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La tradizione balneare |
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di
Carmen Di Odoardo |
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Giovanissime villeggianti sulla spiaggia di Giulianova
(anni ‘10) |
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Archivio
Mario Orsini |
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E’ quasi superfluo dire che la tradizione
balneare giuliese ha radici lontane nel tempo e
certamente oggi non possiamo non guardare con
tenerezza gli antichi costumi e costumanze dei
“bagnanti” di ieri. Ma chi era il bagnante? Da dove
arrivava? Perché mai così tanto atteso e sempre così
gentilmente preso in giro? Per i giuliesi super
critici di decenni fa sembrava esserci quasi una
spaccatura tra l’andare al mare e l’andare alla
spiaggia, una sorta di concetto duale rispecchiante
un’idea del mare come mondo intimo, facente parte
del proprio percorso storico. In parole povere il
giuliese di nascita, quand’era possibile, andava al
mare ma in fondo non ne aveva poi tanto bisogno. Il
bagnante invece, in quanto proveniente da un posto
assurdo e senza mare, era visto come una persona
che, capricciosamente, ad un certo punto dell’anno
affittava casa o albergo, ombrellone e sdraio a
volte anche la cabina e se ne stava alla spiaggia.
Un marziano a
Giulianova,
parafrasando Ennio Flaiano, ecco chi era il
bagnante. Marte era
Teramo
e dintorni, per intenderci. Comunque c’è un senso
magico nella parola bagnante, quasi una tradizione
persasi nel tempo per testimoniare abitudini e
bisogni della stagione estiva, tra irritazioni e
divertimenti. Eppure tanta sopravvivenza invernale
era legata alla consistenza degli affitti estivi
anche se, chi non affittava la sua casa aveva tanto
da ridire e per tutto l’anno, sui prezzi della
frutta, della verdura, dei generi alimentari in
generale che d’estate, appunto per l’arrivo dei
famosi bagnanti, lievitavano. Secondo la tradizione
di tanti decenni di questo secolo, verso l’inizio
della primavera chi affittava per l’estate, i
cosiddetti “
paparazzare” ma non
solo loro, cominciava a ripulire la casa in cui
abitava, sua o in affitto non aveva importanza.
Infatti, a cominciare dalle feste di Pasqua, i
teramani ed anche altri forestieri venivano a
Giulianova
a trovare la casa per l’estate. Casa per modo di
dire, in effetti si affittava una camera e una
cucina, mentre i proprietari si restringevano in una
stanzetta se non nel garage o in soffitta. Eppure
quei sacrifici erano necessari perché con il
guadagno dell’affitto si poteva affrontare l’inverno
con più sicurezza. Questo accadeva prima della
seconda guerra mondiale e accadeva negli anni
cinquanta e sessanta dopo la pausa del periodo
bellico. Attualmente, in tono minore e senza
folclorismi, questa usanza sopravvive ma non sono
più solo i teramani ad affittare.
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Ed un tempo anche la nostra spiaggia aveva altre
abitudini. Nella seconda metà dell’800 la spiaggia,
e per spiaggia è da intendersi la zona attualmente
chiamata Lungomare Zara, era divisa in tre parti o
sezioni di cui due per le donne e una per gli
uomini. Il decoro era un principio attivo per cui
non si poteva stare insieme, uomini e donne, e
bagnandosi nessuno poteva “involarsi i pannamenti”.
Anzi la zona per gli uomini e quella per le donne
bisognava tenere delle distanze di confine nella
misura di 200 palmi. Certamente è difficile fare dei
confronti sia essi positivi o negativi: i tempi
cambiano e così le abitudini e le tradizioni,
bisogna avere il coraggio di riappropriarsi
culturalmente di quello che è stato e valorizzarlo
alla luce del tempo che fu.
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Articolo tratto da
OPUSCOLA (1)
– Giulianova in fotografia 1900-1950.
A cura di
Giovanni
Bosica e Pierino Santuomo,
Edigrafital, 1998. |
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Carmen DI ODOARDO, insegnante di materie linguistiche con una
grande passione per
l’arte. |
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Bibliografia
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LA TRADIZIONE BALNEARE
di
Carmen Di Odoardo
-
Le notizie sul turismo a Giulianova, nel periodo in
questione, scaturiscono da racconti e ricordi
raccolti dall’autore del testo.
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