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Clodomiro Iezzi
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La riscoperta di un artista giuliese
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di Stefania Segreti
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Per tutto l’Ottocento assistiamo proprio a Giulianova
alla nascita di numerose figure tali da costituire, nel corso del
secolo, un rilevante fenomeno culturale. Di questa situazione e delle
diverse dinamiche che la resero possibile, siamo tuttavia, ancora oggi,
poco informati. Come al solito il riferimento più diretto ce lo offre
Vincenzo Bindi l’attento e infaticabile commentatore delle tante e
lontane storie delle nostre vicende patrie. Egli stesso rintracciò una
lunga linea di artisti nella quale inserì a poco a poco i contemporanei
artefici giuliesi. Anche se alcuni di quest’ultimi non figurano tra le
pagine delle sue molteplici pubblicazioni, possiamo ritrovare le loro
tracce negli esemplari pittorici conservati nella sua ricca collezione
di quadri, nella corposa corrispondenza epistolare intrattenuta con il
mondo colto dell’epoca. Vogliamo, a questo proposito, ricordarne i nomi
a partire dal più anziano Flaviano Bucci (1817-1906), figlio di Egidio,
sindaco di Giulianova e ricco possidente (Comune di Giulianova, Registri
di Stato Civile), impegnato principalmente nel genere della pittura di
storia, che potremmo eleggere a capostipite autorevole di un lunga e
interessante schiera di artisti. Questa si delinea nei decenni
successivi attraverso l’operato dello scultore Raffaello Pagliaccetti
(1839-1900), seguito da Egidio De Maulo (1840-1904), Ulderico Ulizio
(1888-1979) e Giuseppe Cavalli (1889-1945). Come è noto costoro si
formarono fuori dal nostro contesto cittadino, in centri artistici fra i
più importanti dell’epoca come Napoli, Roma e Firenze. Flaviano Bucci
viene ricordato, nella città partenopea come allievo del teramano
Giuseppe Bonolis e del vastese Gabriele Smargiassi (Comanducci,
Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani
moderni e contemporanei, Milano, 19623, vol. II, p. 277), mentre da
un’altra fonte apprendiamo del suo impegno anche nell’ambito del
ritratto e dei bozzetti di costume (Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei
Pittori e degli Incisori Italiani dal XI al XX secolo, Torino, 1972,
vol. II, p. 322). De Maulo invece ebbe come insegnante, sempre secondo
le indicazioni fornite dal Comanducci, Gonsalvo Carelli e legami con gli
artisti della scuola di Posillipo coltivando contemporaneamente il
genere della natura morta e del ritratto (Dizionario illustrato, 19623,
vol. III, p.129-130). Ulderico Ulizio dopo essere giunto giovanissimo a
Giulianova, con la famiglia originaria della provincia dell’Aquila,
intraprese la carriera di scultore, mentre Giuseppe Cavalli si stabilì
invece a Roma, per frequentare l’Accademia di Belle Arti, lavorando come
restauratore presso il Vaticano (Aldo Marroni- F. Tentarelli, Artisti
giuliesi dell’Ottocento, Roseto degli Abruzzi, 1985, p. 15).
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Del loro
soggiorno presso queste città, siamo tuttavia ancora oggi poco informati e
ancora meno lo siamo nei confronti della loro attività, una volta rientrati
nel rispettivo luogo d’origine. Sappiamo però con certezza che i loro lavori
venivano inviati alle più importanti manifestazioni dell’epoca quali le
Biennali, diverse le Promotrici e ai diversi premi istituiti anche nelle più
lontane città del nord. In attesa di prove più ampie potremmo ipotizzare,
tuttavia, un lungo filo che corre attraverso i decenni associando questi
artisti in una sorta di indissolubile e lungo intreccio generazionale. In
loro ravvisiamo gli interpreti decisivi di un preciso mutamento culturale
che attraversa velocemente tutto il secolo e con esso anche la nostra
silente provincia secondo, l’unificante lezione impartita dallo spirito
romantico e risorgimentale. Questi artisti si muovono infatti come attenti
operatori culturali occupati nell’importare e diffondere lontani modelli di
illustre derivazione, nel divulgare per poi riprendere all’infinito e
attraverso percorsi personali le mode e le diverse tendenze del momento. |
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L’anello di congiunzione di questi complessi e ancora
poco chiari rapporti istituiti fuori del circuito locale, ci sembra
ancora una volta rintracciabile nella persona di Vincenzo Bindi,
grintoso esponente non solo di antiche e mute testimonianze del passato,
ma anche delle più attuali esperienze figurative. Presente a Napoli
dalla metà degli anni Settanta, protetto fin dal suo arrivo dalla
notevole influenza del suocero Gonsalvo Carelli egli ci sembra un
perfetto mediatore tra le aspettative dei giovani talenti, favoriti da
una munifica e aristocratica committenza locale, e le occasioni del
ricettivo ambiente napoletano. Dalla fine degli anni Settanta lo vediamo
muoversi tra la sua città e quella di Napoli, tessendo relazioni anche
con l’altra e non meno importante capitale romana dell’arte. |
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In questo complesso intreccio di figure
vorremmo inserire una figura poco nota anche ai più attuali repertori
locali che risponde al nome di Clodomiro Iezzi. Del pittore abbiamo
poche notizie e quelle di cui ci serviremo appartengono a una
pubblicistica collocabile, appunto, tra la fine dell’Ottocento e i primi
anni del secolo successivo. Più soddisfacente ci sembra invece l’opera
pittorica conservata presso gli attuali discendenti residenti a
Giulianova e Potenza. Una parte di essa è ravvisabile nella raccolta
della famiglia Montano che ospita un gruppo di opere ispirate a vari
soggetti quali paesaggi, nudi femminili e ritratti di vario genere.
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Andrea Clodomiro Iezzi nasce a Giulianova nel 1868 da
Giuseppe e Vittoria Tentarelli (Comune di Giulianova, Registri di Stato
Civile). Il padre nato anch’egli a Giulianova era figlio a sua volta di
Andrea Iezzi, originario di Rapino in provincia di Chieti. Da antiche
fonti apprendiamo come anche quest’ultimi svolgessero l’attività di
pittori e fossero contemporaneamente impegnati, con risvolti piuttosto
drammatici per le loro esistenze, nelle complesse vicende garibaldine
(G. Di Leonardo-M.R. Bentivoglio, Garibaldini in Abruzzo (1860-1870).
L’Abruzzo Ultra I, Mosciano S. Angelo, 2002, p. 124-125). Per il nostro
artista ancora più concise appaiono le informazioni relative agli eventi
caratterizzanti la sua vita personale. Sempre dai registri comunali
apprendiamo che nel 1908 sposa la conterranea Concetta Bucci e che dal
1935 è di nuovo a Giulianova dopo aver vissuto nella lontana città di
Pieve di Cadore. Inoltre pare abbia alternato l’attività di pittore a
quella di amministratore terriero (comunicazione orale fornita da
Francesco Ciafardoni). Vincenzo Bindi lo definisce il “chiaro artista”,
citandolo nella sua monografia dal titolo Giulianova. La Posillipo degli
Abruzzi edita nel 1927, in veste allora di direttore della Regia Scuola
Professionale “Raffaello Pagliaccetti”. Muore a Giulianova nel 1951. |
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Le più antiche informazioni sull’attività artistica
di Clodomiro risalgono all’aprile del 1896, pervenuteci da un
interessato pubblicista del Corriere Abruzzese. L’artista a questa data
ha ventotto anni e l’autore della sintetica colonna giornalistica, ce lo
presenta come una persona di talento, una giovane promessa del quale vale la
pena seguire, proprio per le dimostrate capacità artistiche, l’evoluzione
del suo percorso professionale. Egli ci offre infatti un profilo molto
eloquente della recente carriera dell’artista, ragguagliandoci, nelle righe
iniziali anche della formazione, avvenuta in anni precedenti nei vitalissimi
ambienti di Napoli, Firenze e Roma. |
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Non conosciamo l’esatto ordine degli spostamenti attraverso le
menzionate città, ma supponiamo fosse proprio il centro partenopeo ad
ospitarlo come giovane allievo agli inizi degli anni Novanta, dove,
secondo le dichiarazioni del puntuale estensore entra in contatto con
Saverio Altamura e Giovanni Morelli entrambi professori dell’Accademia
di Belle Arti di Napoli. Ancora come diligente studente viene infatti
ricordato da un altro pubblicista che lo incontra, all’epoca dei suoi
studi, proprio nella città napoletana, precisandone la data intorno
all’anno 1891 (L. Medori, L’arte in Abruzzo, in “L’Eco del Popolo”, 1
dicembre 1897), mentre in un altro e successivo articolo apprendiamo
come l’artista fosse“…incoraggiato ed aiutato dai maestri e specialmente
dal compianto Saverio Altamura, che più che insegnante gli fu amorevole
padre visse qualche anno, studiando e lavorando, a Firenze ed
ultimamente a Roma…” (Aloysius, Artisti abruzzesi. Clodomiro Iezzi, in
“Il Centrale”, 14-15 settembre 1899). |
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In attesa di documenti comprovanti
l’effettiva partecipazione ai corsi accademici potremmo assumere questa
ulteriore precisazione come informazione valida per sostenere un
effettivo rapporto con i due grandi maestri. Sappiamo infatti che Altamura muore nel 1897, mentre Morelli nel 1901. Egli ha dunque la
possibilità di coinvolgersi come tante nuove leve del momento,
nell’orientamento posto da quel preciso ambiente. Il poco più che
ventenne Clodomiro li poteva ammirare, sul principio degli anni Novanta,
appunto, come figure notevolissime, dalla consolidata fama acquisita nei
decisivi anni centrali del secolo, quando iniziarono a farsi promotori
di un rinnovato percorso pittorico e contemporaneamente, i principali
artefici di un importante cambiamento nell’ambito dell’ Accademia
napoletana. Costoro, infatti, con la loro pittura travestono il
presente secondo gli ideali antichi facendo muovere i personaggi in
abiti cristiani, storici o letterari, in una sorta di simultanea ed
eroica identificazione con il vissuto politico di quegli anni. Lo stesso
Morelli sarà il principale divulgatore di un’arte nella quale secondo la
sua definizione “figure e cose non viste, ma immaginate e vere ad un
tempo” trovano la loro piena attuazione.
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L’occasione della visita compiuta nel 1896 dal
compilatore del Corriere Abruzzese nello studiolo giuliese dell’artista,
è data dalla finitura di un’opera da qualche tempo iniziata e portata
finalmente a termine dall’artista. Il quadro dalle proporzioni molto
grandi si intitolava il Diogene, e viene dallo stesso redattore,
auspicata come eventuale acquisto “da parte di qualche amatore della
nostra provincia”. La descrizione resa dettagliatamente in ogni
particolare ci indica come sia il lavoro più importante affrontato fino
a quel momento dall’artista. Il filosofo di Sinope, viene rappresentato
con un semplice mantello di colore blu mentre cammina con la sua
lanterna, alla ricerca dell’uomo, quello che ha, appunto, raggiunto la
virtù morale, secondo gli attributi riferiti a questa figura. Sullo
sfondo ha il tempio del Partenone e l’esposizione dell’osservatore
continua offrendoci attraverso le sue parole una bella immagine del
dipinto. Egli conclude la descrizione dicendoci ancora che il lavoro più
riuscito dell’artista è “nella luce difficilissima, che egli ha voluto
tratteggiare, il Diogene è quasi in ombra, ha illuminata la regione
clavicolare destra col braccio. La luce man mano che si scende diventa
tangente sino al malleolo. La testa, veramente artistica è metà in ombra
e metà illuminata. La massima luce la riceve nella fronte e quella luce
così brillante si regge tanto bene in rapporto a tutti i passaggi di
tono, che l’occhio riposa dolcemente in un assieme completamente
armonioso”(G. C., Arte ed artisti, in “Corriere Abruzzese”, 22 aprile
1896).
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Dell’opera non si ha notizia, come non si conosce
l’ubicazione dell’altra dal titolo Tramonto. Il paesaggio, esposto anche
a Roma, raffigura una veduta dei nostri dintorni giuliesi ripresa dalla
foce del Tordino con sullo sfondo le montagne di Campli e Civitella.
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Vorremmo concludere citando il nome di Giuseppe
Ettorre, una personalità del tutto dimenticata, allievo, prima di
intraprendere la sua carriera all’estero proprio di Clodomiro Iezzi.
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Bibliografia
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Comune di Giulianova, Registri di Stato Civile
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G. C., Arte ed artisti, in “Corriere Abruzzese”, 22
aprile 1896
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L. Medori, L’arte in Abruzzo, in “L’Eco del Popolo”,
1 dicembre 1897
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Arte ed artisti, in “Corriere Abruzzese”, 15 agosto
1899
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Aloysius, Artisti abruzzesi. Clodomiro Iezzi, in “Il
Centrale”, 14-15 settembre 1899
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L. S., Sulla soglia dell’arte. L’esposizione dei
primi lavori di un giovane pittore, in “L’Italia Centrale”, 14-15
dicembre 1909
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M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori,
disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 19623,
vol. II
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A. M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori,
disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 19623,
vol. III
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Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei Pittori e degli
Incisori Italiani dal XI al XX secolo, Torino, 1972, vol. II
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Aldo Marroni- F. Tentarelli, Artisti giuliesi
dell’Ottocento, Roseto degli Abruzzi, 1985
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G. Di Leonardo - Maria Rita Bentivoglio, Garibaldini in
Abruzzo (1860-1870). L’Abruzzo Ultra I, Mosciano S. Angelo, 2002.
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Articolo tratto dalla rivista "madonna dello
Splendore n° 23/2004 pag. 55. |
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