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L’organetto Abruzzese |
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Tra leggenda, la storia e cronaca, la vicenda dell’organetto
abruzzese, ancora oggi costruito dalla Famiglia Janni di Giulianova
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di Cesare Marcello CONTE
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C’era
una volta… come tutte le storie belle, anche questa dell’organetto
abruzzese di Giulianova, può cominciare con la frase di rito.
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C’era, dunque, una volta, a metà strada tra Giulianova e Mosciano S.
Angelo, appena sotto la collina di Montone, una famiglia di contadini,
talmente radicata in quella terra, da identificarsi con essa, fino a
darle il proprio nome: Villa JANNI, appunto (oggi, Contrada Maggi).
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Dopo
l’unità d’Italia, e nonostante le speranze in tale evento ripose, non è
che la situazione economica dei contadini fosse cambiata di molto. La
struttura agricola è pur sempre fondata sull’equilibrio tra ampiezza del
podere e famiglia colonica, secondo il riaffermato rapporto di una
persona per ettaro. Ciò significa che solo con l’apporto di tutta la
famiglia (vecchi e bambini compresi) è possibile raggiungere a malapena
l’autosufficienza alimentare. Negli ultimi decenni del secolo, tra
immani sacrifici, spesso e malvolentieri, la maggioranza dei contadini
vive ai limiti della sussistenza.
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L’abitazione, quasi sempre, è classica “pinciaia”: costruita in creta e
paglia, con porta d’ingresso mal chiudente,coperta di coppi, un’apertura
di fianco che consente l’ingresso di poca luce e poca aria, ciminiera
aperta a vento e pioggia, pavimento in nuda terra; lì vivono tutti
insieme, in una spaventosa promiscuità non solo di persone, ma anche di
animali. La vita sociale è altrettanto grama; il mezzadro ha sostituito
il massaro, ma la struttura patriarcale non ha subito modifiche. Il
vecchio della famiglia amministra tutto: è lui che dirige litigi e
contese; è lui che decide della convenienza, soprattutto economica, di
comparatrici, fidanzamenti, matrimoni; a lui si deve obbedienza
assoluta; sopra di lui ci sono solo il prete ed il padrone.
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I
giovani sono quelli che soffrono di più della situazione; comincia il
doloroso fenomeno dell’emigrazione; meta preferita: le Americhe. Chi
resta cerca di adattarsi a svolgere qualche altro lavoro. Magari nei
giorni di maltempo, si insegna a riparare o a costruire gli scarsi
attrezzi agricoli, i carri ed i carretti dalle ruote altissime;
suppellettili di poche pretese.
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Naturalmente, passa il tempo e il mestiere si affina; si arriva ad una
esecuzione più curata; il gusto si evolve. Aumentano i clienti e, con
essi, le occasioni di incontro con persone provenienti da altri paesi o,
addirittura, da altre regioni, come le vicinissime Marche; crescono le
possibilità di confronto e raffronto con altre realtà; si crea la
necessità di doversi muovere dal proprio paese, con impreviste occasioni
di svago e divertimento.
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Per
chi non è emigrato o non ha altri mestieri, resta il duro lavoro della
campagna, con rare occasioni di far festa. Tali occasioni sono quelle
canoniche: feste patronali o, comunque, religiose, battesimi, cresime,
matrimoni. Ed allora è veramente festa: si mangia, si beve, si balla, si
canta; soprattutto, si canta.
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Il
canto che accompagnava il lavoro ne segue anche i movimenti: largo e
maestoso al tempo della vendemmia o della raccolta delle olive, diventa
cadenzato e battente al tempo della mietitura, della trebbiatura e della
sfoglia del granturco, per farsi giocoso e ritmato alla pigiatura delle
uve.
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Spesso si tratta di canti di impianto “antifonale”. nei quali la voce
solista propone il tema e altre voci, in coro, rispondono; altre volte
si tratta di canti all’unisono.
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I
temi dei canti sono quelli di sempre: il lavoro, la famiglia, l’amore;
quasi sempre tenuti a livello di ingenua poesia, a volte con pesanti ed
esplicite allusioni sessuali, ma senza malizia o cattiveria.
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Non
ci sono strumenti musicali ad accompagnare i canti di lavoro: le bocche
sono impegnate a cantare, le mani a lavorare.
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Ad
accompagnare i canti di festa, ci sono, invece, quasi sempre due
strumenti: il “putipù” (una specie di botticella semi- piena d’acqua,
chiusa all’imboccatura da una membrana, su cui è infisso un bastone,
che, impugnato con mano bagnata dal suonatore e percorso sù e giù,
imprime alla membrana una vibrazione che produce un cupo suono ritmico,
che ricorda il contrabbasso) e il “tamburello” (cembalo che, sulla
fascia esterna, monta sei coppie di sonagli, disposti
simmetricamente;retto con una mano, viene percorso con l’altra,
producendo un suono ritmico e gioioso). Nel nostro dialetto, vengono
chiamati, rispettivamente: lù berrecò e lu ceciommere.
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Ovviamente, il volume di musica prodotto in un luogo aperto come un’aia
è direttamente proporzionale alle capacità polmonari del cantante e
muscolari degli accompagnatori.
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Nella
stessa formazione appena descritta si va “cantare lu Sandandonio”,
in occasione della festa di S. Antonio Abate, protettore degli animali
domestici, il 17 gennaio.
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Il
gruppo musicale si muove di casa in casa; ad ogni sosta, intona il canto
che inneggia a “Sandandonio” e, in cambio, riceve doni e regalie di
natura mangereccia: salsicce, uova, vino, polli e quant’altro sottratto
alle magre provviste familiari: è un punto d’onore soddisfare con
dovizia i musicanti (“Sandandonioricambierà…” ).
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Alla
fine del giro, che dura anche giorno, i musicanti dividono tra loro
quanto raccolto con le offerte, con particolare riguardo per il
cantante, che prende due parti da solo. Questa è la situazione sociale
ed economica a Villa Janni, quando compare l’organetto, portato da
Loreto nelle Marche, allora ed oggi meta di pellegrini e di mercati, da
uno degli Janni. Francesco, forse pensando più ad un personale
passatempo, che non al possibile uso stesso come musicante o,
addirittura, alla sua riproduzione per farne commercio.
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Il
nuovo strumento suscita, come naturale, la differenza dei vecchi, ma
anche l’entusiasmo dei giovani che, immediatamente, cercano di cavarne
dei suoni.
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Passato l’innamoramento per l’organetto come strumento musicale, sul
quale quasi tutti ormai, riescono a strimpellare qualcosa, subentra, per
fortuna, il momento della curiosità per lo strumento come “oggetto
meccanico”: vedere come è fatto dentro; cercare di capire come funziona;
penetra il segreto di quella “scatola che suona”.
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Francesco ha intuito, anche se approssimativamente, il funzionamento
meccanico dello strumento. La parte centrale, il mantice,
azionato dal suonatore, proprio per la sua natura costruttiva che gli
consente di allungarsi e di accorciarsi, funziona da camera d’aria. Il
flusso d’aria prodotto dal mantice passa, sia in entrata che in uscita,
attraverso dei condotti, su cui sono posizionate delle lamine di
metallo, che investite dallo stesso, entrano in vibrazione, producendo
dei suoni. Tali suoni sono diversi a seconda che il mantice sia in
apertura o in chiusura; in sostanza, premendo sempre lo stesso tasto, si
hanno due note diverse a seconda del senso del flusso d’aria.
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Comincia lo smontaggio dello strumento, fatto con mille cautele per
evitare la rottura di parti importanti. Pian piano,, vengono estratti i
chiodi che tengono insieme le parti in legno; ed ecco lo strumento
scomposto nelle sue parti essenziali: la cassetta di destra, con nove
bottoni; la cassetta di sinistra, con soli due bottoni; il mantice.
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Il
mantice è di cartone sagomato; le giunture sono ricoperte in pelle; gli
angoli sono rinforzati con metallo e tela cerate; il tutto ricoperto con
carta colorata. Tutti gli accorgimenti possibili sono stati usati per
ottenere una quasi perfetta tenuta d’aria.
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La
cassetta di destra monta un’altra cassettina, più leggera, traforata e
rivestita di garza, chiusa con un gancio. Tolto il gancio, la cassettina
più piccola viene rimossa e mostra la sua funzione: è stata posta a
protezione e copertura delle lamine metalliche sonanti, contro la
polvere o possibili accidentali contatti e urti.
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I
tasti, in legno, sono tutti incernierati su un unico fili di ferro;
sotto ogni tasto, una molla di richiamo. Il tasto, premuto, provoca, a
mezzo puntale ad esso solidale, l’apertura della valvola che copre il
condotto dada, consentendo l’afflusso o il deflusso dell’aria stessa; se
rilasciato, il tasto torna nella sua posizione originaria, interrompendo
il flusso d’aria e, quindi, il suono.
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La
cassetta di destra è quella adibita alla produzione della melodia. La
cassetta di sinistra, invece, è adibita alla produzione dell’armonia.
Essa monta due bottoni sul davanti ed uno sul retro, quest’ultimo
utilizzato esclusivamente per il recupero dell’aria. I due tasti aprono
direttamente i condotti dell’aria ed hanno un funzionamento a pistone.
Le lamine sonanti da essi controllate sono più spesse e producono suoni
più gravi.
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Si
passa all’inventario dei materiali necessari alla costruzione di un
primo esemplare. Nessun problema esiste per quanto riguarda il legno ed
il cartone; qualche problema sorge, invece, per le lamine sonanti. Esse
sono di zinco ed ottone; sono montate su asole apposite incollate con
cera vergine alle cassettine, a loro volta inserite nelle cassette con i
tasti. Unica soluzione al momento praticabile è l’acquisto delle stesse
direttamente a Castelfidardo. Mentre il viaggio viene organizzato ed
effettuato, si provvede alla preparazione di tutte le parti in legno,
carta e cartone, copiando fedelmente l’organetto originario.
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Finalmente tutto è pronto e si comincia. La fretta e l’entusiasmo sono,
però, cattivi consiglieri: il primo esemplare non è esattamente uno
strumento musicale degno di tale nome; però suona, e questo non è poco.
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Si
cerca di capire dove si è sbagliato; si procede per tentativi, cercando
di modificare quelle parti che si pensa siano difettose. Utilizzando
tutte le risorse del mestiere e molta inventiva, finalmente si arriva ad
una versione accettabile dello strumento, comunque suscettibile di
ulteriori migliorie.
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Poiché l’intonazione dello strumento dipende, oltre che dalla rifiniture
delle lamine sonanti (il cui nome tecnico è “ancia”), anche dalle
sonerie, dalla tenuta e capacità del mantice, dalle dimensioni delle
cassette e dalla qualità dei materiali utilizzati, avviene che
l’organetto appena costruito risulti accordato un poco più in alto
dell’altro. È nato, più per caso che per scelta, “l’organetto
abruzzese”, la cui voce si riconoscerà sempre e comunque dalle altre.
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Si
sparge la voce che, vicino a Giulianova, si fabbricano gli organetti;
cominciano ad arrivare i primi clienti; per la verità, più per
riparazioni che per acquisti. Si tratta, comunque, di ottima pubblicità.
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Intanto, i fratelli più piccoli, GAETANO e GIUSEPPE, hanno iniziato a
collaborare con Francesco. L’organetto non ha più segreti per loro;
cominciano ad avvertire la necessità di apportare qualche modifica che
lo renda più funzionale, secondo i loro criteri.
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L’inserimento, prima di due, poi di tre tasti, più piccoli degli altri
(perciò chiamati “vocette”), sulla tastiera del canto, consente
esecuzioni musicali più veloci, molto apprezzate nel competitivo
ambiente dei suonatori. L’applicazione sulla cassa dello strumento, in
nicchie appositamente ritagliate e protette da vetrini trasparenti. di
immagini sacre o fotografie di madri, mogli e fidanzate, serve a
personalizzare lo strumento.
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Gli
affari vanno abbastanza bene per gli intraprendenti fratelli Janni;
dalle zone della Valle del Tronto, da tutte le province abruzzesi, dalla
Ciociara, dal Sannio, dalla Calabria, arrivano suonatori di organetto
per riparazioni ed acquisti.
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Qualcuno, però, si lamenta della scomodità del viaggio, nel senso che,
se il treno è ormai una realtà, almeno fino a Giulianova, il problema
più grande è quello di arrivare a Villa Janni. Se non si trovano
occasionali mezzi di trasporto, a trazione animale, bisogna fare a piedi
i cinque - sei chilometri che separano la stazione ferroviaria da
Montone. Lo stesso problema hanno, d’altra parte, avvertito gli stessi
Janni, costretti ad andare a Giulianova per l’acquisto di materie prime
necessarie al loro lavoro o per la spedizione ed il ritiro di merci
presso la stazione ferroviaria.
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Si
decide, anche se a malincuore, di trasferire laboratorio e famiglia a
Giulianova, vedendo, addirittura, casa e terreni. Siamo intorno al 1890.
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Prima
del trasferimento hanno già reperito dei locali, siti in uno stabile
posto all’angolo tra Via della Rocca e l’attuale Via Cavour, proprio di
fronte alla Chiesa di S. Anna; al piano terreno trova posto il
laboratorio; al piano superiore l’abitazione.
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Il
trasferimento a Giulianova incentiva la produzione degli organetti, che
riscuotano meritato successo di vendite; accanto alle soddisfazioni
materiali, arrivano anche riconoscimenti ufficiali ad alto livello:
all’Esposizione Franco - Italiana di Nizza, nel 1899, la Ditta FRANCESCO
e GIUSEPPE JANNI riceve un diploma d’onore per la qualità degli
organetti colà presentati.
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Nei
primi anni del nuovo secolo, l’organetto ha raggiunto un incredibile
numero di paesi; con gli emigranti ha valicato gli oceani ed ha
consentito a chi partiva di portare con sé, insieme alla valigia di
cartone, un poco del proprio paese e della propria tradizione.
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Per
ciò che concerne la Ditta Janni, dopo che nell’insegna è comparso anche
il nome di Gaetano, assume definitivamente il nome di”CAV. GIUSEPPE
JANNI & FIGLI”, che è quello che ancora oggi la identifica.
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Durante gli anni, il laboratorio e l’abitazione sono stati, intanto,
trasferiti prima in Via del Popolo, in una casa sita a fianco del
Torrione “IL BIANCO”; poi, in tempi abbastanza recenti, nell’attuale
sistemazione in Via Oberdan, sempre a Giulianova Alta.
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La
conduzione del laboratorio ed i segreti della costruzione dell’organetto
abruzzese sono stati tramandati, di padre in figlio, da Giuseppe ad
Armando, da Armando a Marcello, ultimo di una stirpe di artisti, più che
artigiani.
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Insieme alla gentile Signora Alfredina, Marcello continua, con amore e
dedizione, a costruire quella “scatola dei suoni” o, meglio, “dei
sogni”, che continua a viaggiare per il mondo, con la speranza di dare
un poco di gioia e di serenità a tutti quelli che chiedono così poco per
essere felici.
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