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Tanti.
Sono tanti perché nel suo
negozio, oltre che andarci a
portare i rullini di diapositive
da sviluppare e intelaiare, ci
entravo spesso e volentieri
anche per scambiare “due
chiacchiere”, trovandomi a mio
agio non soltanto con lui
personalmente, ma pure con i
suoi familiari e con i suoi due
suddetti dipendenti.
I ricordi vanno dai succhi di
frutta e dai “bicchieri d’acqua”
servitici dal sempre gentile e
cordiale Sabino
nella “Pizzeria In”,
agli argomenti di tecnica
fotografica pratica e teorica,
ai ragionamenti sull’assurdità
di chiudere il passaggio a
livello, ai “due passi” per via
Nazario Sauro, ai racconti
dell’ormai andata gioventù, alla
tangibile sensazione della
progressiva diminuzione delle
forze fisiche e mentali… alla
balordaggine dei “decreti
delegati”.
E a proposito di questi ultimi
mi piace riportare qui appresso
una sintetica ricapitolazione di
quanto accaduto tra me e lui a
“Zona Orti”
sul nascere della nostra
amicizia e a pochi mesi di
distanza dall’entrata in
funzione di questo nuovo plesso
scolastico.
Prima dell’inizio dell’anno
scolastico 1974-75, l’allora
direttrice Margherita Rubei,
per eliminare i doppi turni nel
plesso “Acquaviva”, chiese alla
maestra Rosaria Ursini nata
Sechini il favore di spostarsi
per un anno – con la propria
classe composta di 30 alunni,
dei quali faceva parte anche
Vittorio Sebastiani – da Viale
Orsini a Zona Orti.
Verso la fine del mese di
gennaio 1975, avvicinandosi il
tempo della prima votazione per
l’elezione degli organi
collegiali previsti dai
cosiddetti “decreti delegati”,
la direttrice Rubei incaricò gli
insegnanti del II Circolo
Didattico di Giulianova di
riunire i genitori degli alunni
delle proprie classi per
informarli sommariamente (al
resto ci avrebbero pensato i
vari sindacati e i partiti,
considerato che le prime
votazioni furono molto
politicizzate) sullo spirito di
detti decreti e, quindi, sugli
imminenti cambiamenti scolastici
che ci sarebbero stati; sulle
scelte che avrebbero potuto
fare; sulle cariche che -
volendo - avrebbero potuto
ricoprire; sulle influenze
positive - o negative - che
avrebbero potuto esercitare; sul
ruolo determinante - o apparente
- che avrebbero potuto svolgere;
sulle prospettive di poter
migliorare - o peggiorare - il
rapporto scuola-famiglia,
scuola-enti, scuola-territorio,
scuola-società.
Nel pomeriggio del giorno
convenuto per l’incontro, mentre
salgo la seconda rampata di
scale, Bruno, che, con alcuni
altri genitori, già stava sul
corridoio in attesa dell’arrivo
della maestra del figlio,
indicando me e rivolto agli
altri, esclama:
Ah, ecco! Adesso ci facciamo
dire da lui quello che deve
dirci la maestra e ce ne andiamo
via, senza stare a perdere
tempo.
Poi, nel frattempo che arrivo in
cima alla rampa, chiama intorno
a sé gli altri genitori e,
all’inizio del corridoio che
debbo percorrere per arrivare
nella mia classe situata
nell’estrema parte sud-ovest
dell’edificio, mi fa cenno con
la mano di avvicinarmi a lui e
contemporaneamente mi dice:
Vieni, vieni qui un momento.
Dopo, quando mi ha di fronte, mi
chiede:
Ma, dimmi un po’, che cosa
volete voi maestri che ci
veniamo noi a fare a fare? Noi
la scuola non possiamo, sappiamo
e non dobbiamo farla. Non
possiamo farla perché non
abbiamo tempo, dobbiamo
lavorare; non sappiamo farla
perché ci manca la
professionalità, non dobbiamo
farla perché ci state voi, che
siete pagati apposta per farla.
Altrimenti, lo Stato che vi paga
a fare?
Un po’ ridendo, gli dico:
E chi te l’ha detto che voi non
sapete insegnare? Tu, ad
esempio, con l’esperienza che
hai, una lezione di fotografia
la faresti sicuramente più
attraente, esauriente e
soddisfacente di me.
E lui, di rimando:
Senti, un po’. Non andiamo per
le lunghe, ché posso perdere
tempo, debbo andare in negozio.
Incamminandomi, gli dissi:
E io debbo andare nella mia
classe.
Mi disse
lui:
Eh no! Non scappare. “Nella tua
classe, ci vai dopo che, in
poche parole, ci hai spiegato
che cosa sono e che cosa
vogliono i decreti delegati.
Siccome
mancavano ancora alcuni minuti
alle 16, ora d’inizio
dell’incontro, gli dissi che i
cosiddetti “Decreti delegati”
erano delle leggi emanate dal
Governo per incarico del
Parlamento.
Sorridendo, disse:
Questo l’abbiamo capito. Non
abbiamo capito invece cosa
vogliono questi decreti e che
cosa volete voi maestri da noi
genitori.
Gli dissi
che, personalmente – all’infuori
di una corretta reciproca
collaborazione per il bene dei
ragazzi – noi maestri, da loro
genitori, non volevamo proprio
niente, ma che era lo Stato a
volere che essi entrassero a far
parte attiva della nuova scuola
per apportavi il loro utile
contributo.
Bruno tentennò un po’ la testa e
disse:
Questi incompetenti di politici
e sindacalisti, dopo aver
rovinato la giustizia e la
sanità, si sono messi in mente
di rovinare pure la scuola.
Più per non dargli corda che per
convinzione, gli dissi:
Può essere, ma l’entrata dei
genitori nella gestione della
scuola è da vedersi soltanto
dalla parte negativa. La vostra
presenza scuoterà, la rinnoverà,
la modernizzerà…
Stavo per aggiungere “l’adeguerà
alla vita moderna…, quando mi
interruppe e disse:
La nostra presenza la farà
diventare un casino dove non ci
si capirà più niente. I
genitori, a scuola, ci devono
andare solo per portarci i
figli, non per comandarci. La
scuola la devono fare i maestri.
Voi maestri la dovete fare, non
noi genitori. Altrimenti, voi
che ci state a fare a scuola?
Solo per prendere lo stipendio?
Noi, i
figli ve li dobbiamo soltanto
mandare e stare attenti a che
siano educati e rispettosi. Al
resto – alla programmazione,
allo svolgimento del programma,
alla valutazione del profitto,
alla disciplina, alla
promozione, alla bocciatura – ci
dovete pensare voi. Non potete
delegare noi a fare cose che non
sappiamo e non possiamo fare.
Noi non
possiamo stare a perdere tempo
con voi che, lavorate o non
lavorate, rendete o non rendete,
il 27 andate sempre a riscuotere
allo sportello. Noi, invece allo
sportello ci andiamo soltanto
per pagare.
Per incassare, noi dobbiamo
lavorare, produrre, soddisfare,
tollerare, sopportare la gente
che a volte ti fa girare proprio
le cosiddette scatole e che,
nonostante tutto, devi sempre
trattare con gentilezza e
cortesia, perché, altrimenti,
non ci solo non ci torna essa,
che, da un lato potrebbe farti
pure piacere, ma non ci fa
venire neppure gli altri.
Gli dissi che ciò che lui diceva
era senz’altro sensato, ma che
la scuola per stare al passo con
i rapidi cambiamenti della
società aveva bisogno anch’essa
di rinnovarsi e che il nuovo il
nuovo ordinamento degli organi
collegiali con la chiamata in
causale diverse componenti
avrebbe potuto costituirne una
buona occasione.
Mi chiese:
E tu ci credi?
Gli riposi:
Io ci spero.
E lui:
Lo sai come morì chi visse sperando?
Gli dissi:
Sì lo so, ma non te lo posso dire, perché è
tardi e me ne debbo andare.
A quel punto, visto che io ero
determinato ad andarmene perché
erano le quattro, mi disse:
Sì. Va' va', ché adesso, il tempo di farmi
vedere dalla maestra di
Vittorio, e me vado anch’io.
Anni dopo, mentre Vittorio
frequentava le scuole medie,
ogni tanto, sorridendo, mi
chiedeva:
Beh, allora come va la nuova scuola?
Io gli, ironicamente, gli
rispondevo:
Bene!
E aggiungevo:
La scuola va bene. Siamo noi che adiamo male, perché ci
facciamo vecchi.
E lui, che capiva a volo
l’antifona:
Te lo dicevo io allora che la scuola sarebbe
diventata un casino?
Qualche anno addietro, uscendo
dal negozio di ferramenta di
Vinicio Persiani e tornando alla
macchina parcheggiata in via
Alleva, vidi Bruno seduto in via
Matteotti, sul sedile verde che
sta vicino alla sua casa. Mi
avvicinai, lo salutai, mi
sedetti vicino a lui e, insieme,
ricordammo qualche persona di
comune conoscenza e alcuni
avvenimenti degli anni passati.
Tornati a parlare di scuola, a
un certo punto gli chiesi:
Ma tu come facesti a capire in anticipo che i
Decreti delegati, avrebbero
rovinato la scuola?
Mi rispose:
C’era poco da capire. Dopo
quanto successo in seguito alla
politicizzazione della giustizia
e della sanità non si poteva non
immaginare che nella scuola,
dove, in aggiunta, entravano
pure i genitori, le cose fossero
andate peggio. Era scontato che
con l’entrata dei genitori, dei
politici e dei sindacalisti la
scuola sarebbe andata allo
sbando, precipitata nel caos,
scaduta sia sotto gli aspetti
programmatici, umani, culturali…
sia sotto quelli professionali,
comportamentali, disciplinari…
Ascoltandolo, mi tornarono in
mente gli ultimi versi della
poesia “In Occidente” di
Giovanni Pascoli:
«… non sapeano i sette colli,
assorti,
ciò che sapevate voi, o catacombe»
e gli dissi:
Vuoi sapere una cosa?
Non pronto come una volta, mi
chiese:
Che cosa?
Gli dissi:
Tu, che nella scuola c’eri entrato soltanto per
fare delle fotografie o per
andare parlare con gli
insegnanti dei figli, con il tuo
buon senso, avevi visto più
lontano dei pedagogisti, dei
programmatori, dei legislatori,
del ministro, dei dirigenti e
funzionari scolastici.
Svigorito, ma sempre
amareggiato, mi disse:
Quegli incompetenti dei politici, che credono di
essere competenti di tutto,
purtroppo, non sono competenti
di niente. Quelli sanno solo
fare danni, che – poi – sono
sicuri di non dover pagare di
persona. E le leggi non le fanno
neppure uguali per tutti. Basta
prendere ad esempio il caso dei
passaggi a livello. Quelli di
Tortoreto e Roseto esistono
ancora. Quello di Giulianova,
invece, che sta tra i due, è
stato chiuso. Questa, purtroppo,
è l’Italia di adesso. Ma
lasciamo perdere, ch’è meglio
non pensarci.
Alzandomi, gli dissi:
Purtroppo,
«Dei peccati dei signori fan penitenza i
poveri»”
Alzandosi pure lui, sospirando
concluse:
“Eh sì”.
Ci salutammo con la consueta
cordialità e, entrambi
compiaciuti dell’incontro, ce ne
tornammo, pensosi, ognuno alle
nostre rispettive case.
Dopo di allora ci siamo rivisti
altre volte, ma ci siamo
limitati solo a convenevoli
saluti di circostanza. Vale a
dire: Come stai? Dove vai? Cosa
fai?... Ciao, arrivederci,
statti bene…
E’ morto al “Residence Cristal”
di Giulianova il 4 agosto 2005.
***
Nello scrivente e in tanti che
l’hanno conosciuto, Bruno lascia
il ricordo di un uomo amante sì
dei piaceri della vita, ma
osservante anche dei doveri
dell’individuo, che, come il
maestro Antonio Guidobaldi,
compendiava spesso nel trinomio
Dio-Patria-Famiglia, a
cui, di fatto e non a
chiacchiere, aggiungeva anche
quello verso i lavoratori. Ma
“quelli veri”, ci teneva a
sottolineare. Sottolineatura
che, scherzando, rimarcava anche
quando nelle discussioni
amichevoli venivano tirati in
ballo partigiani e
amministratori; in particolar
modo quelli locali, dei quali
dava l’impressione di conoscere
abbastanza vita e miracoli.
Un santo? No, nemmeno a
pensarci. Un uomo? Un uomo, sì.
Un uomo che, a seconda dei
diversi punti di vista, poteva
avere più difetti o più virtù,
ma certamente un uomo che sapeva
accettarsi per quello che era e
che, con rassegnazione (non so
dire se cristiana o meno), ha
saputo affrontare gli alti e
bassi della vita senza
vanagloriarsi nella fortuna e
senza disperarsi nella sventura.
NOTE:
Generosità di Bruno.
La signora Maria
Galantini (vedova di
Arino e madre di …… che
l’anno aiutata…….)
racconta che dopo
l’improvvisa e prematura
del marito – quando si
trovò improvvisamente a
gestire un’attività in
cui non era bene
addentro – Bruno si
comportò da gran
signore. Non solo non
cercò di toglierle i
clienti, ma,
addirittura, si rese
disponibile ad aiutarla
concretamente nel lavoro
di sviluppo e stampa.
Lavoro che nella seconda
metà degli anni Sessanta
richiedeva ancora tanta
competenza e
professionalità. Allora,
al contrario di oggi –
penso sia proprio il
caso di ricordarlo o di
farlo sapere – lo
sviluppo e la stampa
delle fotografie non
venivano fatti dai
grandi laboratori, ma
direttamente dai
fotografi nelle proprie
apposite “camere
oscure”. E i clienti, se
non rimanevano
soddisfatti del
risultato, cambiavano
facilmente negozio.
Allora non era come oggi
che, lo porti da Tizio o
da Caio, il rullino
viene sempre sviluppato
e stampato da Sempronio.
In quegli anni, tranne
che nelle grandi città,
la figura dei Semproni
non esisteva ancora e
Tizio e Caio dovevano
svilupparsi e stamparsi
le foto per conto
proprio, cercando di
offrire il massimo della
qualità. E la qualità –
oltre alla
disponibilità, alla
cordialità, alla
puntualità – faceva la
differenza tra un
fotografo e l’altro.
Differenza che, al
dunque, si concretava
nell’aumento, nella
stabilità o nella
diminuzione della
clientela e quindi del
grado di profitto o
guadagno che dir si
voglia.
Compagnia Dialettale Giuliese.
Compagnia teatrale che –
su testi di Aldo
Beccaceci e sotto la
regia del dottore Piero
Di Sante – ha
rappresentato, con
successo, le commedie:
Chi muore giace, chi
vive si dà pace?
(1994); A lu lume di
candela (1995);
Voto a San Gabriele
(1996); Cabaret 1
(1997); Cabaret 2
(1998); Concetta
focardente (1999).
Tra i vari interpreti,
oltre all’autore Aldo
Beccaceci e alla guardia
municipale Elido Macera,
ci si limita a ricordare
(per reminescenza e
conoscenza personale
dello scrivente) il
notaio Antonio Albini,
il professore Gaetano
Torresi, la commerciante
Marina Palestini e la
vigilessa Miria Di
Bonaventura, la quale
ultima ha fatto parte
anche della
filodrammatica “Nuovo
Spazio” di Cellino
Attanasio, diretta
dall’insegnante in
pensione Pasquale Di
Menco.
Le commedie sono state
rappresentate al Cinema
Teatro “Ariston” o al
Centro Congressi
“Kursaal”.
Chiusura del passaggio a livello.
Avvenuta nel 1995 a
seguito della delibera
del Consiglio Comunale
n. 180 del 12.3.85 (che
prevedeva la
soppressione del
passaggio a livello di
via Nazario Sauro, una
volta terminato il
sottopassaggio di via
Salerno) è stata
preceduta da malumori,
mugugni, lagnanze,
proteste,
manifestazioni, nascita
di opposti comitati,
scontri verbali… apparsi
sia nelle pagine dei tre
più diffusi quotidiani
regionali (“Il Centro”,
“Il Messaggero/Abruzzo”,
“Il Tempo/Abruzzo”), sia
in quelle della stampa
locale e particolarmente
sul settimanale “Piccola
città” del quale si
ricordano e riportano i
seguenti titoli
pubblicati a riguardo:
− Che strano, il passaggio a livello chiuderà
soltanto a Giulianova,
a. XII, n. 1/estate
(26.06.1993), p. 4
− Tutti davanti alle sbarre, a. XII, n.
14 (9 ottobre 1993), p.
5;
− Per il sottopassaggio lettere anonime e
denunce, a. XII, n.
15 (16 ottobre 1993),
p.5;
− Questa la convenzione che fa chiudere i
passaggi al livello. … i
passi fondamentali di un
atto che ha “inguaiato”
gli amministratori,
a. XIII, n. 47
(23.07.1994), p. 8;
− Caro passaggio a livello… (concorso a
premi tra tutti i
bambini delle scuole
elementari giuliesi
indetto dal “Comitato
pro Lido” e
“Contro-comitato” (Pds e
Verdi) che si batte per
la chiusura del
passaggio a livello e
l’istituzione dell’isola
pedonale], a. XIII, n.
25 (29.10.1994), p. 7;
− Quel cavalcavia pericoloso, a. XIII, n.
60 (29.10.94), p.5;
− Il Msi rialza le sbarre. Concessa una
proroga sino al 15
novembre…, a. XIII,
n. 58 (15.10.94), p. 1;
− Una lettera sulla città: Non chiudiamo le
strade, apriamo più
strade, a. XIII, n.
59 (22.10.94), pp. 2,3;
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