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Pasqualino Chiappini |
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Pasqualino Chiappini, un
classicismo “denaturato”
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di
Aldo Marroni
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Il
“classicismo denaturato” di cui qui intendo parlare è quello di Pasquale
Chiappini. Chiappini è segretamente un pittore (ma egli rifiuta questa
definizione alta, per preferire quella di semplice e stupito
contemplatore-ripetitore dell’arte), che deve la sua notorietà
all’attività di aiuto bibliotecario presso la biblioteca civica “V.
Bindi” di Giulianova. Chiunque abbia frequentato gli antichi locali di
quella biblioteca, chiunque abbia avuto bisogno di un libro del lascito
Bindi (dal Palma al Coppa Zuccari) ha avuto rapporti con Chiappini (più
conosciuto con l’affettuoso diminutivo di Pasqualino), rimanendo colpito
dalla sua affabilità e disponibilità che caratterizza chi ama il libro e
la biblioteca dove lavora più della sua casa. Egli ha dunque praticato
una passione nascosta, ha amato occultamente i suoi miti pittorici, le
figure che ha creato e, sopra ogni cosa, l’impressionismo francese.
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Sarebbe facile qui fare mia la nota distinzione operata da Roland
Barthes tra pittori e dipingenti ed applicarla meccanicamente a
Chiappini. Non mi sembra che egli sia un “pittore” se intendiamo con
tale espressione un artista che ha raggiunto i picchi dell’eccellenza;
né mi convince, francamente, il semplice appellativo di “dipingente”,
insomma di “pittore della domenica”. E allora, dati tali presupposti,
perché scrivere su di lui e sui suoi lavori? Quale originalità dunque è
possibile leggere nei suoi quadri?
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Se
fosse un pittore dovrei dire con enfasi (utilizzando un frusto cliché
retorico) che è un grande artista il quale ha saputo interpretare
l’angoscia del genere umano ipotizzando una bellezza pronta a salvarci
dalla catastrofe.
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Se
fosse un dipingente dovrei dire che fa parte di quella pletora di illusi
che essendo venuti in contatto con una tavolozza hanno creduto di potere
emulare i grandi, facendosi come loro chiamare maestri (dimenticando il
senso della misura). Ma non si tratta né del primo né del secondo caso.
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Pasquale Chiappini, Rivisitazione di Renoir
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Chiappini non ha paura di nascondere i suoi debiti e le sue lacune tant’è
che i suoi modelli sono espliciti, chiaramente riconoscibili. Come ho
detto l’impressionismo francese lo ha da sempre affascinato, ne ha
ammirato i maestri e imitato le tecniche. Li ha tanto amati da
impossessarsi virtualmente delle loro opere, ma non così come esse si
presentano alla nostra stupita visione. Il suo impossessamento avviene
rinnovandone il senso, prendendone a prestito scorci, tonalità, figure e
ricontestualizzandole in modo da trarne nuove e personalissime
suggestioni visive.
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Il
lavoro che qui viene riprodotto è emblematico del trattamento cui ha
sottoposto l’opera di Renoir. Due quadri, due fanciulle pensate dal
pittore francese in solitudine, Chiappini le ricompone in un solo
contesto. A destra “Piccola bagnante bionda” (1887), a sinistra “Donna
che dorme” (1897). Le fa dialogare tra loro e poi le pone di fronte a
uno scorcio di mare dove solitaria si intravede una vela. La natura le
avvolge; non vi è salto o discontinuità tra il loro corpo e l’ambiente
circostante, tra la trasparenza della loro pelle e la lucentezza del
mare. Natura e soggetti umani sono un’unica cosa.
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Siamo
di fronte a due falsi che danno luogo a un quadro originale che spinge a
chiedersi il perché di una tale operazione. Ho pensato che Chiappini
abbia voluto “denaturare” questo suo approccio ai classici, non tanto
per divertire o dimostrare una perizia particolare. Direi che
l’operazione è l’effetto di un impossibile possesso, di un’impossibile
appartenenza. Giacché l’unica appartenenza concessa è quella con la
propria opera che nasce paradossalmente con la complicità di altri
autori chiamati a far parte di un ideale e personale simposio artistico.
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Da un
certo punto di vista quello di Chiappini è un gioco riuscito nel quale
la copia è sinceramente copia, dunque senza la pretesa di essere un
falso.
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E non
pensate di poter guardare i suoi quadri in qualche mostra. Pasqualino
non fa esposizioni, è un pittore privato. Vuole rimanere segreto e
occultamente partecipe di una comunità spirituale dedita anima e corpo
al culto delle belle forme.
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Estratto da “Piccola Opera Charitas Notizie” n.7, pp.63-64.
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