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Costanzo Trifoni
 
 

 

 
 
Costanzo Trifoni
Un ritratto di
Costanzo Trifoni giovane
 
 
Silvia Ricci, con il figlio Venturino
 
La moglie di Costanzo, Silvia Ricci,
con il figlio Venturino
 
     
Costanzo Trifoni
 
di Domenico TRIFONI
Il 05 febbraio 1873, una giornata di primavera e d’autunno insieme, emetteva il suo primo vagito Costanzo Trifoni, mentre per quel tragico destino che talvolta accomuna vita e morte, la madre, Costanza De Berardinis, moriva dandolo alla luce. Pianto e gioia, entrambi sommessi, pervasero quella antica casa in via Campocelletti.
Crebbe il bimbo insieme a Bonaventura, il fratello maggiore, nato significativamente due anni prima, quel 20 settembre 1870. Era la presa di Roma che fece gioire lo zio prete, il progressista canonico Biagio, fino a farlo ballare, a solo, nell’ampia sala, con la tonaca che roteando s’alzava, a glorificare il duplice felice evento. Un po’ meno gioiva il fratello, anch’egli di nome Bonaventura, felice neo-nonno, ma sconfitto ahimè perché ancora legato al regno di Napoli.
La vita di campagna, poi gli studi, anche la lingua latina, la licenza liceale e poi quella giovinezza spensierata, avventurosa, piena di sogni e di realizzazioni, che certi figli di agiate famiglie si potevano permettere.
Amante dello sport, al limite dello scapestrato, superava il fratello Ventura, che limitava i suoi svaghi alla sola caccia. Perciò i primi velocipedi furono suoi ed a 18 anni non si risparmiava per compiere quotidianamente la spola Colleranesco — Castelli, 58 km di strada, allora impervia, tutta sassi e buche e con una bici “leggera” di ben 38 chilogrammi.
Né si può sottacere per amor di verità, che a Castelli il richiamo di una bella fanciulla, era la spinta propulsiva che faceva sottovalutare la fatica a quel suo fisico atletico.
Il primo triciclo a motore, fu certamente il suo, e più tardi le automobili, dai motori capricciosi, che gli facevano preferire la carrozza a cavalli quando c’era urgenza d’arrivare in un posto. E fu anche suo il tentativo di costruirsi un aereo, in legno, ma le evidenti difficoltà lo portarono ad una opportuna rinuncia. Non desistette invece dopo il 1884, anno della inaugurazione della Giulianova — Teramo, dalle gare con la sbuffante locomotiva. Lui con il calessino, tirato dal valoroso Pizzingrillo, un cavallino sardo, diremmo un pony moderno, andato a comperare appositamente in Sardegna e condotto in nave (ma certo!) fino a Civitavecchia e poi a Giulianova.
E Pizzingrillo vinceva la spasmodica gara, per un pelo si, ma vinceva. Forse aiutato dalla comprensione dell’affumicato macchinista, che tra una palata di carbone, lanciata nel fuoco ed un fischio intimidatorio, riservava uno sguardo di comprensione al povero quadrupede. Chissà? Ma la sua vera passione, la bicicletta, lo portò frequentemente alla ribalta sportiva nazionale oggi, con lusinghiere citazioni, ricordato perfino su certi siti internet da appassionati ricercatori. E fu nel 1894 che a 21 anni prese parte alla gara internazionale su velocipede, la Milano — Monaco di 587 km.
Il diploma alla Corsa Milano - Monaco del 14 giugno 1894
 
Quanto impervio fosse il percorso, attraverso la catena alpina e quanto pesante quella bici, me lo sentii raccontare con estrema naturalezza e direi disinvoltura, io bambino, dalla sua viva voce.
Conservo quale prezioso cimelio il Diploma d’Onore “EHREN DIPLOM” datato: MONCHEN 14 Juni 1894 che, in lingua tedesca, asserisce aver “Herr Costanzo Trifoni Giulianova” guadagnato tra i 46 partecipanti, ben il 6° posto, coprendo il percorso in 36 ore, 9 minuti e 5 secondi, alla media di ben 16 km/h.
Imprese sinteticamente citate nel pregevole volume del nostro Riccardo Cerulli: GIULIANOVA 1860.
Nel 1897-98 il fidanzamento con mia nonna.
La ragazza, Silvia Ricci di Corropoli, era virtuosa e riservata fino all’estremo, ma certamente, innamorata dell’eccentrico giovane che le dedicava le sue attenzioni. E sapete come? A S. Benedetto del Tronto, in un villino adiacente la ferrovia adriatica, risiedeva d’estate con la sua famiglia, la bella ed onesta Silvia, appassionata di mandolino. A quei tempi le manifestazioni d’amore erano quasi proibite, e tanto più le intemperanze. Ed allora non rimaneva che prendere il treno a Giulianova con destinazione P.S.Giorgio, preavvertire con la complicità di qualche parente del suo passaggio all’ora stabilita e sventolare il fazzoletto sotto quel balcone, mentre lei ricambiava, e solo quel tanto da non sembrare impudente, con un timido, ma spontaneo gesto della mano, che quasi nascondeva la presenza di un più visibile fazzoletto. Era vero amore? Per l’epoca certamente si.
Nel 1898 il matrimonio e, non del tutto imprevedibile, il viaggio di nozze a Parigi, dove la sfida più spericolata attendeva la timida e trepida Silvia: una gita o meglio un volo sulla mongolfiera, che ai tempi, se non una tappa obbligata, era un’eccentricità degna di tutto rispetto. Per lei un impresa al di sopra del proprio coraggio, ma fedele e ossequiosa al suo uomo, che non volle deludere, pose il piede sullo sgabello e salì con l’animo in ansia sulla navicella che s’innalzò col suo pallone, a gara con la torre Eiffell, nata coi suoi 300 mt, appena 10 anni prima. Una prova d’amore e di assoluta dedizione.
E sulla via del ritorno un errore fatale! Una puntatina al famoso Casinò di Sanremo. Il fascino del tavolo da gioco, quel verde eccitante, sotto le luci dei sontuosi lampadari, l’ambiente stregato dalla fantasia di copiose quanto irreali vincite, avvinsero e colpirono il nostro Costanzo e forse per alcuni momenti la cara ed ingenua Silvia, che poco dopo, individuando nel diabolico tavolo verde una sorta di rivale, intuì il pericolo e lo strappò a fatica da quell’incantesimo. Ma solo provvisoriamente.
Purtroppo il morbo fatale del gioco d’azzardo era irrimediabilmente contratto e non lo abbandonerà per tutta la vita. Gli allori sportivi, seppur non completamente scomparsi, lasciarono il posto alle lusinghe delle carte che lo stregarono per tutta la sua vita, fino a dilapidare il patrimonio familiare.
Questa autentica malattia che lo condusse all’indigenza, gli diede tuttavia la falsa fiducia, insita in tutti i giocatori, di potersi rifare. Quel credere nell’impossibile rivalsa finale. E ci credeva. E su quel letto di morte, dove negli ultimi tempi aveva ritrovato Dio, con la conversione ispiratagli da un dotto passionista, mio amico di gioventù, Padre Filippo D’Amando, recentemente scomparso, ancora giocava a carte con qualcuno che per condiscendenza gli concedeva, come in un’allucinazione, la speranza di una rivincita.
E quante volte ho associato questa immagine pietosa ed irreale a quella del grande Vittorio De Sica che, in un indimenticabile film, intestardito e guidato dal demone del gioco vorrebbe sconfiggere, ma non ci riesce, la sfortuna, impersonata da quel bambino che acconsente, sia pure a malavoglia, al supremo inganno.
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