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Sino
alla fine del secolo, dappertutto, la fotografia è ad appannaggio di
alcuni "illuminati" non solo culturalmente ma anche economicamente. Tra
questi a Giulianova il Conte Andrea Acquaviva d'Aragona e il suo studio
di "fotografia artistica". Il progresso tecnologico riesce ad abbassare
i costi delle macchine fotografiche ed anche la fascia interessata a
tale arte s'allarga. Per usare un termine appropriato all'argomento,
anche se in modo lento, il "campo" comincia ad "allungarsi".
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Alfonso Pela, influenzato dall'attività dell'Acquaviva ed anche dai
nuovi sbocchi lavorativi che la fotografia comincia ad offrire, apre il
primo studio fotografico sotto la propria abitazione in Via del Popolo.
Il suo amore per tale disciplina contagia anche i suoi figli. Per
decenni diventeranno i "reporters" delle grandi occasioni: della
borghesia e delle sue feste, della municipalità e delle manifestazioni
ufficiali ma anche della fascia operaia. La vita delle cose e le cose
della vita sono state catturate e imprigionate per sempre nei loro
attimi palpitanti, nei loro significati perenni. Le nascite, le stagioni
delle cose e degli esseri, la vita quotidiana: la loro è la storia
fotografica di un'epoca rappresentata e colta con l'occhio della verità
ma al tempo stesso con la partecipazione di chi è amico della gente,
capisce i problemi e i fatti della vita, aiuta chiunque rivelando - ma
senza crudezze - le segrete vicende rapprese nel bagliore di uno sguardo
fotografato nella sua essenza. Cosicché si illumina questo vario ed
esteso "specchio dei tempi" che scorre dinanzi a noi attraverso le più
belle foto. Ma all'osservatore ed al critico balza sovrana la leggerezza
dello scatto, la pastosità del chiaroscuro che uniti ad una tecnica
molto efficace, soprattutto nel taglio delle immagini nelle
straordinarie gradualità della luce, trasmettono un sottile e forte
senso di completezza ed appagamento. Fluisce tra le foto dei Pela una
levità misteriosa fatta di mille e mille ripetute pose tutte diverse
seppure aderenti ognuna alla propria storia. Una levità aleggiante al di
sopra anche della guerra, degli strazi, della povertà. Una levità
contagiosa e scintillante che nutre ogni foto dall'interno e ci riporta
intatto il sentimento di una memoria lontana o perduta. Tutto ciò con i
mezzi tecnici all'epoca disponibili, senza nulla che non fosse
l'immaginazione ingegnosa, il talento creativo, la misura, il gusto,
l'innata e naturale armonia.
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Tutti
sono stati ritratti senza ombre sul cuore, senza malvagità o invidia,
come esseri mondi da scorie. Perenni nella miracolosa cattura della
vita. Ma hanno ritratto anche la malvagità, lasciando un messaggio di
loro e nostra verità. A scorrere, specialmente i ritratti, si prova un
senso di struggente rimpianto. Per il tempo ormai fuggito, l'attimo
felice ma asciugato degli anni, i volti lindi e senza rughe, spianati
dai ritocchi ma, prima ancora dall'entusiasmo, penetrando nell'essenza
stessa di un'epoca povera, dura, sacrificata, frugale e semplice, a
volte misera e non ci si sente distratti o infastiditi - noi,
manipolatori instancabili dell'opulenza, della comodità, del superfluo -
ma ugualmente ci lasciamo coinvolgere in quel mondo lontano, semplice ma
gioioso, partecipando a quelle antiche e genuine emozioni. Perché le
"cose" o i personaggi - nelle foto dei Pela - sono come animate. Non di
dolore o di stanchezza o di noia; bensì di gran voglia di esistere, di
proseguire incessanti il viaggio della vita anche oltre la sosta della
sua fine. Questo significa che noi, condotti da questa potente
spiritualità entriamo finalmente nella "CAMERA" interna e segreta: là
dove - almeno per un baleno - resta accesa una luce accecante che fora
le tenebre di tutto l'Universo.
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