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Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea

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La rassegna delle pubblicazioni di opere librarie da Scrittori & Storici di Giulianova
 
Indice Storici & Scrittori giuliesi - Andrea Palandrani
Residenze padronali e paesaggio rurale: le “Ville” nel quadro insediativo del territorio di Colleranesco

Introduzione, di Andrea Palandrani.
Le residenze padronali nel territorio della attuale frazione di Colleranesco hanno rappresentato, nel corso degli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 sia il principale nucleo di aggregazione di genti sia il cardine organizzativo dello spazio rurale tout court; esse hanno costituito un centro di attrazione per attività commerciali ed artigiane, e per contadini in cerca di terre da coltivare. Attorno alle diverse ville, “casini” di campagna o case rurali dei benestanti, nascevano vie di collegamento campestri con le principali arterie di comunicazione, e con i centri urbani più vicini, Giulianova e Mosciano. Attorno alle ville venivano edificate le coloniche abitate dalle famiglie contadine e la campagna si colorava di nuove coltivazioni, di manovalanze sconosciute alla grande coltura estensiva propria dei possedimenti feudali degli Acquaviva. Nelle nuove condizioni successive al riformismo napoleonico, talvolta accadeva che il padrone, o il suo fattore, avviava forme di indottrinamento sulle operazioni da compiere nei campi suggerendo piani quinquennali o triennali, promuovendo prodotti e tecniche innovative.

Premessa storica: dal latifondo alla mezzadria

L’investitura feudale degli Acquaviva sui territori intorno a Giulia risale al 1382 quando Carlo III di Durazzo concesse ad Antonio Acquaviva le contee di S. Flaviano e Montorio, un vasto stato negli Abruzzi in cui era compresa la terra di Acquaviva dalla quale la famiglia trasse il nome; alcuni anni più tardi, nel 1393, Re Ladislao, figlio di Carlo, rese alla casata il ducato d’Atri. In seguito gli Acquaviva otterranno anche il diritto di aggiungere l’appellativo reale della casa d’Aragona. Per secoli le sorti di Giulia e del suo ager furono legate alle vicende dei suoi Conti, alle loro alleanze più o meno fortunose, agli scontri che avevano in palio il dominio sulla frammentata penisola.
In età moderna iniziarono a presentarsi in maniera sempre più impellente problematiche di ordine finanziario che videro la casata intenta nel conservare gli antichi fasti, ma costretta a cedere alcuni beni nelle diverse forme di locazione. L’immobilismo in merito alla contea di S. Flaviano è attestato dal cosiddetto “Brogliaccio degli Acquaviva” che non annota alcun proprietario di fondi nel 1703[1]. Diversa è la situazione al 1742, cioè dopo gli influssi del periodo della occupazione austriaca (1707-1731) quando compaiono i primi possidenti della zona della attuale Colleranesco; dal documento si desumono inoltre altri soggetti legati da enfiteusi o da affitto agli Acquaviva ed ai loro Benefici religiosi, immunità e domini riconfermati dalla nuova dinastia del Regno di Napoli, i Borboni. Tuttavia già con il successore di Carlo III, Ferdinando, iniziò l’opera di un riformismo illuminato avverso ai privilegi ecclesiastici ed alla feudalità. Di li a pochi anni, nel 1755, sarebbe venuto a morte, senza eredi, l’ultimo duca di Atri, Rodolfo, determinando l’incameramento al trono dei beni degli Acquaviva.
L’ondata riformista del periodo francese, con le leggi che pongono fine alla feudalità ed avviano la quotizzazione del demanio regio, apre nuovi scenari di ascesa sociale e politica alle famiglie borghesi che andavano affiancandosi, imitandole, alle reduci casate aristocratiche.
La prima forma di emulazione riguarda i modi di vivere ed il simbolo d’appartenenza gentilizia è ovviamente la villa, sinonimo di potere, agiatezza ed elevatezza. La villa “borghese” era talvolta separata dal suo nugolo di coloniche da giardini variamente arricchiti di particolari vegetazioni, e comunque l’abitazione signorile risultava pienamente inserita nel quadro produttivo presentando, negli ambienti a piano terra, scuderia, magazzini, locali adibiti alla rimessa degli attrezzi agricoli e della carrozze. Infatti le ville costituiscono, il più delle volte, la trasformazione di strutture preesistenti, antichi “casini” rurali, conventi di ordini religiosi soppressi, semplici case rustiche. La continuità tra villa e terra coltivata rappresentava un inscindibile legame che anche in presenza di giardini non prevedeva quasi mai un muro di cinta posto a confine. La villa era il centro di coordinamento per il lavoro delle coloniche che a loro volta sostenevano i possidenti che vivevano di quella e spesso di altre rendite. Il giardino, quando presente, costituiva lo spartiacque tra due mondi, quello del benessere e quello delle restrizioni, quello dei padroni-proprietari e quello dei coloni-mezzadri, come espressione di riservatezza dei signori, tratto distintivo dei due differenti modi di pensare, simbolo incomprensibile per i lavoratori della terra, oggetto di studi e di raffinatezze per gli architetti chiamati ad idearlo e realizzarlo. Inoltre non di rado le residenze gentilizie risultavano anche un centro di aggregazione religioso quando ad affiancarle si ergevano chiesette rurali, cappelle di famiglia, che si gremivano di fedeli nelle celebrazioni domenicali o nelle ricorrenze cristiane.
Nel sostanziale eclettismo di fine ‘800, la scelta dei progettisti cade, in genere, sul vocabolario classicheggiante di più o meno derivazione romanico-rinascimentale, ritenuto idoneo a mostrare il decoro del ceto borghese: finestre a timpano, cornicioni aggettanti e basamenti bugnati.

Colonica a Colleranesco, foto 2005

Sul litorale abruzzese è raro incontrare ville che derivano dalla struttura castellana, mentre è più normale incontrare strutture nate dalla tipologia della casa rurale. Le riforme napoleoniche rappresentano un momento decisivo nell’ambito della progressiva scomparsa del latifondo e la sostitutiva formazione della piccola proprietà coltivatrice dominata dall’istituto della mezzadria. I nuovi possidenti, certo di minore entità rispetto ai grandi feudatari di medievale investitura come gli Acquaviva, presero a suddividere i loro terreni in piccoli poderi generalmente rispondenti alle capacità lavorative di una famiglia più o meno estesa, sui quali fecero costruire le cosiddette coloniche, mentre le abitazioni che storicamente precedettero le coloniche furono le “pinciaje’ o “pingiare”, case in creta, fatte di terra impastata con fuscelli di paglia, con piccole finestre e copertura a coppi. Il contratto tra proprietario e colono si perfeziona sotto forma di mezzadria la quale garantiva una proficua presenza stabile dei contadini sui terreni ed una maggiore produttività oltre che la possibilità di mettere a coltura prodotti che richiedono più cura come olivi, viti e ortaggi. Vengono talvolta promosse azioni di bonifica con recuperi di zone paludose o incolte.

Pinciaja o pingiara caratteristica delle campagne teramane

La struttura base di una colonica, costruita per lo più a mattoni con l’eventuale inserimento di pietre nei muri di maggior spessore, prevedeva il prospetto principale esposto a mezzogiorno, una pianta rettangolare (che, in caso di ampliamento, poteva essere “inquadrata”) con la classica scalinata esterna che collegava i piani inferiori adibiti a stalla e magazzini, con quelli superiori ad uso abitativo con cucina e camere. In caso di bisogno, per l’aumento dei componenti il nucleo familiare, la costruzione originaria poteva mutare per successive aggiunte. Tale casa rurale, isolata e di norma posta o al centro del podere o in prossimità di una strada, era poi circondata da altre costruzioni più piccole quali pagliai, “stroli” per animali domestici (stalle e pollaio), il letamaio e ovviamente davanti all’abitazione “l’aia” come mediazione tra lo spazio aperto e quello chiuso, area di confluenza tra il luogo del lavoro e quello dei soggiorno.
La zona di Colleranesco è stata, in epoca moderna, impiegata nella piantagione del riso fino a quando, prima un decreto regio del 1763 ne ordinò la riduzione stabilendo una distanza minima della coltivazione dai centri abitati, poi un’ordinanza dell’intendente ne proibì la coltivazione a partire dal 14 gennaio 1831. Ciò era dovuto al fatto che, pur sostituitosi al riso “acquaiolo” quello secco o “cinese”, ed essendo, perciò, diminuiti i rischi della malaria e dei fetori mefitici, la situazione igienica restava precaria per il persistere di arbitrarie e dannose irrigazioni usate dai coltivatori per aumentare il prodotto.
Dopo l’unificazione le produzioni principali nella provincia erano date da granoturco, grano, orzo, olio, vino, erbacee minori come canapa, lino, spelta, trifoglio, sulla, lupinella, veccia, patate e fave. Il granoturco costituiva la produzione maggiore ed era impiegato soprattutto per l’alimentazione umana, gli allevamenti bovini erano scarsi, specie quelli per la produzione della carne; i bovini venivano impiegati essenzialmente come motori animati nel lavoro dei campi. A costeggiare le strade campestri si trovavano i gelsi, retaggio della invasione sulle coste adriatiche nel 854 a.C. dei “Mori”, i quali introdussero la coltivazione del gelso, del baco da seta, del cotone e degli agrumi.
Il contratto di mezzadria era esteso e dominante in quasi tutte le zone; la proprietà fondiaria era molto suddivisa, sia che il proprietario coltivasse da sè il fondo e sia che lo facesse coltivare a mezzadria. Il podere spesso era sufficiente alle pur minime esigenze della famiglia colonica e la miseria in cui si trovavano non permetteva l’acquisto dei mezzi tecnici, concimi, aratri; la “perticara” (aratro in legno) trainata da buoi era l’attrezzo impiegato più diffuso. Quasi tutte le operazioni agricole venivano fatte a mano: semina a spaglio, raccolta e mietitura, sgranatura del granoturco e delle altre leguminose da granella (fava, fagioli, ceci, lenticchie, etc.). Inoltre ogni proprietario curava di avere nel proprio fondo un vivaio per la produzione di fruttiferi. La coltivazione della vite per la produzione del vino occupava un posto preminente. La coltura del lino e della canapa da fibra erano largamente lavorate; gli allevamenti del baco da seta erano abbastanza diffusi in buona parte del territorio provinciale.
Una visuale planimetrica delle coltivazioni (ognuna nei suoi tempi) nella nostra zona intorno agli anni quaranta mostrava grano, orzo, barbabietola, erba medica, erba lupina, cicerchia, soro e granoturco a riempire gli spazi più ampi, mentre attorno alle coloniche ogni famiglia contadina aveva un orto variamente lavorato con insalata, finocchi, sedano, cipolla, aglio, prezzemolo, cetrioli, carote, ceci, fagioli, cavoli, verze, porri, carciofi; anche frutta come fragole, meloni, angurie. Per eludere lo sguardo vigile del padrone, o del suo fattore, la tanta fame suggeriva l’espediente di nascondere qualche ortaggio in mezzo al grano o al granoturco, evitando così di doverne rendere una metà.
[1] Tutte le fonti a cui si fa riferimento nella presente ricerca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Teramo.
Dal “Brogliaccio" (1703) al catasto onciario di Giulia (1742)
L’incipit documentario a questa ricognizione sul quadro insediativo della Colleranesco contemporanea, è prefigurato dal cosiddetto “Brogliaccio degli Acquaviva” del 1703 nel quale vengono descritti, località per località, i beni feudali del Duca (Il frontespizio recita Regestrum omnium et singulorum scudorum Duealis camerae Exellentisimi Domini Ducis Atriae quo in praesentiarum possidentur in Singulis Terris Suae Jurisdictionis ab Illustrissimi et Excellentissimo Domino Hieronymo Secundo de Aquaviva De Aragonia Duce Atriae decimo quinto in hanc formam redactum a’ domino Jo: Josepho De Orlandis eius status Auditore et generali superintendente anno Reparatae salutis 1703 Accedit regestrum scripturarum in presenti volumine fol:).

“Brogilaccio Acquaviva” (registro per nominativi, 1698- 1746)
 
L’osservazione di questo registro (nella sola componente ordinata per località) lascerebbe intendere che il feudo dei duchi d’Atri, benefici ecclesiastici compresi, sia ancora intatto nominalmente, sebbene le diverse forme di affitto e di enfiteusi siano già presenti. Va infatti ricordato che sin dal tempo di papa Sisto IV (pontificato 1471-1484) gli Acquaviva avevano ottenuto la concessione del patronato di tutte le chiese esistenti nei loro domini.
Il catasto onciario è un resoconto voluto da Carlo di Borbone al fine di attuare un riordino fiscale nel Regno di Napoli; si tratta di un registro degli immobili descrittivo che non prevedeva la mappatura dei luoghi, ma una adeguata ricognizione delle diverse forme di rendita (con valutazione dei beni espressa in once, antica moneta in uso fino all’epoca aragonese), l’estensione del bene, i confinanti, le colture presenti. I lavori per realizzare questo sistema di tassazione della proprietà iniziarono con l’emanazione della prammatica reale “De Catastis” nel 1741 e proseguirono per anni; in particolare nel volume relativo a Giulia è scritto:

I. M . I.
A’ XII F’EBKARO 1742. PRIMO GIORNO
NOTAMENTO Dl TERRENO DE’ CITTADINI
Dl GIULIA, E FORASTIERI PER LA FORMAZIONE
DEL NUOVO CATASTO.
(Seguendo l’ordine del catasto, riporto nominativi dei proprietari e/o affittuari di quelle contrade che potrebbero rappresentare, e comunque ne erano ai confini, l’attuale frazione di Colleranesco; ne erano parte con certezza: Fossosalvio, S. Nicolaro, Campocillitti, Colleranese, S. Maria dell’Arco, Castelletta, Fonte delle Noci, Filetto, Fonte Rossi, Colleranesco. Nell’elenco, Emo sta per Eminentissimo; le voci, ripetute per più di una proprietà all’intento di una stessa contrada, sono state indicate una sola volta)
 
CONTRADA FOSSOSALVIO: Eminentissimo Acquaviva, Domenicantonio De Martijs di Giulia, il Beneficio dell’Università di Giulia sotto il titolo Della S.S.ma Concezione, Il Convento di S. Fran.co di Giulia, Giouacchino Leopardi di Giulia, Ulisse de Panicij di Musciano, S. Giovanni Battista d Musciano, Andrea Mascitti di Montorio, S. Filippo Neri di Mosciano, la Camera Ducale di Giulia, Giuseppe Di Carlo Monteverde di Musciano, Domenico Antonio de Martijs di Giulia, la Cappella li S. Lucia di Campli. 
CONTRADA DI S. NICOLARO: Donato Rozzi di Campli, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Donato Mariani di Campli, il Canonicato di Giulia che si tiene da D. Domenico e D. Giuseppe Grierrucci di Colonnella, il Beneficio della S.S.ma Trinità di Giulia, il Beneficio dell’Università di Giulia, Giovanni Maria Cornice di Giulia. L’Emo Acquaviva, Andrea Trifone di Giulia, il Beneficio di San Pietro di Giulia, il Canonicato di Giulia D. Domenico e D. Giuseppe Grierrucci di Colonnella, l’Ospitale di Giulia, il Convento di S. Berarndino di Campli, Giacomo di Dionisio di Montone, il Beneficio del Canonicato D. Nicola Braccia di Giulia. 
CONTRADA CAMPOCILLITTI: S. Egidio e S. Bartolomeo Beneficio dell’Emo Acquaviva. Giouacchini Brandi di Giulia enfiteuta dell’Emo S. Sette Frati Beneficio dell’Emo Acquaviva, Deogratias Bernardeschi di Teramo, Giouacchino Leopardi di Giulia, la Camera Ducale di Giulia, Andrea Mascitti di Montorio, Giovanni Maria Cornice di Giulia, S. Filippo Neri di Montorio, Clerico Antonio Brandi di Giulia.
CONTRADA Dl COLLERANESE: S. Bernardo di Teramo, il Convento di S. Fran.co di Giulia, il Beneficio di S. Pietro di  Giulia.
CONTRADA DELLA MADONNA DELL’ARCO: l’Emo Acquaviva Beneficio di S.M ad Arca, la Camera Ducale di Giulia, Matteo Ciotti di Teramo, Tommaso Pompetti di Teramo, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Stefano Gualà di Giulia enfiteuta dell’Emo Acquaviva Beneficio di S. Maria dell’Arca, il Sagro Monte di Musciano, il Sacerdote D. Giuseppe Polidori di Corropoli, il Sagro Monte di Giulia, Blasio Michitelli di Teramo, la Camera Ducale ch Giulia, Felice Michitelli di Teramo, Andrea Di Muzio di Morricone enfiteuta del Seminario di Teramo,. Floriano Spagnola di Teramo.
CONTRADA DELLA CASTELLETTA: il Beneficio della Casa del Can.co D. Nicola Braccia di Giulia, il Beneficio di S. Pietro di Giulia, Francesco Romani dello Stato, Ecclesiastico per sua moglie, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Giovanni Battista Civichi di Leognano.
CONTRA DA FONTE DELLE NOCI: Aurelio Mattucci di Tocco per sua moglie, Domenico Antonio De Losa Mostacci di Giulia, il Beneficio di S. Rocco di Giulia, Giovanni Maria Cornice di Giulia, la Carriera Ducale di Giulia.
CONTRADA PIANE DI FILETTO: il Convento di S. Fran.co di Giulia, Francesco Romani dello Stato Ecclesiastico, Andrea Trifone di Giulia enfiteuta di Giovanni Luca Ciotti di Teramo, Giovanni Fran.co Ciafardone di Giulia, l’Ospitale di Giulia, Domenicantonio Saraceni di Giulia, Felice Monticelli di Teramo, il Beneficio delli Ciafardoni di Giulia, Giovanni Battista Civichi di Leognano, Nicola Spagnola di Teramo.
CONTRADA FONTEROSSI: Gioacchino Brandi di Giulia, la Camera Ducale di Giulia, Andrea Mascitti di Montorio, Domenicantonio de Martijs di Giulia, San Filippo Neri di Montorio, Antonio Brandi di Giulia, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Giovanni Fran.co Ciafardone di Giulia, Andrea Trifone enfiteuta della Conpagna del S.S.mo Rosario di Giulia, l’Arcipretura di Giulia, Donato Rozzi di Campli, li Padri Celestini di Giulia, Giovanni Maria Cornice di Giulia.
CONTRADA COLLERANESCO: Giacomo di Dionisio li Montone enfiteuta dell’Emo Acquaviva Beneficio di S. Egidio e S. Bartolomeo, l’Arcipretura di Giulia, l’Ospitale di Giulia, la S.S.rna Misericordia di Giulia, il Patrimonio di D. Baldassarre Nannidi Giulia, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Andrea Trifone di Giulia, S. Giovanni Indricoli di Giulia. S. Berardo di Teramo, il Seminario di Teramo, Saverio Coticchia di Giulia, S. Agostostino di Teramo, il Beneficio della Madonna del Carmine e di S. Antonio di Padova rettore di Clerico D. Saverio Ciafardone.
CONTRADA DELLE PALOMBARE: Andrea Trifone di Giulia enfiteuta di Giovanni Luca Ciotti di Teramo, Andrea Trifone di Giulia enfiteuta della Campagna del S.S.mo Rosario di Giulia, S. Pietro di Giulia, l’Arcipretura di Giulia, S. Giuseppe di Giulia, il Beneficio delli Travisani di Giulia rettore di Giustino Michetti di Canzano, il Convento di S. Fran.co di Giulia, Giovanni Fran.co Ciafardone di Giulia, Francesco Romani, dello Stato Ecclesiastico per sua moglie, Aurelio Mattucci di Tocco per sua moglie, il Santissimo di Giulia, Blasio Falini.
CONTRADA DELLA MORACCA DI S. PIETRO ALLE PIANE: l’Arcipretura di Giulia, S. Pietro di Giilia. il Convento di S. Fran.co di Giulia, L’Emo Acquaviva Beneficio della S.S.ma Annunziata, L’Emo Acquaviva Beneficio di S. Antonio Abbate.
CONTRADA DEL MOLINO DI MEZZO: il Convento di S. Fran.co di Giulia, l’Arcipretura di Giulia, il Beneficio delli Travisani rettore di S. Giustino Michetti di Canzano.
CONTRADA DEL SALZIERO: lArcipretura di Giulia, Biasio Falini, Biasio Faliiii eiifiietita di S. Agostsìo cli’I’er an io. Giovanni F’raiLco Ciafa rdoue di Giulia. la Camera Duca le di G ibilia, Canonici della Colleggiaia di S. Flaviano di Giulia.
CONTRADA DELLE PIANE DI MEZZO: Aurelio Mattucci di Tocco per sua moglie, il Convento di S. Fran.co di Giulia, il Beneficio di S. Giovanni Battista di Giulia rettore il Clerico Antonio Mazza, Domenico Antonio Saraceni di Giulia. S. Agostino di Teramo, l’Arcipretura di Giulia, S. Giovanni Indricoli di Giulia, Saverio Coticchia di Giulia enfiteuta dell’Ospitale di Giulia, Saverio Coticchia di Giulia, S. Berardo di Teramo, Angelo Faiazza di Giulia enfiteuta dell’Emo Acquaviva Beneficio della S.S.ma Annunziata, Giovanni Antonio Tavolieri di Giulia enfiteuta dell’Emo Acquaviva Beneficio della S.S.ma Annunziata, Ascenzio di Giovanni di Giulia enfiteuta dell’Emo Acquaviva Beneficio della S.S.ma Annunziata, Giovanni Maria Cornice di Giulia.
CONTRADA DEL SANTO ROCCHETTO: la Commenda di Malta: Domenicantonio De Losa 
Mostacci di Giulia enfiteuta, Nicola Costantini di Giulia enfiteuta. Nicola Bretta genero di
Antonio Poliandri di Giulia enfiteuta,
CONTRADA DEL SANTO ROCCHETTO: la Commuenda di Malta: Domenicantonio De Losa Mostacci di Giulia enfiteuta, Nicola Costantini di Giulia enfiteuta, Nicola Bretta genero di Antonio Poliandri di Giulia enfiteuta. Antonio Iappatà di Giulia enfiteuta, Angelantonio Ciafardone di Giulia enfiteuta, Domenico Giudice di Giulia enfiteuta, Papivio Capanna di Giulia enfiteuta, Saverio Parvizy di Giulia enfiteuta, il Sacerdonte D. Antonio Padini di Giulia enfiteuta, Pasquale di Girolamo di Giulia enfiteuta, Angelantonio Ciafardone di Giulia enfiteuta, Giovanni Fran.co Ciafardone di Giulia enfiteuta, Carlo di Carlo di Giulia enfiteuta, Rinaldo de Fabijs di Giulia enfiteuta, Domenico di Felice di Sante di Giulia enfiteuta, Nicolò Babante di Giulia enfiteuta, Giuseppe Antonio di Giovacchino di Giulia enfiteuta, Ascenzio di Gio: di Giulia enfiteuta, il Sacerdote D. Antonio Paolini di Giulia enfiteuta; il Beneficio di San Nicola di Giulia: Selvestro Zacchei di Notaresco enfiteuta, il Sacerdote D. Gregorio di Ascentijs di Giulia enfiteuta, Flaviano di Cinthio di Giulia enfiteuta, Francesco Ciabascone di Giulia enfiteuta; Beneficio l’Ospitale di Giulia: Michele Ciafardone di Giulia enfiteuta, Bartolomeo de Bartholomeis di Giulia enfiteuta, Giovanni Maria Cornice di Giulia enfiteuta, Andrea Niccola Caravelli di Musciano; il Monastero de li P. Celestini di Giulia: Saverio Perletta di Giulia enfiteuta; la Congregazione della Terra di Notaresco: Saverio Perletta di Giulia enfiteuta, Elia Ferrante di Giulia enfiteuta, Giambattista Ferrante di Giulia enfiteuta; il Convento di S. Francesco di Giulia: Domenico Cornice di Giulia enfiteuta; il Monastero de P. Celestini di Giulia: Domenico Cornice di Giulia enfiteuta. 
CONTRADA DELLE PIANE DI MEZZO: L’Emerito Acquaviva Beneficio della S.S.ma Annunziata: Egiddio di Dario di Giulia enfiteuta, Matteo Giovannacci di Giulia enfiteuta, Carlo Gelati di Giulia enfiteuta, il Convento di San Francesco di Giulia, il Sacerdote D. Teodoro Cianci di Giulia, l’Arcipretura di Giulia; il Santissimo di Giulia: Carlo di Carlo di Giulia enfiteuta, Giuseppe Poliandri di Giulia enfiteuta, Ascenzio di Gio: di Giulia enfiteuta, Niccola Ricinelli di Giuila enfiteuta, Berardino Panella di Giulia enfiteuta; la Cappella della S.S.ma Concezzione di Giulia: Paolo De Donatis di Giulia enfiteuta, Bernabeo di Tomaso Floriano di Giulia enfiteuta, Flaviano di Antonio di Giulia enfiteuta, la Camera Ducale di Giulia, S. Giuseppe di Giulia, l’Ospitale di Giulia, Aurelio Mattucci di Tocco per sua moglie.
CONTRADA DELLE MORACCHE DI S. CATARINA: la Compagnia del SS. Rosario di Giulia: Eggidio di Dario di Giulia enfiteuta, il Sacerdote D. Blasio de Losa Mostacci di Giulia enfiteuta, Domenicantonio de Losa Mostacci di Giulia, la Camera Ducale di Giulia.
Il periodo del riformismo napoleonico:
il catasto provvisorio della Comune di Giulia (1812)

Il 30 marzo 1806 si insedia sul trono del Regno di Napoli il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, dando inizio al decennio francese. Il giorno dopo viene istituito il Ministero degli Interni, affidato al francese Miot, il quale avvia un’opera di grandiose riforme che investe circoscrizioni comunali, stato civile, contabilità, regolamenti rurali e municipali, salute pubblica, istruzione, sistema elettorale e fiscale, feudalità, religione. L’ambito che sottolineiamo in questo studio è in relazione con la formazione del catasto provvisorio e con l’eversione della feudalità, primo intervento ci permette di conoscere nomi ed entità delle proprietà relative alla zona di Colleranesco all’epoca della compilazione (1812); contemporaneamente, i provvedimenti diretti ad abbattere la feudalità (legge n. 130 del 2 agosto 1806) rappresentano l’avamposto della quotizzazione demaniale con la conseguente formazione della piccola, se comparata alle estensioni ducali, proprietà terriera. Questa trasformazione rappresentò la possibilità, per benestanti di origine cittadina e rurale, di consolidare la loro posizione sociale con l’allargamento del patrimonio fondiario sul quale eleveranno, a baluardo e simbolo, nuove dimore.
Il catasto provvisorio, descrittivo e senza mappa, espone per ogni Comune le proprietà numerate con l’indicazione del nome e cognome, stato e domicilio del proprietario; segue l’annotazione dei beni (case, officine, fabbriche, manifatture, terre coltivate dette “seminatorio”, incolto, prati, vigne, oliveti, querceti); le terre vengono divise in tre classi a seconda della loro qualità, infine viene indicata l’estensione della superficie. Il catasto divideva il territorio in stati di sezione all’interno dei quali i fondi erano descritti e ad ogni possidente veniva intestato un “articolo” in cui tutti i suoi averi erano specificati secondo l’estensione, la coltura e la rendita stimata.
La Restaurazione borbonica manterrà e perfezionerà il sistema del l’assetto amministrativo e fiscale elaborato durante la permanenza francese; infatti soltanto nel 1816 giungerà a compimento il lavoro di accatastamento che resterà in vigore, seppur con la dicitura “provvisorio”, fino al 1940 ca. Nel caso giuliese il materiale viene stilato nel 1812:

Catasto provvisorio di Giulia, 1812
Contribuzione fondiaria- Stato di Sezioni - Fatto in esecuzione del Real Decreto del 12 Agosto, ed in conformità delle Istruzioni Ministeriali del d’ 1° Ottobre 1809, per servire alla formazione del Catasto provvisorio. Provincia di Teramo - Distretto di Teramo - Comune di Giulianova - Anno 1812.
 
(Ho riportato la terza Sezione con la sola indicazione delle località poi i nomi dei possidenti e la relativa destinazione dei fondi)

Terza Sezione - C - detta di Santa Maria dell’Arco.
In località FONTE DELLE NOCI: Ciafardoni Concetto benestante in Giulia, seminatorioprato; Claudiani Bonifacio benestante in Civitella, seminatorio; Sagro Monte di Mosciano, seminatorio; Falini eredi del q.m Domenico Antonio, seminatorio; Palma Giampalma benestante in Campli, seminatorio; Beneficio di S. Giacomo di Giulia, beneficio De Lucentiis di Torano, seminatorio; Acquaviva Giangirolamo benestante in Napoli, seminatorio; Ciafardoni Concetto benestante in Giulia, seminatorio; Trifoni d. Michele sacerdote in Giulia, seminatoriopascolo; Trifoni Andrea e Bartolomeo in Giulia, seminatorio; Arcipretura di Giulia, seminatorio; Trifoni Andrea coltivatore in Giulia, seminatorio.
In località della CASTELLETTA: Morganti Francescantonio benestante in Teramo, pascolo; Parere Flaviano coltivatore in Giulia, casa rurale-capannato-querceto-seminatorio-pascolo; De Ascentiis Francesca ed il S. lannetti Pasquale di Campli compat.e del beneficio della fu famiglia Braccia, querceto; Tanzi Feliceantonio in S. Omero, seminatorio; Trifoni d. Michele sacerdote in Giulia, seminatorio; Brandi Pietro coltivatore in Giulia, seminatorio; Brandi Angelantonio coltivatore in Giulia, seminatorio; San Francesco di Giulia, seminatorio; Sebastiani Flaviano benestante in Giulia, seminatorio; Rozzi Giuseppe benestante in Campli, casa ruraleseminatorio-pascolo; Ciotti né Michitelli M.a Gius.a in Teramo, seminatorio; De Ascentiis Francesca benestante in Mosciano, seminatorio; Brandi Angelantonio coltivatore in Giulia, casa rurale-prato-seminatorio-capannato-pascolo.
In località S. NICOLANI: Buonvence Saverio coltivatore in Giulia, casa in creta-seminatorio; Brandi Angelantonio coltivatore in Giulia, seminatorio; San Francesco di Giulia. seminatorioqucrceto; De Mauló Liborio agrimensore in Giulia, serninatorio-querceto; Petrelli Domenica vedova in Giulia, seminatorio-querceto; Trifoni Domenico coltivatore in Giulia, casa ruralecapannato-olivato-querceto-seminatorio-inculto; Trifoni Andrea coltivatore in Giulia, querceto; Trifoni d. Michele sacerdote in Giulia, casa rurale-capannato-oliveto-serninatorio-qnerciato.
In località della STRADA DEL CONVENTO dei Santi Sette Fratelli: De Ascentiis Francesco benestante in Giulia, casa rurale-capannato-oliveto-seminatorio-querciato; Trifoni Domenico coltivatore in Giulia, olivato; Il Terz’Ordine di Giulia, seminativo.
In località FOSSO SALVIO: San Francesco di Giulia, casa rurale-capannato-olivato-querceto; De Panicis Alcide benestante in Mosciano, querceto; Casacci Nicola coltivatore in Giulia, seminatorio-olivi; Caravelli Eusebio dottore fisico in Mosciano, olivato-seminatorio-capannato; Brandi Angelantonio coltivatore in Giulia, seminatorio-querciato-casa rurale-capannato-olivo; San Francesco di Giulia, seminatorio; Civico Girolamo benestante in Leognano, querciatoseminatorio; Brandi Pietro coltivatore in Giulia, querciato-capannato-casa rurale-seminatorio; Beneficio de SS. Sette Fratelli in Giulia, seminarono; Arcipretura di Mosciano, querciato.
In località CAMPOCELLETTI: Brandi Pietro coltivatore in Giulia, prato-capannato-casa rurale-seminatorio; Civico Girolamo benestante in Leognano, pascolo-seminatorio; Beneficio de S.S. Sette Fratelli in Giulia, seminatorio; San Francesco di Giulia, seminatorio; Ciotti né Michitelli M.a Gius.a in Teramo, seminatorio-capannato-casa rurale.
In località FONTE ROSSI: Cannelli Stefano coltivatore in Giulia, casa rurale-seminatorio; Macozzi Pietro benestante in Mosciano, capannato-olivato-seminatorio; Beneficio de S.S. Sette Fratelli in Giulia, seminatorio; Gualà Giamberardino coltivatore in Giulia, casa ruraleseminatorio-capannato-pascolo; Parere Flaviano coltivatore in Giulia, casa rurale-capannato-seminatorio; Giordani Pietropaolo benestante in Teramo, casa rurale-capannato-seminatorio; Scimitarra Ventura coltivatore in Giulia, casa rurale-capannato; San Francesco di Giulia, seminatorio; Civico Girolamo benestante in Leognano, casa rurale-capannato-seminatorioinculto.
In località FILETTO: Ciafardoni Concetto benestante in Giulia, seminatorio; Trifoni d. Michele sacerdote in Giulia, seminatorio; Trifoni Andrea coltivatore in Giulia, seminatorio; Trifoni Bartolomeo coltivatore in Giulia, seminatorio; Trifoni Domenico coltivatore in Giulia, seminatorio; San Francesco di Giulia, seminatorio; Paolini Ciriaco benestante in Giulia, seminatorio; Ciafardoni Vincenzo benestante in Giulia, seminatorio; Acquaviva Giangirolamo benestante in Napoli, seminatorio-casa rurale; Muzii Muzio coltivatore in Giulia, casa ruralecapannato-seminatorio-prato; Seminario di Teramo, capannato-seminatorio; Spagnoli Berardo benestante in Teramo, seminatorio; Sbraccia Bonaventura benestante in Teramo, seminatorio-capannato; Parere Flaviano coltivatore in Giulia, seminatorio; Recinella Luigi coltivatore in Giulia, seminatorio; Gualà Giamberardino coltivatore in Giulia, seminatorio-olivato; Civico Girolamo benestante in Leognano, seminatorio; De Annibalis Basilio benestante in Mosciano, seminatorio.
Una informativa indirizzata alla Provincia dal Comune di Giulia il 19 febbraio 1826 a firma del sindaco Teodoro Sebastiani, ci informa sullo “Stato topografico delle Ville, Borghi, Casali, contrade abitate e comprensorii di Case sistenti nel tenimento di Giulia”.

La tabella indica il responso dell’indagine:

Notiamo come la popolazione della zona di Colleranesco a cui associamo l’abitato delle Case di Trifoni, di Brandi, della Madonna dell’Arca e Palombaje, sia esigua contando un totale di 113 anime.
La restaurazione borbonica: dalla costruzione della Distrettuale alla rea-lizzazione della linea ferrata Giulianova-Teramo

Da un racconto del 1835 di un visitatore inglese negli Abruzzi, lord Keppel Craven, desumiamo quale fosse all’epoca la maniera di raggiungere la provincia: “[...] L’aspetto della città di Giulia che sorge su un‘alta collina a non grande distanza dal litorale e che mostra le sue torri e cupole al di sopra di una zona ricca di alberi e coltivazioni, si dimostrò un sollievo graditissimo per li occhi; ma, prima di raggiungerla, la nostra direzione cambiò di colpo verso sinistra, non lungo, ma dentro il vasto letto del fiume Tordino, l’unica strada praticabile che, com‘eravamo stati ci avrebbe permesso di avvicinarci a Teramo. Questo canale, che si allarga sino a più di mezzo miglio a causa dei molti rivoletti in cui il fiume è suddiviso, fu il corso che seguimmo per più di due ore, sulla ghiaia che lo ricopre per tutta la sua estensione. Dopo questo faticoso procedere sboccammo all’improvviso dal letto del fiume in una strada eccellente, che è stata costruita sin qui da Teramo, ma che qui è ostruita da una gola profonda [...]”
La strada Distrettuale, ora via Nazionale per Teramo, è stata realizzata nell’arco temporale tra il e il 1847; il primo tratto compiuto fu quello fino a Cartecchio il cui ponte fu pronto nel 1825 ed è in prossimità di questo punto che il Lord Craven esce dal letto dei fiume per procedere sulla novella “eccellente” strada. Del resto, le condizioni dell’antica strada romanica (una Salaria, la via del Batinus) vengono riportate in una delibera del Consiglio Provinciale (7 maggio 1827): “è inatta al transito degli animali; appena permette essere percorsa a piedi; conviene rimontare con fatica e pericoli l’incomodo letto del Tordino”.
Dalle carte d’archivio relative alla costruzione della Distrettuale per Teramo si evincono i nomi dei proprietari ai quali sono stati valutati ed espropriati i terreni:
Apprezzo dei terreni occupati - Strada da Ripattoni a Giulia - Regno delle due Sicilie, Provincia di Teramo, 1° Distretto, Comune di Giulia.
Oggi giorno 21 del mese di Luglio 1828 Noi sottoscritti Lodovico dè Vito Ingegnere di 3° classe del Corpo di Acqua e Strade, Carlo dè Santis Regio Perito Agrimensore, domiciliato in Teramo, nominato dal Sig. Intendente per parte della Provincia, e Saverio dè Petris, Perito nominato dal Sig. Sindaco di Giulia per parte dè suoi amministratori ad oggetto di verificare, ed apprezzare i terreni da occuparsi per la continuazione della nuova Strada da Teramo a Giulia, e vanno alla Consolare, come pure apprezzare la Vecchia Strada da assegnarsi a Ciascuno Proprietario in corrispondenza della nuova, come si è pratticato per lo addietro nella parte costruita.
Le misure sono state eseguite col passo di palmi dodeci Napoletani, e la valutazione giusta la vendita Fonda, e colla debita deduzione del quinto pel prezzo Reale di cui i fondi sono gravati, come qui appresso andremo a dimostrare.
Dettaglio di Valutazione: Nomi e Cognomi dè Proprietarii, Indicazione delle terre della nuova e vecchia strada, classe 1° 2° 3°, Quantità tom. quart. mis.ca., prezzo, Valore parziale, Valore totale.
 
(Trascrivo soltanto i nominativi ed il valore totale della stima).
1° Sig. D. Vincenzo Palma, 2:40; 2° Francesco Pulcini di Giulia, 3:20; 3° Gaetano Buono di Giulia, 9:33; 4° Sig. D. Filippo de Lea di Napoli, 32:10; 5° Sig. D. Livio dè Dominicis di Giulia, 28:00; 6° Giuseppe Brecciaro di Giulia, 28:37; 7° Sig. D. Felice Partenope di Nereto, 88:43; 8° Signora Maria Sebastiani, 191:97; 9° Pasquale Trequatrini di Giulia, 6:16; 10° Flaviano di Maulo di Giulia, 216:25; 11° Berardino La Molinara, 20:23; 12° Giuseppe Cuticchio, 260:90; 13° Sig. D. Gaetano Paolini di Giulia, 39:01; 14° Sig. D. Ludovico dè Petris, 376:58; 15° Giacomantonia Vedova Gammella di Giulia, 33:41; 16° Sig. Vincenzo Castorani di Giulia, 182:72; 17° Fran.co Ant.o Falini di Giulia, 109:38; 18° Vincenzo Castorani di Giulia, 48:92; 19° Arcipretura di Giulia che si tiene a miglioria da Serafino Trifoni, 32:76; 20° Sig. Vincenzo Casiorani, 20:16; 21° Sig. Serafino Trifoni di Giulia, 812:69; 22° Nicola Trifoni di Giulia, 7:09; 23° Sig. Serafino Trifoni, 30:79; 24° Sig. Nicola Trifoni, 858:98; 25° Francesco Trifoni di Giulia, 6:06; 26° Sig. Duca di Atri, 43:54; 27° Fran.co Trifoni, 910:50; 28° Arcipretura di Giulia, 28:05; 29° Sig. Vincenzo Castorani, 7:63; 30° Sig. Nicola Trifoni, 7:52; 31° Sig. D. Fran.co Ciaffardoni, 39:00; 32° Sig. Bonaventura Trifoni. 51:14; 33° R.o Demanio, :25; 34° Sig. Vincenzo Castorani, 39:63; 35° Sig.re D.a Niarianna Michitelli di Teramo, 39:63; 36° Flaviano Parere, 24:63; 37° Sig. D. Pietro Paolo Giordani, 35:20; 38° Sig. D. Civico di Leognano, 39:56; 39° Sig. D. Carlo Forti Speltore di (...) e Strada, tenuto da Serafino Cannelli 15:53; 40° Sig. Duca d’Atri, 17:38; 41° Flaviano Parere, 2:62; 42° Sig. D. Serafino Giordani, 10:94; 43° Dom.co Parere, 6:84; 44° Franco Parere, 2:73; 45° Sig. Serafino Giordani, 67:73; 46° Sig. D. Fran.co Ant.o Rozzi, 16:73.
 
Sottolineiamo, perché pertinente alle indagini più innanzi condotte, la presenza di due rami della famiglia Giordani, l’uno facente capo a Serafino, l’altro a Pietro Paolo.
 
Il seguente fascicolo d’archivio esaminato concerne le confische attuate durante la costruzione della strada ferrata Giulia-Teramo su progetto dell’ing. Maraini, ing. Direttore Luigi Galli, ed inaugurata nel 1884. Tra le carte è presente un lucido che riproduce l’intero tracciato con le indicazioni dei proprietari dei terreni attraversati dalla traiettoria ferroviaria con un raggio di alcune centinaia di metri. Tale planimetria, presa in considerazione per il primo tronco, 3ª parte, ha costituito un prezioso riferimento della situazione insediativa del 1880 a Colleranesco essendo un “piano particolareggiato di esecuzione con la indicazione dei fondi da espropriare” (viene, talvolta, specificata la destinazione dei terreni e sono disegnate le piante di alcuni edifici).
Partendo dal confine con Mosciano fino ad arrivare al fosso di Mustaccio (oggi Falini), i proprietari risultano rispettivamente: Giuseppe Sabbatini (seminatorio e aratorio con olivi), la vedova di Nicola Giordani (aratorio con viti), il Conte di Castellana (aratorio con olivi, con masseria ed annessa strada campestre), il torrente Salvio, una strada vicinale, Paolo Giordani (con strada campestre e strada vicinale lungo il torrente verso il fiume), F.lli Volpi (aratorio con olivi e pianta della villa ben visibile con una via di accesso dalla Distrettuale e una strada campestre verso il fiume), Paolo Giordani (aratorio con olivi, visibile una breve strada di accesso dalla Nazionale ad una colonica), Federico Cananea (aratorio con olivi e aratorio con viti attraversati da strada campestre che parte dalla Masseria Cananea e prosegue in direzione del fiume; sono visibili una cava di ghiaia ed il formale collegato al mulino), Giovanni Pompizii (terreni ubicati al di sotto del tronco ferroviario, aratorio con viti ed olivi ed una masseria con strada campestre che conduce al fiume), Giovanni Civico (aratorio, ampia zona sotto e soprattutto sopra alla ferrovia; in prossimità di questi terreni è stato realizzato il passaggio a livello su via Filetto). Sotto al tracciato e delimitati a nord dalla vecchia strada per Teramo, via Filetto, troviamo: B. Trifone (aratorio con olivi), Fedele Castorani (aratorio con olivi) e Giovanni Ciotti (aratorio con olivi attraversato dalla campestre che conduce, anche oggi, al Tordino passando davanti alle case Paesani; sopra confina con le proprietà di Civico in corrispondenza del passaggio a livello). Proseguendo abbiamo: F.lli Ciafardoni (aratorio con viti), Giovanni Ciotti, Ciafardoni, Federico Cananea (aratorio), “burrone Valfuori” (probabilmente erroneamente invertito con Fonte Rossa che compare più innanzi), fratelli Ciafardoni (sopra alla vecchia strada per Teramo), Bartolomeo Trifoni (aratorio con olivi; attraversato dalla linea ferroviaria cui corre parallela e limitrofa una strada campestre), Francesco Di Cesare (aratorio con viti; sulla striscia di proprietà compaiono due edifici al di sotto della ferrovia), Pasquale Di Cesare (aratorio con viti), Giuseppe Meo (aratorio con viti e uno stabile verso il fiume), Vincenzo Sottanelli (aratorio con viti e due edifici, l’uno in prossimità della vecchia strada per Teramo, via Fonte delle Noci, l’altra più vicina al fiume e al di sotto della ferrovia), Camillo Massei (aratorio con viti; sono presenti due caseggiati a ridosso di via Fonte delle Noci), Ciafardoni (in questa zona, possiede tutti i terreni al di sopra della vecchia strada per Teramo), Emidio lannetti (aratorio con viti ed un ampio edificio ad “L” sulla strada principale e da cui diparte una strada che conduce al fiume), Ciafardoni (aratorio; .siamo in corrispondenza sia dell’erroneo riferimento “Fonte Rossi”, sia dell’incrocio con il “canale del mulino” lungo cui si delinea una strada campestre), Giuseppe Mariani, fratelli Castorani, Domenico Ventura, Giuseppe Mariani, fratelli Castorani (eredi di Giovanni), B. Trifone, fratelli Castorani, Bartolomeo Trifone, fratelli Castorani, Bartolomeo Trifone, Francesco Matteucci (già proprietario del Mulino, non confinante con la strada ferrata e situato sopra di essa), attraversamento del formale che portava l’acqua al mulino, Duca d’Atri (fondo con masseria al di sotto della ferrovia), Vincenzo Falini (proprietà soltanto al di sopra alla ferrovia), Raffaele Castorani (terreni al di sopra della ferrovia), Arcipretura di Giulia (terreni sotto alla strada ferrata), fosso Mustaccio (Falini).
 
Funzionale alla analisi della zona presa in esame quest’anno, dai dati acquisiti attinenti al 1880, si deducono: la presenza della Villa Volpi; la distinzione dei due poderi Giordani l’uno di proprietà di Paolo, l’altro della vedova di Nicola; l’assenza del riferimento ai Rozzi e quindi l’estensione delle relative proprietà tutta protesa in direzione nord.

Parti del lucido del "Piano particolareggiato..."
Villa Giordani

Entrando nel Comune di Giulianova dalla SS 80 incontriamo la contrada che anticamente accoglieva, o salutava se in uscita, il visitatore nel tenimento di Giulia: Santa Maria dell’Arco, titolo derivato da un antico luogo benedettino esistente in epoca medievale (documento del 1324). La Chiesa risultava essere fra le dipendenze di S. Salvatore a Bozzino, monastero nel territorio della vicina Cologna subordinato alla Badia di S. Salvatore maggiore della Contea di Rieti, ed è presente nella relazione delle decime dei secoli XIII - XIV, come si legge all’altezza del foglio 82:
In nomine Domini amen. Anno domini N° CCCmo XXIIII, VII indictione tempore santissimi patris nostri domini Iohannis pape XII eius anno octavo infrascriptus qnaternus conpositus et scripras manu mei notarii Nicolai infrascripti in quo quidem continentur omnes ecclesie de diocesi apructina.
 
IN PPRIMIS ECCLESIE EXISTENTES IN TERRA S. FLAVIANI ET EIUS DISTRICTU VIDELICET
2106. Ecclesia S. Flaviani cum cappellis suis videlicet.
2107. Ecclesia S. Anatholie in Petezano.
2108. Ecclesia S. Vitalis de Morto.
2109. Ecclesia S. Pari Angnani.
2110. Ecclesia S. Marie ad mare.
2111. Ecclesia S. Iuliano non solvit.
2112. Monasterium S. Clare non solvit.
2113. Ecclesia S. Angeli in Criptis.
2114. Ecclesia S. Petri.
2115. MONASTERIUM S. SALVATORIS DE RIZZINO CUM CELLIS SUIS VIDELICET. con.
2116. Ecclesia S. Leonardi.
2117. Ecclesia S. Marie ad Arcum.
2118. Ecclesia S. Nicolai de Columna.
2119. Ecclesia S. Guergorii de Cotumna.
2120. Ecclesia S. Lucie.
2121. Ecclesia S. Salvatoris.
2122. Ecclesia S. Marci.
 
Rievoco in forma più agevole, i passaggi del mio studio, già edito, sulla localizzazione della Chiesa e sul suo legame con la prima delle residenze gentilizie prese in esame, villa Giordani sita al Km 096+500 su di un “poggetto” e appena visibile dalla Nazionale per Teramo.
 
Santa Maria dell’Arco a Giulianova
Riemerge dal passato un Culto ed una Chiesa nel “tenimento di Giulia”: nel corso delle mie indagini sulla evoluzione degli insediamenti rurali e signorili nella zona di Colleranesco, sono affiorati alcuni inediti riferimenti riguardanti Santa Maria dell’Arco, sito già storicamente noto in relazione al drammatico avvenimento dell’impiccagione dei tredici Melatinisti per volere del Duca Giosia Acquaviva intorno all’anno 1430. L’accaduto è stato esposto nei dettagli dagli esimi storici teramani, dott. Mutio dé Mutij, Can. dott. Niccola Palma, comm. Francesco Savini e, tra gli altri, dai Nostri Gaetano dé Baroni Ciaffardoni e avv. Riccardo Cerulli.
Il passo relativo alla narrazione del Muzij recita: “Giosia…avendo nella sua prima giunta in S. Flaviano fatto chiamare un buon numero di cittadini faticatori, fe’ fare a forza di braccia un collicello a man manca alla via reale andando da Teramo a S. Flaviano non discosto dalla Chiesa di S. Maria dell’Arco verso la marina...”; a questo punto, nella nota aggiunta da Giacinto Pannella nell’edizione del 1893, si legge: “Un quattro chilometri da Giulianova. Oggi della chiesa di S. Maria dell’Arco si vedono i ruderi soltanto”.
Dal canto suo, il Palma più approfonditamente scrive: “Quand’ecco sulla mezzanotte che i tredici Melatinisti vengono arrestati e costretti a marciare per la strada verso Teramo. Quali molesti pensieri li cruciassero cammin ficendo, non occorre che io mi fermi a ridire. Ma qual dovett’essere il loro abbattimento, allorché giunti nelle vicinanze della Chiesa di S. Maria dell’Arco, si accorsero a dritta di un’eminenza recentemente formata a forza di braccia e di tredici forche piantate sopra di essa? [...] Alla strada, lungo cui si rappresentò il truce spettacolo, è venuta quasi a coincidere la nuova Via Distrettuale.
La Chiesa della Madonna dell’Arco è distrutta. Giaceva nel tenimento di Giulia presso i confini del territorio di Mosciano. Sui ruderi di essa si è fabbricata una casa rurale, di dominio diretto de’ Sigg. Rossi di Mosciano”. Nel volume terzo della sua monumentale opera, il Palma menziona anche il momento in cui, morto il Cardinale Francesco di Acquaviva nel 1725 detentore di una moltitudine di titoli e benefici, viene istituito il beneficio di S. Maria dell’Arco a favore di tal D. Giacinto Joannucci assieme a quello di S. Donato a Salino.
Nella cronaca della storia di Giulia che il Ciaffardoni ha composto nel 1861 dedicandola al “Re galantuomo rigenerator d’Italia Vittorio Emmanuele II”, l’episodio viene tratteggiato nella notazione biografica del Duca Giosia I: “Questi per ver dire copre nella storia non grata pagina, per essersi da’ familiari di lui coi Camplesi eseguita l’uccision dell’intera Famiglia Melatini; per aver pure fatti appiccare nella Madonna dell’Arca alla distrettuale dodici Melatinisti denominati Spennati, ed Angelo di Cola Crollo il più caldo di cotal partito”.
Ulteriore comprovata testimonianza della Chiesa è presente nell’agile itinerario storico-culturale dato alle stampe dal Savini nel 1884 in occasione della inaugurazione del tronco ferroviario che allaccia Teramo a Giulianova: “Mentre noi andiam così novellando, la locomotiva ci ha già spinto tra il 6. ed il 7. chilometro ove scorgiamo a destra e proprio a ridosso della via rotabile un poggetto, nomato di S. Maria dell’Arco per esservi già stata sopra una chiesina di questo titolo. Tal luogo è memorabile ne’ fatti storici delle fazioni degli Antonellisti e dei Melatiniani che nel secolo XV riempivano la città di Teramo di stragi e d’incendii. Siamo nel 1430, allorché il Duca d’Atri Giosia di Acquaviva, da pochi anni signore di Teramo per opera dei suddetti Melatiniani e stanco di quegli eccidii, deliberò con terribil rimedio e degno in tutto del fiero animo suo, far rinascere in Teramo la perduta pace...giunta la mezzanotte, i tredici Melatinisti furono costretti a levarsi e ad incamminarsi sulla strada che menava a Teramo: pervenuti nelle vicinanze della sunnominata Chiesa di S. Maria dell’Arco (sui cui ruderi esiste oggi una casa rurale dei Giordani di Teramo) su tredici forche, all’uopo erette su quell’altura, furono tutti senz’altro impiccati”.
L’ultima delle rispettabili citazioni l’abbiamo desunta dallo studio del Cerulli, Giulianova 1860, laddove si legge sia una sintesi, in nota, del medesimo avvenimento, sia un richiamo nell’elenco dei luoghi di culto di Giulia: “Fuori le mura: ad ovest, nell’area del vecchio Cimitero, la Cappella di Santa Caterina e, notevolmente distante, la Chiesa di Santa Maria dell’Arco”.
Successivamente, nel 1965 lo studioso Gaetano Zenobi pubblica un profilo storico della sua cittadina, Mosciano ieri-oggi, in cui S. Maria dell’Arco viene, con ragione, menzionata tra le contrade del Comune moscianese in congruità con l’estensione del passato beneficio situato fra Giulia e Mosciano; tuttavia non risulterebbe appropriata la collocazione della Chiesa che l’autore propone: “Dal bivio, formato dalle strade per la stazione, si diparte una via verso est da casa Durante; dopo circa 200 metri si incontra casa Mandolese, ad 80 metri a nord di questa era ubicata l’antica Chiesa di S. Maria dell’Arco. [...] Anche il luogo di S. Maria dell’Arco, chiesa campestre esistente nel territorio di Mosciano, doveva rimanere tristemente celebre per un eccidio ordinato dalla famiglia Acquaviva…”. Poco oltre, lo Zenobi si appella agli scritti del Palma e del Savini per precisare come sui resti del luogo sacro sia esistita una casa rurale del sig. Rossi, poi passata in proprietà alla famiglia Giordani di Teramo. Seguendo le dettagliate indicazioni dello Zenobi, la Chiesa risulterebbe all’interno del territorio comunale di Mosciano contraddicendo i documenti più innanzi illustrati e tali da invalidare l’ubicazione e aprendo la prospettiva di un’altra chiesa o comunque di una antica costruzione.
Infine, un ulteriore passaggio che ha per protagonista la Chiesa di S. Maria dell’Arco l’abbiamo reperita nella rivista La Madonna dell’Arco di Napoli in cui è contenuta una dichiarazione del compianto prof. Filippo Paoloni (all’epoca residente a Roma e proprietario di una villa con annesse masserie nella zona di Villa Volpe): “...Ho sempre sentito dire che nella mia tenuta (proprio tra il parco e il Fosso Paolone) affioravano di tanto in tanto delle pietre già appartenenti alla vecchia chiesa di S. Maria dell’Arco. Anche nella mia famiglia si tramandava la devozione per questo titolo della Beata Vergine e mia madre durante l’ultima guerra chiese alla Madonna la grazia della Sua protezione, facendole voto di dedicarle una Cappella. Questa fu ultimata nel 1968 e attorno ad essa furono raccolti alcuni resti architettonici della vecchia Chiesa (rocchi di colonne ioniche in travertino e un architrave rinascimentale in pietra serena). Come pala dell’altare mia figlia Emilia dipinse in piastrelle di ceramica una Madonna sotto un arco, con il mare Adriatico in primo piano e il Gran Sasso sullo sfondo”. Tale cappella privata è tuttora visibile all’interno della recinzione della ex-villa Paoloni in fase di risistemazione.
Proiettando le considerazione desunte dal nostro studio sulla realtà odierna, possiamo constatare la attuale posizione di “villa Giordani”, sita in località Villa Volpe, nella frazione di Colleranesco, Comune di Giulianova. Per di più la memoria degli abitanti del posto ben ricorda le robuste murature sulle quali si ergeva l’originaria residenza della famiglia teramana andata distrutta in seguito ad una sfortunata azione di restauro. Basterebbe, quindi, questa notizia a riportare la Chiesa nel territorio di Giulianova. Ma proseguiamo nella ricerca di ulteriori conferme, magari di natura documentaria.
Cambiando la direzione della mia indagine, ho rivolto l’attenzione dapprima al Catasto Onciario di Giulianova (1742), poi alla riforma delle circoscrizioni territoriali ed alla nascita del Comune moderno suddiviso per Stati di Sezione per la formazione del Catasto provvisorio avvenuta nel periodo francese (1806-1814).
 
Nel primo documento è registrato il seguente notamento: “L’Eminentissimo Acquaviva, Benef:o di S: M:a ad Arca”. I nominativi dei proprietari o affittuari censiti, con le descrizioni circa l’estensione, la rendita e i confini dei loro beni, nella così detta contrada di S. Maria dell’Arca di Giulia, sono nell’ordine: Stefano Gualà di Giulia; il Sagro Monte di Musciano; il Sacerdote D. Giuseppe Polidori di Corropoli; il Sagro Monte di Giulia; Blasio Michitelli di Teramo; la Camera Ducale di Giulia; Felice Michitelli di Teramo; il Seminario di Teramo; Andrea di Muzio di Morricone; Floriano Spagnola di Teramo; Niccola Spagnola di Teramo. Tra le numerose contrade di Giulia annotate nel Catasto Onciario figurano sia la contrada della Madonna dell’Arca che quella di S. Maria dell’Arca; ci piace, inoltre, sottolineare la inedita presenza della contrada di “Colleranesco” che conquista nuovi anni nella sua prima comparsa ufficiale.
L’ultima fonte consultata è stata la divisione del territorio comunale di Giulianova e di Mosciano in tante sezioni quante erano le contrade delle rispettive Università: “Fatto in esecuzione del Real Decreto del 12 Agosto, ed in conformità delle Istruzioni Ministeriali del di I° Ottobre 1809, per servire alla formazione del Catasto provvisorio”. Sono la voce “Denominazione delle proprietà o dé luoghi in cui sono situate”, vengono elencate le località comprese in ciascuna sezione che nel caso di Giulianova risultano sette:
Prima Sezione (A): Cappuccini, S. Rocchetto, via Cupa, via della Retta, Stradacupa, Strada/via del Molino di Mezzo, via Pena, Brecciola, Marina, Contrada del Giardino, Strada dei Cappuccini.
Seconda Sezione (B), detta di Palombaje: Molino di Mezzo, Piano di Mezzo, Della Pera, Strada del Molino di Mezzo, Contrada del Molino di Mezzo, S. Rocchetto, Strada di Teramo, Colleranesco, Quarchione, Palombaje, Muracche.
Terza Sezione (C), detta di Santa Maria dell’Arco: Fonte delle Noci, Castelletta, S. Nicolari, Strada del Convento dé S. Sette Fratelli, Fosso Salvio, Campocelletti, Fonte Rossi, Filetto.
Quarta Sezione (D), detta del Casale: Delli Falconi, Paduni, Casal dé Santi Sette Fratelli, Case di Accione.
Quinta Sezione (E), detta delle Case di Trenta: Montagnola, Fosso Cupo, Del Crocifisso, Colle Imperatore, Terra Mozzetta, Colle S. Massimo, Case di Trenta/o, Colledoro, Fosso di Mustaccio, Campetto, delle Dazj.
Sesta Sezione (F), detta di Giulia: Marina, Strada delle Fornaci, Contrada de Cavoni, Strada del Crocifisso, Strada della Madonna.
Settima Sezione (O): Rione della Rocca, Rione di San Francesco, Rione di S. Pietro, Rione di S. Rocco, Rione della Misericordia, Piazza.
Poiché la denominazione delle sezioni rispecchiava, dove riportata, la più estesa delle contrade ivi riunite, ne deduciamo che la contrada di Santa Maria dell’Arco doveva essere, oltre che estesa, anche tra le più note ed importanti di Giulianova. Tuttavia consultando l’elenco degli stati di sezione del Comune di Mosciano, riunito per l’occasione con quello di Montone, alla lettera (G) si legge: Settima Sezione detta S. Maria dell’Arco. L’esito di tali rilievi è la conferma di una località vasta posta sul confine dei due Comuni, ma nessuna nota riguarda direttamente la Chiesa.
Risulta altresì mancante un documento d’archivio che informi circa l’edificazione o la destituzione del luogo di culto dedicato alla Madonna dell’Arco, così come assenti erano, a tutt’oggi, precise notizie circa l’effettiva posizione della Chiesa; nell’Archivio Vescovile di Teramo non ne risulta, ad esempio, nè una relazione nè una semplice menzione nelle cronache delle visite pastorali nella Collegiata di S. Flaviano; né tantomeno appare sul “Liber mortuorum” custodito nell’Archivio della Parrocchia di S. Flaviano, consultato nei suoi primi quattro volumi (1732-1801).
Tuttavia nel fondo relativo ai benefici ho rinvenuto sette carte catalogate sotto il titolo di Beneficio di S. Maria dell’Arco e datate settembre-ottobre 1802. Si tratta di un carteggio principiato da un esposto da parte di due abitanti di Musciano, tali Vincenzo Lorenzi e Domenico Faraone, nei confronti di tal Giambernardino Gualà di Giulia il quale, “affittatore” del terreno in cui erano ben visibili i resti della Chiesa di S. Maria dell’Arco, viene segnalato, e quindi denunciato, alle autorità poiché se ne serviva per fabbricarvi un ampliamento della propria casa ed utilizzando gli spazi sacri come stalla.
L’atto del ricorso dei sudetti, sottoscritto dal “R.o N.io Marcelo Guerrucci di Muscjano“, “che implorano le Sovrane provvidenze contro G. Gualà affittatore del Beneficio di S. Maria dell’Arco per aver profanata una Chiesa diruta”, indirizzato alla “Sacra Real Maestà”, per esteso recita:
“Vincenzo Lorenzi, e Domenico Faraone di Mosciano Stato d’Atri devotissimi fedelissimi Vassalli della M. V. con suppliche le rappresentano mossi da quel zelo, che nutrono all’onoro di Dio, e della M. V. nato di cattolico sangue, come nel tenimento di Giulia con termine a quello della loro Patria vi ha un esteso Territorio del Beneficio padronato della M. V. sotto il tit.o di S. Maria dell’arco, che si trova affittato da un tal Villano per nome Giambernardino Gualà, costui si è avanzato demolire una antica sontuosa fabrica di Chiesa del tit.o suddetto la quale per ingiuria del tempo, e per qualsivoglia incuria si trovava in difetto, quantunque in esserle ben fondate e grosse muraglie e queste fracassando del tutto si avvale per fabricarsi e ingrandir sua casa riducendo la Casa di Dio a stalla di animali, e quella cosa, che accresce orrore si è che in quell’interno di Chiesa essendovi diverse sepulture piene di ossami di Cristiani ivi sepolti dal che si deduce che d.a Chiesa fosse stata recettizia e di maggior culto e custodita, quegli ossami fra quali ponno esserci meritevoli di divoz.e, togliendogli da loro avelli ove riposavano, gli trasportata altrove e in aperta campagna, che pure si coltiva gli atterra a fior di terra da poter esser facilm. e riscalzati anche da animali. Tutto ciò reca universale scandalo, e ribrezzo d’animo del buoni Cristiani, senza il Gualà se ne faccia scrupolo, e voglia desistere dalla pessima opera incominciata nella defe stabile invasione de nemici e continua a questi felici tempi in cui Iddio ci ridona la pace e ‘l dolcissimo paterno cristiano governo della M. V. si degni del riparo, e faccia che il Gualà subisca quel gastigo che merita cotanto reato, e al ristoro di quella Casa del Sig.Re Iddio il quale dia alla M. V. ogni prosperità, come gli oratori glene implorano, e farsi procedere, come parrà alla M. V. e a chi parrà profisco senza interessare i poveri suplicanti che soltanto a quel fine sudetto son semplici denuncianti, e della grazia quam Deus.
+ Segno di Croce del d.o: Vincenzo Lorenzi, quantunque fosse stato per il passato letterato, ora dice non n’saper scrivere per l’età avanzata, che supplica V’Sa:
+ Segno di Croce del d.o: Dom.co: Faraoni, che dice essere illetterato, che supplica VSa:”
L’atto del ricorso dei sudetti, sottoscritto dal “R.o N.io Marcelo Guerrucci di Muscjano “, “che implorano le Sovrane provvidenze contro G. Gualà affittatore del Beneficio di S. Maria dell’Arco per aver profanata una Chiesa diruta”, indirizzato alla “Sacra Real Maestà”, per esteso recita:
Nella indagine per verificare fatti e notizie sull’esposto, condotta del Preposto D. Giovan Angelo de Panicis di Tortoreto, documentata nelle altre carte d’archivio, sono riportate le testimonianze orali di quanti abitavano nella zona a conferma dell’esistenza di sacri residui dell’antica Chiesa, tra i quali una immagine della Madonna dell’Arco. Purtroppo non è documentato l’esito finale di tale questione. In chiusura, i materiali consultati comprovano la presenza del culto della Madonna dell’Arco, oltre che l’esistenza della stessa, fino agli albori dell’800; inoltre viene sciolto il dubbio sulla effettiva e definitiva ubicazione della Chiesa collocata nel “tenimento di Giulia”. La conclusione vale come un auspicio, che la località giuliese possa un giorno far propria ed esporre l’originaria denominazione al pari ed anzi con più diritto del Comune di Mosciano; in più, in nome dell’antico e venerato Culto, potrebbe sorgere una edicola intitolata proprio alla Madonna dell’Arco all’interno della vicina Chiesa di S. Giuseppe di Colleranesco. (Articolo integrale contenuto nella rivista La Madonnadello Splendore, n. 27, Giulianova 2008).
I Giordani erano originari di Teramo, presenti nell’elenco delle 48 storiche famiglie, non feudali, ma di agiata condizione e di accettabile livello culturale depositari del potere amministrativo, dal 1562 al 1770; tal Nicola Giordani compare in relazione al quartiere di S. Maria Bitetto (a. 1749). In data 18 agosto 1824, è Serafino Giordani, nominativo indicato come sindaco di Teramo negli anni 1806-1808, che acquista i terreni da Giamberardino Gualà, famiglia contadina di Giulia che compare nel catasto onciario con Stefano nelle vesti di enfiteuta dell’Eminentissimo Acquaviva nella contrada del Beneficio di Santa Maria dell’Arco.
Come si evince dal catasto “napoleonico” del 1812, poi aggiornato fino ad arrivare a ridosso del 1940, il computo delle proprietà acquistate da Serafino ammontava a circa 54 tomole situate tra le contrade Fonte Rossi e Filetto le cui caratteristiche sono riassunte nelle voci: “seminatorio, casa rurale, capannato, pascolo, olivato, casa di sei membri con colombaja, forno, e bagno”. Compiendo un salto nell’albero genealogico dei Giordani, consideriamo il nipote del primo possidente, Serafino il quale era sposato con Ermina De Santis fu Diodato, famiglia le cui proprietà erano allocate a Miano, Rapino e Bellante; dall’unione nacquero otto figli: Nicola, Luigi, Ida, Elvira, Lucia, Maria, Giovannina e Giselda. L’odierna proprietaria, signora Angela, è la figlia di Luigi, mentre la proprietà dei terreni è stata divisa in dieci quote rispettivamente sei assegnate a Renato, figlio di Nicola; due ad Elide e due ad Angela, entrambe figlie di Luigi.
Dall’elenco della questua fatta in zona per organizzare la festa della Madonna dello Splendore nell’anno 1927, troviamo che il fattore della famiglia Giordani si chiamava Aristodemo Santuori il quale offri Lire 10,00 anche a nome e per conto dei Giordani.
L’odierna costruzione è il frutto di un completo rifacimento che in parte riproduce l’originaria costruzione e presenta una imponenza volumetrica con un portico con archi a tutto sesto, finestre con medesime arcate, una terrazza al primo piano ed una scalinata rivolta a nord, mentre nella conformazione precedente si trovava a sud.
Per un periodo e fino agli inizi del 1960, la villa è stata parzialmente affittata, al piano superiore vi abitava il signor Luigi Giordani, mentre al piano terra le famiglie Di Giuliantonio Guido e Di Giuliantonio Alfonso e, per un piccolo intervallo, la famiglia di Americani Flaviano.
Stando alla memoria locale, le famiglie contadine avvicendatesi nelle coloniche dei Giordani con contratto di mezzadria sono state: nella prima colonica sita sulla via Nazionale per Teramo, di proprietà di Luigi Giordani, la famiglia Di Giuliantonio con Alessandro, poi il figlio Luigi. In una seconda colonica di proprietà di Nicola Giordani, troviamo, nel corso degli ultimi anni, Di Giuliantonio Ottavio con i figli Giovanni, Flaviano, Alessandro e Alfredo fino al 1943; poi Lupinetti Giuseppe con i figli Fernando e Pasquale. In seguito alla divisione dei beni di Nicola tra i figli Giuseppe e Renato, anche i Lupinetti si divisero in due distinte masserie, quella di Fernando che restò nella vecchia abitazione con proprietario Giuseppe, mentre Pasquale andò nei terreni di una nuova masseria ottenuta anche con l’aggiunta di circa 4 tomolate (16.000 mq) acquisiti dal confinante Filippo Paolone. Quest’ultima costruzione è tuttora esistente (vedi foto sotto). La famiglia Lupinetti con Pasquale era tra i mezzadri dei Ciotti, (poi Castorani, nell’attuale zona industriale); nel 1932 si trasferisce in un’altra masseria dei Castorani in via Filetto forse creata grazie all’aumentata superficie coltivabile dovuta alla bonifica dei terreni confinanti con il fiume Tordino; la famiglia Lupinetti vi resterà fino al 1943, prima di andare nella colonica dei Giordani.


Si ringraziano per la disponibilità la signora Angela Giordani, il signor Renato Giordani e la moglie signora Marisa Di Leonardo, e il signor Giuseppe Lupinetti.

Colonica abitata dai Lupinetti fino agli anni ‘90,
oggi di proprietà dei f.lli Giordani, foto 2009.
Villa Giordani - Paolone - Oliveri

- Villa Giordani (fino al 1938-’39)
- Villa Paolone (fino agli inizi del 2000)
- Villa Oliveri (oggi)
Non è stato possibile risalire alla datazione della Villa che potrebbe essere coetanea dell’altra villa Giordani, distante alcune centinaia di metri in linea d’aria, i terreni di pertinenza, circa cinquanta ettari, risultano da una partizione per eredità dal primo dei Giordani, cioè Serafino, proprietario a partire dal 1824. Tuttavia va segnalata la presenza, nell’elenco del catasto provvisorio del 1812, di tal Giordani Pietropaolo, “benestante in Teramo”, il località di Fonte Rossi al quale sono attribuiti il possesso di casa rurale, capannato e seminatorio; si potrebbe quindi desumere una derivazione della struttura gentilizia da detta casa rurale.
Intorno al 1938-‘39, la residenza ed i rispettivi terreni annessi furono acquistati da don Gaetano Paolone di Mosciano come “nuda proprietà”, cioè con diritto di usufrutto vitalizio da parte dell’allora possessore, Domenico Giordani, il quale morì alcuni mesi dopo l’atto. La proprietà è rimasta ai Paolone fino a pochi anni fa quando, l’intero complesso di elementi (villa, magazzini, la colonica attigua) è stato acquistato dalla famiglia Oliveri per realizzarvi, dopo un opportuno e faticoso restauro, una struttura ricettiva per cerimonie e banchetti; la nuova veste ha in bella vista le finestre bifore nella ex-fattoria, gli originari mattoni a vista lasciati sul cornicione e, negli interni, le volte a crociera nella cantina e le travi in legno con listelli in cotto nel soffitto del secondo piano. I terreni, invece, erano stati precedentemente frazionati e venduti in quote di circa un ettaro-un ettaro e mezzo.
Il possidente al quale facciamo riferimento nella trattazione relativa ai mezzadri delle varie coloniche è Filippo Paolone fu Gaetano, famiglia la cui presenza a Mosciano è attestata sin dal Settecento. Filippo (Mosciano, 1917-Roma, 1982) è stato docente di Storia degli strumenti dell’informazione nella Scuola di Pubblicismo della Facoltà di Statistica dell’Università di Roma, vicepresidente dello Studio Romano per la Comunicazione Sociale, redattore del periodico “Audio-Video”, presidente dell’Unione Industrie Cinetelevisive specializzate (Unics), membro del consiglio direttivo del Premio David di Donatello e vicepresidente dell’Anica; è stato anche prolifico documentarista e proprietario della casa cinematografica “Giada”. Il suo unico film a soggetto, Pierino Salvadanaio, è destinato al pubblico più giovane.
La villa si trova in prossimità del km 96 della SS. 80, distante in direzione nord circa 300 metri oltre l’abitazione Cannelli, si presenta in punto dominante sulla allora strada Distrettuale e in posizione centrale rispetto alle proprietà di pertinenza.
Intorno alla residenza principale, sorgevano altri edifici adibiti a magazzini, poi in parte trasformati in abitazioni per i mezzadri.
Per volontà di donna Emilia Di Marco, moglie di Gaetano, è stata costruita, poco distante dal corpo della villa, una chiesetta ad aula con abside ed un piccolo campanile; la ben visibile campana fu progettata dal geometra Andrea Dezi e fatta realizzare nel giugno del 1970 ad Agnone nel molisano. La signora Emilia aveva fatto un voto: se durante la guerra non vi sarebbero stati morti in famiglia dovuti ai bombardamenti, avrebbe fatto realizzare una cappella dedicandola a Santa Maria dell’Arco. Per cui la costruzione della cappella di famiglia risale al secondo dopoguerra, ultimata nel 1968, oggi anch’essa restaurata.

            Cappella restaurata nel giardino                                     Cisterna di irrigazione sul lato sud 
           della villa, cortesia famiglia Oliveri                               della fattoria, oggi demolita, foto anni 90    
Intorno alla villa sono ancora oggi visibili diverse piante secolari tra le quali quattro querce e una ventina di ulivi, alcune imponenti palme ed una siepe tutt’intorno al recinto. Era inoltre presente una cisterna in cui confluivano i pozzi circostanti dove furono immessi, in un periodo successivo, anche dei pesci; a volerne la sua costruzione era stato uno dei fattori dei Paolone, Giacomo Romandini, per poter disporre sempre della necessaria portata d’acqua per raggiungere tutti i terreni coltivati.
Sia per le naturali intemperie del tempo (ad esempio le radici delle palme avevano provocato alcuni crolli), sia per i disordini causati dalla permanenza delle diverse famiglie di sfollati giuliesi negli anni seguenti al 1943, si era resa opportuna un’opera di ristrutturazione sia interna che esterna compiuta negli anni settanta ed eseguita dall’impresa Celestini di Notaresco.
Nel corso degli anni si sono avvicendati diversi amministratori dei possedimenti, i “fattori” di cui si ha memoria sono: Paolo Marracini durante la guerra; Guerino Pertinari negli anni ‘50; Giacomo Romandini dal 1957 al 1969, poi il geometra Andrea Dezi e, fino alla vendita, Giustino Marini. In particolare, durante la gestione del signor Romandini, l’Azienda agricola del prof. Paolone ha ricevuto due premiazioni con diplomi di merito al concorso “La Bietola d’oro”, rispettivamente come quarto classificato nel 1962 e primo classificato nel 1967, per la più alta produzione di zucchero per ettaro (il peso complessivo raggiunto fu, come ci ricorda il signor Giacomo Romandini, di ca. 15.000 quintali).
Tra le famiglie contadine storicamente legate a questi terreni vi sono i Scimitarra, premiati “per la fedeltà al lavoro e per il progresso economico” nel 1963 da parte della Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Teramo “per una permanenza accertata di centottantasei anni sullo stesso podere in Giulianova, di proprietà della Sigra Di Marco Emilia, ved. Paolone”. Ed infatti, tale Scimitarra Ventura coltivatore in Giulia con “casa rurale, capannato e seminatorio” compare nell’elenco del catasto provvisorio redatto nel 1812 per la Comune di Giulia.
Primo della storica famiglia Scimitarra cui si è risaliti è Giovanni (1877-1956) con i figli Vincenzo (1910-1984), Giuseppe e Alessandro. L’estensione del loro podere era di dieci ettari poi suddivisi tra i fratelli. Nel 1959 Vincenzo con la moglie Adele Romani andò ad abitare in una nuova abitazione costruita sui terreni di proprietà dei Paolone in via Filetto, poco distante da villa Muzii. In questa occasione, forse per coprire i costi di questa costruzione, Paoloni vendette 4 delle 12 tomolate al sig. Nicola Giordani. Mentre i fratelli Alessandro e Giuseppe rimasero nella vecchia casa colonica situata ad un centinaio di metri ad est dalla villa occupandone il lato ad oriente.
Altri “socci” dei Paolone che hanno condiviso la medesima colonica sono stati: la famiglia Ruffini con Domenico ed il figlio Divinangelo (fino al 1957); proveniente da Montone, la famiglia Di Simone con Alessandro ed i figli (fino al 1960 quando si trasferirono nella masseria di proprietà della famiglia Maggi situata all’incrocio tra la via per Mosciano e via S. Nicolai); la famiglia Cicioni Camillo e il figlio Pietro fino al 1962-63; la famiglia De Luca Massimo che si spostò, prima del 1970, nella masseria di proprietà della moglie di Paolone a Scerne di Pineto lasciando libera la colonica che viene così occupata da Vincenzo Scimitarra ma ora nel ruolo non più di mezzadro bensi di salariato.
Proseguendo la via in direzione ovest e subito dopo aver oltrepassato via Ripoli ed il torrente Salvio, vi è l’abitazione con gli annessi cinque ettari su cui sì sono alternate le seguenti famiglie: Di Serafini Berardo con il figlio Ottavio (fino al 1940); poi Stivali Giovanni (fino al 1957); Cicconi Biagio (fino al 1959) ed infine Ippoliti Franco tuttora ivi residente e proprietario.
Ancora visibile vi è la colonica che, risalendo via Ripoli verso nord, si trovava isolata tra i suoi cinque ettari di campi, poco oltre l’abitazione dei Michitelli (oggi Avicola Adriatica); per raggiungerla all’epoca, bisognava immettersì nel letto di fosso Salvio, percorrere circa cento metri e quindi risalire sul lato sinistro e proseguire per altri duecento metri. Le famiglie ivi avvicendatesi sono state: Di Serafini Pasquale (fin intorno al 1940); Di Serafini Ottavio (fino al 1963); Pulsone Nicola come salariato.
Altra “campagna” ubicata in via Filetto, ad un duecento metri dal passaggio a livello della ferrovia, ha visto susseguirsi: la famiglia di Falini Camillo, poi Caprioni Michele con il figlio Florindo; poi Testardi Alessandro: sul finire degli anni 60, il fondo fu venduto alle famiglie Di Silvestre Attilio ed allo zio Sabatino con i figli Filippo e Luigi attuali proprietari.
Il signor Paolo Giordani donò, intorno agli ultimi anni dell’Ottocento, quale dote nuziale ad una figlia congiuntasi con un De Santiis di Tortoreto, la masseria di oltre quindici ettari coltivata, a partire dal 1901, dalla famiglia Nazziconi Raffaele (1841-1933).
Alla morte della signora De Santiis, non avendo avuto figli, la masseria tornò ai Giordani. La masseria tornò al nipote Paolo Giordani, pertanto Domenico non potette alienarla ai Paolone. Raffaele Nazziconi e consorte, Caterina Staffilano, assieme ai figli Maria, Domenico, Francesco, Emidio e Pietro provenivano da Tortoreto dove erano stati contadini dei De Santiis. Tale masseria era stata in precedenza coltivata dalla famiglia Zanni i quali si erano separati dall’altro ramo della famiglia che lavorava i vicini terreni di proprietà della famiglia Della Cananea (masseria comperata nel secondo dopoguerra da Alfredo Cardelli di Mosciano, notaio in Roma, poi ereditata dai figli Giuseppe e Gianni che cedettero la proprietà allo zio Domenico il quale a sua volta la donò ai nipoti Antonio e Pierluigi: questi ultimi nel 1975 vendettero al padre dell’attuale proprietario, sig. Mario Di Candido).
Villa Volpi - De Nigris-Urbani - Arfé

Villa Volpi (fino al 1935)
Villa De Nigris - Urbani (fino al 1999)
- Villa Arfè (oggi)
 
Mentre transitiamo nell’abitato di Villa Volpe, all’altezza del Km 96+050, notiamo la villa da cui la località prende nome; essa probabilmente fu voluta e fatta costruire dal signor Dino Volpi, figlio di Filippo-Orazio (1838-1915) di Colonnella, sul finire dell’800 come attestano le iniziali poste sulla lunetta del portale principale.
La famiglia Volpi, presente nella lista degli eleggibili municipali di Colonnella e perciò ritenuta “possidente, proba ed idonea” come richiesto dalle direttive francesi dell’epoca, non compare nell’elenco del catasto giuliese del 1812.
La particella del registro “napoleonico”, attesta che alcuni terreni siti nelle contrade nomate “della Castelletta” e “Fonte Rossi”, aventi una estensione di 12 ettari c.a. destinati a “seminatorio” e “capannato”, furono acquistati “per aggiudicazione” da parte di Filippo-Orazio fu Filippo, da tal De Angelis Civico Giordano in data 13 settembre 1879 per la cifra di 280,37 lire.
Nel documento sugli espropri (1880) relativi alla costruzione della ferrovia Giulia-Teramo, possiamo già osservare la presenza sia della residenza Volpi, deducendone l’esistenza o la realizzazione prima di quegli anni, sia di una masseria di proprietà della famiglia Acquaviva che sarà in seguito acquistata assieme ai relativi terreni (8 ettari ca.) proprio dai Volpi. I nuovi possedimenti sommati ai 3-4 ettari ottenuti bonificando la zona vicina al fiume, formeranno una proprietà complessiva di circa 23-24 ettari.
A consolidare il radicamento nella nuova zona. Emanuella Volpi, figlia di Guido fratello di Dino, sposerà Giuseppe Trifoni, famiglia tra le più antiche e benestanti di Colleranesco.
L’antica struttura planimetrica evidenzia due vie di collegamento, l’una rivolta alla Distrettuale, l’altra indirizzata ai terreni di proprietà e cioè verso il fiume e quindi verso la vecchia strada per Teramo. La facciata più nobile guarda verso sud anche per questioni climatiche oltre che per poter godere del pregio paesaggistico della zona con panorama sulla vallata del Tordino e sugli Appennini. Tuttavia il portale d’ingresso è posto sulla facciata a nord verso la Distrettuale.
Una prima vendita compiuta dai Volpi ha riguardato quei terreni, con relativa colonica, acquistati dagli Acquaviva sul finire dell’800; il nuovo proprietario, signor Di Diodato Raffaele, vi ha abitato fino agli anni ‘80, cioè fino alla morte dei figli (Dino, Flaviano, Pasquale, Altobrando). Tuttavia. nel 1901 in questa colonica vi abitava la famiglia di Iampieri Giuseppe, “soccio” dei Volpi.
Dopo il 1935 la villa viene acquistata dal signor Beniamino De Nigris-Urbani (1873-1947), già dottore presso la Casa di cura a Villa Maria di Teramo di sua proprietà, edificio venduto in età fascista agli Ospedali Riuniti per non sottomettersi alla volontà del partito di Mussolini; a seguito di questa specie di confisca legalizzata, usufruendo anche della dote della sua seconda moglie (signora Anita Marziale), il dottor De Nigris-Urbani acquisterà la villa Volpi. La presenza della casata degli Urbani a Teramo è documentata al Cinquecento ed è tra le famiglie, appartenenti ai quartieri di S. Giorgio e di Santa Maria, protagoniste del cosiddetto Quarantottismo, che dal 1562 al 1770 rappresentarono un patriziato oligarchico depositano del potere amministrativo comunale con il favore dei viceré spagnoli. Mentre la famiglia De Nigris, anch’essa possidente e benestante, era originaria di Canzano.
Contemporaneamente era in vendita, allo stesso prezzo, anche la villa e le proprietà di Domenico Giordani il quale, in “rottura” con il figlio Paolo, vendeva la “nuda proprietà” (cioè se ne riservava l’usufrutto vita natural durante) pur di non lasciare eredità alcuna. Nonostante avesse terreni di estensione oltre che doppia rispetto alla villa Volpi, lo zio di Beniamino, signor Camillo Urbani, impose di non acquistare le masserie Giordani: “che non si dica che ci siamo arricchiti sulle disgrazie altrui”, ammoniva. Scelta e comperata quindi villa Volpi, pochi anni dopo verrà modificato il prospetto a sud, con la realizzazione di due terrazze.
Un passaggio di comodato, involontario e imprevisto, quasi forzato, fu dovuto agli eventi del secondo conflitto mondiale. Mentre la famiglia De Nigris-Urbani si trovava in luoghi più sicuri, la villa fu infatti meta e asilo di numerosi sfollati, provenienti dal pescarese o dalla vicina Giulianova che lasciavano zone sottoposte a bombardamento alleato. Fortunatamente la villa non subì sorta di danni, pur essendo limitrofa alla strada nazionale e quindi a rischio di incursioni aeree visto che gli obiettivi più colpiti a Giulianova furono il porto, la stazione e talvolta le strade di maggiore comunicazione. Gli sfollati lasciarono la residenza solo dopo diversi anni dalla fine della guerra, verso il l956 alcune famiglie giuliesi qui stabilitesi furono: Galassi (“Ndndlndi”), Di Rocco (“Cun”), Cicconi (“Tabbarrò”). Questi ultimi sarebbero restati ad abitare l’adiacente edificio ad ovest della villa, da sempre adibito a scuderia e per l’occasione ristrutturato, con una parte trasformata in abitazione, l’altra in rimessa.


La villa prima e dopo il restauro, cortesia Sig. Beniamino De Nigris-Urbani

Quando la villa tornò ad essere dimora della famiglia titolare, si rese necessario un primo restauro per riacquisire una decorosa ed igienica abitabilità. Tra il 1968-69 lo sbassamento della strada per Teramo (la villa era collocata sull’apice di un avvallamento) determinò la erezione di muri di contenimento e lo spostamento degli ingressi: non più in direzione del portone principale, ma poco più a est l’uno, altri due ai margini del giardino sia verso est che verso ovest (questi tre ingressi sono quelli tuttora riscontrabili).
La villa ha poi visto un secondo restauro e dalle foto dell’archivio di famiglia possiamo constatare come l’entrata divenuta portante risulti quella sulla Nazionale per Teramo; si evidenzia un bugnato sulla facciata d’ingresso con un portone ad arco a tutto sesto su cui è rimasta l’iscrizione del primo proprietario. La villa riacquista una sua luminosa magnificenza fatta anche di nuovi colori.
La famiglia De Nigris-Urbani fece risistemare, con la premura e l’idea del sig. Aurelio De Nigris-Urbani, il giardino su progetto dei fratelli Fregonese, veneti e giardinieri l’uno provinciale l’altro comunale. Inoltre fu eseguita l’opera di smantellamento di una parte di vigna per impiantare un uliveto a cespuglio folto, a tronco basso, con piante sistemate strette ed il cui pioneristico risultato sarebbe stato esposto alla fiera di Verona, in collaborazione con l’ispettorato provinciale dell’Agricoltura.
Attualmente la villa risulta ottimamente preservata dalla famiglia Arfé; il signor Pasquale Arfé ha promosso l’ultimo restauro conservativo nel 2001, dopo aver nel 1999 acquistato la proprietà. I giardini sono curati nei particolari esponendo una variegata vegetazione arborea e floreale. La conformazione odierna rivela una splendida facciata rivolta a sud con un portico a piano terra leggermente rialzato e sormontato da un terrazzo al primo piano con sottostante locale seminterrato adibito a cantina. Ancora oggi è ben visibile l’antica strada che conduceva al fiume incorniciata dalla vista panoramica sulla vallata del Tordino e sulla zona collinare fino al massiccio del Gran Sasso.


La villa oggi, lato sud, cortesia sig. Pasquale Arfè, foto di Ivo Pandoli 2008

Intorno agli anni ‘70, la proprietà fondiaria dei De Nigris-Urbani fu divisa e venduta a D’Ascanio Domenico e Pierino e a Palandrani Luigi, riservandosi soltanto alcuni terreni intorno alla villa, situati sul lato nord rispetto alla ferrovia e contenenti una colonica (ristrutturata e poi venduta nei primi anni ‘90), oltre ovviamente allo spazio del giardino (poco più di un ettaro).
Le numerose famiglie contadine che sono vissute nelle due coloniche di pertinenza sono state: una prima masseria ha visto avvicendarsi la famiglia Cervellini Berardo e Pietro; la famiglia Iampieri Giuseppe con i figli Igino, Francesco e Quirino; quest’ultimo andò via intorno al 1955 e la masseria fu divisa con la famiglia D’Ascanio Alessandro e i figli Domenico, Pierino e Gabriele; verso il 1964 anche Francesco si trasferì e giunse la famiglia di Luigi Palandrani. Nell’altra colonica dei Volpi vi abitava la famiglia di Iampieri Giuseppe, prima di trasferirsi nell’altra abitazione e fino alla vendita alla famiglia Di Diodato Raffaele (la stessa sul progetto della ferrovia Giulia-Teramo, apparteneva ancora alla famiglia Acquaviva). Dopo Iampieri vi troviamo la famiglia Carnevali, poi la famiglia Angeloni Sabatino con i figli Michele, Antonio e Abele (dal 1936 al 1956), infine la famiglia di Filippo Zanni fino agli anni ‘80. (colonica tuttora presente ma disabitata). Nella ex scuderia ristrutturata ha abitato il signor Cicconi, di professione Stradino operaio dell’Anas, che ha curato nel dopoguerra il giardino oltre ad essere guardiano della villa nei periodi in cui la famiglia De Nigris-Urbani dimorava a Teramo. Pochi anni dopo, alla famiglia Cicconi subentrò il signor Orlando Quaranta e successivamente il signor Igino Iampieri con la moglie Splendora Cinthy fino a tuffi gli anni ‘80.
Si ringraziano per la disponibilità il signor Beniamino De Nigris-Urbani e la famiglia Arfé.

Villa Rozzi

L’ultima delle originarie residenze padronali presa in considerazione è l’attuale villa della famiglia Rozzi, situata al Km 96+950 rispetto alla SS. 80, a 300 metri ca. lungo una vicinale in direzione nord. La famiglia Rozzi ha una nobile e ricca discendenza, per secoli protagonista nelle vicende della città di Campli. Probabilmente i Rozzi si insediarono a Campli nei primi del Cinquecento, all’epoca di Madama Margarita d’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V d’Asburgo e moglie di Ottavio Farnese, duchessa di Parma e Signora di altri centri italiani, portati in dote, tra i quali Campli; difatti il cognome Rozzi sembra abbia origini nel parmense. A rendere maggior lustro alla casata è stato un matrimonio celebrato nel 1845 tra Francesco e Eleonora Ranalli del ramo dei Cornacchia, illustre e baronale famiglia civitellese.
 Alla famiglia appartiene, come ci informa il parroco don Antonio Mazzitti, una antica cappella presente nella trecentesca Cattedrale di Campli, detta anche Collegiata di Santa Maria in Platea: ubicata a fianco dell’altare maggiore e dedicata alla Madonna, la cappella Rozzi è ricca di lapidi che ricordano i membri della casata ivi sepolti e presenta affreschi importanti, in particolare una “Madonna con Bambino” del maestro Giovanni Battista Ragazzini, tela finemente restaurata e di rilevante valore artistico. Nell’altare della Visitazione sulla cornice del dipinto sono scolpiti a bassorilievo alcuni stemmi Rossi (un cavallo che si abbevera a una fontana alta da terra); da questo riferimento è stato ricavato uno stemma arcadico di famiglia, un cavallo con acquasantiera inscritti in uno scudo sormontato da corona. Nel Cinquecento la famiglia Rozzi si occupò della ristrutturazione della Cattedrale la quale fu dotata delle due navate laterali e dell’abside; proprio in fondo alla navata di destra, ultimata nel 1561, fu costruita la cappella Rozzi.
Tornando alla residenza di Colleranesco, essa è stata edificata sul finire del ‘700, come ci racconta l’attuale proprietario dott. Pasquale Rozzi ed era originariamente adibita a casino di campagna oltre che ad uso vacanziero. Nella seconda metà dell’800, in seguito alla divisione dei beni di famiglia da parte di Giuseppe tra figli Francesco e Donato, quest’ultimo aveva ereditato uno dei due palazzi storici di Campli (oggi di proprietà del Comune e futura sede del Museo Archeologico) e le proprietà in Giulia, mentre l’altro figlio aveva ottenuto oltre alla vetusta dimora di Campli anche i terreni di S. Egidio alla Vibrata.
Come risulta dal catasto onciario, Donato Rozzi compare già nelle vesti di proprietario, di terreni e di una casa rustica, all’interno di due contrade: “Donato Rozzi have tre terre lavorative, ed inculte in contrada di San Nicolaro di tomolata 76, 1 quarta, e stoppelli 4 e mezzo con casa rustica con querce numero 80 ridotte [...]”. Una nota a margine di tal cancelliere De Angelis informa come in data 6 dicembre 1790 la proprietà sia passata a don Luigi Rozzi. “Donato Rozzi have terre lavorative in conrtrada di Fonterossi di tomolata 49 e 2 quale [...]”; altra nota a margine sempre del 6 dicembre testimonia il passaggio a don Giuseppe Rozzi di questo fondo. Infine, “Donato Rozzi have terre lavorative in contrada di Fonterossi di tomolata 3 quale ed uno stoppello [...]“.
Quindi è probabile che la costruzione della struttura risalga a Donato Rozzi, sposato con Mazzarosa De Vincentiis, quindi sia passata in eredità al citato Giuseppe, quindi a Donato, poi ai successivi eredi: Ferdinando marito di Maria Coppa-Zuccari, poi Pasquale, sposato con Gina Peracche, poi Ludovico, notaio in Teramo, sposato con Teresa Giordani, infine il notaio dott. Pasquale maritato con Marisa Soriente.
L’impianto volumetrico quadrato, con murature in mattoni misti a pietre, presenta un portico rivolto a ovest, un piano terra con locali di rimessaggio e al piano nobile gli spazi abitativi. In origine sia sopra che sotto vi erano le caratteristiche volte a crociera ora sostituite da solai e i pavimenti erano in cotto; alcuni ambienti interni mostravano decori floreali. Intorno alla residenza non esisteva alcun giardino, ma soltanto due olmi secolari come custodi posti all’entrata.
Prima del restauro conservativo resosi necessario dalle non solide fondamenta, compiuto intorno al 1965, esisteva anche una piccola cappella privata di una ventina di metri quadrati, ricavata sul lato destro dell’ingresso prima caratterizzato dalla classica scalinata esterna a doppia rampa; anche una terrazza al primo piano oggi non è più visibile. Gli interni erano ben curati, adornati da un fine mobilio settecentesco proveniente dal palazzo di Campli ma purtroppo sottratti dai ripetuti saccheggi subiti; nel bottino dei malfattori sono anche finiti alcuni rari volumi come l’edizione integrale della Treves delle opere di D’Annunzio.
La coltura privilegiata nei domini erano gli ortaggi grazie alla prolifica “Fonte Rossa” di proprietà dei Rozzi, poi rivendicata dal demanio, ora prosciugata dai numerosi prelievi che la falda subisce a monte. Infatti a partire dagli anni ‘60 inizia a diffondersi la coltivazione degli ortaggi resa possibile dai motori di pompaggio dell’acqua dei pozzi; per cui, una volta individuata una fuoriuscita (“ammuje”). furono molti i pozzi scavati facendo diminuire, fino talvolta a farlo scomparire, il flusso a valle.
Nei primi anni del ‘900 Pasquale Rozzi aveva fatto realizzare anche una villa in stile liberty in piazza Roma (l’attuale albergo Lauri), davanti alla stazione di Giulianova; questo edificio è stato poi venduto a causa delle conseguenze del passaggio della guerra: i danneggiamenti dei bombardamenti e spezzonamenti cui è stata soggetta la zona e i deterioramenti arrecati dagli sfollati che riempirono la residenza per diversi anni. Mentre la residenza di Colleranesco, nonostante fosse ben visibile dalla strada principale, non ha subito fortunatamente nè l’onta della requisizione tedesca nè quella della massa disperata degli sfollati non solo giuliesi.
La primitiva estensione dei terreni in enfiteusi, poi acquistati direttamente dagli Acquaviva, si aggirava intorno ai 50 ettari poi, nel secondo dopoguerra, suddivisi e venduti alle famiglie mezzadre come quelle dei Censoni e dei Di Pietrangelo.
Le coloniche di pertinenza dei possedimenti dei Rozzi erano quelle dei Iampieri con Michele e il figlio Antonio poi con il marito della nipote, signor Antonio Di Marco fino a tutti gli anni ‘50. L’altra colonica era abitata dalla famiglia Tribuiani con Gaetano e Vincenzo fino al 1982-83 quando sono diventati proprietari della casa e di una parte dei terreni.
Si ringraziano per la disponibilità il dott. Pasquale Rozzi, il prof Flaviano Tribuiani, il parroco don Antonio Mazzitti.

Biblioteche a Giulianova

Biblioteca civica “Vincenzo Bindi”
Corsa Garibaldi, 14 - tel. 085/8003395 Giulianova Città
Numero dei volumi catalogati: 23.000
Settori: abruzzesistica, libri antichi, arte, filosofia, emeroteca
Lasciti: Bindi (opere generali) - De Lucia (abruzzesistica) - Mercante (filosofia)
Orario: 9-12; 15-18,30; sabato 9-12,30


Biblioteca del Centro Culturale “San Francesco”
Piccola Opera Charitas
Via Ruetta Scarafoni, 3 - Giulianova Città - tel. 085/8003677
Numero dei volumi catalogati: 12.000
Settori: emeroteca, storia, filosofia, letteratura, storia delle religioni e della Chiesa
Orario: 8-20


Centro Servizi Culturali della Regione Abruzzo
Via I. Nievo, 6 - Tel. 0858003508 - Fax 08580027108
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, dalle 15 alle 18 (orario invernale) e dalle 16 alle 19 (orario estivo); sabato dalle 9 alle 12.
Il Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, istituito con L.R. 6 Luglio 1978 N. 35, opera nei territori comunali di Giulianova, Roseto, Mosciano Sant’Angelo, Bellante, Morro D'Oro e svolge promozione culturale concorrendo alla formazione ed alla realizzazione della persona umana mediante una effettiva partecipazione alla vita della comunità del comprensorio.


Biblioteca Padre Candido “Donatelli”
Inaugurata il 27 maggio del 1995, la Biblioteca “P. Candido Donatelli” è riuscita progressivamente a ritagliarsi un ruolo assolutamente rilevante nella realtà culturale non solo giuliese. L’attivismo e l’entusiasmo degli operatori della quarta biblioteca cittadina (Direttore dott. Sandro Galantini; bibliotecari dott. Piera Fagnani e Alfonso Di Felice) hanno fatto sì che la raffinatissima struttura, fortemente voluta dall’allora Superiore del Convento dei Cappuccini P. Serafino Colangeli, divenisse un punto di riferimento importante per studenti, operatori culturali e studiosi non solamente locali.
Orario biblioteca:dal lunedì al venerdì con orario 10-13 e 15-19; il sabato dalle 10 alle 13.

Giulianova, la Posillipo d'Abruzzo

Giulianova (Te) Abruzzo - Italy. Gli ingredienti sono quelli classici dell’Abruzzo più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche e biblioteche, chiese e santuari, il suo verde, il suo mareQuesta località balneare oltre a sottolineare ciò che di Giulianova è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.
 
 
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