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La figura di
Plinio De Martiis |
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di
Walter DE BERARDINIS |
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Plinio
De Martiis nasce a
Giulianova all’una
di notte del 30 ottobre del 1920, nella casa di
famiglia sita in via per Montone, una traversa
dell’odierna via Amendola. Primogenito di Guido e
Olga Barnabei, ancora ragazzino De Martiis lascia la
nativa Giulianova alla volta di Roma, insieme con i
genitori e con la sorella minore superstite,
avendone perso un’altra, morta in giovanissima età.
Il papà Guido, noto funzionario dell’amministrazione
comunale, appar-tiene ad antica e prestigiosa
famiglia locale, nella quale troneggia proprio il
padre Pasquale De Martiis, avveduto chimico e
farmacista, creatore di importanti industrie locali
e sindaco della città, cui si deve la definitiva
sistemazione di Piazza della Libertà.
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Dopo aver vissuto l’adolescenza e la guerra
nella capitale, nel periodo dell’occupazione e della
ricostruzione dell’Italia Plinio De Martiis conosce
e quindi sposa Maria Antonietta Pirandello, figlia
dello scrittore Stefano (in arte Stefano Landi) e
nipote del grande drammaturgo siciliano Luigi. Ninnì,
come confidenzialmente e affettuosamente viene
chiamata Maria Antonietta, gli darà due figlie.
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Gli interessi di Plinio nei confronti della
fotografia, ma anche del cinema e del teatro, datano
dall’adolescenza. Nella capitale ha modo di meglio
coltivare i suoi interessi e di entrare in
contatto, insieme a Franca Valeri, Carlo Mazzarella
e Vittorio Caprioli, con il gruppo del “Teatro
dell’Arlecchino”, oggi Teatro Flaiano, luogo assai
prestigioso essendo stato frequentato da De Chirico,
Moravia, Guttuso, Luchino Visconti ed altri ancora.
Nel frattempo gestisce un bar, alternandosi tra la
fotografia (sarà fotoreporter per conto di alcune
testate nazionali, da L’Unità a Il Mondo),
l’editoria e l’attività di gallerista, non
trascurando la militanza politica nell’allora Pci,
che lascia nel 1954 suscitando feroci commenti e
malignità. L’apparato difatti reagisce per bocca dei
suoi ex compagni, facendo circolare velenosamente la
voce – del tutto infondata – di una interessata
“fuga” dal partito finanziata dagli americani: una
abile campagna denigratoria che comporterà al
giuliese l’appellativo di “Plinio l’Amerikano”.
L’allontanamento, in realtà, fu determinato
dall’avvio della sua galleria d’arte, “La
Tartaruga”, ubicata nel cuore di Roma e destinata a
grande notorietà, a cavallo tra gli anni 50’ e 60’,
per aver scoperto e lanciato i nuovi talenti
dell’arte italiana, non solo Ceroli, Festa, e
Pascali ma anche – per citare – Angeli e Schifano,
in aggiunta ad altri prestigiosi esponenti
internazionali, da De Kooning a Rauschenberg, a Cy
Twombly. La nascita della galleria d’arte avvenne
quasi per caso, in una serata tra amici, sempre nel
1954, ed è opportuno ricordarne la genesi. Nel
cappello di Mario Mafai furono messi 5 bigliettini
piegati, fu estratto un bigliettino con su scritto
“la Tartaruga”, scritto dal suo amico Mino Maccari.
A Plinio De Martiis non restò dunque che accettare
il verdetto della sorte. Il 25 febbraio del 1954,
dunque, Plinio De Martiis inaugurava la sua galleria
a pochi passi da Piazza del Popolo. Con lui la
moglie Maria Antonietta (Ninnì) Pirandello, e gli
ispiratori di quella nuova avventura, cioè Leoncillo
Leonardi, Salvatore Scarpetta, Mario Mafai e Giulio
Turcato, tutti pittori e scultori già affermati nel
panorama nazionale ed internazionale.
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I primi ad esporre nella nuova galleria del
giuliese furono Vespignani, Muccini, Perilli,
Dorazio e Salvatore Scarpitta, che rappresentavano
il figurativo e gli astrattisti in voga in quel
periodo. Alla fine degli 50’ alla galleria d’arte si
presentò un gallerista italiano, Leo Castelli, che
propose una sorta di testa di ponte con i nuovi
talenti americani protagonisti della “Pop-Art” o
popular art, la nuova tendenza artistica nata in
Inghilterra. Da quel momento cominciarono a
frequentare la “Tartaruga” artisti come Twombly,
Rauschenberg Robert, De Kooning Willem. E poi
Rothko, Franz Kline, Tinguely, Conrad Marca-Relli. A
costoro vanno aggiunti artisti italiani
particolarmente apprezzati da Plinio, come Mimmo
Rotella, Afro Basaldella, Piero D’Orazio, Salvatore
Scarpetta, Mario Schifano, Pino Pascali, Piero
Manzoni, Tano Festa, Franco Angeli e molti altri.
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Attento ad ogni segnale, al gallerista giuliese
non sfuggono i segni di un concreto rinnovamento
nell’arte contemporanea: ed è per questo che decide
di lanciare nuovi talenti come Fabio Mauri, Giosetta
Fioroni, Cesare Tacchi, Renato Mambor, Jannis
Kounellis, Pino Pascali, Manzoni, Castellani, Tano
Festa, Claudio Cintoli, Mario Ceroli. La
straordinaria attività del dinamico ed infaticabile
Plinio, la originalità delle sue proposte accentuano
ancora di più la centralità della “Tartaruga”, ormai
uno dei punti cruciali della vita artistica della
cosiddetta “dolce vita” romana. Un po’ tutti, da
Giuseppe Ungaretti a Marcel Duchamp, da Nanni
Balestrini a Tristan Tzara, da Alberto Moravia a
Sandro Penna, compreso il pescarese Flaiano, avranno
dimestichezza con gli ambienti della galleria. Agli
inizi del 1968 arriva l’ultima grande opportunità
per la “Tartaruga”, grazie alla solita idea geniale
del suo “papà”. Plinio propone infatti di allestire
una mostra al giorno per ogni artista. Nasce così il
“Teatro delle Mostre”, ultimo atto di un’avventura
straordinaria destinata a finire nella leggenda. Un
anno dopo, infatti, “La Tartaruga”cessava di vivere,
lasciando tuttavia una traccia indelebile nell’arte
contemporanea italiana.
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Di quegli “anni originali”, come venne chiamata
la straordinaria, vivacissima e irripetibile
stagione in buona parte dovuta proprio a de Martiis,
formula utilizzata peraltro come titolo per una
bellissima mostra che il giuliese organizzò nella
sua galleria toscana di Castelluccio di Pienza,
rimangono anche una sorta di diario fotografico.
Plinio difatti usava spesso la sua macchina
fotografica “la Rolleicord” 6x6 – 12 fotogrammi, per
immortalare i più grandi artisti di quei tempi,
dall’arte alla letteratura, dal cinema allo
spettacolo, critici e intellettuali dell’epoca: una
vera miniera folta di 5.000 negativi in parte
acquisiti dall’Istituto Italiano per la Grafica di
Roma.
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Con la chiusura della galleria, non terminava
però l’attivismo di De Martiis. Va qui rammentata
infatti la realizzazione dei quaderni de “La
Tartaruga”, nati nel 1986 a Roma e poi cessati nel
1993. Erano in sostanza quaderni d’arte e
letteratura e venivano stampati, una volta o due
all’anno, per conto di De Luca Editore di Roma, una
casa editrice assai nota per la produzione di libri
d’arte e cataloghi. Plinio, nel suo breve editoriale
per il primo numero uscito nel marzo del 1986,
esordì con parole tristi verso l’arte, non lesinando
il suo disprezzo per la similarte e similuomini,
come lui amava chiamare il nuovo modo di fare arte.
Il taglio giornalistico, così come il formato dei
quaderni furono ispirati da “L’Italiano”, la famosa
rivista di Leo Longanesi, di cui apprezzava il
lavoro fatto – secondo lui - di uno stile unico.
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C’è da dire che, pur a fronte di innegabili
meriti e di straordinarie iniziative, solo negli
ultimi anni la critica e il mondo dell’arte sono
tornati ad interessarsi di De Martiis. Le mostre più
note al pubblico sono state: nel 1993, Archivio
delle Fotografie di Plinio De Martiis, Galleria
Netta Vespignani di Roma; sempre nel 1993, alla XLV
Biennale di Venezia; nel 1999, L’Arte Pop in Italia,
a Parma. Nel 2002, I due ritratti, nella Scuola
Romana di Fotografia di Roma; nel 2003,
Americaniaroma – fotografie di Plinio De Martiis.
Sempre nello stesso anno “Piazza del Popolo –
sessanta-settanta” a Roma; 54° edizione del Premio
Michetti a Francavilla al Mare, nel corso della
quale il Presidente della giuria, il critico Duccio
Trombadori, gli assegnò il premio alla carriera. Da
ultimo vanno citati Sensi Contemporanei in Abruzzo,
mostra allestita al Mas di Giulianova nell’agosto
del 2004 a pochissima distanza dall’improvvisa
scomparsa del Maestro. Recentemente il famoso
giornalista siciliano Giampiero Mughini gli aveva
dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro
intitolato Che belle le ragazze di via Margutta,
uscito per Mondadori. Il titolo del capitolo
dedicato allo straordinario giuliese è “Un fotografo
che somigliava a Dustin Hoffman”. Le spoglie mortali
di Plinio De Martiis, che per sua volontà sono state
cremate, riposano nel piccolo cimitero di Vignoni
Alto, minuscola frazione di San Quirico D’Orcia
(Siena). Una morta giunta troppo presto, ma non
dimenticata dai suoi amici ed estimatori che il 12
ottobre 2004 lo hanno voluto ricordare con una
mostra nel Palazzo della Fontana di Trevi a Roma,
organizzata dall’Istituto Nazionale per La Grafica e
con l’alto patrocinio del Ministero dei Beni
culturali.
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A me non rimane che sperare, concludendo queste
righe, nella maggior conoscenza e valorizzazione –
nei nostri territori – della sua figura, così
rendendo omaggio ad un illustre giuliese.
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Ringraziamenti:
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Caterina De Martiis, figlia; Sandro Galantini, Direttore Biblioteca
Donatelli; Antenore (nino) Barnabei, cugino; Margherita De Martiis,
nipote; Duccio Trombadori, critico d’arte; Lida Ciabattoni, cugina;
Vincenzo Centorame, giornalista; Gabriele Di Pietro, docente e critico
d’arte e Marino Durante, fotografo; Don Domenico Panetta, Parroco di San
Flaviano; Adele Crocetti, ufficiale delle stato civile.
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