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In
Pasquale Chiappini alberi spezzati non
contrastano con scene idilliache di coppie di
giovani amanti in dolce colloquio. Volti di
donne incantati sembrano disegnati
dall’innocenza dell’infanzia; spiagge, barche,
cieli, mari, nuvole, fanno da sfondo a una
graziosa sagoma di fanciulla che si spoglia.
Corde, sartie, gomene, profili di pescatori con
l’acqua alla caviglia, affollano un ciclo e un
mare surreale. Più strane forme sono appoggiate
o sospese sulle curve di un fiume, e in alto
ectoplasmi alieni gocciano sul panorama: lo
stipite di un mobile ha un fregio che potrebbe
essere un’allegoria, o semplicemente un richiamo
a modalità antiche di dipingere.
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Giovani donne ignare, nella notte più nera,
contemplano lune piene (ma non tonde), mentre
panorami di deserti o di altri pianeti, con
rocce e monti scuri, lumeggiati da pennellate
metalliche, si materializzano a stento. La
pittura di Pasquale Chiappini ci offre anche la
sensualità di giacchette aperte su seni acerbi,
mentre bocche si aprono non per parlare, ma per
inghiottire fiori rosa; braccia si aprono in
segno di gioia da balaustre di aerei balconi.
Atmosfere dechirichiane suggeriscono enigmi,
silenzi, statue, gradini; mentre il mare è
sempre più piatto, scuro, immobile, crateri
lunari si affacciano da destra e si avvicinano
minacciosi. La ricerca è chiaramente quella di
una stasi assoluta, con la campitura
piattissima, il colore uniforme. Viadotti
stradali e incroci, svincoli, non soffocano ma
incorniciano squarci di mare con una vela
solitaria tra monti protettivi e ombrosi.
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