- I suoi
compiacimenti?
-
Anche se non se n’è
fatto mai vanto, pure questi principalmente tre:
-
−
l’aver lavorato con serietà e
professionalità;
-
−
l’aver versato i contributi ai propri
dipendenti;
-
−
l’essere stato, oltre che di buon
gusto e di buon cuore, anche di buon senso; vale a dire pragmatico,
concreto, realista.
- I ricordi
personali dello scrivente?
- Tanti.
Sono tanti perché nel suo negozio, oltre che andarci a portare i
rullini di diapositive da sviluppare e intelaiare, ci entravo spesso
e volentieri anche per scambiare “due chiacchiere”, trovandomi a mio
agio non soltanto con lui personalmente, ma pure con i suoi
familiari e con i suoi due suddetti dipendenti.
-
I ricordi vanno dai
succhi di frutta e dai “bicchieri d’acqua” servitici dal sempre
gentile e cordiale Sabino16
nella
“Pizzeria In”17,
agli argomenti di tecnica fotografica pratica e teorica, ai
ragionamenti sull’assurdità di chiudere il passaggio a livello, ai
“due passi” per via Nazario Sauro, ai racconti dell’ormai andata
gioventù, alla tangibile sensazione della progressiva diminuzione
delle forze fisiche e mentali… alla balordaggine dei “decreti
delegati”.
-
E a proposito di
questi ultimi mi piace riportare qui appresso una sintetica
ricapitolazione di quanto accaduto tra me e lui a “Zona Orti”18
sul nascere della nostra amicizia e a pochi mesi di distanza
dall’entrata in funzione di questo nuovo plesso scolastico.
-
Prima dell’inizio
dell’anno scolastico 1974-75, l’allora direttrice Margherita Rubei19,
per eliminare i doppi turni nel plesso “Acquaviva”, chiese alla
maestra Rosaria Ursini nata Sechini il favore di spostarsi per un
anno – con la propria classe composta di 30 alunni, dei quali faceva
parte anche Vittorio Sebastiani – da Viale Orsini a Zona Orti.
- Verso la fine del
mese di gennaio 1975, avvicinandosi il tempo della prima votazione
per l’elezione degli organi collegiali previsti dai cosiddetti
“decreti delegati”, la direttrice Rubei incaricò gli insegnanti del
II Circolo Didattico di Giulianova di riunire i genitori degli
alunni delle proprie classi per informarli sommariamente (al resto
ci avrebbero pensato i vari sindacati e i partiti, considerato che
le prime votazioni furono molto politicizzate) sullo spirito di
detti decreti e, quindi, sugli imminenti cambiamenti scolastici che
ci sarebbero stati; sulle scelte che avrebbero potuto fare; sulle
cariche che - volendo - avrebbero potuto ricoprire; sulle influenze
positive - o negative - che avrebbero potuto esercitare; sul ruolo
determinante - o apparente - che avrebbero potuto svolgere; sulle
prospettive di poter migliorare - o peggiorare - il rapporto
scuola-famiglia, scuola-enti, scuola-territorio, scuola-società.
-
Nel pomeriggio del
giorno convenuto per l’incontro, mentre salgo la seconda rampata di
scale, Bruno, che, con alcuni altri genitori, già stava sul
corridoio in attesa dell’arrivo della maestra del figlio, indicando
me e rivolto agli altri, esclama:
- Ah, ecco! Adesso
ci facciamo dire da lui quello che deve dirci la maestra e ce ne
andiamo via, senza stare a perdere tempo.
-
Poi, nel frattempo che
arrivo in cima alla rampa, chiama intorno a sé gli altri genitori e,
all’inizio del corridoio che debbo percorrere per arrivare nella mia
classe situata nell’estrema parte sud-ovest dell’edificio, mi fa
cenno con la mano di avvicinarmi a lui e contemporaneamente mi dice:
-
Vieni, vieni qui un
momento.
-
Dopo, quando mi ha di
fronte, mi chiede:
- Ma, dimmi un po’,
che cosa volete voi maestri che ci veniamo noi a fare a fare? Noi la
scuola non possiamo, sappiamo e non dobbiamo farla. Non possiamo
farla perché non abbiamo tempo, dobbiamo lavorare; non sappiamo
farla perché ci manca la professionalità, non dobbiamo farla perché
ci state voi, che siete pagati apposta per farla. Altrimenti, lo
Stato che vi paga a fare?
-
Un po’ ridendo, gli
dico:
- E chi te l’ha
detto che voi non sapete insegnare? Tu, ad esempio, con l’esperienza
che hai, una lezione di fotografia la faresti sicuramente più
attraente, esauriente e soddisfacente di me.
-
E lui, di rimando:
- Senti, un po’. Non
andiamo per le lunghe, ché posso perdere tempo, debbo andare in
negozio.
-
Incamminandomi, gli
dissi:
- E io debbo andare
nella mia classe.
-
Mi disse lui:
- Eh no! Non
scappare. “Nella tua classe, ci vai dopo che, in poche parole, ci
hai spiegato che cosa sono e che cosa vogliono i decreti delegati.
-
Siccome mancavano
ancora alcuni minuti alle 16, ora d’inizio dell’incontro, gli dissi
che i cosiddetti “Decreti delegati” erano delle leggi emanate dal
Governo per incarico del Parlamento.
- Sorridendo, disse:
- Questo l’abbiamo
capito. Non abbiamo capito invece cosa vogliono questi decreti e che
cosa volete voi maestri da noi genitori.
-
Gli dissi che,
personalmente – all’infuori di una corretta reciproca collaborazione
per il bene dei ragazzi – noi maestri, da loro genitori, non
volevamo proprio niente, ma che era lo Stato a volere che essi
entrassero a far parte attiva della nuova scuola per apportavi il
loro utile contributo.
- Bruno tentennò un
po’ la testa e disse:
- Questi
incompetenti di politici e sindacalisti, dopo aver rovinato la
giustizia e la sanità, si sono messi in mente di rovinare pure la
scuola.
- Più per non
dargli corda che per convinzione, gli dissi:
- Può essere, ma
l’entrata dei genitori nella gestione della scuola è da vedersi
soltanto dalla parte negativa. La vostra presenza scuoterà, la
rinnoverà, la modernizzerà…
- Stavo per
aggiungere “l’adeguerà alla vita moderna…, quando mi interruppe e
disse:
-
La nostra presenza la
farà diventare un casino dove non ci si capirà più niente. I
genitori, a scuola, ci devono andare solo per portarci i figli, non
per comandarci. La scuola la devono fare i maestri. Voi maestri la
dovete fare, non noi genitori. Altrimenti, voi che ci state a fare a
scuola? Solo per prendere lo stipendio?
-
Noi, i figli ve li
dobbiamo soltanto mandare e stare attenti a che siano educati e
rispettosi. Al resto – alla programmazione, allo svolgimento del
programma, alla valutazione del profitto, alla disciplina, alla
promozione, alla bocciatura – ci dovete pensare voi. Non potete
delegare noi a fare cose che non sappiamo e non possiamo fare.
-
Noi non possiamo stare
a perdere tempo con voi che, lavorate o non lavorate, rendete o non
rendete, il 27 andate sempre a riscuotere allo sportello. Noi,
invece allo sportello ci andiamo soltanto per pagare.
-
Per incassare, noi
dobbiamo lavorare, produrre, soddisfare, tollerare, sopportare la
gente che a volte ti fa girare proprio le cosiddette scatole e che,
nonostante tutto, devi sempre trattare con gentilezza e cortesia,
perché, altrimenti, non ci solo non ci torna essa, che, da un lato
potrebbe farti pure piacere, ma non ci fa venire neppure gli altri.
-
Gli dissi che ciò che
lui diceva era senz’altro sensato, ma che la scuola per stare al
passo con i rapidi cambiamenti della società aveva bisogno anch’essa
di rinnovarsi e che il nuovo il nuovo ordinamento degli organi
collegiali con la chiamata in causale diverse componenti avrebbe
potuto costituirne una buona occasione.
-
Mi
chiese:
-
E tu ci credi?
-
Gli riposi:
-
Io ci spero.
-
E lui:
-
Lo sai come morì chi visse sperando?
-
Gli dissi:
-
Sì lo so, ma non te lo posso dire, perché è tardi e me ne debbo
andare.
-
A quel punto, visto
che io ero determinato ad andarmene perché erano le quattro, mi
disse:
- Sì. Va' va', ché
adesso, il tempo di farmi vedere dalla maestra di Vittorio, e me
vado anch’io.
-
Anni dopo, mentre
Vittorio frequentava le scuole medie, ogni tanto, sorridendo, mi
chiedeva:
- Beh, allora come
va la nuova scuola?
-
Io gli, ironicamente,
gli rispondevo:
- Bene!
-
E aggiungevo:
-
La scuola va bene.
Siamo noi che adiamo male, perché ci facciamo vecchi.
-
E lui, che capiva a
volo l’antifona:
- Te lo dicevo io
allora che la scuola sarebbe diventata un casino?
-
Qualche anno addietro,
uscendo dal negozio di ferramenta di Vinicio Persiani e tornando
alla macchina parcheggiata in via Alleva, vidi Bruno seduto in via
Matteotti, sul sedile verde che sta vicino alla sua casa. Mi
avvicinai, lo salutai, mi sedetti vicino a lui e, insieme,
ricordammo qualche persona di comune conoscenza e alcuni avvenimenti
degli anni passati.
-
Tornati a parlare di
scuola, a un certo punto gli chiesi:
- Ma tu come facesti
a capire in anticipo che i Decreti delegati, avrebbero rovinato la
scuola?
-
Mi rispose:
- C’era poco da
capire. Dopo quanto successo in seguito alla politicizzazione della
giustizia e della sanità non si poteva non immaginare che nella
scuola, dove, in aggiunta, entravano pure i genitori, le cose
fossero andate peggio. Era scontato che con l’entrata dei genitori,
dei politici e dei sindacalisti la scuola sarebbe andata allo
sbando, precipitata nel caos, scaduta sia sotto gli aspetti
programmatici, umani, culturali… sia sotto quelli professionali,
comportamentali, disciplinari…
-
Ascoltandolo, mi
tornarono in mente gli ultimi versi della poesia “In Occidente” di
Giovanni Pascoli:
-
«… non sapeano i sette
colli, assorti,
-
ciò che sapevate voi,
o catacombe»
-
e gli dissi:
-
Vuoi sapere una cosa?
-
Non pronto come una
volta, mi chiese:
-
Che cosa?
-
Gli dissi:
- Tu, che nella
scuola c’eri entrato soltanto per fare delle fotografie o per andare
parlare con gli insegnanti dei figli, con il tuo buon senso, avevi
visto più lontano dei pedagogisti, dei programmatori, dei
legislatori, del ministro, dei dirigenti e funzionari scolastici.
-
Svigorito, ma sempre
amareggiato, mi disse:
-
Quegli incompetenti
dei politici, che credono di essere competenti di tutto, purtroppo,
non sono competenti di niente. Quelli sanno solo fare danni, che –
poi – sono sicuri di non dover pagare di persona. E le leggi non le
fanno neppure uguali per tutti. Basta prendere ad esempio il caso
dei passaggi a livello. Quelli di Tortoreto e Roseto esistono
ancora. Quello di Giulianova, invece, che sta tra i due, è stato
chiuso. Questa, purtroppo, è l’Italia di adesso. Ma lasciamo
perdere, ch’è meglio non pensarci.
-
Alzandomi, gli dissi:
-
Purtroppo,
-
«Dei peccati dei
signori fan penitenza i poveri»”
-
Alzandosi pure lui,
sospirando concluse:
- “Eh sì”.
-
Ci salutammo con la
consueta cordialità e, entrambi compiaciuti dell’incontro, ce ne
tornammo, pensosi, ognuno alle nostre rispettive case.
-
Dopo di allora ci
siamo rivisti altre volte, ma ci siamo limitati solo a convenevoli
saluti di circostanza. Vale a dire: Come stai? Dove vai? Cosa
fai?... Ciao, arrivederci, statti bene…
-
E’ morto al “Residence
Cristal” di Giulianova il 4 agosto 2005.
-
***
-
Nello scrivente e in
tanti che l’hanno conosciuto, Bruno lascia il ricordo di un uomo
amante sì dei piaceri della vita, ma osservante anche dei doveri
dell’individuo, che, come il maestro Antonio Guidobaldi, compendiava
spesso nel trinomio Dio-Patria-Famiglia, a cui, di fatto e
non a chiacchiere, aggiungeva anche quello verso i lavoratori. Ma
“quelli veri”, ci teneva a sottolineare. Sottolineatura che,
scherzando, rimarcava anche quando nelle discussioni amichevoli
venivano tirati in ballo partigiani e amministratori; in particolar
modo quelli locali, dei quali dava l’impressione di conoscere
abbastanza vita e miracoli.
-
Un santo? No, nemmeno
a pensarci. Un uomo? Un uomo, sì. Un uomo che, a seconda dei diversi
punti di vista, poteva avere più difetti o più virtù, ma certamente
un uomo che sapeva accettarsi per quello che era e che, con
rassegnazione (non so dire se cristiana o meno), ha saputo
affrontare gli alti e bassi della vita senza vanagloriarsi nella
fortuna e senza disperarsi nella sventura.