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LE
MURA DI GIULIA
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Nei
tempi andati la processione della Madonna dello Splendore, proveniente
dalla piccola Chiesa, annessa al Convento dei Padri Celestini, dietro la
sommità dell’alto colle del miracolo, entrava nel borgo murato di
Giulianova, (realizzato dall’antica comunità di S. Flaviano, tra il 1470
e la fine del XV secolo), dalla porta settentrionale, sul Largo Da Capo,
intitolata alla «Madre di Dio».
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L’intitolazione stessa, voluta dal popolo giuliese, datava dalla
«Celeste apparizione», annunciata dal pio Bertolino ai Signori del
Reggimento, dapprima increduli, poi commossi ed ammirati, da ben prima
del 22 Aprile 1557, (come emerge da prove documentali e bibliografiche.
più volte richiamate anche in questa Rivista).
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Negli
anni successivi alla fondazione di “Giulia”, la cinta difensiva, eretta
«ad modum belli”», offriva allo sguardo di chi aveva per meta il nuovo
abitato, apprestamenti difensivi di imponente aspetto, (mura merlate e a
scarpa, otto bastioni di forma cilindrica, un pomerio intorno e un
pomerio esterno),rispondenti in pieno alle necessità strategiche e
tattiche degli assedi, nel Quattrocento.
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Molto
più tardi l’impiego in guerra delle “bocche da fuoco” avrebbe reso la
vecchie muraglie protettici di città, paesi e castelli, inadeguate,
anche se non del tutto pateticamente inutili. Stadi fatto che poco oltre
la metà del Cinquecento (1557), Civitella del Tronto si oppose
validamente al duca di Guisa, impedendogli di invadere, alla testa di
un’armata franco-pontificia il Regno di Napoli, allora amministrato
dagli Spagnoli; d’altro canto, la stessa Giulianova resistette
vittoriosamente, nel 1647, ai popolari insorti, fautori di Masaniello;
ma, perfino nell’Ottocento, Civitella del Tronto, per due volte, potette
respingere a lungo risoluti aggressori: nel 1806, i francesi, comandati
dallo “spavaldo” Conte Feuillot de Crenneville, nel 1860-61, i
piemontesi agli ordini dell’inflessibile generale Pinelli. Per non
ricordare altri numerosi assedi in varie parti d’Europa, tra i quali
quello di Liegi nella prima guerra mondiale, (1914).
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Però,
in tale evento, giocò ruolo principale la «corazzatura», praticata dai
Belgi, di forti e contrafforti (rivelatosi tuttavia insufficiente).
Comunque, in loco, le mura ispiravano grande fiducia agli abitanti delle
località, investite da forze nemiche, ancora nell’inoltrato Ottocento:
tanto è vero che nel 1860-61, subito dopo l’ingresso in Abruzzo di
Vittorio Emanuele II, (15 ottobre 1860), il suo pernottamento nella
Villa alla Montagnola, ospite dei Conti di Castellana, la marcia alla
testa del suo esercito, lungo il litorale adriatico, tra il Tronto e la
Pescara, i primi timidi segni di insorgenza contro i poteri militari o
politici in via di costituzione, (l’inizio del brigantaggio
legittimista), convinsero le famiglie facoltose del contado montano e
collinare della provincia a rifugiarsi tra quel che rimaneva delle mura
di Teramo e di Giulianova, dove avrebbero soggiornato più mesi. Tra i
riparati a Teramo: i Romani di Colledara. (Cfr. Fedele Romani: Colledara,
edizione Trebi di Pescara; ivi la descrizione letterariamente
felicissima, dell’incontro dei fuggiaschi dal natio paesello, prima con
i briganti, poi con reparti di fanteria e della Guardia Nazionale di
Teramo, comandata dal patriota Troiano Delfico, futuro Senatore del
Regno d’Italia).
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Del
fenomeno del rilevante esodo degli abbienti e dei loro nuclei famigliari
dalle proprie case alle mura delle vecchie fortezze medievali, ancorché
in parte abbattute o crollate, in parte ruinanti, una testimonianza
diretta si legge nella “Cronaca- Breve cenno di Castro e Giulia”
Edizione 1861, del Magistrato, barone Gaetano Ciaffardoni, il nostro
Sindaco dell’Unità. “Tranne... l’emergenza di grave sproporzione di
forze, Giulia per essere cinta di solide mura merlate e fortificate da
gran bastioni, nè ... flagelli di pubbliche calamità, o è stata
incolume, o ben poco ha sofferto, in paragone di altri luoghi oppressi
da pari infortunio.
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Così
nella triste epoca del brigantaggio nel 1799: così nel penurioso 1817;
così nel morbo asiatico del 1854 e così nel parziale brigantaggio
dell’andato semestre, Giulia ha goduto perfetta tranquillità”!
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- Il
Largo da Capo come voleva che fosse
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sistemato l'ing. Gaetano De Bartolomei
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Ma le
mura di Giulia non erano soltanto un quadrilatero difensivo: avevano
pregio d’arte, come lasciano intendere i pochi avanzi, non dissimili da
elementi architettonici, completamente o parzialmente conservati nelle
Regioni contermini, in specie nel Lazio marittimo. E forse, proprio per
la qualità artistica, il prelato umanista Mons. Antonio Campano, Vescovo
Aprutino dal 1463 al 1477 aveva - per così dire - tenuto a
battesimo la nuova sede del feudo acquaviviano di Castel S.
Flaviano, voluta dal VII duca d’Atri, Giuliantonio Acquaviva d’Aragona,
dettandone l’iscrizione onoraria augurale. che dà ragione del
trasferimento dal vecchio al nuovo abitato, “turbine bellorum”, (la
battaglia del Tordino, il “saccomanno dei teramani exitii”), “et cocle
graviore”, (la malaria, dovuta ai miasmi pestiferi che si levavano dagli
stagni esistenti sulle rive del Tordino). Non si deve dimenticare che il
Campano, quale famigliare del pontefice Pio II, (Enea - Silvio
Piccolomini), aveva assistito alla miracolosa,perché compiuta in
brevissimo tempo, trasformazione della vetusta Corsignano, nel Senese,
nell’artistica Pienza, una piccola Città dal “carattere inconfondibile”,
per i suoi insigni monumenti. L’autore dell’epigrafe attestato della
nobiltà dei natali giuliesi, si intendeva d’arte ed artista esso stesso,
l’amava! Possiamo essere certi che si compiacque che, nella sua Diocesi
sorgesse - o fosse già sorta - una “parva urbs”, in qualche modo
somigliante alla quasi coeva Pienza. Dettò, dunque, gli esametri che,
per secoli, incisi su lapide di travertino, hanno sovrastato la porta
Marina, con trasparente entusiasmo, rivolto al futuro della comunità,
venuta ad abitare la nuova fortezza, o sul punto di rasferirvisi:
sentimento bene reso da Serafino Brigiotti nella traduzione, in versi
italiani, dei versi latini di Monsignor Campano. Gli agricoltori
giuliesi dell’avvenire raccoglieranno messi abbondanti e ne sarà “colma
la natia gioia!”
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La rocca prima della demolizione dei merli |
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L’impianto urbanistico di Giulia,cinta muraria fortificata, bastioni,
cupola della Cattedrale compresi, fu - senza dubbio, (nel che tutti
concordano), disegno ed opera di un solo architetto. Secondo il Bindi,
sarebbe stato un ingegnere militare al servizio degli spagnoli, nel
Castello di Pescara. La studiosa pescarese Colangelo si è fatta, di
recente,a sostenere che progettista e, forse, anche esecutore,
(direttore dei lavori), della sorgente Città di Giulia, sia stato Baccio
Pontelli, “il lignaiolo fiorentino”, operoso nelle alte e basse Marche
nella seconda metà del secolo XV. Non è d’accordo Mario Montebello che
in uno scritto specifico, afferma, con convincenti argomenti, che la
paternità architettonica della nuova residenza feudale acquaviviana,
spetta a Francesco di Giorgio Martini di Siena, uno dei maestri di
Baccio, per esplicito riconoscimento dell’allievo, e a giudizio di più
di un critico d’arte. Francesco o Francione, nel riconoscimento di
Baccio, fu a lungo presente ad Urbino alla corte dei Montefeltro,
(seconda metà del Quattrocento). (Si spera, tuttavia, che le
approfondite ricerche finora sconosciute nei risultati, del Lehmann -
Brockhaus, valgano - o siano già valse - alla definitiva attribuzione ad
un autore, sicuramente di gran nome, della più notevole delle
realizzazioni edilizie del Teramano alle soglie del pieno Rinascimento).
Porta Madonna, nella descrizione del Ciaffardoni, presenta
caratteristiche singolari, dotata, come era, di frontespizio interno ed
esterno e - ovviamente - di doppio ingresso. Nel frontespizio interno la
meridiana, “delineata” da Francesco Galeazzi, (“profondo matematico”,
rinomato scrittore, specialmente per i due volumi di grande formato, di
“Scienza della musica”), qualificata “opus divini Galeazzi” con
iperbole, sgradita all’arciprete in carica, che la proibì e la fece
cancellare, insieme alla incolpevole meridiana, sotto la quale qualche
imprudente discepolo l’aveva scritta in rilievo. Poco ad est della
stessa porta il torrione nord-orientale della cinta, oggigiorno
denominato “Nton Re”, da Antonio Re, che nel tardo Ottocento ne
perfezionò l’acquisto e lo lasciò, poi, in eredità al sempre rimpianto
suo figlio, l’avv. Attilio Re, penalista di eloquio e preparazione
eccezionali. Dall’altro lato, sulla salita, attualmente Via Giuliantonio
Acquaviva, la cinta era interrotta dalla moderna porta S. Rocco, aperta
sul luogo del bastione noto come “il buscione”!, rimedio e risparmio
rispetto ai crolli considerevoli, verificatisi per fatiscenza e per
incuria manutentiva. (Il ripristino della linea fortificata avrebbe
comportato un onere che l’Amministrazione Comunale non si sarebbe potuto
permettere! E d’altronde sarebbe stato da inquadrare nella ingente spesa
imputabile all’integrale restauro di tutto il quadrilatero!). Nella
identica direzione est-ovest, sullo spigolo nord occidentale della cinta
il torrione, (o la Rocca), di cui da qualche anno ho cominciato a
dubitare che fosse chiamato “il Bianco”: ero convinto che così si
denominasse dalla lettura di qualche strumento notarile immediatamente
postunitario, quando fu decisa ed effettuata la vendita della cinta e
del suolo di risulta.
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Altri
atti sembrano riferire il termine “il Bianco” al torrione di mezzo del
tratto nord-sud-ovest, anche per il colore del pietrame di fiume usato
per l’edificazione. Il problema va risolto. Non dovrebbe essere
difficile scioglierne i nodi, rivisitando i rogiti dei notai De Panicis
e Favacchia, attivi nella piazza, tra il 1856 e il 1892. Parimenti sarà
da accertare,con l’esame attento delle stesse fonti, se il “Mozzone” era
ed è identificabile con il baluardo dai pochissimi resti, sovrastante il
giardino Tomassetti o con il dimezzato torrione già Guidotti che una
matura riflessione porta a ritenere mediano sul lato ovest del
quadrilatero, piuttosto che arretrato a fini protettivi della porta
Napoli, prossima all’imbocco di Via Cupa.
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Scendendo da ovest ad est si incontrano la porta S. Antonio, inaugurata
dopo il 1860, al posto di altro torrione distrutto dal tempo - e il
Monte con il piccolo “Largo da piedi” - là dove oggi è il Belvedere e la
porta Marina, l’uscita da piazza di palazzo - (cioè della fastosa dimora
degli Acquaviva, inclusa nel lato est della cinta, donde la nostra
processione tornava fuori del borgo murato - risaliva verso occidente,
percorreva il pomerio esterno, lungo Via Amendola, scendeva sempre sul
pomerio per via oggi Giuliantonio Acquaviva, lasciando a sinistra la
villa alla Montagnola e si riportava al Largo da Capo. La seguivano le
genti accorse anche di lontano, dal sovrastante pomerio interno, cioè
dal camminamento di congiunzione dei bastioni. Altro numeroso pubblico
l’accompagnava devotamente lungo il pomerio esterno. Ed era tutto una
lieta e lunga festa grande!
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