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Alfonso Pela e la
fotografia: specchio dei tempi |
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di Giovanni Bosica |
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Sino
alla fine del secolo,
dappertutto, la fotografia è ad
appannaggio di alcuni
"illuminati" non solo
culturalmente ma anche
economicamente. Tra questi a
Giulianova il Conte Andrea
Acquaviva d'Aragona e il suo
studio di "fotografia
artistica". Il progresso
tecnologico riesce ad abbassare
i costi delle macchine
fotografiche ed anche la fascia
interessata a tale arte
s'allarga. Per usare un termine
appropriato all'argomento, anche
se in modo lento, il "campo"
comincia ad "allungarsi".
Alfonso Pela, influenzato dall'attività
dell'Acquaviva ed anche dai
nuovi sbocchi lavorativi che la
fotografia comincia ad offrire,
apre il primo studio fotografico
sotto la propria abitazione in
Via del Popolo. Il suo amore per
tale disciplina contagia anche i
suoi figli. Per decenni
diventeranno i "reporters" delle
grandi occasioni: della
borghesia e delle sue feste,
della municipalità e delle
manifestazioni ufficiali ma
anche della fascia operaia. La
vita delle cose e le cose della
vita sono state catturate e
imprigionate per sempre nei loro
attimi palpitanti, nei loro
significati perenni. Le nascite,
le stagioni delle cose e degli
esseri, la vita quotidiana: la
loro è la storia fotografica di
un'epoca rappresentata e colta
con l'occhio della verità ma al
tempo stesso con la
partecipazione di chi è amico
della gente, capisce i problemi
e i fatti della vita, aiuta
chiunque rivelando - ma senza
crudezze - le segrete vicende
rapprese nel bagliore di uno
sguardo fotografato nella sua
essenza. Cosicché si illumina
questo vario ed esteso "specchio
dei tempi" che scorre dinanzi a
noi attraverso le più belle
foto. Ma all'osservatore ed al
critico balza sovrana la
leggerezza dello scatto, la
pastosità del chiaroscuro che
uniti ad una tecnica molto
efficace, soprattutto nel taglio
delle immagini nelle
straordinarie gradualità della
luce, trasmettono un sottile e
forte senso di completezza ed
appagamento. Fluisce tra le foto
dei Pela una levità misteriosa
fatta di mille e mille ripetute
pose tutte diverse seppure
aderenti ognuna alla propria
storia. Una levità aleggiante al
di sopra anche della guerra,
degli strazi, della povertà. Una
levità contagiosa e scintillante
che nutre ogni foto dall'interno
e ci riporta intatto il
sentimento di una memoria
lontana o perduta. Tutto ciò con
i mezzi tecnici all'epoca
disponibili, senza nulla che non
fosse l'immaginazione ingegnosa,
il talento creativo, la misura,
il gusto, l'innata e naturale
armonia. |
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Tutti sono stati ritratti senza
ombre sul cuore, senza malvagità
o invidia, come esseri mondi da
scorie. Perenni nella miracolosa
cattura della vita. Ma hanno
ritratto anche la malvagità,
lasciando un messaggio di loro e
nostra verità. A scorrere,
specialmente i ritratti, si
prova un senso di struggente
rimpianto. Per il tempo ormai
fuggito, l'attimo felice ma
asciugato degli anni, i volti
lindi e senza rughe, spianati
dai ritocchi ma, prima ancora
dall'entusiasmo, penetrando
nell'essenza stessa di un'epoca
povera, dura, sacrificata,
frugale e semplice, a volte
misera e non ci si sente
distratti o infastiditi - noi,
manipolatori instancabili
dell'opulenza, della comodità,
del superfluo - ma ugualmente ci
lasciamo coinvolgere in quel
mondo lontano, semplice ma
gioioso, partecipando a quelle
antiche e genuine emozioni.
Perché le "cose" o i personaggi
- nelle foto dei Pela - sono
come animate. Non di dolore o di
stanchezza o di noia; bensì di
gran voglia di esistere, di
proseguire incessanti il viaggio
della vita anche oltre la sosta
della sua fine. Questo significa
che noi, condotti da questa
potente spiritualità entriamo
finalmente nella "CAMERA"
interna e segreta: là dove -
almeno per un baleno - resta
accesa una luce accecante che
fora le tenebre di tutto
l'Universo. |
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