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GIGINO FALCONI
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(foto di Pierino Santomo)
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Giulianova 11 marzo 2001
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Gigino Falconi è nato a Giulianova il 21 marzo
1933.
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Ha iniziato a dipingere a sedici anni. Nel 1961
ha tenuto la sua prima personale a Teramo. Numerose sono
state poi le sue personali in Italia e all’estero,
gallerie private e sedi pubbliche.
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Il suo metodo di lavoro si è sviluppato per
cicli pittorici così distribuiti nel corso degli anni:
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1957-1963: surrealtà dello spazio costellato da fantasmi,
spesso con elementi suggeriti da letture di Edgar Allan
Poe.
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1963-1968 : “I Mostri”. Viene aiutato in questa ricerca
da uno studio accurato che dal Rinascimento al Barocco
con particolare attenzione a Piero della Francesca,
Caravaggio, Ribera e Rembrandt.
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1969-1974: la figurazione diventa più analitica e
circostanziata. Spesso si rifà a soggetti fotografici
dell’Ottocento o dei primi del Novecento.
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1974-1978: recupero pieno della pittura per immagini, con
soggetti ispirati all’angoscia dell’esistenza. Di
particolare risalto sono due gruppi di quadri suggeriti
dal Fascismo e dalla vicenda dei coniugi americani
Rosemberg.
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1978-1985: lavora intensamente a opere sul mistero degli
“interni” e sulle suggestioni spaesanti degli specchi.
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1985-1988: realizza un importante ciclo di dipinti sulla
vita e le opere di Gabriele D’Annunzio, in occasione del
cinquantesimo anniversario della morte del Poeta.
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1988-1994: dipinge una serie di “nudi” e “concerti
silenziosi”. ambientati in paesaggi lacustri.
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1955-1999: sviluppa in questi anni un intenso ciclo di
pitture di carattere sacro. Il primo dipinto
Annunciazione è del 1995. Lo realizza per il VII
centenario della Santa Casa di Loreto nel cui Museo
l’opera viene poi esposta.
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Successivamente per la Chiesa di Sant’ Andrea di
Pescara lavora per due anni a un trittico di grandi
dimensioni (270x660 cm.), commissionatogli dagli Oblati
di Maria immacolata in occasione della santificazione
del loro fondatore Sant’Eugenio de Mazenod. Infine
sviluppa e porta a termine l’intenso ciclo sulla “Crocefissione”.
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Copertina di “Arte In” n°48 del febbraio ‘97 dedicata a
Gigino Falconi (particolare).
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Sulla stessa rivista figura un ampio servizio
sull’artista giuliese.
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Omaggio ad un grande artista giuliese: Gigino Falconi |
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Intervista a Gigino Falconi |
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a cura di
Maria Luisa DE SANTIS |
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Quando hai cominciato a dipingere e quando hai
compreso che era la scelta della tua vita?
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La scelta è stata immediata. Ero un ragazzo
abbastanza represso da studi che non amava e
il giorno che mi sono accorto che c’era un
mondo diverso da quello degli studi
matematici che mi imponevano a casa, ho
deciso che senz’altro avrei fatto il
pittore.
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Alla maggior parte delle persone sembra che
essere artisti esoneri dalla routine
quotidiana e dalla scontata omologazione dei
comportamenti. È veramente così o è soloun
‘impressione che si ha dall’esterno?
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Sarebbe una vita da sogno se fosse così! La
routine quotidiana pesa forse ancora di più
e specialmente in provincia è difficile
trovare momenti giusti per “riflessioni”
diverse, che conducano a degli “spaesamenti”.
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GIGINO FALCONI “La capra sul Lago”, 1994 |
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Hai mai avvertito la solitudine perseguendo la
strada dell’arte?
Sì, credo che la solitudine sia sempre dietro l’angolo. Ma più che
la solitudine l’impossibilità di beneficiare
di alcuni frutti che la vita ti offre.
Questo è il prezzo di un raggiungimento che
sta sempre all’orizzonte e sembra non
arrivare mai. Quel tempo perduto certe volte
ti mette un senso di angoscia, di tristezza.
I risultati però poi, quelli che ti
riconosci tu, non quelli che ti riconoscono
gli altri, quei risultati ti danno la gioia
della vita, meglio la gioia per alcuni
istanti nella vita.
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Cosa pensi di quelle che Renato Barilli ha
definito “operazioni estetiche” cioè delle
famose “installazioni” dell’Arte Povera,
Concettuale ecc.?
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Lì sento un salto di generazione. Penso sia una
ricerca artistica anche quella ma la pittura
è un’altra cosa. Sono contento che
appassioni i giovani ma nelle installazioni
c’è il ribaltamento di quelle che erano le
mie aspettative nell’arte. Alla base della
mia ricerca artistica e credo anche di
quella dei più grandi autori (non che io sia
un grande autore, li cito come punto di
riferimento) c’è l’identità.
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Credo che nelle installazioni, l’identità, la
calligrafia, la fisionomia se ne siano
andate, siano un po’ svanite.
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C’è indubbiamente uno sforzo collettivo ma per
il raggiungimento di qualcosa che io non
riesco a recepire, a capire, a identificare.
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GIGINO FALCONI da “Alcyone” “Il Fanciullo”, 1988 |
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E perseguendo la strada di una nuova figurazione
con l’utilizzo tradizionale della tela, ci
sono stati momenti in cui hai avvertito la
solitudine?
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Il problema della solitudine c’è sempre. Io
faccio parte di una generazione che ha
convissuto con l’Informale. Negli anni ‘50,
‘60, ‘70, l’Informale ha dominato
praticamente tutto e tutti. E’ stato
ovviamente difficile perseguire una strada
diversa di rinnovamento che non prescindesse
dalla figurazione. Per me è stato un lento,
lentissimo processo di reperimento dei
“materiali” giusti e li ho cercati
soprattutto nei maestri del passato e nei
pochi maestri del presente che si
differenziavano dall’Informale. Sono tornato
al ‘300 per studiare, guardare la sua arte,
sono passato poi al ‘400, ecc. fino a
giungere alla fotografia antica e a quella
moderna che mi hanno dato l’ultima spinta
per la realizzazione di uno stile ma nuovo.
Nuovo almeno per me, non so per gli altri.
Poi mi sono accorto che su questa mia strada
camminavano anche altri autori che avevano
le mie stesse urgenze ed esigenze.
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Della tua pittura io evidenzierei soprattutto il
senso di “mistero”. Come per Balthus (mito
dell’arte contemporanea recentemente
scomparso) mi sembra che a contare non sia
tanto “l’intreccio” della storia quanto ciò
che potrebbe accadere da un momento
all‘altro su una scena prospetticamente
ineccepibile, con inquadrature quasi
teatrali e figuranti in pose a volte
improbabili. Sei d’accordo con questa
interpretazione?
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Sono sorpreso che mi citi proprio Balthus, un
autore che ho stimato e amato molto. Nella
vita di un pittore ci sono tanti
innamoramenti, Balthus è stato uno dei miei
ultimi. Ma per imparare a dipingere ho
guardato soprattutto i maestri del passato.
Credo sia una vera perdita la scomparsa
delle cosiddette botteghe d’arte in cui il
ragazzo entrava quasi ancora bambino e
usciva a vent’anni con la conoscenza
perfetta della tecnica. Gli rimaneva solo
l’incombenza di far venir fuori una sua
identità, una sua personalità. Oggi mancano
le capacità tecniche, trascurate se non
annullate negli ultimi cento anni.
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GIGINO FALCONI "La Castellana Lunare”, 1994 |
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Io ho citato Balthus, quali altri nomi
accosteresti alla tua pittura e perchè.
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L’autore che per primo mi ha influenzato è stato
Masaccio. Parlo di quarant’anni fa. Anche il
rigore compositivo di Piero della Francesca
ha avuto un’ottima cassa di risonanza nella
mia ricerca; non ho assunto i suoi
stereotipi ma ho accolto il senso della sua
lezione. Raffaello è irripetibile. I suoi
quadri sono gli unici illuminati da una luce
divina ma io mi sento più attratto
dall’umanità caravaggesca. Caravaggio mi ha
sempre sconvolto; ogni volta che ho visto
una sua mostra nella mia pittura ci sono
stati dei cambiamenti e degli spostamenti
anche estremi. Trovo il Rinascimento
italiano un po’ troppo.. come dire?
“edonistico” mentre il Rinascimento nordico
(forse è improprio chiamare così il
‘500 e ‘600 nordico) è meno pieno di
trasalimenti e sublimazioni ma pieno di
fortissime analisi dei problemi umani. Come
Caravaggio, mi hanno concretamente suggerito
Memling, Van Eyck e Rembrandt, Rubens, Van
Dyck. Di Caravaggio voglio ricordare che fu
dimenticato per oltre duecento anni. Si
dipingeva come lui e nessuno ricordava il
suo nome. E stato riscoperto solo nel 1920.
Questo fa pensare come il mondo dell’arte
possa essere a volte ambiguo e superficiale.
Nel passato ho amato anche Picasso che ha
influenzato la pittura mondiale per oltre
cinquant’anni. Oggi però, non andrei più a
vedere una sua mostra, sento che non mi dice
più nulla. Invece la pittura di Caravaggio,
quella rinascimentale, quella barocca e
quella settecentesca di Goya possono
parlarmi e suggerirmi all’infinito.
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GIGINO FALCONI “Premonizione“, 1999 |
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Il 13 mano scorso hai ottenuto il Premio
Paliotto d‘Oro a Teramo. Premio importante
che riconosce il tuo operato come qualcosa
che ha dato lustro, in tutta Italia, alla
nostra Provincia e alla nostra Regione. Che
tipi di ricordi e di legami affettivi, anche
in senso lato, hai con Teramo? E con
Giulianova?
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Sono vissuto venti anni a Teramo facendovi
purtroppo degli studi che non mi
gratificavano affatto. A proposito del
Paliotto è un Premio che è stata espressione
della stima che alcuni amici hanno di me. Ad
essere sincero però, ho sempre avuto il
desiderio di fuggire da questi posti, non
perchè non li ami ma perchè
professionalmente sono state tante le
difficoltà che vi ho incontrato per
affermarmi. Oggi se avessi l’età giusta
andrei via. E consiglio ai giovani che
operano in campo artistico di farlo. Magari
per tornare anche per lunghi periodi. Le
nostre zone, specialmente l’interno del
teramano, conservano una natura quasi
incontaminata, estremamente suggestiva. Ma è
importante che si legga nel mondo, e dalle
nostre parti non si legge più. Dico leggere
in senso metaforico.
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L’anno scorso, d’estate, hai esposto nella Sala
“G.Trevisan” del Centro Culturale San
Francesco, il tuo ciclo “Una luce sul mondo
“. La mostra, a riprova della grandissima
stima che i Giuliesi hanno del Maestro
Gigino Falconi, è stata visitatissima. Un
ciclo diverso dagli altri, un ciclo d’arte
“sacra”, qualcuno ha detto un ciclo
“religioso”. Io direi forse un ciclo che
esprime un forte desiderio di spiritualità.
Cos ‘è per te il “sacro”? e il “religioso”?
e lo “spirituale”?
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Io vedo un po’ tutto attraverso una deformazione
professionale che è quella della pittura. Ho
affrontato questo ciclo non tanto per
desiderio di spiritualità quanto per
confrontarmi con i maggiori autori del
passato. I dipinti più importanti del
passato sono di arte sacra anche se
probabilmente gli autori avrebbero dipinto
altro, con una committenza più
diversificata.
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GIGINO FALCONI da "Alcyone”, “Meriggio”, 1987-88 |
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Nella nuova riforma scolastica la storia
dell’arte non appare più come materia a se
stante ma come “interpretazione critica
delle immagini” comprendente anche il
cinema, la pubblicità ecc. Non pensi che in
tutti i paesi, e a maggior ragione in Italia
che ha un immenso patrimonio artistico, sia
un “delitto” non abituare il cittadino
a”frequentare” il proprio patrimonio
culturale e non fargliene comprendere la
meravigliosa specificità? Come possiamo
pretendere che si conservi e ami ciò che
neppure si conosce?
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Non credo che le cose vadano bene per l’arte.
Voglio risponderti con il primo episodio che
mi viene in mente ma potrei citarne mille
altri. Due-tre anni fa fui invitato come
relatore ad una bella manifestazione che si
tenne sia a Teramo che a Giulianova. Il
principale relatore era un importante
compositore milanese (mi pare di ricordare
che il titolo dell’incontro fosse “Storia
del pianoforte”) ed era stato invitato anche
un critico d’arte ugualmente importante,
Floriano De Santi. Quando dal tavolo rivolsi
lo sguardo verso la sala, mi saltò agli
occhi subito quella che percepii come una
situazione disastrosa. Tra il pubblico non
c’era un giovane. Eppure l’incontro era
stato progettato come un’occasione per
parlare dei problemi dell’arte in genere e
noi pensavamo sarebbe stato interessante
soprattutto per i giovani, sarebbe stata per
loro un’occasione di confronto e di
orientamento. Comunque la mancanza dei
giovani si rimarca in modo massiccio anche
ad ogni inaugurazione di mostre d’arte.
Molto probabilmente è la scuola, preposta
all’arricchimento spirituale dei giovani,
che in questo campo è fallimentare.
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GIGINO FALCONI da “Alcyone".
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“Sogni di terre lontane”, 1988
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...Contributi...
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Non è un tema d’occasione, questo scelto da
Gigino Falconi: nel cuore di ogni abruzzese
respira la memoria di D’Annunzio. Caso mai,
il problema è vedere in che modo l’occasione
si sposa con il passato interiore, con
quello che l’artista si portava dietro dalla
nascita. Quasi si trattasse di riprendere un
discorso messo da parte tanto tempo fa e
alla fine dimenticato, Qui sta il punto
vero: non si può dimenticare, soprattutto
quando ciascuno dalla propria parte -
l’ispiratore e il traduttore - ha lavorato
per le stesse intenzioni. Così dal confronto
non voluto ma imposto dalla più profonda
coscienza salta fuori una risposta che non è
mai illustrativa o riassuntiva ma legata a
quanto c’era di più vero nell’ispirazione
del Falconi. Potremmo dire anche che si
tratta di un discorso doppio o meglio ancora
di un confronto sostenuto fra
l’immaginazione di ieri e ormai codificata e
l’immaginazione dello spettatore che è stato
sollecitato verso questo tipo di
ricognizione. In effetti c’è un filo
conduttore che passa attraverso queste
immagini ripetute nella più assoluta
libertà, quasi si fosse trattato di
riscrivere ciò che il D’Annunzio aveva detto
e fissato per sempre. Non per nulla un’opera
vive oltre i suoi confini naturali e riesce
a passare dal particolare al generale, dal
temporale all’eterno. Di qui la scelta del
Falconi, restare nel suo tempo e insieme
ripetere le parole magiche del poeta. Lo
spettatore chiamato a dire le sue
impressioni non può fare altro che cedere a
un sentimento immediato di ammirazione, alla
giustificazione dell‘operazione così ben
risolta. C’è poi da mettere nel conto, tutto
quanto il Falconi è riuscito a sottarre alla
speculazione triviale della commemorazione.
Né dobbiamo considerare questo capitolo
nell’ambito della facilità e della
semplicità e questo perché lo scartare,
l’eliminare e l’evitare suppongono una
disposizione critica di alto livello.
Possiamo fare la prova per contrari,
immaginando il Falconi disposto alla pura
dilettazione fondata sul già detto, sul già
noto: non gli sarebbe mai riuscito di
restare al palo della pura illustrazione, In
realtà ha lavorato in senso opposto,
mettendo nei margini tutto quanto sarebbe
stato naturale e spontaneo per lo spettatore
l’idea della restituzione dannunziana (un
tipo di operazione offerto a tutti) e
privilegiando quello che restava chiuso e
nascosto agli occhi di tutti. Ecco dove
l’allievo è riuscito a mettersi in rapporto
d’arte con il poeta, a entrare in
competizione. Falconi a questo punto ha
inseguito le sue chimere e le sue ipotesi di
vita e in tal modo ha vinto la partita,
diventando non già uno dei tanti
illustratori dell’opera del D’Annunzio ma -
e qui stava veramente il grande salto - un
lettore, meglio ancora un’«anima» in grado
di accogliere la verità poetica. Per
servirci di un’immagine, un pittore che ha
saputo raccogliere il «testimone» dalle mani
prodigiose del poeta, senza corromperne la
voce, senza alterarne i toni egli echi.
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Carlo Bo |
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(Dal volume “G. Falconi”, Grafis
Edizioni, 1988)
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GIGINO FALCONI “Traghettatrice di Anime”,
1995-96 |
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Quella bella illusione dell’arte |
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Al di là del dichiarato proposito di
confrontarsi con un tema, ovvero
dell’intento di prefigurarselo, un tema, al
fine di trarne opportunità di coagulazione e
di verifica al culmine di un momento senza
dubbio particolare del proprio lavoro, le
novità che Falconi lascia scoprire in questa
grande suite dedicata a D’Annunzio
appartengono ancora al processo interno di
autodefinizione che la sua pittura viene
producendo: si vuol dire, insomma, che
quanto doveva accadere, in termini dì
acquisizione o puntualizzazione di indirizzi
e di esiti ulteriori, è accaduto o sta
accadendo non in dipendenza di una pur
plausibile suggestione dovuta al tema
dannunziano, che pure si sarebbe detto
prevaricante, bensì secondo un procedere
tutto singolare di intassellamenti in un
tessuto definito da tempo. Altre presenze si
affiancano alle varie che il pittore,
appunto da tempo, aveva assunte, e sono
presenze queste sì suggerite, o meglio si
dirà semplicemente partecipate, dall’ipotesi
di rilettura di una certa epoca e di una ad
essa organica situazione, per esempio di
ambienti, di oggettistica, di abbigliamenti;
ma non si tarda a capire che si tratta di
presenze organiche prima di tutto alla
naturale sfera sia culturale che
sentimentale del pittore: si fa «oggetto»
dunque ciò che era già in lui, nel
«soggetto», come parti costitutive del
complesso magma di ipotesi, sogni, memorie,
visioni che designano una configurazione
umana ed artistica.
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Il fatto concreto che resta, che continua a
restare, è che Falconi oggettivizza
questo suo pur complesso interno con
sorprendente chiarezza, parrebbe addirittura
con leggera facilità; come se davvero
attingesse di prima mano da una realtà
primaria di cui fosse depositario. In questo
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senso non è mai parsa risolutiva nessuna delle
catalogazioni alle quali sia stata, o possa
essere, avocata questa sua pittura. Il
neo-oggettivismo, l’oniricità, il
surrealismo o i dintorni dell’iperrealismo
chiamati ricorrentemente in causa possono
calzarle così come possono restarle
estranei. Allo stesso modo l’enigma,
categoria a sua volta evidenziata quale
matrice dì quelli che si direbbero i
«portati d’effetto» delle tele di Falconi,
dovrà riconoscersi appartenente piuttosto ad
una dimensione originaria e costitutiva,
anch’essa parte del magma, della dotazione
primaria. Semmai, un reagente del quale ogni
altro elemento si avvalga per consentire
l’optimum della propria qualificazione.
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In tale ambito di assunzioni l’uso degli oggetti
reali, che fanno pur sempre il corpus
più sostanzioso della rappresentazione, è
talmente puntualizzato da rivelare, proprio
perciò, la sua effettiva misura di
interpretazione alternativa, dove è
breve il passo dal reale guardato cosi come
al suo ribaltamento, che si lascia intendere
come l’indispensabile estrema soluzione di
ricambio, a vincere l’onore dell’immobilità,
lo sgomento della cristallizzazione nella
monovalenza. È così che la «realtà» di
Falconi apre innumerevoli finestre sulle
infinite cose che fanno il sentimento del
sovrareale: e basterebbe tanto a insediare
la sua pittura ad emblema dì un tempo in cui
la realtà può superare la fantasia ma non
per questo cessa di essere dominata
dall’angoscia. Il coinvolgimento corale
delle immagini del nostro tempo, di cui
parla Crispolti, si è fatto progressivamente
più esteso e al suo interno capillare, quasi
calligrafico: per forza di virtù associativa
si sono intersecati piani gli visione
temporalmente sfalsati, tenuti insieme dal
sentimento della memoria, a sua volta
sorretta da quella che De Micheli ha
definito «coscienza del passato». Tutto ciò
beninteso in ordine alla materia
rappresentata, giacché sul piano formale non
si pongono problemi di decodificazione,
stante la straordinaria immediatezza di
lettura a cui conduce l’altissimo grado
di manualità, capace di restituire ad una
coesione tutta interna gli elementi
appartenenti, appunto, ai diversi piani
dell’ideazione fantastica e della acronica
memoria: Si è detto manualità
in omaggio a un termine salito in voga, nel
quale però s’intende sintetizzato l’insieme
dei fattori da chiamare in causa
nell’esercizio serio della pittura, ed è
superfluo aggiungere che non si tratta
soltanto dì quelli tecnici, grafici o
compositivi o cromatici.
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In questo intelligente, vigile gioco ad
abbandonarsi alla memoria e al sogno,
antidoti in ogni tempo cercati a scudo di
un’inquietudine ahimé senza tempo,
interferisce senza traumi il ricordo di un
altro sogno, anch’esso eletto a
difesa da un’inquietudine che amava però
mascherarsi sotto alibi di forbita
consistenza: la gloria, il successo, i
grandi amori, la «bellezza» di una vita
inimitabile. L’eccezionalità delle tele che
Falconi ha dipinte tenendo il pensiero a
D’Annunzio sta in questo aver eluso
qualsiasi «serio» riferimento a quegli alibi
che il poeta delle Laudi
incessantemente aveva innalzato a schermo
della solitudine, dell’angoscia, dell’idea
ossessiva della morte, fingendo di
lasciarsene proteggere fin sulla
soglia del Vittoriale. La corazzata, il
velivolo, Il levriere, i cavalli, le molte
più e meno concrete presenze femminili
stanno si ad evocare la nota iconografia
dannunziana: ma sono immagini sempre
filtrate come attraverso cortine di sogno,
affioranti da una distanza irreversibile a
cui sembra gettare un ponte semmai il velo
di malinconia che intanto ancor più ne
divide. E a confermarci quanto siano irreali
ecco l’altra distanza, in senso di più
compiuta impraticabilità di raccordo,
sancita dall’emergere di motivi surreali,
figure portate da un enigma nel quale può
identificarsi il mistero stesso della
poesia, l’inspiegabile forza della sua
grazia.
-
Anche l’altra e diversamente umile iconografia
legata all’immagine del Poeta, le paranze e
i pescatori e le donne in attesa sulla riva
del mare, viene assunta sulla mediazione
della letteratura, passata dunque attraverso
un giudizio che può essere, ed anzi
sicuramente è, quello del pittore. Il quale
ha posto però come presenza ricorrente e
dominante il mare, elemento questo sì reale,
fermo, immutabile. Tradizionalmente assunto
a simbolo del perenne mistero
dell’esistenza, il mare ne diventa qui la
visualizzazione, con la sua presenza
polivalente, rassicurante e ambigua,
conturbante e serena. E il punto di raccordo
è qui, se è vero che con quel mistero, al di
fuori di ogni altra categoria di luogo, di
tempo, di indole, si è confrontato da
che mondo è mondo chiunque sulla bella
illusione dell’arte ne abbia tentato lo
scandaglio.
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Giuseppe
Rosato |
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Dal volume “Gigino Falconi”, Grafis Edizioni,
1988) |
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GIGINO FALCONI da "Alcyone", "Sera Fiesolana”,
1988 |
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Già dal periodo in cui ero tra i pochi pittori
che usavano un linguaggio figurativo, a
dispetto dei tanti che ormai cercavano di
tenere in vita l’informale, alcuni amici,
che seguivano certe mie ricerche pittoriche,
mi avevano consigliato di visitare il
Vittoriale di D’Annunzio. Avrei potuto
trarne qualche spunto per il mio lavoro,
anche se del Poeta non sapevo quasi nulla,
giacché al di là delle scarse reminiscenze
scolastiche, ben poco ricordavo della sua
opera e della sua vita. Mi decisi a partire
per Gardone, spinto da un po’ di curiosità,
ma fu un disastro: la visita a quel mausoleo
mi procurò solo uno strano fastidio che mi
spinse ad andarmene quasi subito.
-
Alcune letture, la mediazione del tempo e
l’indirizzo preso dal mio lavoro, m’hanno
fatto tornare il desiderio di riprovarci:
provare a rientrare in quelle stanze cosi
colme di oggetti immersi in quelle atmosfere
silenziose che misteriosamente, da un po’ di
anni, inserivo in alcuni miei quadri.
-
Il cinquantenario della morte del Poeta, un
forte desiderio di conoscerlo meglio e
l’ansia di mettermi in contatto con lui
attraverso la pittura, hanno fatto il resto
e, così, è sorta l’idea di avviare un ciclo
di quadri in suo omaggio.
-
Ma da dove, e come, potevo cominciare?
-
La voglia c’era ma sopravveniva anche la paura
di non farcela: la sua opera man mano che
più la scandagliavo, mi rendeva D’Annunzio
irraggiungibile, troppo grande e complesso
per essere rappresentato attraverso alcune
tele. E poi non capivo: oltre alle atmosfere
della sua dimora sul lago che cosa mi
accomunava a lui?
-
Qual era il punto di partenza per poter mediare
il suo incredibile cammino con la mia
pittura?
-
Ormai ero convinto di non riuscire nel mio
intento. A completare l’opera c’era
l’imbarazzo dell’ombra scomoda di certi
illustri precedessori, quei grandi pittori,
Michetti, De Carolis, e Sartorio che, con
incredibile abilità e partecipazione, gli
erano stati vicini operosamente e dei quali
conoscevo i risultati irripetibili. Non me
la sentivo di competere con loro a distanza
di oltre mezzo secolo. Ma come accade quasi
sempre, il miracolo s’è verificato, certo
intimamente lo desideravo, perché quasi
senza volerlo mi ritrovai a dipingere
l’acqua del mare e dei laghi, e più la
dipingevo più mi si chiarivano le idee,
capivo che questo era l’elemento che ci
univa. Era stata una presenza vitale e
indispensabile per il Poeta, si da farlo
vivere quasi sempre a contatto di un lago o
del mare, e altrettanto importante si stava
dimostrando per me, sostenendomi per tutto
il tempo in cui ho dipinto questi trenta
quadri che costituiscono l’intero ciclo del
mio regalo a D’Annunzio.
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Gigino Falconi |
|
(Dal volume “Gigino Falconi", Grafis
Edizioni, 1988) |
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GIGINO FALCONI da “Alcyone", “L’Onda”, 1987-1988 |
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ARTICOLI |
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(Dal "Corriere della Sera " del
11-11-1979) |
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(da "Panorama" del 25-10-1977) |
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Quando Gigino Falconi incominciò a venire alla
ribalta, tra gli anni cinquanta e sessanta,
la critica d’arte, volendo definire la sua
maniera incasellandola in uno degli
indirizzi attivi in quel periodo, si
appoggiò presto alla formula “nuova
figurazione”, che raccoglieva artisti
lontani da ogni tendenza astratta, ma
separati anche dalla corrente neorealista…”
-
-
“…Falconi, da subito, mostrò, con tratti di
elegante indipendenza, di volersi porre in
una situazione lontana da ogni immediatezza
viscerale...”
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Gigino Falconi è nato e vive in prossimità del
luogo d’origine della famiglia Rossetti. Una
cultura dalle componenti morbose ed
estenuate alimenta la vena di quest’artista
insieme raffinato e prepotente, che ha
trasfuso il proprio deposito culturale in
immagini di mirabile originalità.”
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Rossana Boscaglia |
|
(dal mensile “Arte in”) |
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Articolo tratto dalla Rivista "Madonna
dello Splendore n. 20 del 22
aprile 2001 |
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