importanza,
tanto che un secolo dopo si continuava ancora ad abbellirlo fino
all’ornamento della porta principale compiuta, probabilmente, durante i
primi anni dell’episcopato di Rinaldo Acquaviva (1300- 1314) da Raimondo del
Poggio, il maestro atriano che si era distinto nella costruzione della
Cattedrale, soprattutto per i portali laterali datati rispettivamente 1288 e
1303. Lo scultore e architetto nativo, forse, di Poggio della Cona, si
distingue dalle maestranze coeve, oltre che per indubbie capacità
costruttive ed artistiche, anche per una certa propensione al valore
simbolico e criptico della decorazione, tanto che tutte le sue opere
stimolano una lettura interpretativa e metaforica dei particolari. La
singolarità delle sculture dell’ingresso, ben visibili sulla spoglia
facciata in laterizio, ha suscitato la curiosità di molti studiosi che si
sono impegnati nel tentativo di sciogliere i nodi del simbolismo delle
figure che vi sono rappresentate. A cominciare da Angelo Antonio Cosimo De
Bartolomei, egregio e benemerito autore delle storiche discipline e
tenerissimo delle patrie memorie che nel 1839 fissò l’attenzione
principalmente sui diciotto quadretti del terzo archivolto. Lo studioso,
ricercando per il territorio aprutino le tracce di Siculi e Liburni, si
ingegna a dimostrare come i bassorilievi che ornano la porta altro non siano
che le ultime tracce di quei mitici popoli che, a detta di Livio, furono
gentes farae et magna ex parte latrociniis maritimis infames. Né meno
infondato è il giudizio di Niccola Palma, convinto che l’artefice del
portale costruito ne’ tempi bassi con molta industria consegnò e seppe
unire in questa sua opera lavori antichi di diverse epoche e di diverse
perfezioni, scelti, senza dubbio, tra gli avanzi di Castro. Tutte le
diciotto scolture, per il canonico di Campli, sono recuperi di templi:
tre esprimono cose oscenissime da far giudicare che siano appartenute alle
cornici di un tempio di Venere. Un Sileno ed una donna che porta un’idra
sulle spalle, scolpiti in altri due, fanno congetturare altro fabbricato in
onore di Bacco. Un interesse marginale fu quello espresso da Cantelmo
Cocchia nel Poliorama pittoresco e da Gabriello Cherubini, convinti
anch’essi che i bassorilievi siano avanzi di edifici pagani. Migliore
attenzione, viceversa, merita Vincenzo Bindi che chiarisce, una volta per
tutte che le decorazioni del portale non sono accozzaglie di pezzi tolti
da templi e per dileguare ogni benché minimo dubbio in torno al carattere di
queste scultore ed al tempo nel quale furono eseguite riporta il
giudizio di uno dei più celebri archeologi cristiani di quei tempi Giovan
Battista De Rossi, il quale, viste in fotografia le sculture, afferma che
esse sono senza dubbio del periodo dell’arte meridionale italiana che
precedette il Rinascimento. Altro merito di Bindi è quello di aver
centrato la chiave interpretativa del simbolismo esposto, liberando il campo
dai preconcetti che, fino ad allora, avevano relegato la tematica tra le
bizzarrie gratuite e ricercandone l’origine nella cultura benedettina.
Qualche anno dopo Ignazio Gavini attribuirà, senza esitazione, l’opera alla
scuola atriana, facendo leva sulla presenza di due opere in pietra da
taglio di diversa importanza, ma della stessa maniera, che sono un capitello
dell’aula ed il portale della facciata, ed affermerà che l’autore è
Raimondo del Poggio che qui, per ragioni di spazio non poté tracciare
l’opera sua in proporzioni slanciate, e perciò riprodusse il portale atriano
del 1302, con un insieme ridotto informe speciali. Lo studioso nota le
consonanze del portale con quello pennese di Colleromano, particolari, del
resto, già sottolineati da Bindi, che, però, non si era spinto a ritenerli
lavoro delle medesime maestranze, e sempre in tema di similarietà osserva
che a Giulianova la lunetta, ridotta ad un segmento di cerchio, e quindi
insufficiente a sviluppare soggetti pittorici fu occupata, come a
Colleromano, da una statua rappresentante la Vergine in cattedra che
affettuosamente stringe a sè il Figlio. Giovanni Pansa, con la
sottigliezza comparativa, fissa l’attenzione soprattutto su tre delle
diciotto scoltore che coronano il fronte della chiesa e precisamente alla
figura d’uomo con le parti deretane scoperte in cui sporgono i genitali che
egli addita con la mano, al talamo insidiato in cui si vedono gli adulteri
nell’atto di baciarsi dietro una cortina ed il marito offeso che brandisce
un pugnale per ucciderli, alla figura di donna ignuda con le gambe
divaricate che ella sostiene con le mani e sotto la maschera con
atteggiamento beffardo. Nella formella centrale Pansa individua
l’immagine della vecchia Bando, modellata sul tipo convenzionale greco,
nell’atteggiamento cioè osceno e grottesco che ha riscontro negli amuleti.
In tempi più recenti si sono occupati di Santa Maria a Mare Mario Moretti,
Giammario Sgattoni, Ezio Mattiocco e Pasquale Rasicci, tutti però volti più
al valore artistico, del resto rilevante, che alle proporzioni ermetiche e
simboliche dell’opera. Di non minore interesse sono le pagine che Mario
Montebello dedica alla chiesa, soprattutto quelle relative alla
interpretazione di un misterioso graffito che ricorderebbe la morte di
Giosia d’Acquaviva. |
|
|
|
|
|
Bibliografia per la storia artistica e religiosa di Santa Maria a
Mare di Giulianova |
-
ü
Emile Borteaux, L’art dans l’Italie meridionole, Paris,
Foutemoig, 1903.
-
ü Vincenzo BINDI, Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi,
Napoli, 1889, rist. Forni, Sala Bolognese 1977.
-
ü Vincenzo BINDI, Antico tempio di S. Flaviano la Madonna dello
Splendore, Santa Maria a Mare, estratto da “Rassegna
d’arte”, Alfieri & Lacroix, Milano, sett.-ott. 1919.
-
ü Vincenzo BINDI, Giulianova, la Poyillipo d’Abruzzo, Sonzogno,
Milano 1927.
-
ü Gabriello CHERUBINI, Giulianova, in “Il regno delle due
Sicilie descritto ed illustrato”, Napoli 1853, pag. 46.
-
ü Corrado COCCHIA, Porta d’ingresso di un dipinto tempio
dell’antico Castro nel teramese (sic),Poliorama pittoresco,
anno XIV,Napoli 1852-53, pp. 93-94.
-
ü Angelo C. DE BARTOLOMEI, L’Agro castrense e la porta dell’antico
tempio di Santa Maria a Mare, oggi Annunziata presso Giulianova
con le sue sculture simboliche. Memoria archeologica ed
illustrazione, Napoli, tip. Giannini 1881.
-
ü Paolo FAVOLE, Abruzzo e Molise - Italia romanica, Jaca
Book, Milano, 1990, pag. 171.
-
ü Ignazio GAVINI, Storia dell’Archittetura in Abruzzo, Milano -
Roma, 1927-1928.
-
ü Mario MORETTI, Architettura medioevale in Abruzzo, Roma, ed.
De Luca, s.d..
-
ü Mario MONTEBELLO, Il Palazzo ducale di Giulianova, Quaderno
n. 6, L’Aquila, Deputazione Abruzzese di Storia Patria 1988, pp.
1O5-109.
-
ü Niccola PALMA, Storia ecclesiastica e civile della Regione più
settentrionale del Regno di Napoli, voll. 5, Teramo,
1832-1836.
-
ü Govanni PANSA, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo,
Sulmona Caroselli 1924- 1927.
-
ü Ugo PIETRANTONIO, Il monachesimo benedettino nell’Abruzzo e
Molise, Lanciano Carabba 1988.
-
ü Pasquale RASICCI, Santa Maria a mare a Giulianova, Unigraf
1981.
-
ü Giammario SGATTONI, Calendario artistico della Cassa di Risparmio
di Teramo, Teramo.
|
|
Per l’interpretazione simbolica delle sculture |
-
-
ü
G. CAPPELLI, I mesi antelamici nel Battistero di Parma, Parma, 1973.
-
-
ü
L. CHARBONNEAU-LASSAY, Le bestiaire du Criste, Bruges 1940.
-
-
ü G.
DE CHAMPEAUX, Introduction au monde des symboles, Paris, Zodiaque, 1972; trad. it. di M. Girardi:
I simboli del
medioevo, Milano, Jaca Book, 1981.
-
-
ü G.
DE TERVAREN, Attributs et symboles dans l’art profane, Geneve,
1959.
-
-
ü G.
DURAND,
Les structures anthopologiques de l’immaginaie, Paris, 1963; trad. it.
Le
strutture antropologiche dell’immaginario,
Bari, 1970.
-
-
ü M. ELIADE, Images et symboles, Paris, 1952, trad. il.
Immagine e simboli, Milano JacaBook, 1970.
-
-
ü M. ELIADE, Trattato di storie delle regioni, Torino, 1970,
pag. 81.
-
-
ü M.
ELIADE, Forgerons et alchimistes, Paris, 1956.
-
-
ü J. EVOLA, La tradizione ermetica, Roma, 1971.
-
-
ü J. G. FRAZER, Il ramo d’oro, Torino, 1970, pag. 901.
-
-
ü FULCANELLI, Le dimore filosofali, Milano 1976.
-
-
ü R. GUENON, Symboles fondamentaux de la Scienze sacrèe, Paris,
1962, trad. it. Simboli della Scienza sacra, Milano, 1975.
-
-
ü
R. GUENON, La grande Triade, Roma, 1970.
-
-
ü
C.M.
GHYKA, Le nombre d’or, 2 voll.
Paris, 1931.
-
-
ü
C.G. JUNG,
L’homme et ses symboles, Paris, 1964.
-
-
ü
C.G. JUNG,
Psycologie et religion, Paris, 1958.
-
-
ü
H. JENMAIRE, Dioniso, religione e cultura, in Grecia, Torino,
1972.
-
-
ü
C. LEVY STRAUSS,
Le symbolisme cosmique dans la structure sociale
et l’organisasion cérémonielle de plusieurs populations nord ed sud
américanes, le symbolismer cosmique des monuments religieus, Roma, 1957.
-
-
ü M. MARTINOZZI, Di una Patta di Modena, in “Miscellanea
tassniana di studi storici e letterari”, Bologna-Modena 1908.
-
-
ü C. MUTTI, Simbolismo ed arte sacra, Parma 1978.
-
-
ü G. NOVATI, Origine e sviluppo di temi iconografici
dell’Alto-Medioevo, Milano 1925.
-
-
ü ORPHICORUM FRAGMENTA, Inno omerico a Demetra.
-
-
ü A RENE, Le symbolisme des nombres, Paris, 1948.
-
-
ü VAN GENEP, L’arte l’alchimie, Bruxelles, 1966.
-
-
ü I KOZMINSKY, Numbers their meaning and magic, London, 1972,
trad. di E. de Smaele: I numeri magici, Milano, Garzanti, 1978.
-
-
ü K. KERENYI, Die Mythologie der Griechen, Zurigo, 1951, trad.
it. di V. Tedeschi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Milano,
Il saggiatore 1963.
|
|
|
|
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
|
|
 |
|