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CIAO “DOM” HAI FINALMENTE TROVATO LA STRADA |
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di
Leo Nodari |
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Nella mia meravigliosa vita ho conosciuto un
profeta con lo spirito di poeta, il
parlare tranquillo dei saggi, la cultura
del fine intellettuale, la forza
dell’innamorato e un cuore immenso di
padre e di madre, di pastore. E’ morto
questa mattina. Sabato 23 maggio. Lo
stesso giorno di Giovanni Falcone. Un
altro profeta di giustizia.
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E’ morto Padre Serafino Colangeli.
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È stato sicuramente un grande profeta del nostro
tempo e sarà ricordato come un dono di
Dio agli uomini e donne della nostra
epoca. Come poche persone Padre Serafino
ha amato i bambini, gli umili, i
"semplici" di cuore, impegnando tutte le
sue energie per stimolare la
testimonianza della solidarietà e gli
esclusi a essere protagonisti del loro
"riscatto" sociale.
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Un giorno mi disse: "Vorrei essere una semplice
pozzanghera per riflettere il cielo. Ma
non ci riesco. Troverò prima o poi la
strada per il cielo ?"
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Ecco “dom” l’hai trovata!
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Lo chiamavo “dom” come Helder Camara. Solo io lo
chiamavo “dom”. E quando lo facevo a lui
brillavano gli occhi e sorrideva. Sempre
faceva finta di rimproverarmi “Non mi
paragonare a Camara non sono che un
semplice frate” diceva. Però gli faceva
piacere.
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Sono vissuto ed ho lavorato con lui per molti
anni e posso testimoniare che padre
Serafino, “voce dei senza voce” fu
veramente un dono di Dio.
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Seguace del Concilio, appassionate seguace di
Paolo VI, padre Serafino fu tra i
promotori della "Chiesa dei poveri",
attenta al grido di giustizia delle
fasce più umili della popolazione.
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Con lui ho capito che il progetto di Dio è il
servizio ai più poveri, agli ultimi, e l'unità delle
religioni e delle culture in funzione della pace e
della giustizia per la terra.
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Non so come e dove sarei finito se nel 1985 non
avessi incontrato questo fraticello. Non so come e
dove sarebbe finita. Quello che so è che l’impatto
con l’Etiopia del Sahel e le favelas brasiliane in
quegli anni erano state un impatto troppo forte per
me e la mia coscienza che chiedeva e voleva
giustizia. A tutti i costi. E le strade per avere
giustizia a quei tempi erano solo due. Incanalare le
energie verso il cammino della compassione. O verso
il cammino della violenza.
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Quel frate così apparentemente debole,
apparentemente fragile, apparentemente stanco, in
quei saloni così vuoti del Centro San Francesco, mi
fecero pensare che li ci fosse bisogno di me.
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“Ok ti do una mano qualche giorno” gli dissi.
“Solo qualche giorno, sia chiaro. Ho altro da fare”
Non era vero. Non avevo niente da fare se non
portare la mia rabbia in giro per il mondo.
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Sono rimasto per anni. Tanti. Forse troppi. Due
caratteri così forti come il mio ed il suo per anni
si sono attratti e si sono respinti. Non potevano
amarci e non potevamo non amarci. Lui voleva che si
facesse come diceva lui. Io volevo fare come pensavo
io.
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Quando chiuse le case famiglie e in modo
particolare la “mia” casa famiglia di via Tasso,
dietro l’ospizio marino, e non volle sentire le mie
ragioni contro l’ospedalizzazione dei ragazzi a
vantaggio di un'assistenza personalizzata capii che
il mio tempo era terminato.
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Non avrei più potuto accompagnare, non avrei mai
più visto Pippo, Rocco, Claudio, Gianni e gli altri
nelle sale gioco, nei bar, nei teatri ai concerti.
Era e fu il tempo di andare a cercare altre vie.
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Negli anni ’80 accompagnandolo la sera
dall’Istituto Piccola Opera Charitas da lui fondato
con la Sig.na Antonietta Girardi, che mai andrebbe
dimenticata, fino al Convento dove tornava solo per
dormire e dire messa più volte lo sentii dire: "Le
religioni devono dialogare e camminare insieme per
essere la coscienza etica dell'umanità e il grido
pacifico degli impoveriti".
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Anni in cui la Chiesa era assai lontana da
questi concetti di apertura. Che furono poi di
Giovanni Paolo II, che ebbero il loro culmine
nell’incontro per la pace di Assisi del 27 ottobre
1986 dove andammo insieme io e lui. E che oggi sono
scomparsi.
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In quegli anni presso i saloni meravigliosi del
Centro Culturale San Francesco desiderava riunire
gruppi e persone affamati e assetati di giustizia
dicendo loro che, anche se pochi e deboli, avevano
un'immensa fecondità. Li chiamava "minoranze
abramitiche".
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Mi ricordo il suo modo di essere “frate”. Aveva
un funzione propria e personale di profeta, con la
sua autorità morale e la sua responsabilità di
pastore, senza tuttavia mai imporsi a nessuno. Una
volta, ho visto un prete ringraziarlo per il fatto
che non aveva mai assunto un atteggiamento
autoritario o di rifiuto di qualcuno, nemmeno se
questo lo aveva criticato apertamente o si era
mostrato suo avversario.
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E di nemici di ebbe parecchi. Anche all’interno
della sua Chiesa. Uomini da poco. I soliti.
Ominuncoli buoni solo per criticare. Di quelli che
incapaci di fare provano a distruggere. E che
soprattutto soffrono l’ombra di persone così grandi,
così vere, così forti, così capaci, così profetiche
e capaci, così piene di luce.
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Cose grandi che Lui realizzò rifuggendo ogni
pompa ecclesiastica ed insieme ogni tentazione
paternalistica di potere. Il suo terreno
privilegiato rimase quello dell'azione concreta,
della condivisione "libera e liberatrice", della
parola che rompe il silenzio e porta conforto.
Qualsiasi fosse il peso da sopportare. Per questo i
tanti "deserti" che Serafino nel corso della sua
vita ha dovuto affrontare, non sono mai stati il
cimitero della speranza.
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Questo frate dall’apparenza modesta,
intelligente come pochi, furbo, colto ma accogliente
e attento, nella quale convivevano il contemplativo
e l’organizzatore efficiente, il mistico e l’oratore
acceso, il sognatore e il pragmatico, si forgia a
partire da alcune decisioni, apparentemente
semplici.
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Il 27 agosto 1999, giorno della morte di dom
Helder Camara, mi chiamò e mi svelò il suo segreto:
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Il mio ultimo ricordo e di una figura curva.
Stanca. Debole. Malata. Tutto ciò che “dom” non era
mai stato. Mi disse: "Abbiamo ancora molte cose da
fare. Ci sono molte cose da fare per rimettere il
mondo in ordine. Con le poche forze che ci restano,
continueremo a combattere contro la miseria".
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Se potesse, “dom Serafino” ai tanti che vengono
a trovarlo oggi ripeterebbe quello che proclamava
già trent'anni fa e che gli consentì di creare
quella opera meravigliosa che ha creato avviata con
l'aiuto di un esercito infinito di persone di buona
volontà che erano cresciuti avendo dinanzi l'esempio
di questo piccolo grande "fratello degli uomini".
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Questo umile ed instancabile "costruttore di
pace" che lascia in eredità alle generazioni future
non solo una importante struttura riabilitativa
all’avanguardia, ma soprattutto un’immagine di bontà
e di amoroso servizio ai bisognosi, se potesse
ripeterebbe: "Chi ha preso coscienza delle
ingiustizie coglierà le proteste silenziose dei
poveri. La protesta dei poveri è la voce di Dio".
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Ciao dom. Finalmente sei a casa. Finalmente
riposati un pò. O forse ancora una volta ci hai hai
ragione tu. Non vai a casa ma finalmente parti per
quei posti che hai sempre desiderato vedere. Ma
certo è così. Allora buon viaggio. E non ti
stancare. Che abbiamo ancora un sacco di cose da
fare!
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