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I passionisti a Giulianova (1858-1866) |
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di
Giovanni Di Giannatale |
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I pp. passionisti oltre al
ritiro di Isola del Gran
Sasso fondarono quello di
Giulianova: il primo nel
1847 per interessamento del
vescovo della diocesi di
Penne, Domenico Ricciardone,
il secondo nel 1858 a
seguito del R. D. n. 1233
del 2/06/1854, che ne aveva
autorizzato la fondazione in
questi termini: “Accordiamo
il nostro beneplacito allo
stabilimento nel Comune di
Giulia di un ritiro dei PP.
Passionisti, ed all’oggetto
concordiamo noi la cappella
rurale quivi esistente sotto
il titolo di Maria
Santissima Annunziata, ed il
sottoposto terreno; l’uno e
l’altro alla dipendenza
dell’amministrazione
diocesana di Teramo, nella
gestione della quale
ritorneranno in caso di
soppressione o di abbandono
del ritiro anzidetto”.
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Per concretizzare
l’iniziativa il Consiglio
comunale di Giulianova,
subito dopo la promulgazione
del richiamato decreto,
aveva indirizzato al
preposito generale della
congregazione, p. Antonio di
S. Giacomo, una lettera in
cui chiedeva che una “una
famiglia di essi Religiosi
venisse istituita in Giulia
nella Chiesa antichissima
dedicata a Maria SS.
Annunziata”, detta anche “a
mare”, in quanto ubicata nel
litorale adriatico.
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La richiesta del Comune fu
ispirata e caldeggiata da
don Valentino Cozzi,
arciprete della r.
collegiata di S. Flaviano,
il quale indicò i
passionisti, perché aveva
avuto modo di apprezzarne le
esemplari ed edificanti
virtù religiose durante la
missione popolare, che
predicarono a Giulianova
nell’aprile del 1851.
Per realizzare il suo
proposito, e far sì che la
richiesta del Comune fosse
accolta, decise di far
costruire a sue spese un
“piccolo Convento o Ritiro”,
e restaurare la chiesa,
acquistando, con il
contributo anche di “altre
pie persone”, un
appezzamento di terreno,
limitrofo alla chiesa,
a cui il governo aveva
aggiunto un altro fondo, a
titolo di donazione.
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I superiori della
congregazione dei
passionisti accettarono di
buon grado la richiesta del
Comune per ragioni di
opportunità logistica,
scartando altre offerte e
proposte. Giulianova era un
luogo comodo, perché
consentiva di avere un punto
di appoggio e di
collegamento, per il
transito dei frati dai
ritiri di Recanati e Torre
S. Patrizio (nelle Marche)
al ritiro di Isola del Gran
Sasso e a quello progettato
(ma poi non realizzato) di
Francavilla.
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I lavori iniziarono nel
luglio del 1854. Prima che
fossero gettate le
fondamenta, il p. Fausto di
S. Carlo, in qualità di 2°
consultore provinciale,
effettuò un sopralluogo
sull’area interessata
insieme con l’ingegnere
Pietro Quintiliani di
Giulianova per stabilire la
configurazione che il ritiro
doveva assumere per l’uso
previsto dalla regola
passionista. Così scriveva
il sindaco di Giulianova,
Paolo Antonelli,
all’intendente di Teramo in
una lettera del 20/07/1854:
“Quale poi possa essere la
conformazione da darsi a
detto Ritiro, non la
conosco. So peraltro che
giorni sono fu qui il
Superiore di detti
religiosi, il P. Fausto, e
con esso portò l’ingegnere
D. Pietro Quintiliani di
costà, che venne incaricato
da esso Superiore a formare
la pianta, dopo istruito
sulla ripartizione a farsi,
secondo prescrivesi
dall’istituto di detto
Ordine religioso”.
-
Poiché il disegno prevedeva
l’utilizzo di parte della
chiesa per ricavarne il
refettorio, alcuni
cittadini, venuti a
conoscenza del progetto,
inviarono un esposto, datato
il 23/07/1854,
all’intendente di Teramo,
nel quale chiedevano a
quest’ultimo di intervenire
tempestivamente per far sì
che il “vetusto Tempio”
fosse preservato da
deplorevoli deturpazioni,
essendo “desso l’unica e
pregiata reliquia della
distrutta Castro”.
Il consiglio comunale, al
quale l’intendente si
rivolse, deliberò “a pieni
voti”, nella seduta del
18/10/1854, di vigilare
sulla costruzione, vietando
qualsiasi operazione che
potesse rendere la chiesa
difforme dalla sua antica
struttura, in applicazione
il R. D. del 16/09/1839, che
poneva i fabbricati e i
monumenti storici sotto la
sorveglianza delle autorità
amministrative.
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Il ritiro dei
pp. Passionisti
(fabbricato a
sinistra) della
SS. Annunziata
di Giulianova.
-
Elaborazione del
prof. Sergio
Censasorte
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Il decurionato, tra l’altro,
respinse qualsiasi modifica
interna, perché, prevedendo
la rimozione di alcune
colonne, alle quali era
legata una “tradizione
popolare”, consistente nella
preghiera dei fedeli tra di
esse, avrebbe causato una
“dispiacenza pubblica”: “Il
Decurionato a pieni voti,
considerando essere antica
tradizione popolare che tra
le colonne site nell’interno
del tempio una ve ne sia
consacrata, per cui questi
buoni popolani costumavano
orare intorno a ciascuna di
esse, ed ora col venirne due
nascoste per le innovazioni
fatte, e da farsi, si
darebbe luogo ad una
dispiacenza pubblica”.
-
Il consiglio
dell’intendenza, dopo aver
esaminato la deliberazione
decurionale, il 10/11/1854
espresse l’avviso di
invitare l’intendente ad
interporre “i suoi uffici
presso Monsignor Vescovo e
il Rettore dei PP.
Passionisti, onde non si
avveri alcuna innovazione
nel tempio dell’Annunziata
da cui potersi tornar
detrimento così al culto che
al decoro dell’arte antica”.
La chiesa venne restaurata
senza subire alcuna
alterazione.
-
Intanto, prima che il ritiro
fosse stato ultimato, il
21/10/1858 ne presero
possesso tre sacerdoti e due
laici.
Il primo rettore fu p. Fasto
di S. Carlo della provincia
di Maria SS. della Pietà.
Dopo l’insediamento dei
religiosi, il Cozzi provvide
a formalizzare la donazione
con atto rogato dal notaio
Antonio Lelli di Giulia in
data 9/02/1859. Comparve
come rappresentante legale
della congregazione, per
ricevere la donazione, lo
stesso p. Fausto. Il Cozzi
come unica contropartita
alla donazione chiedeva a
questi di essere annoverato
tra i benefattori negli
“annali” della
congregazione, riservando
tuttavia a sé e agli eredi
aventi diritto il possesso
del ritiro e dei terreni
fino alla concorrenza del
valore dei circa tremila
ducati spesi per la
costruzione del fabbricato e
per il restauro della
chiesa: “ed ove avvenisse la
soppressione del Ritiro (che
Dio non voglia) possa il
donante, e suoi eredi
riprendersi oltre del
terreno donato anche la
porzione indicata di
fabbricato sino alla
concorrente somma circa di
ducati tremila da lui spesi
mediante apprezzo da farsi
da probi periti agrimensori”.
-
Poiché il preposito generale
ritenne che la dotazione
patrimoniale non era
sufficiente, invitò il
sindaco di Giulianova a
potenziarla. Il consiglio
comunale accolse questa
richiesta con la
deliberazione del
28/02/1859, cedendo alla
Comunità religiosa un orto
dell’estensione di 1
tomolata, 2 quarte e 3
misure (pari a 65 are e 47
metri quadri).
Il ritiro iniziò a
prosperare, passando nel
1863 a 11 religiosi (di cui
6 sacerdoti e 5 laici
professi) e nel 1866 a 12
(di cui 6 sacerdoti e 6
laici professi).
Meritoria fu l’attività
svolta, sotto il profilo non
solo educativo e pastorale,
ma anche sociale, per
l’assistenza prestata ai
poveri di Giulianova e dei
paesi vicini.
-
Nonostante questa
benemerenza, i pp.
passionisti fin dal 1863
attraversarono un periodo di
denigrazioni e di vessazioni
perpetrate nei loro riguardi
dal municipio stesso,
costituito, dopo l’unità
d’Italia, da liberali
animati in gran parte da
accesi atteggiamenti
antiecclesiastici. Il
contesto politico nazionale
era caratterizzato da un
clima di ostilità verso la
Chiesa, sospettata di
sostenere e favorire la
reazione borbonica. Si pensi
al ferreo controllo al quale
fu sottoposto il clero dal
ministero dell'interno e
all'arresto di molti
vescovi, tra i quali, a
Giulianova nel luglio del
1860, quello aprutino, mons.
Michele Milella, accusato di
cospirazione contro il
governo nazionale, prima
imprigionato a Napoli e poi
avviato al domicilio coatto
nel convento domenicano di
Genova fino al 1866.
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I pp. passionisti in data
8/01/1864 inviarono un
esposto al prefetto di
Teramo per lamentare che,
secondo alcune voci, il
comune di Giulianova li
aveva dichiarati “privi di
ogni titolo di benemerenza
verso quel Municipio”.
Le voci erano fondate perché
il consiglio comunale nella
seduta del 12/12/1863 aveva
deliberato a maggioranza
quanto segue: “Il Consiglio
avendo esaminato che
l’ordine dei Passionisti non
possiede fatti, che
costituiscono titoli di
universale compiacimento, a
maggioranza è stato
dichiarato non benemerito”.
I religiosi espressero
disappunto e meraviglia per
la “risoluzione contraria, e
totalmente opposta alle
antecedenti, nelle quali
furono qualificati utili e
benemeriti, e trovati degni
della donazione gratuita del
terreno comunale, richiesto
senza che un motivo nemmeno
di utilità si poteva
intravedere”.
-
Poiché il comune intendeva
riprendere il possesso del
terreno donato nel 1860,
allo scopo di creare
difficoltà alla comunità
religiosa, quest’ultima si
appellò al prefetto di
Teramo al quale chiesero di
intervenire a tutela dei
suoi legittimi interessi:
“Si augurano quindi gli
umili supplicanti che sia a
loro resa giustizia dalla
illuminatezza e rettitudine
conosciuta di vostra
Signoria Illustrissima”.
Il prefetto deferì l’istanza
dei religiosi alla
Commissione demaniale
provinciale dalla quale,
come è annotato nel primo
foglio dell’esposto, fu
“rigettata”.
Pertanto il comune si sentì
autorizzato ad avviare la
procedura di
riappropriazione del
terreno, di per sé
illegittima, perché
contravveniva a quanto
stabilito dal richiamato
atto del notaio Lelli. La
decisione della Commissione
suscitò una vasta reazione
popolare a difesa dei
passionisti, ai quali
venivano riconosciuti
notevoli meriti sotto il
profilo morale e sociale per
l’attività svolta nel campo
dell’istruzione e
dell’educazione, nonché per
la già evidenziata
assistenza ai poveri. Il
30/12/1863 settanta
cittadini sottoscrissero un
esposto al prefetto di
Teramo, articolato in
quattro punti, nei quali
illustravano, con dovizia di
dati, l’opera dei religiosi,
attestando “che la
Congregazione de’ Padri
Passionisti sono (sic)
benemeriti alla Patria”.
Le motivazioni addotte sono
così esposte: “1° per la
loro vita pura e intemerata:
la loro morale edifica il
prossimo, dove prende norma,
e regola la loro condotta di
vita; 2° per la loro assidua
istruzione al popolo:
difatti ogni domenica, e
quando possono, spiegano la
divina parola, raccomandano
la pace, ed ubbidienza alle
leggi, l’amor divino, e
l’amore al governo,
insegnano ai ragazzi la
dottrina cristiana, secondochè ha ordinato il
Ministro di pubblica
istruzione; 3° perché
dividono i loro cibi co’
poveri, e abbenchè siano
privi di ricchezze, pur
apprestano una parte di loro
alimenti a quelli che hanno
fame”.
I firmatari concludono
l’esposto con il seguente
appello: “I sottoscritti per
le esposte ragioni domandano
dalla giustizia e gran
saviezza del Sig. Prefetto,
a voler conservare la detta
Congregazione”.
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Il ritiro dei pp.
Passionisti
(fabbricato a
sinistra)della SS.
Annunziata di
Giulianova.
Elaborazione del
prof. Sergio
Censasorte |
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La petizione popolare fu
accolta dal prefetto perchè,
pur personalmente favorevole
alla decisione municipale,
temeva che l’esecuzione di
quest’ultima avesse potuto
turbare l’ordine pubblico. I
passionisti poterono
continuare il loro
apostolato, conservando gli
immobili di cui erano in
possesso. La loro preziosa
attività, però, era
destinata a durare per due
anni ancora, poiché si
profilava all’orizzonte
l’estensione nel territorio
nazionale della legge del
29/05/1855, che nel regno di
Sardegna, su proposta del
Rattazzi, durante il
gabinetto Cavour, aveva
soppresso le corporazioni
religiose, alienandone i
beni. Il terreno era stato
preparato già con il decreto
luogotenziale del
17/02/1861, applicato all’ex
regno delle due Sicilie, che
ordinava la progressiva
cessazione di tutti gli
ordini monastici come enti
morali, ad eccezione di
alcuni, che furono elencati
nel R. D. del 13/X/1861,
promulgante il
Regolamento attuativo
del provvedimento
governativo.
A Giulianova questa prima
soppressione risparmiò sia i
passionisti che i
cappuccini: solo una parte
del convento di questi
ultimi, come attesta lo
Stato generale di tutti i
locali appartenenti a R.
Demanio del 23/11/1863,
fu adibito a caserma
provvisoria per i gendarmi a
cavallo.
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La situazione diventò
sfavorevole, allorché, nel
corso del 1866, il governo
Ricasoli, sospinto
dall’ondata crescente di
anticlericalismo, riacceso
dall’enciclica Quanta
cura (1864) di Pio IX,
fece approvare dal
parlamento la legge che
sopprimeva le corporazioni
religiose (n. 3036 del
7/07/1866) e quella relativa
alla “liquidazione dell’asse
ecclesiastico” (n. 3848 del
15/08/1867), consistente
nell’incameramento dei beni
appartenenti agli enti
religiosi soppressi da parte
dello Stato (fatta eccezione
per il patrimonio
immobiliare appartenente
alle parrocchie, ai
vescovadi e ai seminari, in
quanto indispensabile per le
pratiche del culto e per
l’istruzione). Per avere
un’idea degli effetti
conseguenti alla
soppressione, si forniscono
i seguenti dati: furono
eliminati, nel 1866, 2.300
enti ecclesiastici, che
diventarono oltre 28.000 nel
1867 (per un totale di
30.300 case religiose).
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Dopo questa breve parentesi
torniamo alla vicenda dei
passionisti. Già prima che
la legge fosse approvata, il
ministro dell’interno aveva
diramato circolari, che
ordinavano ai prefetti di
iniziare le operazioni di
ricognizione e perquisizione
dei conventi e luoghi
religiosi soggetti alla
soppressione.
Il prefetto di Teramo emanò
un’ordinanza il 27/05/1866,
che delegava Ottaviano
Mancini, in qualità di
“Ufficiale di pubblica
sicurezza addetto in
servizio presso la R.
Prefettura di Teramo a
perquisire il Convento dei
Passionisti del detto Comune
[Giuhanova], ed in pari
tempo a disporre l’invio dei
componenti esso Convento in
quello di S. Angelo a Cupolo
(Benevento), ove fu
superiormente disposto il
loro concentramento ovvero
ad inviarli nel domicilio
che essi fossero per
scegliere”.
-
Il predetto delegato,
accompagnato da Flaviano De
Luca, ricevitore del demanio
e tasse di Giulianova, e
scortato da due “Guardie di
pubblica sicurezza e
dell’Arma dei Reali
Carabinieri in stazione nel
Comune in parola”, si recò
il 28/05/1866 nel ritiro
dell’Annunziata, dove chiese
di conferire con il rettore,
p. Dionisio di S. Bernardo (Santori
Lorenzo [1811- 1868]), per
notificargli l’ordinanza
prefettizia.
Così relazionò il Mancini:
“Notificato al medesimo lo
scopo della nostra visita, e
la necessità di far riunire,
e guardare in una sola
stanza tutti i religiosi,
per la buona riuscita delle
nostre operazioni, egli,
senza oppone veruno ostacolo
alla richiesta, vi aderiva,
a suo malcuore, assistendovi
personalmente”.
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Furono perlustrate le celle
dei religiosi, nelle quali
non fu “rinvenuto - scrive
il Mancini - alcuno oggetto
influente a reato”.
Alla richiesta della
località dove intendevano
recarsi, i religiosi, che
erano dodici (di cui sei
sacerdoti e sei “laici
professi”), indicarono S.
Angelo a Cupolo, in
provincia di Benevento:
“Indi avendo interpellato
ciascuno dei religiosi, che
ascendono al numero di
dodici, dei quali sei
sacerdoti, e sei laici tutti
professi, intorno alla
scelta del loro domicilio,
tutti han risposto di
volersi trasferire in S.
Angelo a Cupolo, luogo
stabilito per il loro
concentramento”.
-
I religiosi, che dimoravano
nel ritiro all’atto della
perquisizione, erano i
seguenti, come risulta in un
Notamento, redatto
dallo stesso Mancini, e
allegato al verbale: p.
Dionisio di S. Bernardo
(Lorenzo Santori), rettore;
p. Attanasio di Gesù
Nazareno, vicario; p.
Gaudenzio di S. Luigi (Luigi
Ciarlone); p. Luigi della
Passione (Giambattista
Pietropaolo); p. Mansueto di
Maria SS. (Domenico
Angelici); p. Federico
dell’Assunta (Federico
Caproni); fra Lorenzo di
Maria SS. (Serenelli
Giuseppe); fra Emidio di S.
Vincenzo (Vincenzo Carli);
fra Angelo di S. Giovanni (Gio.
Antonino Mammino); fra Luigi
di S. Vito (Tito Lorenzetti);
fra Angelo Antonio di S.
Luigi (Luigi Tomei); fra
Felice di Maria SS.
(Giuseppe Baldini).
-
In una nota del 29/05/1866,
indirizzata al prefetto, il
Mancini, nel trasmettere il
verbale, aggiunse alcune
motivazioni
sull’atteggiamento dei
religiosi e sulle reazioni
suscitare dalla soppressione
del ritiro
negli ambienti politici
giuliesi. Dichiara, intanto,
che per ragioni di
sicurezza, aveva fatto
circondare il ritiro dai
carabinieri, “senza che si
fosse verificato alcun
inconveniente”. Aggiunge che
i frati, pur con “la massima
rassegnazione”
manifestarono segni di
protesta: “Nel mentre i
frati protestavano contro il
temperamento adottato al
loro riguardo, pure lo
subivano con massima
rassegnazione”. La
soppressione del ritiro,
annota il Mancini, “venne,
dai pochi liberali di questo
Comune, appresa con
soddisfazione, ma non così
dai borbonici-clericali, che
non mancarono di muovere la
consueta censura contro il
governo, segnatamente le
pinzochere, talune delle
quali, nel momento della
perquisizione, recaronsi a
versar lagrime presso le
mura del chiostro, d’onde
furono immediatamente
allontanate”.
-
Dalla nota si rileva che la
mattina del 29 maggio
partirono i primi nove
religiosi, diretti verso S.
Angelo a Cupolo, ai quali il
ricevitore del demanio e
delle tasse consegnò 10 lire
“a titolo d’indennità di
viaggio”. Il Mancini così
commenta: “e comunque la
somma fosse tenuissima, pur
venne con piacere accettata
dai frati, i quali peraltro
non mancarono d’esser bene
forniti di denaro,
quantunque mendicanti”.
Sempre nello stesso giorno
il ritiro, la chiesa e
l’orto furono affidati dal
ricevitore, a titolo di
consegnatario, a tal Antonio
Pedicone, che prese atto
della consistenza
patrimoniale esistente,
compreso “l’inventario della
biblioteca, composta da
quarantacinque opere di poco
conto”, e quello relativo
agli arredi sacri e ai
mobili.
Il terreno, donato dal
comune, passò nella
proprietà di quest’ultimo
nel gennaio del 1867, come
si ricava da una lettera del
20/03/1867, inviata
dall’assessore ff. di
sindaco D. Cavarocchi al
prefetto di Teramo.
-
Lo
stesso comune con
deliberazione del 14/07/1867
stabilì di accettare la
cessione in enfiteusi
dell’ex ritiro, che era
tornato nella proprietà
degli eredi di don Valentino
Cozzi, per “addirlo ad uso
di quartiere per le truppe
che giornalmente qui
transitano, mercè l’annua
corrisposta di lire
cinquanta, netta da ogni
peso governativo”. Infine
stabilì di prendere in
carico anche la chiesa della
SS. Annunziata, provvedendo
alle spese di culto e
officiatura, “semprechè gli
si concedono tutti gli
arredi attualmente ivi
esistenti”.
Prima che il comune
prendesse in uso l’ex
ritiro, il preside-rettore
del Liceo ginnasiale di
Teramo, Carlo Marenghi,
aveva chiesto al prefetto di
Teramo con lettera del
3/06/1866, di “ottenere a
censo il convento degli ex
Passionisti di Giulianova,
nel fine di trasportarvi
quivi a villeggiare nella
stagione estiva ed autunnale
gli alunni del Convitto”.
La richiesta, pur accolta
dal prefetto, che rispose al
preside con lettera
dell’11/06/1866,
non ebbe seguito, perché,
come si è visto, l’ex ritiro
fu utilizzato esclusivamente
dal comune di Giulianova.
|
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Alla memoria |
|
del p. Giuliano della Madre
della Misericordia |
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(Montesi [1913-1983]) |
|
passionista indimenticabile per
la spontanea |
|
e fraterna umanità. |
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APPENDICE DOCUMENTARIA
-
Delibera del Consiglio
comunale del 12/12/1863
-
“L’anno mille ottocento
sessantatrè il giorno dodici
dicembre. Si è riunito il
Consiglio in sede ordinaria
per proroga accordata dalla
Deputazione provinciale. Il
Presidente ha dichiarato
aperta la discussione
intorno il seguente oggetto
posto all’ordine del giorno,
essendo legale il numero dei
Consiglieri intervenuti
nella persona dei Signori
Del Vescovo, Zacchei,
Mancini, De Luca, De Rossi,
Trifoni, Morriconi, De
Bartolomeis, Cavarocchi,
Massi e Bucci Sindaco
Presidente.
-
Per l’ordine dei Padri
Passionisti
-
Il Consiglio avendo
esaminato che l’ordine dei
passionisti non possiede
fatti, che costituiscono
titoli di universale
compiacimento, a maggioranza
è stato dichiarato non
benemerito. Datasi lettura,
è stato approvato e
sottoscritto dal Sindaco,
dal Consigliere anziano e
dal segretario. Firmati V.
Bucci Sindaco, R. de
Bartolomeis Consigliere, F.
De Maulo Segretario”.
-
Delibera del Consiglio
comunale del 12/12/1863
-
“L’anno mille ottocento
sessantatrè il giorno dodici
dicembre. Si è riunito il
Consiglio in sede ordinaria
per proroga accordata dalla
Deputazione provinciale. Il
Presidente ha dichiarato
aperta la discussione
intorno il seguente oggetto
posto all’ordine del giorno,
essendo legale il numero dei
Consiglieri intervenuti
nella persona dei Signori
del Vescovo, Zacchei,
Mancini, De Luca, De Rossi,
Trifoni, Morriconi, De
Bartolomeis, Cavarocchi,
Massi e Bucci Sindaco
Presidente.
-
In ordine il Convento dei
Cappuccini.
Il Consiglio ha preso
conoscenza della circolare
del Sig. Prefetto della
Provincia in data 10
corrente n. 2003, 6^
DivisioneI, per
la lettura data dal Signor
Presidente, ed ha
deliberato. L’esistenza di
un Convento dei Cappuccini,
in tempo remotissimo, e
soppresso nella militare
occupazioneII,
risvegliò in questo popolo
il desiderio di ripossederlo,
ben minore di tutto il bene
che qui i Padri prodigavano
ad ogni classe di Cittadini,
e specialmente alla
bisognosa, ed affidar loro
come pegno di amorevole
ricordanza la custodia del
Tempio di nostra Donna,
quasi abbandonato, e
sostenere qualche devozione
per lo lungo svolgere di
anni non ha (sic) mai
mancata, nè mai si è
affievolita. Nel 1848 quando
il libero Regime fu ingoiato
dalla voragine della
tirannia, le catene furono
ribadite, e gli ergastoli, e
gli esilii i donativi di
quell’epoca, quel Pio luogo
riedificato dalle macerie
quasi per incanto, accolse
nella sua nuova non pochi
perseguitati dalla borbonica
sbirraglia, e condotti da
quei Padri a luogo di
salvezza. Invitati a
testimoni nelle politiche
processure impresero la
difesa di gementi nelle
prigioni, non calcolando le
prospettive dei disagi, e la
perdita della grazia del
Novello TiberioIII.
Alcuni religiosi furon visti
in mezzo al popolo, ed
appressarsi all’urna nel
giorno del plebiscitoIV.
Acclamaron il Re d’Italia
nel suo primo ingresso in
questa Provincia, ed alla
Sovrana presenza cui furono
condottiV,
attestarono il loro consenso
alla nuova forma
governativa, e dichiararono
gratitudine somma all’autore
del risorgimento della
Penisola. Quella Chiesa ha
ricevuto le autorità tutte
nelle feste civili,
innestandovi le sacre
funzioni. Qui i Religiosi
apprestavano sacramenti e
cristiane cure agli infermi.
Quello stabilimento ha
fissato giorno della
settimana per dividere col
povero l’alimento che
guadagna dal ricco. Qui i
Religiosi istruiscono i
figli del popolo, e
propugnano il Regime
Costituzionale, e l’Unità
italianaVI.
Questo stabilimento accoglie
viandanti che non hanno
recapiti in Paese, e non ha
mai rifiutato alloggio agli
Uffiziali della nostra
armata. Quei Religiosi,
infine, di semplici costumi,
addimostrano la loro
simpatia ed il loro affetto
a Vittorio Emanuele quando,
venuto per inaugurare il
tronco di ferrovia per
Foggia, adornarono la torre
del campanile con vaghissima
illuminazione da essere
rimarcata dalla maestà del
Re, e dai componenti il
Reale CorteggioVII.
Sono queste le espressioni
del Paese raccolte dalla
Rappresentanza Municipale, e
come chè costituiscono
titoli universalmente
ricevuti, il Consiglio
comunale all’unanimità ha
deliberato che l’ordine de’
Cappuccini in Giulianova ha
tali specialità di fatti,
che viene dichiarato
benemerito. Datasi lettura,
è stato approvato,
sottoscritto dal Sindaco,
dal Consigliere anziano, e
dal Segretario. Firmati V.
Bucci Sindaco, R. De
Bartolomeis Consigliere, F.
De Maulo Segretario”.
-
-
NOTE
-
I
Si tratta della circolare
prefettizia del 10/12/1863,
che applicava nella
provincia di Teramo il
disposto della legge n. 251
del 17/02/1861, concernente
la “soppressione delle
Comunità e degli ordini
religiosi nelle province
napoletane”, estendendo
nell’ex Regno delle due
Sicilie la legge del
29/05/1855 del Regno di
Sardegna, come era stato
fatto per l’Umbria
l’11/12/1860 e per le Marche
il 3/11/1861. Il Prefetto
invitava i Comuni ad
indicare quali ordini
religiosi, nell’ambito dei
loro territori, vantavano
titoli di benemerenza ai
fini di un’eventuale
esclusione della
soppressione da parte del
Ministro dell’Interno.
L’attestato positivo del
Comune non valse a
scongiurare la soppressione
del Convento dei Cappuccini
nel 1866 (restarono nel pio
luogo solo un sacerdote come
“custode”, e un laico [si vd.
A. Bianchetto, 1557-1999:
Il Santuario della Madonna
dello Splendore, in “ La
Madonna dello Splendore”, n.
18,Giulianova a. 1999, p.
17]).
-
II
Il Consiglio confonde i
Celestini con i Cappuccini.
I primi abitarono il
Convento fin dal 1547, come
attesta un documento
risalente al 20/05/1547. La
soppressione, dovuta
all’”occupazione militare”
(cioè all”invasione
francese”), fu determinata
dalla legge 13/02/1807 e
7/08/1809. I Cappuccini
presero possesso del
Convento nel 1846, dietro
richiesta del Comune di
Giulianova presentata al Re
delle due Sicilie nel 1844
(si vd. G. Di
Giannatale, Santuari
mariani nella Provincia di
Teramo, in “Notizie
dell’economia teramana”, n.
1-2-3, 1990, pp. 52-53).
-
III
Allude all’atto fedigrafo di
Ferdinando II, che troncò il
governo costituzionale,
sciogliendo il Parlamento, e
dando luogo ad una dura
reazione antiliberale (negli
anni 1849-51 furono
condannati nei”bagni penali”
ben 20.000 patrioti).
-
IV
Il plebiscito si svolse nel
Regno delle due Sicilie il
21/10/1861. V
Il Consiglio si
riferisce alla presenza a
Giulianova del Re Vittorio
Emanuale II il 15/X/1860,
dove fu ricevuto dal
Governatore de Virgilii, dal
Generale Mezzopreti, dal
Sindaco di Teramo, Vincenzo
Irelli, e dal Generale
Veltri, ancora in divisa
borbonica (si vd. R. Cerulli,
Giulianova 1860,
Teramo 1968, pp. 167-171) Il
Re, com’è noto, era diretto
a Teano, dove incontrò
Garibaldi il 26/X/1860 (si vd. D. Giampietro, Cenni
storici, in
Monografia della Provincia
di Teramo, vol. II,
Teramo 1896, p. 156).
-
VI
I Cappuccini descritti dal
Consiglio sono i cosiddetti
“nazionali”, in quanto
avevano sostenuto il
processo unitario e
manifestato sentimenti
liberali. Non tutti i
religiosi ebbero questo
orientamento. I Minori
Osservanti della Madonna
delle Grazie di Teramo, ad
esempio, si divisero tra
“nazionali” e filoborbonici:
tra i primi era noto il P.
Luigi da Castilenti,
mazziniano, tra i secondi il
P. Serafino da Miano, che
avversava il governo
unitario (si vd. Renato
D’Ambrosio, La Chiesa, il
Convento e i frati della
Madonna delle Grazie di
Teramo negli anni dal 1861
al 1867 durante il periodo
della seconda soppressione
degli Ordini religiosi in
Italia, in “Abruzzo”, n.
3, 1964, pp. 378-379). I
Cappuccini di Giulianova,
stando alle dichiarazioni
consiliari, non conobbero
nel loro seno
contrapposizioni politiche.
-
VII
La tratta ferroviaria che
collegava Ancona ad Ortona e
quest’ultima a Foggia fu
inaugurata il 9/11/1863 da
Vittorio Emanuele II, il
quale, come narra la
delibera consiliare, dal
litorale di Giulianova potè
ammirare le luminarie fatte
collocare sul campanile
della Chiesa della Madonna
dello Splendore dai PP.
Cappuccini (si vd., per
l’attivazione della linea
Ancona/Foggia, A. Cioci,
Storia delle ferrovie in
Abruzzo dalle origini ai
giorni nostri, A. Polla
Ed., Cerchio, 1997, p. 23).
NOTE
Si vd. p. Teotimo
passionista, Storia
del Convento di S.
Gabriele, Ed. Eco,
S. Gabriele 1969, pp.
25-32. Il Ricciardone fu
vescovo delle diocesi di
Penne e Atri dal 1818 al
1847. L’apertura del
ritiro ebbe luogo il
10/06/1847 sotto il
vescovo Vincenzo
d’Alfonso (1847-1880).
Si vd. l’esposto dei pp.
passionisti del ritiro
di Giulianova, datato
l’8/01/1864, al prefetto
di Teramo (Archivio di
Stato di Teramo- d’ora in
poi AST-, Prefettura,
II/6, B. 1, f. 3). Sulla
chiesa di S. Maria a
Mare, conosciuta come
l’Annunziata, situata
nei pressi dell’incrocio
tra la SS. 16 e la SS.
80, si vd. P. Rasicci,
Giulianova, storia
-
arte - cultura - economia
-
turismo, Giulianova
1997, pp. 26-32;
Giulianova, la Posillipo
degli Abruzzi,
Edizione librarie
siciliane, rist.
patrocinata dalla bibl.
civ. “V. Bindi” di
Giulianova, 1984, pp.
11-12.
Sul Cozzi, che godeva
della “rendita di un
piccolo vescovado”, si
vd. R. Cerulli,
Giuliavova 1860,
Teramo 1968, pp. 44-45.
Da un Liber
matrimoniorum dal 1850
al 1875 risulta che
il Cozzi era “dottore in
teologia” (si vd. C.
Falini, L’Archivio
parrocchiale della
Chiesa di S. Flaviano - I
registri dei matrimoni,
in “La Madonna dello
Splendore”, n. 25,
Giulianova 22/04/2006,
p. 19).
Si vd. lo Stato
nominativo dei Religiosi
esistenti nel Convento
dei Passionisti di
Giulianova,
compilato dal Mancini il
28/05/1866 (AST,
Prefettura, II/6, B.
1, f. 12). Da una
Statistica del Convento
dei Padri Passionisti
redatta dal Sindaco di
Giulianova V. Bucci il
10/01/1864 si rileva che
a tale data al posto del
p. Gaudenzio figurava il
p. Pasquale
dell’Immacolata
Concezione e, inoltre,
come settimo, tra i
Sacerdoti, il p.
Apollinare di S.
Francesco (AST,
Prefettura, II/6, B.
1, f. 10).
Cfr. AST, Prefettura,
II/6, B. 1, f. 205. La
richiesta del Preside-Rettore è riportata dal
Direttore delle Tasse e
del Demanio di Teramo in
una nota del 5/06/1866
per il Prefetto.
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