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Giulianova (Te) Abruzzo  -Italy
L’Abruzzo con i suoi 130 chilometri di coste, le più alte vette dell’Appennino a ridosso del mare, un sistema sterminato di altipiani intramontani, tre grandi Parchi Nazionali e un Parco Regionale oltre a più di trenta Riserve Naturali, si presta in modo ottimale agli amanti della vacanza, nella quale sport e movimento divengono non solo il fine, ma il mezzo per assaporare fino in fondo le straordinarie risorse ambientali di questa regione. Ed in effetti dalla costa alle montagne c’è veramente l‘imbarazzo della scelta perché i luoghi d’Abruzzo offrono molteplici opportunità per trascorrere il tempo libero immersi nella natura e nelle attività che più ci piacciono.
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LE MURA DI GIULIA
 
 
Nei tempi andati la processione della Madonna dello Splendore, proveniente dalla piccola Chiesa, annessa al Convento dei Padri Celestini, dietro la sommità dell’alto colle del miracolo, entrava nel borgo murato di Giulianova, (realizzato dall’antica comunità di S. Flaviano, tra il 1470 e la fine del XV secolo), dalla porta settentrionale, sul Largo Da Capo, intitolata alla «Madre di Dio».
L’intitolazione stessa, voluta dal popolo giuliese, datava dalla «Celeste apparizione», annunciata dal pio Bertolino ai Signori del Reggimento, dapprima increduli, poi commossi ed ammirati, da ben prima del 22 Aprile 1557, (come emerge da prove documentali e bibliografiche. più volte richiamate anche in questa Rivista).
Negli anni successivi alla fondazione di “Giulia”, la cinta difensiva, eretta «ad modum belli”», offriva allo sguardo di chi aveva per meta il nuovo abitato, apprestamenti difensivi di imponente aspetto, (mura merlate e a scarpa, otto bastioni di forma cilindrica, un pomerio intorno e un pomerio esterno),rispondenti in pieno alle necessità strategiche e tattiche degli assedi, nel Quattrocento.
Molto più tardi l’impiego in guerra delle “bocche da fuoco” avrebbe reso la vecchie muraglie protettici di città, paesi e castelli, inadeguate, anche se non del tutto pateticamente inutili. Stadi fatto che poco oltre la metà del Cinquecento (1557), Civitella del Tronto si oppose validamente al duca di Guisa, impedendogli di invadere, alla testa di un’armata franco-pontificia il Regno di Napoli, allora amministrato dagli Spagnoli; d’altro canto, la stessa Giulianova resistette vittoriosamente, nel 1647, ai popolari insorti, fautori di Masaniello; ma, perfino nell’Ottocento, Civitella del Tronto, per due volte, potette respingere a lungo risoluti aggressori: nel 1806, i francesi, comandati dallo “spavaldo” Conte Feuillot de Crenneville, nel 1860-61, i piemontesi agli ordini dell’inflessibile generale Pinelli. Per non ricordare altri numerosi assedi in varie parti d’Europa, tra i quali quello di Liegi nella prima guerra mondiale, (1914).
Però, in tale evento, giocò ruolo principale la «corazzatura», praticata dai Belgi, di forti e contrafforti (rivelatosi tuttavia insufficiente). Comunque, in loco, le mura ispiravano grande fiducia agli abitanti delle località, investite da forze nemiche, ancora nell’inoltrato Ottocento: tanto è vero che nel 1860-61, subito dopo l’ingresso in Abruzzo di Vittorio Emanuele II, (15 ottobre 1860), il suo pernottamento nella Villa alla Montagnola, ospite dei Conti di Castellana, la marcia alla testa del suo esercito, lungo il litorale adriatico, tra il Tronto e la Pescara, i primi timidi segni di insorgenza contro i poteri militari o politici in via di costituzione, (l’inizio del brigantaggio legittimista), convinsero le famiglie facoltose del contado montano e collinare della provincia a rifugiarsi tra quel che rimaneva delle mura di Teramo e di Giulianova, dove avrebbero soggiornato più mesi. Tra i riparati a Teramo: i Romani di Colledara. (Cfr. Fedele Romani: Colledara, edizione Trebi di Pescara; ivi la descrizione letterariamente felicissima, dell’incontro dei fuggiaschi dal natio paesello, prima con i briganti, poi con reparti di fanteria e della Guardia Nazionale di Teramo, comandata dal patriota Troiano Delfico, futuro Senatore del Regno d’Italia).
Del fenomeno del rilevante esodo degli abbienti e dei loro nuclei famigliari dalle proprie case alle mura delle vecchie fortezze medievali, ancorché in parte abbattute o crollate, in parte ruinanti, una testimonianza diretta si legge nella “Cronaca- Breve cenno di Castro e Giulia” Edizione 1861, del Magistrato, barone Gaetano Ciaffardoni, il nostro Sindaco dell’Unità. “Tranne... l’emergenza di grave sproporzione di forze, Giulia per essere cinta di solide mura merlate e fortificate da gran bastioni, nè ... flagelli di pubbliche calamità, o è stata incolume, o ben poco ha sofferto, in paragone di altri luoghi oppressi da pari infortunio.
Così nella triste epoca del brigantaggio nel 1799: così nel penurioso 1817; così nel morbo asiatico del 1854 e così nel parziale brigantaggio dell’andato semestre, Giulia ha goduto perfetta tranquillità”!
Il Largo da Capo come voleva che fosse
sistemato l'ing. Gaetano De Bartolomei
Ma le mura di Giulia non erano soltanto un quadrilatero difensivo: avevano pregio d’arte, come lasciano intendere i pochi avanzi, non dissimili da elementi architettonici, completamente o parzialmente conservati nelle Regioni contermini, in specie nel Lazio marittimo. E forse, proprio per la qualità artistica, il prelato umanista Mons. Antonio Campano, Vescovo Aprutino dal 1463 al 1477 aveva - per così dire - tenuto a battesimo la nuova sede del feudo acquaviviano di Castel S. Flaviano, voluta dal VII duca d’Atri, Giuliantonio Acquaviva d’Aragona, dettandone l’iscrizione onoraria augurale. che dà ragione del trasferimento dal vecchio al nuovo abitato, “turbine bellorum”, (la battaglia del Tordino, il “saccomanno dei teramani exitii”), “et cocle graviore”, (la malaria, dovuta ai miasmi pestiferi che si levavano dagli stagni esistenti sulle rive del Tordino). Non si deve dimenticare che il Campano, quale famigliare del pontefice Pio II, (Enea - Silvio Piccolomini), aveva assistito alla miracolosa,perché compiuta in brevissimo tempo, trasformazione della vetusta Corsignano, nel Senese, nell’artistica Pienza, una piccola Città dal “carattere inconfondibile”, per i suoi insigni monumenti. L’autore dell’epigrafe attestato della nobiltà dei natali giuliesi, si intendeva d’arte ed artista esso stesso, l’amava! Possiamo essere certi che si compiacque che, nella sua Diocesi sorgesse - o fosse già sorta - una “parva urbs”, in qualche modo somigliante alla quasi coeva Pienza. Dettò, dunque, gli esametri che, per secoli, incisi su lapide di travertino, hanno sovrastato la porta Marina, con trasparente entusiasmo, rivolto al futuro della comunità, venuta ad abitare la nuova fortezza, o sul punto di rasferirvisi: sentimento bene reso da Serafino Brigiotti nella traduzione, in versi italiani, dei versi latini di Monsignor Campano. Gli agricoltori giuliesi dell’avvenire raccoglieranno messi abbondanti e ne sarà “colma la natia gioia!”
La rocca prima della demolizione dei merli
 
L’impianto urbanistico di Giulia,cinta muraria fortificata, bastioni, cupola della Cattedrale compresi, fu - senza dubbio, (nel che tutti concordano), disegno ed opera di un solo architetto. Secondo il Bindi, sarebbe stato un ingegnere militare al servizio degli spagnoli, nel Castello di Pescara. La studiosa pescarese Colangelo si è fatta, di recente,a sostenere che progettista e, forse, anche esecutore, (direttore dei lavori), della sorgente Città di Giulia, sia stato Baccio Pontelli, “il lignaiolo fiorentino”, operoso nelle alte e basse Marche nella seconda metà del secolo XV. Non è d’accordo Mario Montebello che in uno scritto specifico, afferma, con convincenti argomenti, che la paternità architettonica della nuova residenza feudale acquaviviana, spetta a Francesco di Giorgio Martini di Siena, uno dei maestri di Baccio, per esplicito riconoscimento dell’allievo, e a giudizio di più di un critico d’arte. Francesco o Francione, nel riconoscimento di Baccio, fu a lungo presente ad Urbino alla corte dei Montefeltro, (seconda metà del Quattrocento). (Si spera, tuttavia, che le approfondite ricerche finora sconosciute nei risultati, del Lehmann - Brockhaus, valgano - o siano già valse - alla definitiva attribuzione ad un autore, sicuramente di gran nome, della più notevole delle realizzazioni edilizie del Teramano alle soglie del pieno Rinascimento). Porta Madonna, nella descrizione del Ciaffardoni, presenta caratteristiche singolari, dotata, come era, di frontespizio interno ed esterno e - ovviamente - di doppio ingresso. Nel frontespizio interno la meridiana, “delineata” da Francesco Galeazzi, (“profondo matematico”, rinomato scrittore, specialmente per i due volumi di grande formato, di “Scienza della musica”), qualificata “opus divini Galeazzi” con iperbole, sgradita all’arciprete in carica, che la proibì e la fece cancellare, insieme alla incolpevole meridiana, sotto la quale qualche imprudente discepolo l’aveva scritta in rilievo. Poco ad est della stessa porta il torrione nord-orientale della cinta, oggigiorno denominato “Nton Re”, da Antonio Re, che nel tardo Ottocento ne perfezionò l’acquisto e lo lasciò, poi, in eredità al sempre rimpianto suo figlio, l’avv. Attilio Re, penalista di eloquio e preparazione eccezionali. Dall’altro lato, sulla salita, attualmente Via Giuliantonio Acquaviva, la cinta era interrotta dalla moderna porta S. Rocco, aperta sul luogo del bastione noto come “il buscione”!, rimedio e risparmio rispetto ai crolli considerevoli, verificatisi per fatiscenza e per incuria manutentiva. (Il ripristino della linea fortificata avrebbe comportato un onere che l’Amministrazione Comunale non si sarebbe potuto permettere! E d’altronde sarebbe stato da inquadrare nella ingente spesa imputabile all’integrale restauro di tutto il quadrilatero!). Nella identica direzione est-ovest, sullo spigolo nord occidentale della cinta il torrione, (o la Rocca), di cui da qualche anno ho cominciato a dubitare che fosse chiamato “il Bianco”: ero convinto che così si denominasse dalla lettura di qualche strumento notarile immediatamente postunitario, quando fu decisa ed effettuata la vendita della cinta e del suolo di risulta.
Altri atti sembrano riferire il termine “il Bianco” al torrione di mezzo del tratto nord-sud-ovest, anche per il colore del pietrame di fiume usato per l’edificazione. Il problema va risolto. Non dovrebbe essere difficile scioglierne i nodi, rivisitando i rogiti dei notai De Panicis e Favacchia, attivi nella piazza, tra il 1856 e il 1892. Parimenti sarà da accertare,con l’esame attento delle stesse fonti, se il “Mozzone” era ed è identificabile con il baluardo dai pochissimi resti, sovrastante il giardino Tomassetti o con il dimezzato torrione già Guidotti che una matura riflessione porta a ritenere mediano sul lato ovest del quadrilatero, piuttosto che arretrato a fini protettivi della porta Napoli, prossima all’imbocco di Via Cupa.
Scendendo da ovest ad est si incontrano la porta S. Antonio, inaugurata dopo il 1860, al posto di altro torrione distrutto dal tempo - e il Monte con il piccolo “Largo da piedi” - là dove oggi è il Belvedere e la porta Marina, l’uscita da piazza di palazzo - (cioè della fastosa dimora degli Acquaviva, inclusa nel lato est della cinta, donde la nostra processione tornava fuori del borgo murato - risaliva verso occidente, percorreva il pomerio esterno, lungo Via Amendola, scendeva sempre sul pomerio per via oggi Giuliantonio Acquaviva, lasciando a sinistra la villa alla Montagnola e si riportava al Largo da Capo. La seguivano le genti accorse anche di lontano, dal sovrastante pomerio interno, cioè dal camminamento di congiunzione dei bastioni. Altro numeroso pubblico l’accompagnava devotamente lungo il pomerio esterno. Ed era tutto una lieta e lunga festa grande!
 
 

 

 

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La Città Alta è raggruppata sulla collina, mentre nella parte litoranea è situata Giulianova Lido, importante località balneare, si estende accanto al mare, tra Tortoreto e Roseto degli Abruzzi. La parte storica è rappresentata dall’antico Duomo di età rinascimentale di S. Flaviano del XV sec. Nel Quartiere Annunziata trovasi la chiesa di S. Maria a Mare del XIV sec. Nella Città Alta, trovasi il Santuario della Madonna dello Splendore, nel quale si venera la Madonna col Bambino, opera lignea del XV sec. In un attiguo convento si trova il Museo d’Arte dello Splendore.

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