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Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea

Giulianova > Storici & Scrittori > Palandrani Andrea
 
La rassegna delle pubblicazioni di opere librarie da Scrittori & Storici di Giulianova
 
Indice Storici & Scrittori giuliesi - Andrea Palandrani
25 Aprile ...anche Giulianova HA VINTO!...

Per non dimenticare le atrocità della guerra ed il sacrificio del popolo italiano, che opponendosi alla violenza nazi-fascista seppe vincere l’orrore della tirannia e, in nome della pace e della fratellanza tra i popoli, costruire la democrazia fondata sulla Costituzione Repubblicana, suprema garanzia di eguaglianza e libertà.

Il Presidente del Consiglio Comunale
ANTONIO DE VINCENTIS
 
Ringraziamenti

 
   La celebrazione dell’anniversario della liberazione ha offerto il pretesto per la presente pubblicazione, occasione per ridestare ed avviare nuove ricerche. Un particolare ringraziamento alla attenzione dell’Amministrazione comunale, in particolare all’impegno del presidente del Consiglio Comunale Antonio De Vincentis ed alla premura del consigliere Gabriele Filipponi. Ringrazio i preziosi contributi offerti da studiosi e appassionati di storia locale, nonché le testimonianze dirette di coloro che hanno rivissuto nei racconti alcune delle vicende rievocate.

PREMESSA dell'autore, Andrea Palandrani
 
Andrea Palandrani
Ogni scritto di natura storica nasce con l’ambizione e l’aspirazione di es­sere proseguito ed ogni ricerca vuole essere il preludio e lo stimolo per una nuova e più approfondita indagine. Inoltre il brevissimo tempo di gestazio­ne di questa ricognizione ha permesso soltanto una generica indicazione di alcuni segnavia da percorrere sulla scorta di rinnovate documentazioni e testimonianze.
Anche Giulianova ha vinto la sua lotta contro il nazifascismo, anche Giulianova ha avuto il suo Antifascismo prima e la sua Resistenza poi. Tra storia locale e storia mondiale dietro ai grandi nomi e ai grandi avveni­menti, c’è da sempre stata la gente comune con la sua cultura e i suoi modi di vita. I fenomeni di reazione al nazifascismo hanno così assunto una multiformità di caratteri strettamente correlati alla specifica situazione politica, sociale, geografica e territoriale dei luoghi che ha interessato. Nella sua poliedricità occorre quindi definire il termine Resistenza sia in senso proprio come cosciente presa di posizione sorretta da una ideologia e da una organizzazione logistica pronta a colpire il nazifascismo con la forza delle armi in nome di ideali di libertà, di giustizia, di indipendenza, di democraticità. Tuttavia, in senso lato, si è trattata di Resistenza anche là dove l’opposizione al nazifascismo ha assunto le forme della più istintiva e personale ribellione:
le intere nottate passate a sonnecchiare nei fossi gelati per evitare di essere prelevati dai nazifascisti, le fughe improvvise dalla propria abitazione all’avvicinarsi di persone sospette, l’occultamento di quella poca roba oggetto di prepotenti depredazioni, sono tutti gesti che, a loro modo, esprimevano protesta e salvaguardia della propria libertà.
Combattere un sopruso, opporsi alla prevaricazione rischiando la vita: la categoria del partigiano viene ad irradiare del suo valore anche chi difendeva impulsivamente la propria autonomia e la precaria sopravvivenza della propria famiglia, anche se propriamente il partigiano combattente è considerato soltanto chi, mettendo costantemente a repentaglio la propria esistenza, ha lottato per la liberazione dell’Italia dall’invasore e dall’ingiustizia. La grande distanza tra i due atteggiamenti è tuttavia quantitativa, entrambi percependo un male che assumeva le sembianze della guerra, dello straniero invasore, del tedesco armato, del fascista spione, arrogante e intollerante verso la libertà della diversità.
In chiusura vengono riportate le poesie elaborate da alcuni studenti di Giulianova, preziosi versi frutto della sensibilità di una generazione che tenta di immaginare una intensa esperienza di vita come quella della lotta partigiana, bagaglio culturale ed emotivo di alcuni nonni a cui chiedere, da cui farsi raccontare.

Note bibliografiche
In relazione alle informazioni inerenti il ventennio fascista a Giulianova, nonché i dati relativi all’Antifascismo e alla Resistenza nel teramano, si è tenuto conto dei materiali forniti nei seguenti studi:
AA.VV., La resistenza nel teramano, Edizioni Abruzzo Oggi, Teramo 1975.
R. Cerulli, Giulianova 1860, Casa della cultura “Carlo Levi”, Teramo 2003_. AA.VV., Vincenzo Cermignani. Vita d’artista, Media Edizioni, Mosciano S.A. (TE) 2001_. AA.VV., La mia guerra. Parlano i testimoni, Il Centro.
C.M. Conte, Sono e mi chiamo Ettorre Lidio, rielaborazione del diario autobiografico “Memorie di un perseguitato politico” di Lidio Ettorre (inedito).
A. Palandrani, 1943-1944: il Passaggio della guerra a Colleranesco, tra storia locale e storia mondiale, Giulianova (TE) 2005.
BREVE RESOCONTO DELL’AVVENTO DEL FASCISMO IN ITALIA
 
Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini, ex socialista, espulso dal partito per il suo interventismo nel primo conflitto mondiale, fondò a Milano il movimento dei Fasci di combattimento. Il programma del fascismo in questa fase non era ben delineato, caratterizzato dal desiderio di riforme radicali, da un profondo nazionalismo e da un convinto antisocialismo. Progressivamente il movimento si diede un’organizzazione paramilitare creando delle squadre d’azione il cui scopo era organizzare spedizioni punitive ai danni degli oppositori, in particolare dei socialisti. In questo modo Mussolini tentava di sfruttare i timori degli imprenditori e dei grandi proprietari terrieri allarmati dai successi conseguiti tra il 1919 e il 1920 dal movimento operaio e contadino: manifestazioni, moti insurrezionali spontanei, occupazioni di terre e di fabbriche avevano caratterizzato il cosiddetto “biennio rosso”, proteste e tensioni sociali che sembravano preludere a un’imminente rivoluzione. Leghe contadine, cooperative, camere del lavoro, case del popolo: tutte le organizzazioni e le istituzioni del socialismo vennero assalite da fascisti armati, e le loro sedi distrutte e incendiate a centinaia. Militanti e dirigenti socialisti vennero picchiati e bastonati, spesso assassinati.
Le squadre fasciste poterono contare sul sostegno di imprenditori e agrari, sulla piccola borghesia animata da rancori antisocialisti, e soprattutto sull’atteggiamento più che benevolo della polizia e del governo che di rado interveniva per contenere la violenza. Giolitti pensava di poter utilizzare gli “squadristi” in funzione stabilizzatrice, per poi assorbire il movimento nel sistema liberale, come infatti accadde nelle elezioni del 1921 quando candidati fascisti furono inclusi in liste di coalizione assieme ai liberali decretando l’ingresso dei primi deputati fascisti in Parlamento. Una delle novità introdotte dal fascismo, nonché una delle principali ragioni della sua affermazione, fu proprio il ricorso sistematico alla violenza come modo per aver ragione degli avversari politici. Gli avversari venivano ridotti al silenzio non solo attraverso le percosse ma anche attraverso la loro umiliazione, in primo luogo verbale (derisione e impiego di epiteti offensivi) e quindi fisica con l’obbligo a bere l’olio di ricino (potente lassativo). L’impiego della forza come elemento della contesa politica era una novità inaspettata che non si sapeva come fronteggiare: per molto tempo gli antifascisti cercarono di opporsi alla violenza semplicemente attraverso il richiamo a quelle leggi e quell’ordine che il fascismo dimostrò sempre di ignorare.
Nel novembre 1921 si tenne il congresso di fondazione del Partito nazionale fascista che decretava l’ingresso nelle vita politica italiana di una forza di destra che mirava ad assumere un ruolo di governo, evento che non aveva comportato la rinuncia all’impiego della violenza, al contrario pestaggi, incendi e intimidazioni erano proseguiti tollerati da polizia e carabinieri. Il fascismo si presentava come elemento di stabilità politica e istituzionale, gli scioperanti venivano aggrediti e ricondotti a lavoro o sostituiti dai fascisti stessi i quali si proponevano come i garanti dell’ordine che lo Stato liberale era incapace di assolvere. La prova di forza decisiva fu rappresentata dalla “Marcia su Roma” intesa come strumento di pressione politica, una manifestazione che sfiorò lo scontro armato quando il primo ministro Facta richiese di decretare lo stato d’assedio. Vittorio Emanuele non utilizzò l’esercito per bloccare la marcia temendo lo scoppio di una guerra civile, ma convocò Mussolini a Roma e gli conferì l’incarico di formare il nuovo governo.
Il primo ministero Mussolini, 30 ottobre 1922, aveva la forma di un governo di coalizione in cui la maggioranza liberale riteneva indispensabile un “esperimento fascista”, temporaneo, per ripristinare ordine e autorità dinanzi alla minaccia rivoluzionaria. Ed invece, nel periodo tra il 1922 e il 1926, il fascismo usò autoritariamente le istituzioni liberali per attuare una trasformazione totale dello Stato. Per consolidare il suo potere, il fascismo creò propri strumenti politici e militari permanenti, in primo luogo il Gran Consiglio del fascismo e la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn che di fatto istituzionalizzava lo squadrismo e rappresentava un corpo paramilitare di partito destinato a garantire la sicurezza al regime attraverso la repressione di ogni forma di dissenso). La nuova legge elettorale del novembre 1923 (legge Acerbo) mostrò che il fascismo intendeva sanzionare sul piano parlamentare, con l’aiuto di una “truffa” legale, la propria posizione di forza: essa stabiliva che la lista di maggioranza relativa, che avesse raggiunto il 25% dei voti, avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi alla Camera.
Alle elezioni, fissate per l’aprile 1924, si presentò, come espressione del governo e dei suoi alleati, un “listone” cui aderì la maggioranza dei liberali. La campagna elettorale si svolse in un clima di violenze e intimidazioni con l’aperta complicità delle autorità dello Stato: i fascisti e i loro alleati ottennero il 64,9% dei voti ed il Parlamento divenne un docile strumento nelle mani del partito di governo.
Quando la Camera fu chiamata a ratificare l’esito delle elezioni, il segretario del Partito Socialista Unitario, Giacomo Matteotti, denunciò con un veemente discorso in Parlamento le violenze fasciste nel corso della campagna elettorale e mise sotto accusa la validità dei risultati. Pochi giorni dopo, Matteotti fu rapito e assassinato da sicari fascisti: la reazione nel paese fu di grande sconcerto, ma il modo in cui le opposizioni interpretarono la protesta ne dimostrò tutta la crisi politica. I deputati d’opposizione decisero di non partecipare più ai lavori della Camera, ri­tirandosi “sull’Aventino delle loro coscienze” ed affermarono che sarebbero rientrati alla Camera solo quando fosse stata restaurata la legalità e fosse stata abolita la Milizia. Mentre le divisioni interne ai secessionisti ne indebolivano la forza, gli antifascisti furono sottoposti a violente intimidazioni e i loro organi di stampa vennero colpiti in modo generalizzato. In un celebre discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini chiuse politicamente la questione e si assunse apertamente la responsabilità “politica, morale, storica” di quanto accaduto segnando la fine politica delle opposizioni, la fine del sistema liberale parlamentare e la conquista del potere “totale”.
Nei mesi successivi le poche voci rimaste a sfidare il regime furono messe a tacere o costrette all’esilio. Giovanni Amendola e Piero Gobetti, i liberali più radicalmente antifascisti, morirono in seguito alle aggressioni squadriste. Altri noti personaggi politici, come Sturzo, Nitti, Turati, Togliatti dovettero lasciare l’Italia; a finire in carcere furono tanti uomini impegnati nella politica di opposizione al regime, il più illustre dei quali fu Antonio Gramsci, segretario del Partito Comunista, condannato nel giugno 1928 dal Tribunale speciale a oltre 20 anni di reclusione.
La metamorfosi finale dello Stato liberale parlamentare dominato dai fascisti in Stato e Regime fascisti fu realizzata per mezzo di una serie di leggi dette “fascistissime” che modificarono lo Statuto del 1848. Di fatto si sanzionò un enorme rafforzamento del potere esecutivo e l’esautoramento del Parlamento; tutte le associazioni furono sottoposte al controllo della polizia e fu abolito il diritto di sciopero; le Corporazioni nazionali, cioè i sindacati fascisti, furono riconosciute come le sole rappresentanti dei lavoratori (esautorando la Cgl); una serie di norme abolì le amministrazioni locali di nomina elettiva, sostituendole con autorità di nomina governativa: i podestà presero il posto dei sindaci. Nel novembre 1926 furono annullati tutti i passaporti, soppressi i giornali antifascisti e chiusi tutti gli organi di stampa avversi al regime; sciolti tutti i partiti di opposizione, venne istituito il confino di polizia in località particolari per gli oppositori. Il confino, istituito dopo un presunto attentato contro Mussolini, stabiliva che si potevano inviare senza processo individui implicati in (o sospettati di) attività ostili al regime in località isolate e povere (per lo più isole) per un periodo compreso tra 1 e 5 anni. Centoventi deputati dell’opposizione furono privati del mandato parlamentare; infine fu costituito un Tribunale speciale per la difesa dello Stato al quale era affiancata una speciale polizia politica, l’Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo (Ovra). A coronamento di queste disposizioni, venne anche instaurata la pena di morte.
A partire dal 1926 incominciò anche l’inquadramento sistematico dei bambini, dei ragazzi, dei giovani dei due sessi nelle organizzazioni dell’Opera nazionale balilla in cui motto, “credere, obbedire, combattere”, era il credo instillato nelle giovani generazioni. La stampa e la radio furono progressivamente soggette al più stretto controllo e alla censura più rigorosa, divenendo strumenti di propaganda e di esaltazione indiscriminata del regime e del Duce. Una volta assunto e consolidato il proprio potere, il Partito nazionale fascista attuò una politica di fascistizzazione dello Stato, di controllo del consenso e di politicizzazione della sfera civile. Tali politiche miravano a mobilitare attorno al Duce il consenso popolare e a creare una società fascista nella quale fossero presenti i valori che il regime considerava fondamentali: il culto della patria, la devozione nei confronti del Duce, l’esaltazione dell’uomo nuovo, il richiamo ai valori della tradizione quali famiglia, matrimonio, educazione. In Italia l’opposizione al fascismo, dopo il 1926, era quindi diventata un delitto contro lo Stato e chi si opponeva attivamente andava incontro al Tribunale speciale, alla condanna, alla prigione o al confino in zone sotto sorveglianza speciale. Molte personalità della politica italiana antifascista furono costrette ad emigrare. Durante il ventennio gli antifascisti (cattolici democratici, liberali, socialisti, comunisti, popolari, repubblicani) vennero tenuti sotto controllo, perseguitati, confinati, deferiti al Tribunale Speciale e quindi ammoniti, esiliati o incarcerati in base alle valutazioni dei singoli casi. L’affermazione del fascismo su scala europea alimentò la formazione di gruppi di resistenza, animati in prevalenza dalle forze politiche antifasciste che erano state sciolte d’autorità e messe fuori legge. Queste minoranze organizzate operavano in patria in una condizione di clandestinità, oppure all’estero al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale contro i regimi autoritari.

GIULIANOVA E L’ANTIFASCISMO
 
Sin dalle prime apparizioni delle squadre fasciste con le loro azioni violente, inizia a svilupparsi parallelamente un movimento antifascista di opposizione sia ideologica che pragmatica all’interno di organizzazioni clandestine volte, nei limiti del possibile, ad azioni di sabotaggio e di denuncia. Il più delle volte, l’antifascismo ha rappresentato il primo atto di un dissenso sociale e politico che raggiungerà la sua massima espressione con la Resistenza. Le iniziali forme di disaccordo nei confronti del regime fascista si manifestarono già a ridosso del “biennio rosso”, e in particolare dopo la marcia su Roma. L’intensificazione di questa azione di denuncua avviene in concomitanza con la promulgazione delle “leggi fascistissime” del 1926 quando tutti i partiti, le associazioni, i movimenti non fascisti vennero dichiarati illegali e sciolti con la forza repressiva della Milizia fascista. Molti cittadini, delle più diverse tendenze politiche, presero a riunirsi in clandestinità nelle case, nei retronegozi, nelle botteghe, nelle stalle, per discutere e commentare le azioni fasciste, rischiando di venire incarcerati, bastonati, processati o di essere confinati. Gli antifascisti appartenevano un po’ a tutte le categorie sociali, dagli operai agli studenti, dagli artigiani ai professionisti i quali, segnalati dai fascisti locali, venivano sorvegliati e umiliati, picchiati e talvolta incarcerati nei periodi delle ricorrenze fasciste temendo possibili azioni sovversive. Anche Giulianova ha avuto i suoi antifascisti accaniti, più volte percossi e perseguitati, costretti all’esilio o al confino, come nel caso di Lidio Ettorre (falegname ed ebanista), di Vincenzo Cermignani (orafo e poi artista), di Alessandro Pica (meccanico), di Pasquale Di Odoardo (meccanico), di Nicola lattanti, di Tiberio Albani, di Attilio Battistelli, di Pietro Mascaretti, di Pasquale Rossi, di Francesco Tancredi e tanti altri. La nascita del fascio di combattimento a Giulianova avviene nella primavera del 1921 ad opera dell’avvocato Livio De Luca, già presidente della sezione combattenti costituita nel 1919.
Come ridussero gli squadristi il laboratorio di falegnameria Ettorre a Giulianova Paese la notte del 6 ottobre 1922.
 
Le prime occasioni di scontri aperti tra fascisti e socialisti si registrarono in concomitanza delle elezioni del maggio 1921 quando il Blocco nazionale riportò, anche in Abruzzo, una consistente vittoria. Le usuali violenze squadriste avevano preso ad interessare Giulianova già in occasione degli scioperi agrari, ma alcuni giorni prima delle elezioni, dopo una accesa discussione avvenuta negli uffici postali tra l’antifascista giuliese Lidio Ettorre e due fascisti di Corropoli, il camion col quale ripartirono i due forestieri fu investito da alcuni colpi di pistola durante una sosta di rifornimento. Successivamente, durante i rituali funerari di un soldato giuliese caduto in guerra, i numerosi fascisti presenti invitarono alcuni socialisti a togliere il cappello. In serata, nei pressi della stazione ferroviaria, due socialisti furono bastonati dai fascisti teramani contro i quali fu esploso un colpo di pistola. Le tensioni già esistenti e la mancata affissione di una propria targa commemorativa furono all’origine dell’azione squadrista della notte del 28 agosto 1922 compiuta da fascisti proveniente da Ancona e Mosciano, avente lo scopo di demolire la lapide apposta dalla Lega Proletaria dedicata alle “vittime della guerra borghese”.
Intanto socialisti e comunisti giuliesi saputo dell’arrivo delle camice nere e della loro intenzione, si mobilitarono in piazza Vittorio Emanuele: si verificò una sparatoria fino all’esaurimento delle munizioni da parte degli antifascisti ed alla loro fuga, quindi la lapide fu distrutta a colpi di moschetto e fortunatamente non si registrarono feriti. Il giorno se­guente una ulteriore azione di violenza distruttrice investì la sede del Partito Comunista di Giulianova e l’abitazione del segretario locale, Alessandro Pica. Trascorrono alcuni mesi ed una ennesima spedizione raggiunge la “cittadella rossa”: numerose case di antifascisti vengono perquisite e fracassate; di particolare impatto risultò l’incendio del laboratorio di falegnameria della famiglia Ettorre[1].
Lidio Ettorre[2], di sicuro uno dei simboli dell’antifascismo teramano, uno dei bersagli più accanitamente colpiti dalla persecuzione politica nel ventennio fascista, è nato a Giulianova il 3 dicembre 1893, respira sin da piccolo l’aria di un ambiente familiare di sinistra, con lo zio Andrea Ettorre primo segretario della Sezione Socialista giuliese nel 1892; Lidio consegue la licenza di quinta elementare, ma la sua vera formazione avviene da autodidatta su tutti i libri che incontra per casa, sui quotidiani e sulle riviste che circolano nei luoghi pubblici di Giulianova.? Il primo orientamento politico è di carattere anarchico e si tratta di una collaborazione con il periodico “La Sveglia” di Teramo; prende inoltre contatto con un gruppo anarchico di Ancona a cui invia “una modesta somma a sostegno della lotta comune”. È in occasione della campagna elettorale per le elezioni del 1913 che Lidio avvia quella attività militante in politica, in prima persona e a viso aperto, che lo caratterizzerà per sempre: si rivolge alla gente, discute in pubblico, prova a convincere i suoi interlocutori ad astenersi dal voto, simbolo di una nuova strumentalizzazione. Uno dei risultati che Lidio ottiene fu quello di iniziare ad essere sorvegliato dalla Questura di Teramo al quale era stato segnalato come “anarchico, sovversivo e rivoluzionario”.
Intanto si avvicina il momento della chiamata alle armi, il momento di mettersi a disposizione del Regno d’Italia e della patria, il momento di obbedire, di mostrarsi pronti a sacrificare la propria vita e di uccidere soldati simili ma dalla diversa divisa. Fortunatamente Lidio viene per due volte ritenuto “rivedibile”, ma al terzo tentativo fu dichiarato abile e quindi arruolato nel 6° Reggimento Bersaglieri Ciclisti di stanza a Bologna (12 gennaio 1915). Anziché aderire ai valori militareschi, Lidio tenterà addirittura una propaganda anarchica ed antimilitarista tra i suoi commilitoni, ma tra questi una spia lo segnalerà alle autorità giudiziarie: in poco tempo viene trasferito e incarcerato con l’accusa di propaganda disfattista. Inizia il processo nel quale si rischia la pena di morte, presso il Tribunale Militare di Venezia; l’avvocato difensore, Giuseppe Romualdi, soltanto facendo passare l’ipotesi “insano di mente” riuscirà a salvarlo, anche se Lidio rifiuterà apertamente questa modalità di conduzione del suo processo, rinnegando anche l’avvocato. Tuttavia la vicenda si concluse con la assoluzione e poi con il definitivo riconoscimento della inattitudine al servizio militare per vizio cardiaco, congedato “con onore” il 25 maggio 1915.
L’anno successivo si reca a Torino per prendere contatti con gli ambienti socialisti e in questa occasione conosce molti giovani “entusiasti, battaglieri e, soprattutto, preparatissimi, sia culturalmente che politicamente”, tra cui, Antonio Gramsci. La Rivoluzione russa del 1917 determinerà nuove pressioni sui militanti di sinistra e Lidio decide di tornare a Giulianova, con l’incarico di corrispondente dell’ “Avanti”.
Il 9 maggio 1920, conclusosi il conflitto mondiale, a Giulianova viene eretta una lapide dedicata ai caduti: “Ai proletari vittime della guerra borghese” è la polemica iscrizione ideata da Lidio e approvata dai compagni della Lega Proletaria. Intanto anche a Giulianova si costituisce, nel 1921, una Sezione del neonato Partito Comunista al quale Lidio si iscrive - ma rimarrà nelle file del partito per poco più di un anno - divenendo componente della redazione dell’ “Avanguardia”, giornale della Federaizone Giovanile Comunista.
Francia 1922, "gli esuli".
“Sotto gli occhi indifferenti dei Carabinieri, gli esponenti di tutti i partiti democratici giuliesi cominciarono a subire minacce, aggressioni, pestaggi, dentro e fuori casa, di giorno e di notte, con la distruzione dei luoghi di lavoro. Il 29 agosto 1922, un numeroso gruppo di fascisti abruzzesi e marchigiani, militarmente inquadrati, al canto dei loro lugubri inni, sbuca da Via del Sole, dirigendosi verso il Portico de Bartolomeis, con l’evidente intenzione di distruggere la lapide dedicata ai caduti proletari. Alcuni animosi giuliesi, reduci di guerra e sinceri democratici, accettano immediatamente la battaglia. Si scrisse, in quel giorno, la pagina più bella e commovente della resistenza giuliese al fascismo. La difesa della lapide fu il pretesto; in realtà, in quel momento, difendevamo la libertà, la pace finalmente raggiunta, la fede nelle nostre idee [...]. Di fronte a quella difesa, meravigliosamente sentita e disperatamente condotta, i fascisti furono costretti a chiedere rinforzi da Ferrara e da Ancona. All’alba, dopo cinque ore di lotta, esaurite le munizioni, i valorosi combattenti, guidati da Nicola Lattanzi, Tiberio Albani e Attilio Battistelli, si ritirarono sulle colline retrostanti il paese. La lapide fu distrutta a colpi di moschetto.
La vendetta fu condotta con ferocia inumana: la Sezione Comunista, l’officina meccanica Pica-Solipaca, il laboratorio Piccinini, nonché le abitazioni di molti antifascisti furono devastate; furono arrestate tantissime persone, molte delle quali assolutamente innocenti. Pica e Lattanzi fuggirono a Roma; Vincenzo Cermignani, Pasquale Di Odoardo e Tiberio Albani passarono clandestinamente il confine, riparando in Francia. Naturalmente, nessuno degli aggressori fu denunciato.
Ma non era finita [...] Il 6 ottobre 1922 si sparse la voce di una imminente spedizione punitiva contro i giuliesi, organizzata da elementi locali, con il concorso della peggiore ciurmaglia fascista di Ancona. A tarda sera, non essendo accaduto nulla, convinti si fosse trattato di un falso allarme, andammo tutti a dormire. Poco dopo la mezzanotte, il compagno Attilio Battistelli, dalla strada, mi avverte che i fascisti sono arrivati per davvero e si apprestano a mettere a ferro e fuoco Giulianova; mi consiglia di scappare. Decido di restare in casa, anche perché mia moglie è terrorizzata e la piccola Leda si è svegliata e piange. Non ho il coraggio di lasciarle sole. Poco dopo si sentono colpi sordi contro il portone. Non danno neanche il tempo a mia moglie di scendere ad aprire, che hanno già divelto i battenti, precipitandosi nella mia camera da letto. Sotto la minaccia delle armi, mi costringono ad alzarmi e a vestirmi. Un’altra parte della banda, con la scusa della perquisizione, procede ad una sistematica distruzione di libri, quadri, mobili, stoviglie, arredamenti. Con il pretesto di farmi sottoscrivere un verbale di avvenuta perquisizione, cercano di trascinarmi fuori di casa. Sono assolutamente sicuro che, una volta in strada, mi ammazzeranno. Mi avvinghio, allora, con tutte le mie forze, alla lettiera di noce massiccio, che ho in precedenza provveduto a murare al pavimento, rendendo vani i loro sforzi. Visto il fallimento del tentativo, il capo banda ordina ai suoi sgherri di uscire dalla camera, lasciandolo solo con me. Chiusa la porta, comincia a picchiarmi con il suo bastone, fermandosi solo quando questo si spezza. Tra minacce, urla e spari, escono dalla mia casa ormai distrutta, per continuare la loro eroica spedizione. Buttano per strada il banco di lavoro dei fratelli Marroni e gli danno fuoco, dopo averlo cosparso di petrolio. È, poi, la volta della casa di Pietro Mascaretti: mobili, materassi e masserizie vengono ammucchiati in strada ed incendiati. E quindi a casa di Antonio Ettorre, di Antonio Pompili, di Pasquale Rossi, di Carmine D’Errico, di Pettinari, di Pasquale De Ascentiis, di Albani, di Biagio Ettorre, di Francesco Tancredi, tutto rubando, distruggendo, incendiando. E tocca, infine, al nostro laboratorio, dove spaccano con le asce i mobili finiti e in lavorazione, dando poi tutto alle fiamme [...]. Si sentono ancora colpi di arma da fuoco, urla e lamenti. Molte persone sono costrette, sotto la minaccia delle armi, ad ingerire olio di ricino. A completamento dell’impresa e a beffa suprema, i fascisti obbligano tutti gli abitanti di Giulianova ad esporre il tricolore dalle finestre...”[3] Ferito e malmenato, Lidio si ritrova costretto a fuggire e ripara presso una famiglia di amici nelle campagne di Isola del Gran Sasso; tuttavia il pensiero martellante d’aver abbandonato alla mercé dei fascisti la sua famiglia lo porta a tornare a casa, di sottecchi e di notte. Durante il tragitto, compiuto a piedi, passa davanti alla sua falegnameria per commemorarne i pochi resti, il tetto completamente abbattuto, i tronconi anneriti dal fumo, una profonda desolazione a riempire quello spazio di passati sacrifici. Il 16 febbraio Lidio viene condotto alle carceri di Teramo; con lui altri otto arrestati vengono picchiati e dileggiati prima di essere trattenuti per circa un mese di detenzione. I pestaggi e le violenze sono all’ordine del giorno per gli antifascisti che continuano ad opporsi alle parate del Regime. Il 2 gennaio 1924, a seguito di una convocazione in caserma, Lidio decide di non presentarsi a riscuotere la solita dose di gratuita violenza; alla fine è costretto a farsi vivo percependo con gli interessi le botte che voleva evitare; il tenente dei carabinieri gli ingiunge di inoltrare domanda di rilascio del passaporto per la Francia, mentre alla madre viene ritirata la licenza per l’esercizio di una piccola trattoria che, dopo la distruzione del laboratorio di falegnameria, consentiva alla famiglia di tirare avanti. Così il 17 gennaio 1924 Lidio lascia l’Italia per raggiungere, dopo quasi tre giorni di viaggio, Parigi dove si incontra con i concittadini Nicola Lattanzi, Pasquale Di Odoardo e Tiberio Albani. Nonostante le precarie condizioni di salute e anzi forse il timore di morire lontano da Giulianova, spinge Lidio a tornare in Italia, di notte e di nascosto. Purtroppo, non appena i fascisti locali si accorgono del suo rientro, ordiscono una vendetta che colpisce di nuovo il laboratorio da poco ricostruito. Si susseguono disposizioni di polizia volti a colpire ogni suo incontro in nome della legge che vieta gli assembramenti, convocazioni in caserma e accuse di propaganda antifascista; perquisizioni in casa, fughe per i tetti, minacce di morte, pernottamenti in camera di sicurezza, provvedimenti di carcerazione preventiva che lo colpiscono a tutte le ricorrenze fasciste e socialiste. Il 31 maggio 1927, convocato in caserma, gli viene notificato un atto di comparizione davanti alla Commissione Provinciale per l’Ammonizione nell’udienza del 2 gennaio. Giunta la data della liberazione di Giulianova, Lidio ricoprirà alcuni incarichi politici, tra cui quello di assessore, affianco all’amico, nonché confraterno di lotte antifasciste, primo sindaco di Giulianova nel dopoguerra, l’avvocato Riccardo Cerulli.
 
Altro rappresentante di un sentimento di profondo antifascismo fu l’artista internazio­nale Vincenzo Cermignani[4] il quale forma la sua coscienza politica all’ombra della locale Sezione del Partito Socialista divenendo segretario dei Giovani Socialisti. Suoi compagni di fede saranno Lidio Ettorre, Pasquale Di Odoardo, Alessandro Pica, Tiberio Albani. Trascorre un periodo di formazione a Milano dove viene a contatto con l’ambiente anarchico di Enrico Malatesta che lo introduce nel suo Circolo. Tornato a Giulianova, partecipa, assieme a operai e contadini, alle manifestazioni di protesta contro il fascismo. L’evento culminante dello scontro sarà la notte del 28 agosto quando Vincenzo si troverà dalla stessa parte degli animosi antifascisti a difendere la lapide apposta in ricordo dei “proletari vittime della guerra borghese”. Fascisti abruzzesi e marchigiani si erano dati appuntamento proprio sotto quel simbolo della “roccaforte del proletariato abruzzese” per dar libero sfogo alla loro violenza. Vincenzo, assieme a Pasquale Di Odoardo e a Tiberio Albani, prende la via dell’esilio per evitare una sicura reclusione, passa clandestinamente il confine e ripara a Parigi. La lontananza da Giulianova durerà fino al 1953, ma la vicinanza nei confronti delle sue idee politiche antifasciste continuerà anche in Francia: iscritto alla Lega dei Diritti dell’Uomo, nel dicembre 1940 entra nei “maquis”, i partigiani francesi, unendosi alle Forces Unies de la Jeunesse Patriotique, come membro della Association Française d’Anciens Volontaries ed Resistants Garibaldiens; nell’ultima  fase  della  guerra  gli  toccò  di accorrere  ad Oradour  sur  Glane e  di
constatarne l’orrenda distruzione con eccidio della popolazione ad opera dei reparti in ritirata delle SS. Pittore di fama internazionale, consegue numerosi premi e riconoscimenti, espone alle mostre più rinomate ed è sempre più conosciuto ed apprezzato. Il soggiorno francese, tra Parigi e Limoges, viene monitorato dalla polizia segreta fascista per “tenere sotto controllo, residenza e attività politica” del fuoriuscito Vincenzo Cermignani. Prima di poter tornare in Italia, Vincenzo deve normalizzare la sua situazione giuridica che lo vede iscritto nei registri delle persone ricercate e sospette del Ministero dell’Interno dell’epoca fascista (Roma 1 luglio 1943): “Vincenzo Cermignani di Florindo n. 19.07.902 -Giulianova -Arrestare”. In una intervista del 1964 dichiarerà “lasciai la mia bella Giulianova per non sentirmi più comandato da quelli di Giulianova”. Tuttavia riuscirà a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un alloggio messogli a disposizione dall’amico avvocato Riccardo Cerulli. Tra gli altri personaggi di rilievo nella lotta al regime: Pasquale Di Odoardo, meccanico, antifascista esule in Francia dal 1922, fuoriuscito in seguito agli eventi del 29 agosto, arrestato poco dopo il suo rientro; partigiano-combattente con la Banda “giuliese Garibardi”, primo segretario eletto dalla ricostituita Sezione del PCI. di Giulianova, consigliere comunale negli anni del dopoguerra. Alessandro Pica, dirigente del movimento operaio, di mestiere meccanico, autodidatta, attento conoscitore dei fenomeni politici e sociali del suo tempo, fu segretario del Partito Socialista prima e del Partito Comunista poi, un bersaglio costante delle violenze fasciste. Il prof. Saverio Sichini, tra i fondatori del Partito Popolare in Abruzzo, e Francesco Iaconi, commerciante di legname, risolutamente antifascisti. A testimonianza della vivace opposizione al partito fascista, si propone all’attenzione un verbale di Adunanza della Sezione di Giulianova in data 29 marzo 1929.
 
PARTITO  NAZIONALE  FASCISTA
FEDERAZIONE PROVINCIALE DI TERAMO
Sezione di Giulianova
 
Verbale di Adunanza del Direttorio N.177
 
L’anno millenovecentoventinove, VII, addì 29 Marzo in Giulianova, alle ore 11,30. A seguito di inviti scritti si è riunito il Direttorio di questa Sezione nelle Persone dei sigg:
1) Omm. ALFONSO MIGLIORI R. Podestà’ -Presidente
2) DOMENICO TRIFONI Segretario Politico
3) Cent. PAOLONE ERASMO Comandante la IX Centuria M.V.S.N.
4) C.M. Cav. ANTONIO CERMIGNANI    Comandante la IX Centuria M.V.S.N.
5) C.M. COLLI GALLIANO Comandante 1) Manipolo M.V.S.N.
6) Ing. PELAGALLI ERNESTO Presidente dell’O.N.B.
Sono assenti: De Petrecellis Rocco, Dr. Quercetti Attilio e Ciafardoni Concetto. Il Presidente, riconosciuto legale il numero degli intervenuti, dichiara aperta la seduta per trattare e deliberare sul seguente ordine del giorno:
RISULTATO PLEIBISCITO
Eletto, Presidente il R.Podestà Omm. Migliori, apre la seduta, compiacendosi della magnifica affermazione fascista, nella quale Giulianova, nello svolgimento delle elezioni, con senso ammirevole di disciplina, ha dimostrata la grande ed immutata devozione al Duce ed al Regime. Gli astanti si associano a tale compiacimento ed il Cav. Cermignani, prendendo la parola, riferisce che i pochi rinnegati, i quali hanno tenuto, con ostentazione a riconfermare i loro sentimenti di antifascismo e di antitalianità, astenendosi dal dare il loro voto, sono i seguenti: Castorani Flaviano, fu Giuseppe - Cermignani Vincenzo, fu Giovanni De Bartolomeis Giuseppe, fu Giacinto -Ettorre Vittorino, di Andrea Franchi Alessandro, di Camillo -Iaconi Francesco, fu Raffaele Marà Cesare, contro i quali i presenti invocano, dalle competenti Auto­rità, i provvedimenti del caso poiché il loro contegno, se lasciato impunito, costituirebbe un pericolo per loro stessi e per tutti i singoli fascisti, tanto più che in alcuni dei sovraindicati si riscontra continuamente un modo di fare sprezzante e di provocazione. E ci si riferisce particolarmente al Francesco Iaconi, che ha concluso, in questa circostanza, la sua avversione sistematica e spietata al Regime, ben degna dei rigori del Tribunale Speciale.
Firmati: il R. Podestà Aldonso Migliori - Il Segretario Politico Domenico Trifoni - Il Comandanti la IX Centuria M.V.S.N. Paolone Erasmo - Il Co­mandante la IX Centuria A.G.F. C..M.Antonio Cermignani - Il Comandante il I Manipolo Giulianova C.M.Galliano Colli - Il Presidente dell’O.
N.B. Ing. Ernesto Pelagalli.
 
Il componente il Direttore Dr. Quercetti Attilio dichiara di associarsi incondizionatamente alla proposta di misura repressiva da adottarsi rispettivamente ai componenti l’elenco antifascista ed antitaliano degli astenuti al Plebiscito. Dichiara altresì di sentire grave rammarico per la impossibilità involontaria di non essere stato presente alla italianissima riunione del Direttorio, alla quale rende omaggio e plauso.
Firmato Dr. Attilio Quercetti.                                                                   Visto: Il segretario Federale Firmato:
                                                                                                                         Console On. NICOLA FORTI
N. 1195 ord. 13 Aprile 1929. VII.                                                                  (Cortesia signor C.M. Conte)
E non mancarono di partire da Giulianova alcuni “partigiani internazionali” come Tarquinio Paolini combattente nell’esercito repubblicano negli anni della guerra civile spagnola nella Colonna “Ascaso”. Mentre diversa fu la zona di militanza e il destino del marinaio Giovanni Marà che trovandosi sbandato in territorio jugoslavo, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, aderì alla lotta partigiana insieme agli slavi divenendo un componente della brigata d’assalto “Garibaldi Italia” prendendo parte a varie azioni di guerra contro i tedeschi e impegnandosi fino all’estremo sacrificio per la emancipazione del popolo jugoslavo vittima del nazifascimo. Giovanni Marà cadde in combattimento l’ultimo giorno di guerra, il 25 aprile 1945, sulle montagne della zona di Towarnik, vicino Beograd. Grazie all’impegno dell’attivissimo compagno Pio Macera coadiuvato dal presidente dell’ANPI di Teramo, Spartaco Di Pietrantonio, è stata intitolata una piazza di Giulianova al partigiano caduto nella lotta per la libertà Giovanni Marà.
Inoltre anche alcune sentenze emesse dal Tribunale Speciale Fascista hanno colpito diversi giuliesi tra cui Giuliucci Nando per propaganda sovversiva, De Ascentiis Pasquale e Lattanzi Nicola condannati al confino politico, Cappelletti Luigi denunciato al Tribunale e dallo stesso “rimesso” avanti i giudici ordinari per essere lievi i reati politici contestati. Inoltre Giulianova ha benevolmente accolto un confinato illustre nella persona di Renato Vuillermin, fiero e convinto oppositore contro la tirannia fascista, fiducioso nella lotta antifascista e democratica convinto sostenitore dei principi del cristianesimo:
Nella primavera del 1943 Vuillermin raggiunse il suo domicilio coatto di Giulianova in esecuzione della pena inflitta dalla Commissione di Polizia di Savona (5 anni di confino) per essere stato ritenuto responsabile dell’organizzazione di un complotto antifascista. Vuillermin rimase per lunghissimi mesi a Giulianova, dove, grazie ai sentimenti prevalenti nella ospitale e nobile cittadina abruzzese, poté trovarsi ben presto in un ambiente di simpatia e sentire intorno a sé una crescente solidarietà ed ammirazione. Gli fu, così, possibile stringere amicizia con numerosi cittadini di Giulianova, il che servì a poco a poco, a non fargli sentire la pena dell’isolamento, dandogli pur modo di continuare a tenere viva nella stessa Giulianova e, attraverso la più attiva corrispondenza epistolare con gli amici e i compagni di fede che aveva numerosi in tutta Italia, quella fiaccola di libertà e quella volontà di resistenza e di lotta contro i tedeschi e i fascisti, delle quali era così degno animatore e assertore. Le sue lettere erano messaggi di fede e, ben si potrebbe dire, iniezioni di coraggio che egli, costretto alla inattività, si affannava a prodigare agli amici per stimolarli a non desistere dalla lotta ma ad intensificarla. Anche le sue lettere erano generosa testimonianza della sua fede che non amava le finzioni e nemmeno le prudenze, sicché quando, attraverso la censura, riuscirono a metterci le mani le spie dell’"Ovra" la pena del confino gli fu aggravata, con il trasferimento a Castelli, un altro paese della montagna abruzzese. Dopo la caduta del fascismo decide di tornare nelle sue zona, a Finale Marina, continuando la sua incessante invocazione.
La sera del 23 dicembre 1943, in seguito allo scoppio di una bomba che uccise tre fascisti e due tedeschi, il prefetto di Savona decise, senza compiere alcuna indagine, di mandare a morte alcune persone rappresentative della provincia e fra queste Vuillermin, completamente estraneo al fatto al pari degli altri sei; arrestati, formalmente processati e fucilati senza neppure ricevere i conforti religiosi. I numerosi compagni e ammiratori giuliesi dedicheranno al compianto antifascista, Renato Vuillermin, una lapide a perenne memoria nei pressi dell’abitazione in cui era confinato.

Note
[1] Cfr. T. Forcellese, Giulianova tra reazione e rivoluzione. Note ed appunti, in AA.VV., Vincenzo Cermignani vita d’artista, Media edizioni, Mosciano S.A. (TE), pp. 63-75.
[2] La ricostruzione delle vicende relative a Lidio Ettorre è tratta da C.M. Conte, Sono e michiamo Ettorre Lidio, rielaborazione del diario autobiografico “Memorie di un perseguitato politico” di Lidio Ettorre (inedito).
[3] C.M. Conte, ivi.
[4] Per le informazioni relative alla figura di Vincenzo Cermignani cfr. AA.VV., Vincenzo Cermignani vita d’artista, Media edizioni, Mosciano S.A. (TE) 2001.
LA CADUTA DEL FASCISMO E L’OCCUPAZIONE TEDESCA
 
Le linee di resistenza italiane in Sicilia nei confronti dello sbarco delle armate alleate, in gran parte si dissolsero in poco tempo e solo in certi casi si ebbero conflitti a fuoco; naturalmente questa scarsa opposizione irritò i comandi tedeschi che, anche a seguito della sfiducia nei confronti di Mussolini nel Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio, decise di abbandonare le isole e di procedere ad una strenua difesa della penisola. Anziché considerare agli anglo-americani invasori stranieri come i tedeschi si aspettavano, gli italiani e in genere gli stessi soldati, li accolsero come “liberatori”. I rapporti italo-tedeschi iniziarono a logorarsi inesorabilmente mentre nuove divisioni tedesche furono inviate in Italia con la solita ufficiale motivazione di fortificare l’azione di difesa, preparandosi furtivamente ad una occupazione nel caso di una probabile capitolazione del governo Badoglio.
Occorreva scegliere tra una difesa ad oltranza dell’Italia a fianco dei tedeschi, con un esercito sfiduciato e stanco, con una opinione pubbli­ca sempre più contraria alla guerra e mai stata favorevole all’alleanza con la Germania; e, dall’altro, una resa senza condizioni imposta dagli alleati. La temporanea soluzione adottata dal nuovo capo del governo, Badoglio, risultò essere la continuazione della guerra, sperando in un atteggiamento tollerante dei tedeschi e in uno disfattista del proprio esercito. Nel frattempo si avviarono contatti segreti con gli alleati per negoziare la capitolazione dell’Italia e perfino una possibile cobelligeranza. Senza tener conto delle richieste italiane, dei bisogni e dei rischi a cui si esponeva il paese e l’esercito, gli alleati imposero un armistizio incondizionato; la firma avvenne vicino Siracura il 3 settembre 1943 e la comunicazione ufficiale pochi giorni dopo. In definitiva la decisione di arrendersi fu presa dal Re e da Badoglio con il concorso di alcuni generali senza adeguate consultazioni e senza preparare l’evento di un armistizio, abbandonando la popolazione sotto gli scontri tra i due eserciti (tedesco e alleato) e abbandonando i tanti soldati italiani. Nel pomeriggio dell’8 settembre il generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, annunciava radiofonicamente l’armistizio che poco dopo Badoglio confermava con la sommaria e contraddittoria indicazione di resistere se attaccati. Nel giro di una decina di giorni l’Esercito italiano si sarebbe interamente dissolto, con centinaia di migliaia di giovani, dapprima in divisa e poi camuffati, che abbandonate le caserme risalivano o scendevano la penisola per “tornare a casa”.
Tra l’8 e il 9 settembre, in applicazione dell’operazione “Achse”, le forze tedesche imposero lo smantellamento delle truppe italiane presenti sul suolo nazionale; diversa fu invece la sorte delle truppe stanziate all’estero, in particolare nei Balcani (circa 500.000 soldati) e in Francia meridionale (circa 60.000 soldati), i quali furono disarmati e presi prigionieri. Rari e drammatici furono gli scontri e le rappresaglie in diverse località dove le divisioni italiane furono generalmente sopraffatte con facilità e in maniera spietata.
Mentre gran parte del paese inneggiava alla fine della guerra e molti soldati pregustavano il ritorno a casa, Hitler, che presentiva questo possibile tradimento, dispose che si passasse immediatamente all’attuazione dell’operazione volta ad assumere il controllo totale dell’Italia. Il grosso dell’esercito italiano si era sbandato, autodissolto, “messo in borghese” oppure era stato fatto prigioniero (750.000 circa), mentre il re, Badoglio e la Corte si davano alla “ingloriosa fuga” attraversando l’Abruzzo per raggiungere, via mare, Brindisi già occupata dagli alleati.
La popolazione italiana aveva conosciuto una guerra indiretta, una guerra combattuta contro e sul territorio di altre popolazioni; il fronte interno, oltre a sostenere lo sforzo bellico dal punto di vista economico e degli uomini in armi, non aveva ancora subito danneggiamenti, ma già dal 1941 non solo il pane veniva razionato, 200 grammi a testa, ma anche il burro, il lardo, il riso, la pasta e il combustibile; nelle città e nei paesi i clienti dovevano iscriversi negli elenchi degli alimentari. Per molte famiglie il dramma della guerra si era tradotto nella donazione agli alti destini della Patria di figli spediti sui vari fronti: africano, albanese, francese, russo; mentre nelle case e nella vita quotidiana entrò l’obbligo dell’oscuramento e del coprifuoco. Naturalmente nessuna città fu risparmiata in fatto di chiamata alle armi e così anche Giulianova: soldati partiti e mai più tornati, altri fatti prigionieri dagli alleati, altri ancora deportati nei lager tedeschi (dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943), molti anche i feriti e i dispersi; ognuno si trovò a vivere la propria personale tragedia, ora milite fascista, ora soldato sbandato, ora fuggiasco, ora partigiano, sempre in bilico tra la vita e la morte.
Il 1942 è l’anno in cui gli eventi bellici cominciano a subire una inversione di tendenza; il generale inglese Montgomery riprese l’iniziativa alleata in Africa respingendo le truppe italo-tedesche dall’Egitto fino a Tripoli; contemporaneamente gli americani sbarcarono in Marocco e in Algeria e alcuni mesi dopo, nel luglio 1943, gli anglo-americani approdarono in Sicilia. Lo sbarco degli alleati si verificò in un momento di estrema gravità nella situazione interna dell’Italia: a un pesante disagio sociale per la mancanza di viveri e per i massicci bombardamenti operati dagli anglo-americani sulle principali città, faceva riscontro una crisi del regime fascista. Alcuni esponenti di primo piano, come Galeazzo Ciano, Giuseppe Bottai e Guido Grandi tentarono, con l’appoggio della corte e di alcuni quadri dell’esercito, di sottrarsi alla subordinazione nazista e di porre fine alla guerra; per raggiungere questi obiettivi era indispensabile rimuovere la dittatura personale di Mussolini. Nella seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 un ordine del giorno dichiarò la sfiducia al Duce, destituito e fatto arrestare da Vittorio Emanuele III. Quel giorno la trasmissione musicale in onda sulla radio di stato (Eiar) si interruppe per la lettura del seguente comunicato:
Sua maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio”.
La mattina del 28 agosto 1943 all’interno di un’ambulanza affiancata da un automezzo Benito Mussolini fu trasportato in quella che la stampa definì la prigione più alta del mondo, situata a 2.200 metri sul livello del mare e considerata una località inespugnabile. L’albergo che ospitò l’ex-duce era situato in uno spazio aperto, difficile da raggiungere senza essere visti dai 250 carabinieri che scortavano il prigioniero illustre. Inoltre la zona scoperta non consentiva l’atterraggio di aerei militari. Tuttavia il 12 settembre Mussolini fu fatto fuggire da Campo Imperatore su diretto ordine di Hitler. Dal cielo si calarono sei alianti partiti da l’Aquila pochi minuti prima, tra la curiosità della gente. Tre degli alianti si schiantarono, mentre gli altri e una “cicogna” (piccolo aereo da ricognizione) riuscirono ad atterrare; la liberazione avvenne in maniera pacifica, Mussolini, il pilota tedesco e il tenente delle Ss Skorzeny salirono sul velivolo al limite del suo carico che schizzò tra le pietre traballando paurosamente e rischiando di precipitare prima di prendere quota all’ultimo momento. La prima tappa fu l’Aquila, poi l’aeroporto di Pratica di mare e infine Vienna con un aereo più grande. La fuga di Mussolini fu commentata lungamente, infatti molti continuarono a chiedersi come mai i carabinieri, che avevano ricevuto l’ordine da Badoglio di sparare su Mussolini nel caso avesse tentato la fuga, non si mossero. Non ci furono spari, ma qualche carabiniere applaudì mentre il duce volava via; in seguito i tedeschi misero Mussolini a capo di un governo fascista, la Repubblica sociale italiana con sede a Salò.
La caduta del fascismo era inequivocabile, ma la guerra? Finiva o continuava? Si poteva esultare o restava tutto come prima? Lo sbalordimento durò un’altra mezz’oretta, poi una nuova interruzione annunciava: “La guerra continua”. Il giorno dopo nelle varie città ed anche nei piccoli centri come Giulianova, la reazione fu rumorosa e agitata attorno agli edifici del partito fascista, contro le immagini pubbliche del duce e le tante fontane del littorio edificate in tutta Italia, compresa quella sul Belvedere, non dormirono più in acque tranquille.
Fontana del littorio sul Belvedere di Giulianova cortesia signora Nidialka Nanni.
 
Con la firma dell’armi-stizio prima e la dichiarazione di guerra alla Germania poi, l’Italia intera fu abbandonata al suo destino, con un esercito che senza più comandanti, senza ordini e direttive, andò incontro allo sbanda-mento generale: soldati che venivano presi prigionieri dal tradito alleato tedesco, soldati che svestivano la divisa e si davano alla macchia. Giuseppe Martinelli (Peppino) fu tra coloro che vissero sulla propria pelle lo sbandamento dell’esercito italiano; dopo quattro anni di militare, mentre tornava a Roma dopo una licenza, il treno sul quale viaggiava si fermò alla stazione di Tivoli. Era negato l’ingresso in città e i soldati venivano invitati ad andare altrove; Peppino, senza capire la situazione, decise di tornarsene a casa e giunse a Chieti Scalo. Anche la città di Chieti era interdetta al transito ferroviario, così a piedi si recò in caserma per chiedere spiegazioni sul da farsi.
Ai perentori e precisi ordini si erano sostituiti vaghi e imprecisi giri di parole, “arrangiatevi”, “qui ci sono i tedeschi, andatevene a casa”; a ricevere queste informazioni si ritrovarono quattro soldati in divisa, armati di moschetto con due caricatori, sconcertati e smarriti; si salutarono e ciascuno a piedi per la propria direzione si diresse alla propria casa. Giunto a Giulianova, Peppino si recò alla caserma dei Carabinieri dove di nuovo si sentì ripetere “arrangiati, vai a casa”; senza sapere se considerarsi un disertore o un traditore, perplesso rincasò. Da sempre contrario alla politica di violenza di Mussolini ed alla alleanza con i nazisti, Peppino non dormì più sonni tranquilli; in paese i fascisti locali sapevano sia le sue idee sia che fosse armato. Molte notti Peppino le passava all’aperto oppure camuffandosi tra gli sfollati, un centinaio, di villa Coticchia; altre volte riposava in casa, con il moschetto sempre abbracciato, la “cataratta” sempre aperta per calarsi sul retro e poter fuggire e la madre che controllava alla finestra ogni possibile figura sospetta in avvicinamento. Nei mesi successivi Peppino avrebbe aderito alla formazione partigiana capeggiata da Riccardo Cerulli.
Dal Sud risaliva l’invasione delle armate alleate, mentre nell’Italia centro-settentrionale i tedeschi si attestavano come un vero e proprio esercito occupante. Nelle zone liberate dagli alleati rimaneva in carica il governo di Badoglio, il resto dell’Italia era ufficialmente controllato dalla Repubblica di Salò, ma di fatto la maggioranza della popolazione non si schierò dalla parte di Mussolini e in molti casi iniziò ad organizzarsi in quel movimento policromo di opposizione che prenderà il nome di Resistenza; tutti coloro che con azioni solitarie o di gruppo, coordinati o improvvisati, si opposero al dominio nazifascista presero il nome di partigiani. Oltre alle molteplici azioni isolate contro i nazisti, di particolare effetto e consistenza risultarono le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) in cui i civili insorsero vittoriosamente contro i tedeschi battendosi strada per strada, e soprattutto il primo scontro armato di Bosco Martese, sulle montagne del Ceppo sopra Teramo.

DALLA RESISTENZA ARMATA DI BOSCO MARTESE ALLA COSTITUZIONE DELLE BANDE LOCALI
 
Quando nel 1919-1920 i fascisti anche in provincia di Teramo cominciano a somministrare manganellate e olio di ricino, i giovani e gli operai più combattivi militavano in maggioranza nella Federazione Giovanile Socialista o, all’indomani del congresso di Livorno del 1921, nella Federazione Giovanile Comunista d’Italia. Negli anni successivi alle elezioni truffa del 1924 e alle leggi eccezionali del 1926, fino al 25 luglio 1943, in provincia di Teramo l’antifascismo militante non solo resisteva, ma per tutto il ventennio gli antifascisti facevano proseliti e reclutavano nuove leve, diffondevano scritti e riviste clandestine, seminavano chiodi per le strade per intralciare le parate delle camice nere in bicicletta durante le ricorrenze del regime, si tenevano in contatto con i centri esteri dell’antifascismo e con Radio Mosca. Nel ’38 una azione messa a segno da un gruppo coordinato da una figura di primo piano dell’antifascismo teramano, Erocle Vincenzo Orsini, determinò la mancata visita del Duce a Teramo dopo la dichiarazione di impotenza denunciata dalla polizia fascista locale nel recuperare una certa quantità di esplosivo rubata dagli antifascisti. 
A Teramo, il giovane medico pediatra Mario Capuani riunì nel Partito d’Azione gli innumerevoli antifascisti della provincia e tra i suoi più stretti collaboratori figuravano Ercole Vincenzo Orsini, Adelchi Fioredonati, Francesco Franchi, Alfredo Zaccaria, Riccardo Cerulli, Vincenzo Pultroni, Vito Caravelli, Armando Ammazzalorso, Vincenzo Massignani. È proprio da questo comitato, allargatosi poi ad altri aderenti, che nacque l’idea di costituire un raggruppamento di formazioni partigiane in località Ceppo di Rocca Santa Maria nei giorni successivi l’armistizio. L’intento comune era quello di opporsi all’occupazione nazifascista e la prima azione della lotta partigiana ebbe luogo il 12 settembre a Piazza Garibaldi a Teramo quando fu disarmata una colonna motorizzata tedesca in transito. L’insurrezione si risolse con l’intervento del Colonnello Scazieri del distaccamento del 49° Reggimento di artiglieria il quale ordinò al Capitano dei Carabinieri, Ettorre Bianco, messosi a capo degli insorti, di far riconsegnare le armi ai soldati tedeschi i quali si rimpossessarono delle armi e si impegnarono a non fare rappresaglia sulla popolazione civile e quindi proseguirono verso Ascoli. Dopo questo avvenimento e dopo la percezione dell’enorme rischio per la popolazione teramana, iniziò il pellegrinaggio di coloro che salivano a Bosco Martese, località posta a 1134 metri sul livello del mare, nel punto terminale della strada che unisce Teramo alla Valle Castellana. Bosco Martese diverrà il simbolo della resistenza teramana, primo episodio della Resistenza e della liberazione nazionale.Naturalmente anche Giulianova rispose all’appello di Bosco Martese, con i suoi numerosi antifascisti, molti dei quali erano giovani che in nome della libertà partivano di notte, lasciando i genitori in lacrime, percorrendo i chilometri fino a Teramo costeggiando il Tordino e unendosi all’entusiasmo, al coraggio ed alla volontà di riscatto di tanti altri. La figura più rappresentativa della compagine giuliese risultò quella di Riccardo Cerulli, figlio di una famiglia di possidenti dai nobili sentimenti; ad affiancarlo tanti altri giuliesi tra cui Pasquale D’Ignazio e Nicola Lattanzi.
Il 25 settembre 1943 avvenne la prima battaglia nei confronti di una colonna motocarrozzata dell’esercito tedesco che da Foggia iniziava a risalire il territorio per occuparlo. Il raggruppamento di Bosco Martese rappresentò un laboratorio di azione e di riflessione, una comunione di persone di diversa estrazione politica, una unione internazionale visto che ai partigiani locali si aggiunsero soldati, ex-prigionieri di varie nazionalità tutti decisi a combattere contro i nazifascisti. Sul massiccio di Bosco Martese, a 39 Km da Teramo, si concentrarono 1500-1700 uomini di cui 320 sbandati dell’Esercito, circa 100 prigionieri (inglesi, americani, canadesi, slavi, scozzesi, liberati dagli antifascisti nei campi di detenzione di Teramo, Nereto, Ascoli Piceno) e 1200 giovani del teramano che “accorrono al primo appello della montagna”; vi erano anche diversi graduati delle forze armate italiane e straniere.
Appena giunti in città i primi contingenti di tedeschi avevano diffuso il bando di chiamata alle armi ed avevano cominciato a razziare tutto ciò che trovavano incrementando l’arrivo al Bosco di tanti giovani, digiuni di istruzione militare, ma animati da tanto entusiasmo e illuminati da un grande ideale. Armare in pochi giorni un esercito di giovani della città e della campagna, collegarlo e imporgli una disciplina sotto la minaccia di un attacco improvviso, costituiva per i comandanti partigiani una impresa veramente disperata ma nonostante la brevità del tempo a disposizione l’antifascismo teramano riuscì ad organizzare la sua resistenza popolare.
Giorno per giorno aumentava il numero degli uomini che arrivavano per lo più a piedi, ma anche con i più diversi mezzi motorizzati trasportando in altura diverso materiale bellico nonché viveri, medicinali e vestiario prelevati dalle caserme del abbandonate. Nel recupero dell’armamentario e nel loro allestimento logistico ricoprirono un ruolo di primaria importanza i fratelli Felice ed Antonio Rodomonti. L’idea comune che compattava l’intero raggruppamento era quella di resistere dinanzi alla preponderanza nazifascista organizzando azioni di guerriglia.
Il 24 settembre si verificò una ennesima azione di rastrellamento di armi, munizioni e indumenti, questa volta prelevati dalla caserma forestale di Teramo ad opera di una ventina di partigiani guidati da Felice Rodomonti. L’azione ebbe esito positivo ma la moglie del comandante della Forestale, preso in ostaggio, avvisò il Corpo dell’Aquila dell’accaduto con richiesta di aiuto al Comando tedesco che prese subito la decisione di inviare a Teramo circa 40 camion carichi di soldati e armi.
La colonna motorizzata tedesca giunse a Teramo il 25 settembre, in mattinata, stazionando in parte in Piazza del Carmine nei pressi della caserma dei carabinieri dove il comandante Hartman si informò della situazione. Nel frattempo un uomo era stato notato da alcune donne mentre conversava e consegnava ad un ufficiale tedesco una mappa, forse quella per raggiungere il luogo dove erano concentrati i partigiani. Il gruppo di teramane, sotto gli occhi attoniti delle truppe tedesche, circondarono quell’uomo e lo percossero a colpi di zoccoli di legno, facendolo cadere morente lungo la scarpata del Tordino. Dopo questo episodio, la colonna motorizzata tedesca proseguì per raggiungere il Ceppo; oltrepassato il Comune di Torricella Sicura i tedeschi arrestarono sette partigiani che si erano recati al Mulino De Iacobis per approvvigionare di farina l’accampamento di Bosco Martese. Successivamente, nei pressi di Rocca Santa Maria, i tedeschi catturarono due giovani di Teramo che si recavano al Ceppo, e li misero come scudi umani su una camionetta militare. Intanto la notizia della salita al Bosco dei tedeschi era giunta tra i partigiani che predisposero un piano di difesa. I Comandanti decisero di porre dei nuclei di mitragliatrici lontano dal raggruppamento centrale così da far entrare la colonna motorizzata fra l’ultima e la prima postazione armata e aprire contemporaneamente il fuoco. Tuttavia il proposito fallì a causa di una azione isolata di alcuni partigiani che con una mitragliatrice presero a sparare prima del momento giusto. La colonna tedesca si arrestò e immediatamente tutte le altre postazioni partigiane iniziarono a sparare, nonostante la distanza non risultasse ottimale. I tedeschi risposero facendo fuoco all’impazzata, mentre disponevano un precipitoso ripiegamento con i mezzi non danneggiati lasciando isolata la camionetta del comandante Hartman caduto, poco dopo, prigioniero dei partigiani. Intanto alla casa Cantoniera si era riunito il Comando generale che, dopo aver processato Hartman, lo condannò a morte anche per ritorsione nei confronti dei sette partigiani ostaggi dei tedeschi fucilati durante la ritirata: Luigi De Iacobis, Guido Belloni, Mario Lanciaprima, Gabriele Melozzi, Guido Palucci, mentre Dino Lanciaprima riuscì a fuggire e Gennaro Di Giamberardino si salvò svenendo qualche istante prima della fucilazione. Durante il violento combattimento i tedeschi persero circa quaranta uomini. Nella notte il Comando centrale partigiano decide di sciogliere il raggruppamento per costituire piccole formazioni armate e attaccare i nazifascisti con azioni di guerriglia isolate; ora, alla spicciolata, ognuno tornava alle proprie abitazioni in attesa di sapere come e dove continuare la lotta. Il 26 di settembre i tedeschi tornarono sul posto di combattimento con massicce forze corazzate e iniziarono un furioso cannoneggiamento sulle presunte postazioni partigiane. Senza trovare resistenza, arrivarono al piazzale della casa Cantoniera dove constatarono che “i ribelli” avevano abbandonato la zona e portato via tutto il vettovagliamento.

LA BANDA “GIULIESE GARIBALDI”


Riccardo Cerulli COMANDANTE
     
                                                        
Paolo Marracini VICE COMANDANTE                              Dino Macellaro VICE COMANDANTE
            
                                                       
Donato Falà CAPO BANDA                                               Attilio Battistelli CAPO BANDA
 

        
                      Renato Giuliucci         Tommaso Umile              Enrico Ettorre       Tommaso Mascaretti
   
         
                     Giorgio Campeti        Pasquale Campeti      Carlo De Berardinis        Renato Rossi

         
                   Giovanni Del Sordo       Alfonso Piccinini            Giulio Maiorani         Pasquale Mattiucci

         
                  Flaviano Macrillanti         Paolino Parere             Attilio Piccinini           Gaetano Rastelli

         
                    Vincenzo Rastelli              Emidio Falà         Vincenzo Di Silvestre    Antonio Picciotti
All’alba del 27 settembre i tedeschi prelevarono dalla sua abitazione di Torricella il medico pediatra Mario Capuani per condurlo in località Bosco Martese e sottoporlo a processo; il giovane partigiano confermò, con ardore e fierezza nei confronti dei suoi ideali di giustizia e di libertà, di essere stato uno degli organizzatori del raggruppamento di uomini che aveva attaccato e ucciso i quaranta tedeschi e così fu condannato a morte, ucciso sul posto.
Quindi, su segnalazione dei fascisti locali, i tedeschi si recarono a Valle Castellana dove fecero prigionieri i Carabinieri di presidio e un Sergente maggiore degli Alpini e li fucilarono tutti dopo un sommario interrogatorio nel tentativo di conoscere i nomi dei capi partigiani. I martiri furono: Leonida Barducci, Settimio Annecchini, Angelo Cianciosi e Donato Renzi. Il 28 settembre furono inoltre fucilati altri sei cittadini a Fonte Palumbo di Cortino: Luigi De Camillis, Alfonso De Dominicis, Domenico Liberato, Lorenzo Liberato, Alfredo Marini e Antonio Olivieri. Infine, a Pietralta il raggruppamento del Comandante Jovanovic fu sorpreso nella notte dai tedeschi e nello scontro caddero due montoriesi  (Giuseppe Valentini e  Donato Di Giammarco)
e dieci slavi. Poco oltre i tedeschi fucilarono anche Mariano Amici. Le ultime vittime partigiane nel teramano furono Elio De Cupis, Sergio Cucchiarato e Erminio Castelli, fucilati nei pressi del cimitero di Teramo nel mese di aprile del 1944.
Dopo la battaglia di Bosco Martese, “prima battaglia campale della Resistenza Italiana”, la lotta partigiana nel teramano è proseguita con azioni di minor respiro fino al 13 giungo, giorno della liberazione di Teramo e di Giulianova. Quasi tutti i centri abitati della provincia videro l’organizzazione di bande a livello locale, tra cui la Rodomonti, la Baglioni e la Lorenzini formatesi dalla banda Ammazzalorso, i G.A.P. di Teramo, gli Avvoltoi delle Ripe, la Monte Gorzano e, a Giulianova, la “Giuliese Garibaldi” e, quale suo distaccamento, la “Parere Alfredo”. Tuttavia le bande dei resistenti si costituirono soprattutto in montagna, lontano dai civili e in luoghi di facile nascondiglio.
Un po’ in tutta Italia il movimento di Resistenza antitedesca si andava organizzando prevalentemente sui monti, ma anche in pianura e in città, per contrastare il nemico con sabotaggi, azioni punitive, agguati e operazioni militari che si concretizzavano come azioni di guerriglia. I nazisti, ormai in difficoltà e in netta minoranza, risposero ai partigiani con azioni talvolta spietate di rappresaglia contro la popolazione civile: tragicamente noti per le dimensioni dell’eccidio (1.830 vittime) la strage operata a Marzabotto, in Emilia, dalle SS, (la milizia armata del Partito nazista), il massacro di oltre trecento civili alle Fosse Ardeatine a Roma (335 vittime), e l’incendio dell’intera Boves, in Piemonte, per vendicare l’uccisione di un solo soldato tedesco. La terribile regola non scritta, e per grazia non sempre applicata, era di giustiziare dieci civili italiani presi a caso per ogni tedesco ucciso.
Purtroppo anche Giulianova ha avuto i suoi martiri, e non si è trattato di partigiani combattenti, ma di uomini incolpevoli che venivano aggrediti dalla prepotenza nazista come nel caso di Flaviano Pultrone, agricoltore, che fu ucciso il 13 giugno 1944 a colpi di moschetto e poi crivellato a pugnalate dai tedeschi in ritirata per essersi rifiutato di cedere un cavallo che non aveva più ma di cui conservava gli attrezzi; oppure come nella vicenda di Vincenzo Alleva che nel raccogliere ingenuamente un pezzo di filo non si accorse di aver interrotto la linea di comunicazione tedesca e per tal ragione fucilato come sabotatore.
Intanto, gli angloamericani, sbarcati a Salerno il 9 settembre 1943, nella seconda metà del mese erano riusciti a congiungersi con le truppe sbarcate in Calabria il 3 settembre; ma nel mese successivo le truppe tedesche, pur arretrando, si attestarono su un’efficace linea difensiva (la linea Gustav) che da Cassino e attraverso il Molise e l’Abruzzo, giungeva all’Adriatico. Tali posizioni furono complessivamente mantenute fino alla primavera successiva. La ritirata tedesca verso tali posizioni fu caratterizzata da notevoli distruzioni e da razzie di uomini, destinati a costituire manodopera per gli apprestamenti difensivi. Contro queste violenze non mancarono momenti di ribellione della popolazione civile, specialmente dopo il proclama di Badoglio del 13 ottobre che dichiarava guerra alla Germania.
Spostando il punto di vista dal nazionale al locale, ci accorgiamo di come in Abruzzo le principali vicende del conflitto mondiale, sbiadite e distorte dal regime teso a minimizzare le sconfitte e ad esaltare le vittorie, giungessero attraverso le rarissime radio di alcuni benestanti attorto alle cui finestre si raccoglievano i passanti; oppure dalle radio di alcune cantine che offrivano la possibilità di riunirsi e ascoltare il bollettino di guerra. Tuttavia era trapelato, un po’ dall’ascolto furtivo di Radio Londra, un po’ da lettere sfuggite alla censura, sia lo sbarco alleato in Italia, sia la facilità con cui la penisola veniva occupata. Non si immaginava affatto che potesse diventare l’Abruzzo un cruento campo di battaglia, che potesse diventare l’Abruzzo un luogo disseminato di trincee, di terre bruciate e di bombe sganciate.
L’OCCUPAZIONE NAZISTA SUCCESSIVA ALL’ARMISTIZIO DELL’8 SETTEMBRE 1943
 
I primi contatti con le truppe tedesche furono esclusivamente visivi e scenografici, relativi cioè o al passaggio di vagoni carichi di vettovaglie e soldati diretti in Africa; oppure si trattava di aerei nazisti che rigavano di tanto in tanto il cielo, ben riconoscibili dalla inconfondibile croce uncinata. L’atteggiamento dei nazisti sarebbe cambiato con la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini: compresero che non avrebbero più potuto contare sulla alleanza dell’Itali e in maniera ambigua ma discreta le truppe tedesche iniziarono a farsi più presenti nella penisola prendendo possesso di alcune zone strategiche dal punto di vista sia amministrativo che militare.
Nel corso di queste operazioni l’atteggiamento tedesco non fu né arrogante né violento, anche se ovviamente non si tolleravano disubbidienze. Una delle primissime “visite” naziste dalle nostre parti avvenne durante l’estate 1943 quando in una delle ville di Colleranesco, quella di Peppino Trifoni, si presentarono due ufficiali giunti in auto; la richiesta fu semplice ed esplicita, chiedevano di poter requisire la villa per alcuni giorni affinché i soldati diretti a Sud potessero riposare un po’. La figlia di Peppino, Maria-Adelaide, ricorda lo spaventoso stupore di fronte a quegli uomini in divisa che fecero irruzione mentre lei giocava in giardino con altri bambini. L’iniziale paura fu mitigata dalla tanta cioccolata che con gentilezza i militari tedeschi diedero a loro piccoli. Nel complesso l’occupazione fu disciplinata e tranquilla, gli ufficiali presero possesso di alcune stanze della villa, mentre la soldatesca si accampò nel giardino circostante senza compiere soprusi o danneggiamenti. Questa villa sarà particolarmente esposta alle progressive incursioni tedesche data la vicinanza alla strada Nazionale per Teramo, sempre più trafficata da truppe in movimento.
Il 31 agosto con il primo bombardamento su Pescara; il 12 e il 14 ottobre con i primi mitragliamenti e il primo bombardamento su Giulianova, furono demoliti tutti i dubbi di quanti speravano in un passaggio tranquillo della guerra. L’Abruzzo, meta di tanti sfollati provenienti dalle città del nord o da Roma, non era ancora stato toccato da lutti e distruzioni. Ora la guerra è tangibile, è visibile: da Giulianova si sentono vicinissime le cannonate, si scorgono fuochi e fumi, il silenzio della notte si avvia a svanire.
Gli abitanti delle zone meridionali abruzzesi, dinanzi alla mutata situazione, iniziarono a cercare case in campagna, lontane dai centri abitati soggetti a possibili ulteriori incursioni. Migliaia di persone si incamminarono, pochi diretti verso una meta sicura, parenti o amici, altri provavano a chiedere aiuto a conoscenti. La gente che accoglieva queste ondate di fuggitivi si mostrò ricca di buon senso e disponibilità, ma purtroppo povera di viveri e comodità.
L’entusiasmo iniziale davanti all’eventualità di una pace prospettata dalla firma dell’armistizio, si spense con la progressiva invasione della Wehrmacht: l’Italia divenne territorio soggetto al sistema di occupazione tedesco e quindi sottoposto allo sfruttamento di tutte le risorse del paese, forza lavoro compresa. Dal settore economico a quello politico, dalle istituzioni alla società tutta, l’occupante tedesco estese le proprie direttive, (con ordinanze e bandi), imponendo agli italiani assoluta e perentoria ubbidienza. A Giulianova la prima presenza di militari tedeschi d’occupazione è attestata in data 13 settembre 1943 quando, giunti in una settantina di unità a bordo di autocarri e camionette, circondarono la caserma dei Carabinieri Reali, entrarono dalla porta e dalle finestre, immobilizzarono il piantone di guardia e i militari all’interno portando via armi e munizioni. Con a bordo alcuni ostaggi i tedeschi si diressero verso Teramo dichiarando l’imminente insediamento nella caserma ed il prossimo rilascio dei prigionieri. Nei giorni successivi i punti di maggiore transito, la stazione ferroviaria e lo scalo merci, furono posti sotto controllo e furono installati alcuni comandi nazisti a Giulianova paese presso le ville Migliori, Ciafardoni e Cerulli. Altri distaccamenti temporanei requisiranno, di tanto in tanto, abitazioni poste sulle vie di maggiore transito come la villa Parere, vicina al trivio Pescara-Ancona-Teramo, la villa Trifoni e la villa Falini, adiacenti alla strada Nazionale per Teramo. Nel mese di dicembre anche il Convento della Madonna dello Splendore fu requisito al fine di impiegare nei suoi spazi circa 400 operai ai lavori forzati. Già in data 15 settembre l’intera provincia poteva dirsi invasa dai tedeschi alle dipendenze dei comandanti Kesserling e Von Zanthier e l’intera popolazione, cittadina e rurale, soggetta alle ordinanze ed ai bandi nazisti.
Bando del Presidio Militare Tedesco di Teramo.
Una ordinanza risultò di drammatico impatto per le famiglie che abitavano la parte bassa di Giulianova; l’obbligo fu quello di sgomberare completamente la fascia di territorio ad est dell’allora Statale Adriatica. L’ordine di trasferimento era stato dettato nella eventualità di un attacco dal mare che i tedeschi temevano da parte degli anglo-americani, tant’è che costruirono una piccola batteria antisbarco alla foce del fiume Tordino, ancora oggi visibile.
Tra le prime operazioni di occupazione del territorio fecero parte l’installazione di una batteria contraerea a Cologna Paese per sorvegliare Giulianova spiaggia, la stazione e il ponte sul Tordino; un’altra batteria fu sistemata sulle colline opposte, in contrada Montone a protezione del ponte sul Salino e della restante fascia costiera; infine, una batteria contraerea mobile, una 20mm a 4 bocche, fu posta nella campagna retrostante il camposanto in modo da impattare gli aerei che risalivano dal lido; inoltre un pattugliamento notturno vigilava che tutte le luci fossero spente e che nessuno circolasse, secondo l’ordinanza sull’oscuramento e sul coprifuoco.
Numerose furono le sottrazioni forzate di carri operate dai soldati tedeschi con i rispettivi animali da traino usati per spostarsi e portare al comando i prodotti prelevati dalle case contadine; i carri servivano anche per i trasporti più pesanti di vettovaglie e le bestie il più delle volte venivano abbattute e cucinate. Con le requisizioni la popolazione iniziò l’occultamento dei pochi beni disponibili che si sotterravano sotto ai pavimenti delle case, oppure si muravano sotto agli archi delle gradinate (specie la biancheria), si riponevano nei pagliai ricoprendoli poi con un fitto di frasche. Un po’ tutti quelli che avevano vacche, cavalli o asini, cercarono di salvarli dalle razzie portandoli lontano dalle stalle; alcuni scavando fosse di una profondità tale che il grano potesse nasconderli, altri calando le vacche nei fossi, tra canneti e fronde, con qualcuno che poi doveva sempre restare a sorvegliarle e far loro compagnia affinché non emettessero lamenti sospetti. Tante notti all’aperto furono letali a quanti si ammalarono, nell’immediato dopoguerra, di bronco polmonite. Al di là degli episodi di soprusi e di irruenza prevaricatrice, ci furono anche contatti pacifici e amichevoli con i militari tedeschi, soprattutto si trattava di scambi di merci per ottenere un po’ di tabacco: “…i tede­schi uscivano da tutte le parti, sbucavano dalla campagna e venivano in casa a farsi un bicchiere di vino” raccontano molti intervistati. Di certo, i soldati tedeschi entrano nella quotidianità di quei mesi, e tutti i giuliesi hanno avuto incontri ravvicinati più o meno pericolosi con i tedeschi.
IL PASSAGGIO DELLA GUERRA A GIULIANOVA:
BOMBARDAMENTI E SFOLLAMENTO
 
Numerose traiettorie aeree solcavano da tempo il cielo sopra Giulianova, aerei nazifascisti diretti in Africa in una direzione, aerei angloamericani diretti a Nord. Coloro che furono spettatori del primo bombardamento su Giulianova ricordano lo strano rumore degli aerei di quel giorno, e poi il tetro sibilo delle bombe sganciate mentre cadevano giù. Il 12 e il 14 ottobre 1943 segnano l’inizio di mesi e mesi di paura e di fughe precipitose, di corse nei campi e negli instabili rifugi, di invocazioni e di lamenti, di rumori indelebili in una delle pagine più tragiche della storia locale. Da ottobre alla fine di aprile il territorio giuliese fu soggetto a circa 120 azioni di mitragliamento, bombardamento o spezzonamento che distrussero completamente oltre cento abitazioni, danneggiandone altre circa cinquecento. Le fortezze volanti, i quadrimotori anglo-americani, costituirono un crudelissimo strumento di morte contro i centri abitati occupati dal nemico, anche dove non esistevano veri obiettivi militari. Le formazioni di bombardieri entravano dal mare, ordinatamente raggruppati e simili alle anitre che a dicembre entrano dall’Adriatico, per scomparire dietro le colline di Cologna o Notaresco dopo aver vuotato le loro letali pance. L’immediato effetto dei ripetuti bombardamenti fu lo sconvolgimento delle coscienze e la frantumazione delle prime sventurate case, visto che a Giulianova di obiettivi militari non ne esistevano.
In piazza Buozzi venne posizionata una sirena, simile a quelle usate durante la trebbiatura, collegata al volano di un trattore per dare l’allarme e, grazie al silenzio più tacito che quello odierno, il suo suono intermittente si propagava nitido fino per tutto il contado giuliese; al pari vi giungeva il liberatorio sibilo lungo, segno del cessato allarme. Di particolare impatto risultò una azione notturna: proiettili traccianti, numerosi bengala illuminarono a giorno tutta Giulianova. Il panico si impadronì di tutti, alcuni rimasero pietrificati in casa incapaci persino di fuggire fuori, altri scappavano portandosi dietro i materassi, altri si nascondevano sotto qualche grande pianta. Anche gli anziani reduci di guerra restarono sbalorditi, mai visto un bombardamento così, con luminari che a centinaia scendevano appesi a piccoli paracadute.
Molte abitazioni si dotarono di improvvisati e malsicuri rifugi, e anche la pubblica amministrazione mise a disposizione rifugi di ampia portata, specie a Giulianova alta ubicati nelle diverse zone (via Giuliantonio Acquaviva, via Montello, via Madonna dello Splendore, piazza Vittorio Emanuele II, piazza della Misericordia), oltre a predisporre piccole buche rifugio lungo la strada Nazionale, ma spesso bastava una pioggia abbondante oppure un piccolo crollo a renderli impraticabili. Tuttavia era una efficace forma di rassicurazione, uno stringersi assieme di persone spaventate dall’ignoto.
I punti strategici da colpire venivano individuati dai ricognitori, ma poi gli attacchi aerei risultavano spesso imprecisi. I bersagli principali a Giulianova furono individuati nel porto e in particolare un inaffondabile rimorchiatore con il quale erano tornati alcuni soldati sbandati dalla Jugoslavia, poi arenatosi a causa del basso fondale e particolarmente visibile dall’alto seppur nella sua innocuità; alla fine svolse anche l’involontario e importante ruolo di avvertimento dell’arrivo dei bombardieri. Gli altri obiettivi furono i due ponti di confine territoriale e la stazione ferroviaria al fine di intralciare sia la ritirata che l’approvvigionamento tedesco. Il ponte sul Tordino, anche se non più utilizzato per l’elevato rischio, non fu mai colpito appieno a danno però delle numerose abitazioni del quartiere Annunziata.
Negli occhi tanto fumo, nelle narici l’odore della polvere pirica, nel cuore un martellare incessante, nelle gambe l’agilità per correre lontano, nella bocca soltanto l’aria che secca il palato. Quotidiano e ottimamente percepibile era, poi, il tambureggiare della contraerei di Cologna, i cui proiettili ronzavano talvolta sulle teste dei contadini nei campi. Dopo i primi bombardamenti, allo sfollamento forzato della zona del lido si aggiunse quello volontario, e comunque imposto dall’elevato pericolo, di quanti abitavano nei pressi dei bersagli privilegiati, i ponti del Tordino e del Salino e ovviamente la stazione ferroviaria; dopo queste azioni, le rimanenti bombe venivano arbitrariamente sganciate sulla via di maggiore transito e visibilità, la Nazionale per Teramo. I tedeschi iniziarono ad aver bisogno di manodopera per i lavori di ricostruzione e poiché quasi tutti gli uomini abili si erano dati alla macchia oppure erano in guerra, veniva assegnato uno stipendio giornaliero di 50 lire ai volontari che si sarebbero presentati; alcuni accolsero l’invito, ma naturalmente il luogo di lavoro era ad alto rischio così che capitava che si lavorava un giorno, forse due finché il vedersi aerei e bombe così vicini faceva gettare tutto a terra e non tornare mai più. Imposti erano invece i viaggi che, chi aveva carro e buoi, dovevano fare per trasportare legname in via Mulino da Capo, dove si stava costruendo un ponte sul Tordino. Ognuno si era trovato faccia a faccia con la guerra che aveva assunto le sembianze dell’oscuramento, dei militari, dei quadrimotore, del ricognitore, delle mitragliatrici, dei carri armati e di altro ancora. Ognuno aveva condotto una propria personale guerra per la sopravvivenza. Ognuno era carico di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. In quei mesi in cui la guerra riversava il suo destino anche su Giulianova, la periferia di Colleranesco si trasformava e prendeva nuova forma. Quel manipolo di case e di coloniche, ville e magazzini, furono meta di tanti sfollati; alcuni di questi profughi erano solo di passaggio, con carretti e fagotti, diretti ancora più a nord. Ogni stanza sgombra si riempì di povera gente, tutte le stalle si animarono di persone spaventate e smarrite. La dormiveglia notturna era rotta da un insopportabile zirrione, il ricognitore alleato in volo d’ispezione, che assieme ad altri animali, per fortuna inoffensivi, animavano le notti insonni: topi che uscivano dai buchi e passavano accanto alla gente sdraiata, pidocchi e cimici che infestavano un po’ tutti. La periferia diventa il centro, Colleranesco diventa l’asilo, la culla che accoglie la popolazione giuliese, dal quartiere martoriato dell’Annunziata a quello sgomberato della spiaggia, finanche agli abitanti della zona alta del paese, neppure quello più al sicuro, specie dopo l’infelice incursione del 29 febbraio 1944. Nuovi rapporti e nuove amicizie, una profonda solidarietà e compassione nacquero in questo clima fatto di reciproci aiuti e incoraggiamenti. Era ben chiaro che la guerra stava entrando di casa in casa, con le bombe, con gli sfollati o con i tedeschi, e ovunque con la paura e l’incertezza per il domani. Alcuni sfollati di giorno tornavano ai propri orti o alle proprie abitazioni per prendere qualcos’altro da portare via e talvolta là dove una casa si ergeva in su, ora ritrovavano buche che sprofondavano in giù; durante il giorno questi nuovi esuli girovagavano per i campi nella speranza di trovare qualche frutto, qualche pannocchia, qualche patata, oppure si mostravano disponibili ad aiutare i contadini per racimolare un pasto. Il passaggio di truppe naziste era all’ordine del giorno, verso Cassino o in direzione del fronte sul fiume Sangro, fino a che dal mese di giugno iniziò la ritirata verso nord. La cavalleria tedesca viaggiava di notte per non essere avvistata dai ricognitori alleati e sostava nei casolari in campagna per riposare qualche giorno. Dall’ingresso dell’Italia in guerra era entrato in vigore il programma di protezione aereo che tra l’altro prevedeva l’oscuramento, e cioè il divieto di tenere luci o illuminazioni di qualsiasi genere accesi dopo il tramonto. La risposta della gente dei campi agli stenti della situazione era stata la spontanea solidarietà, la viva fratellanza, il volersi bene aiutandosi in tutte le maniere possibili. Non mancavano però i disonesti e i ladri che anche in questi tempi approfittavano per rovistare tra le case abbandonate portando via mobilia, finestre e quant’altro. Con il passare dei mesi dall’inizio della guerra, la situazione economica in Italia si fece critica a causa dello sforzo di adeguare l’industria bellica al fabbisogno sempre crescente dell’esercito combattente. Ogni risorsa disponibile venne assorbita dall’industria di guerra, fu ridotta l’erogazione di energia elettrica, fu vietato il commercio di determinati prodotti (auto, radio, carta, etc.), furono requisiti diversi materiali dalle case (le fedi d’oro ritirate e sostituite con fedine di alluminio, il rame, il piombo, lo zinco). Ma la restrizione più avvertita dalla popolazione fu quella sui prodotti alimentari. Infatti dal dicembre 1940 era stata introdotta la carta annonaria quale strumento per attuare una equa ripartizione dei generi di consumo a prezzi prefissati. Ogni carta era individuale e di colore diverso in relazione all’età (verde dai 3 ai 18 anni; blu dai 18 ai 65 anni; lilla oltre i 65 anni). La tessera si divideva in due parti: una fissa contenente l’indicazione dell’intestatario e il suo indirizzo, l’altra, staccabile, composta di buoni di prelevamento mensili. Il negoziante, all’atto della presentazione, tagliava la cedola di prenotazione firmata dall’intestatario e apponeva il timbro o una firma sul buono. La carta annonaria aveva validità solo nel comune di emissione; per di più ogni comune incoraggiava il risparmio delle cedole mettendo a disposizione dei premi. Una ulteriore tessera tendeva a registrare la produzione e quindi la consegna all’Ammasso del grano che eccedeva l’uso familiare fissato in due quintali a persona; durante la trebbiatura alcuni fascisti locali sorvegliavano le procedure di raccolta e di peso. Anche i mulini, i centri commerciali di questi anni, erano presidiati da ispettori fascisti tenuti a registrare la regolarità delle operazioni.

L’ATTIVITÀ DELLA PARTIGIANERIA LOCALE[1]
 
A giugno, in coincidenza con l’occupazione di Roma da parte degli alleati, i tedeschi, onde evitare l’accerchiamento, furono costretti a ritirarsi frettolosamente in direzione Nord. Rimasti a corto di mezzi di trasporto, effettuavano retate di uomini validi e requisivano buoi e carri agricoli per portarsi dietro tutto il possibile; molti adulti erano alla macchia, così spesso erano ragazzini che venivano sequestrati per preparare i carri e condurli per un tratto dietro minaccia di fucilazione. Infatti tra le strategie utilizzate per non farsi portare via le vacche c’era quella di aggiogarle scambiate di posto, così facendo non si muovevano minimamente, oppure si infilava uno spillo sotto ad una zampa per far fare soltanto pochi metri all’animale. Un particolare episodio, ebbe luogo in casa Del Sordo dove i tedeschi si scontrarono con Giovanni, di carattere irascibile, che malvolentieri obbediva agli ordini; al carro che due tedeschi lo costrinsero a preparare, egli legò una vacca non abituata al tiro, e al primo colpo di briglie il vitellone scattò sfrenatamente facendo ribaltare il carro e i due tedeschi dopo un due/tre cento metri. A far irritare ulteriormente i tedeschi contribuiva anche la loro lingua: quando salivano su di un carro, non pronunciavano il consueto “ah, ah”, bensì “ih, ih” che nei modi contadini era il comando con il quale le vacche erano abituate a fermarsi. Ecco che spesso occorreva sequestrare qualcuno che sapesse almeno far partire il carro.
Pio Macera.
Al di là della impulsiva risposta della gente che cercava con astuzia e strani nascondigli di difendersi dall’occupazione e dalla preponderanza tedesca, anche Giulianova ha avuto le sue bande e le sue formazioni propriamente partigiane con a capo l’indimenticabile figura di Riccardo Cerulli che rappresenterà il punto di riferimento dei raggruppamenti giuliesi. Il più delle volte le riunioni clandestine si tenevano proprio nella villa Cerulli di Case di Trento là dove si discuteva delle possibili azioni da compiere, della guerra, dei tempi di arrivo degli alleati, della prossima ritirata tedesca. Le azioni partigiane si limitavano al recupero di armi e munizioni dalle caserme abbandonate o dai vagoni tedeschi colpiti nei pressi della stazione ferroviaria; le spedizioni avvenivano di notte con carri e carretti, poi la refurtiva finiva per lo più sottoterra, oppure veniva nascosta nei fondaci di abitazioni abbandonate. Anche ragazzi allora adolescenti, davano il loro contributo: con una carrozzetta di legno tante volte sono andato, racconta il signor Pio Macera, assieme all’amico Sistilli, alla “piccola” stazione ferroviaria di Giulianova a prelevare casse di munizioni da un vagone colpito durante un bombardamento alleato e lasciato incustodito dai tedeschi; ignari del pericolo che correvamo, risalivamo con la refurtiva fino al paese per ammassarla nella ex-stazione dei Carabinieri, là dove poteva poi essere prelevata dai partigiani.
Un episodio raccontato da Giorgio Campeti (Gino) ci riporta ai primi giorni del giugno 1944 quando tre camion di militari tedeschi in ritirata si fermarono nella piazza di Mosciano; giunta la notizia fino a Giulianova, si decise di provare a bloccarli per disarmarli e farli prigionieri.
Ad avvistare il convoglio erano stati il comandante della “giuliese garibaldi”, l’avvocato Riccardo Cerulli, Giorgio Campeti e altri partigiani giuliesi, una ventina circa; Giorgio e altri si diressero di corsa verso Giulianova per raccogliere rinforzi e armi, ma la ricerca fu vana. Erano pochi uomini e con armi insufficienti (avevano soltanto fucili della prima guerra mondiale a disposizione), mentre i tedeschi risultarono essere una sessantina e ben equipaggiati. Allora si decise di compiere una azione di disturbo al passaggio dei camion dinanzi al cimitero: nascosti dietro ad una siepe, i partigiani aprirono il fuoco quando l’ultimo mezzo stava transitando, senza provocare altro che una replica di mitraglie alle loro fucilate. Mosciano era una zona più tranquilla per i nazisti di passaggio, infatti molti dei fascisti più in vista di Giulianova erano sfollati lì o si erano rifugiati sfollando o a Bellante dove la presenza delle camice nere era da sempre stata più forte.
I primi contatti clandestini di quel gruppo che avrebbe condotto le poche e possibili azioni di resistenza all’occupazione nazifascista nel territorio giuliese, si ebbero a partire dal mese di marzo del 1944, dapprima presso la villa Cerulli, ma poi cambiando spesso luogo d’incontro. Con a capo l’avvocato Riccardo Cerulli nel ruolo di comandante e i due vice Paolo Marracini e Dino Macellaro, nacque a Giulianova la brigata partigiana “Giuliese Garibaldi” con circa trenta aderenti iniziali che diverranno una ottantina negli ultimi giorni di giugno. Grazie ad una soffiata, continua nel suo racconto il signor Gino Campeti, effettuammo la nostra prima azione, nel territorio di Colleranesco dove i tedeschi avevano intenzione di appropriarsi di 500 quintali di grano e di 300 quintali di mais custoditi presso un silos tenuto d’occhio da un loro guardiano. Con un blitz, imbavagliammo il custode e, grazie ad un rapido passaparola, nel pieno della notte la popolazione del posto si precipitò con carretti, carriole e biciclette per vuotare il magazzino. Ci si riuniva quasi tutte le notti, ma la paura di una repressione bloccava sul nascere ogni possibile azione eversiva; i tedeschi erano costantemente a portata di baionetta, sarebbe stato facile ucciderne qualcuno, ma la terribile regola dell’1 contro 10 immobilizzava tutti. Una azione isolata fu compiuta da Paolo Marracini il quale da solo, con il suo cavallo bianco, disarmò la caserma dei carabinieri di Mosciano presidiata da alcuni tedeschi prelevando armi e munizioni.
Le azioni partigiane furono svolte per lo più da singoli, come avvenne il giorno che alcuni tedeschi, mentre tornavano al comando dopo aver razziato generi alimentari dalle case contadine di Colleranesco, furono attaccati da un partigiano con il lancio di diverse bombe a mano. Mentre i tedeschi fuggivano incolumi attraverso le terre lavorate dai Palandrani, ad assistere al fatto, c’era Giuseppe che addirittura si avvicinò a raccogliere le bombe inesplose portandole con sé e nascondendole in mezzo ad un panno sopra ad un alto muretto. Il giorno successivo una cinquantina di tedeschi circondarono, con mitraglie spiegate, dapprima la colonica della famiglia Palandrani mettendo tutto a soqquadro senza fortunatamente trovare né le bombe né un fucile nascosto tra la paglia; i cinquanta soldati passarono poi alle abitazioni dei Cinthy e dei Di Pasquale (Ciambtt) i quali, impauriti e aggruppati in mezzo all’aia, non capirono il perché di quella violenta perquisizione; anche i bauli dei tanti sfollati furono aperti e rovistati senza fortunatamente trovare niente di compromettente.
Un altro giorno, con il moschetto sempre dentro ad un sacco, un gruppetto di partigiani, ci racconta il signor Emidio Falà, si diresse verso Mosciano stazione con l’intento di ostacolare il passaggio dei camion tedeschi; dopo essersi appostati, fecero le prove del lancio con delle pietre per calibrare forza e distanza; quindi, al momento giusto, sganciarono ciascuno un paio di bombe a mano verso un camion in movimento. Nessuna bomba andò a segno e il camion, dopo una breve sosta, proseguì per il suo cammino. Mentre poi il gruppetto era di ritorno a casa, si trovò a passare davanti all’aia di una colonica dove erano accampati alcuni tedeschi e quello di guardia, appena li avvistò, dapprima pronunciò e dopo gridò qualcosa di incomprensibile scatenando la fuga sparpagliata della compagnia. I più scaltri saltarono una fratta, altri corsero tra la campagna in mezzo al grano, tutti si dileguarono accovacciandosi; un partigiano, ancora in cerca di un nascondiglio, rischiò di essere ucciso da un compagno ma fu salvato grazie al segnale che erano soliti usare per riconoscersi: si trattava di un fischio che chiamavano “ricchi e poveri”, cioè l’uno faceva un fischio dalla tonalità prima alta e poi bassa, e l’altro lo ripeteva.
Un’altra delle tipiche azioni che gli antifascisti compivano era il recupero di armi e munizioni da caserme e magazzini abbandonati. Flaviano Macrillante ci riporta con il suo racconto ad una notte in cui, una ventina di persone, si diressero a Giulianova, nella villa Gasbarrini, là dove sapevano erano state seppellite alcune casse di arsenali. Flaviano, dopo aver rassicurato il padre dicendo che doveva fare una semplice commissione, mise a disposizione il suo asinello con il carretto; giunti alla villa, alcuni rimasero di guardia maneggiando bastoni o coltelli, soltanto un paio avevano armi da fuoco. Mentre l’orgoglioso gruppo era di ritorno, la pesantezza del carico frantumò una ruota; occorreva un nuovo e più grande carro ed ecco che Gaetano Rastelli si precipitò verso casa a prendere il suo, sul quale poi caricarono il piccolo carretto con tutta la refurtiva portandola in salvo. Il padre di Flaviano si arrabbiò per l’incidente e così, con una colletta tra amici, si raggiunsero le 70 lire per aggiustare la ruota. Le armi finirono nuovamente sotto terra, ciascuno a suo modo infatti le nascose in punti riconoscibili. Flaviano ricorda di aver ritrovato, parecchio tempo dopo, due bombe a mano avvolte in uno straccio mentre lavorava la terra attorno casa sua.
Una stravagante azione da cosiddetto “partigiano individuale” fu compiuta da Pasquale Matteucci (lu mulnar) il giorno che scoprì un camion abbandonato dalla milizia tedesca, un Lanciarò con accensione a manovella e ruote piene. Salì sul mezzo con un gruppetto di compagni tra cui Dante D’Annunzio, Finuccio Giordani, Benito il Camplese, Bonaduce il farmacista e nessuno di loro aveva mai guidato un camion: uno metteva le marce, uno accelerava, un altro frenava, il tutto fino allo spegnimento per esaurimento del carburante, sotto ad un fico nei pressi del fiume. Rumoreggiarono a tal punto per le campagne che il giorno seguente si parlò di una riuscita azione partigiana!
Solitamente il punto di incontro delle bande antifasciste, per discussioni e valutazioni, era la villa di Riccardo Cerulli a Santa Lucia, ma spesso si cambiava posto per non creare sospetto tra i militari tedeschi. Durante queste riunioni i resistenti portavano un fazzoletto rosso annodato al collo che poi però toglievano durante il giorno. La ricostruzione della composizione del gruppo dei partigiani di Giulianova ha portato al seguente, approssimato, elenco: comandante Riccardo Cerulli, vice comandanti Paolo Marracini e Dino Macellaro; partigiani: Attilio Battistel­li, Francesco “Lenin” Tancredi, Renato Giliucci, Fernando Di Teodoro, Antonio Perrotta, Carlo Perrotta, Enrico Ettorre, Luigi Ettorre, Tommaso Umile, Tommaso Mascaretti, Giorgio Campeti, Pasquale Campeti, Carlo De Berardinis, Enato Rossi, Pasquale D’Ignazio, Giovanni Andrenacci, Giovanni Del Sordo, Vincenzo Di Silvestre, Donato Falà, Emidio Falà, Cesare Fiorà, Flaviano Macrillante, Giulio Maiorani, Giuseppe Martinelli, Pasquale Matteucci, Alfredo Parere, Paolino Parere, Alfonso Piccinini, Attilio Piccinini, Antonio Picciotti, Gaetano Rastelli, Vincenzo Rastelli.
        
Ponti interrotti sulla Nazionale per Teramo

Il caro prezzo pagato per l’affannosa ritirata tedesca comportò prepotenti e rabbiose razzie di carri e buoi, così come dei più introvabili cavalli e biciclette. Una signora, sbigottita davanti alla lunga carovana tedesca, contò ben 93 carri agricoli passare sulla Nazionale provenienti da Teramo verso Giulianova.
L’unico scontro armato tra la partigianeria locale e i soldati di stazionamento a Giulianova avvenne a Colleranesco, in via traversa Parere, proprio nei giorni in cui le truppe tedesche si apprestavano a ripiegare verso Nord. Un pomeriggio di giugno due tedeschi si aggiravano in cerca di viveri nella zona di Campocelletti con un calesse trainato da un asino prelevato alla famiglia Ianni, sfollata in casa Martinelli; la prima tappa dei due fu nella colonica della famiglia Di Bonaventura con l’intenzione di prendersi il maiale; il capofamiglia, Raffaele, si trovava in campagna e, subito avvertito, si precipitò a casa: mostrando quanto numerosa fosse la sua famiglia, scongiurò i tedeschi di accontentarsi con mezzo prosciutto. La successiva stazione dei soldati fu la villa Trifoni dove presero un po’ di olio; infine si recarono dalla famiglia Piccinini e vollero portare via a tutti i costi il maiale. Alcuni partigiani locali assistettero, da vicino e imboscati, alle scene e aspettarono, appostati, che i tedeschi giungessero nei pressi del passo di fosso Parere. Dietro alla fratta i due partigiani presero l’accordo di mirare un tedesco ciascuno, ma al passaggio del carretto il conducente risultò coperto dalle canne e così lo sparo di entrambi raggiunse il tedesco posto dietro che cadde a terra senza un lamento assieme a tutto il carico. I partigiani si avvicinarono e sentendo qualcosa che stramazzava a terra, pensando fosse l’altro tedesco, esplosero un altro colpo, uccidendo però il malcapitato maiale. Mai prima d’ora si era verificato in zona un agguato mortale; incredulo e terrorizzato il soldato superstite fuggì di soppiatto a piedi tra le campagne inseguito dagli spari, dalle bombe a mano e dagli occhi di alcuni contadini. Anche l’asinello tirandosi dietro il carretto tornò spaurito dai suoi proprietari. Recuperato il maiale, in tutta fretta furono avvisati coloro che abitavano vicino al luogo dell’agguato consigliando loro di lasciare le abitazioni, temendo possibili rappresaglie che infatti non si fecero attendere più di tanto. La voce giunse anche a Giulianova dove molti partigiani si mobilitarono, alcuni andando di vedetta, altri posizionandosi sulle collinette tra la campagna. Per circa un’ora si contrapposero il fuoco della mitragliatrice tedesca e gli sparsi spari dei partigiani accorsi.
Una differente prospettiva dello stesso episodio ce la fornisce Alberino Iannetti, dodicenne all’epoca e accasato vicino al luogo del delitto. Il mattino, gli strilli del maiale erano giunti fino a casa Iannetti e, avendo da poco visto i tedeschi passare nei paraggi, pensarono fossero loro che stessero scannando il maiale per portarlo via. Tutta la giornata Alberino era stato con il padre Agostino a tagliare l’erba quando sentirono fischiare alcuni proiettili sopra le loro teste; buttatisi immediatamente a terra. Alberino e Agostino rimasero immobili, assistendo poi anche alla risposta al fuoco dalla parte opposta; il vicinato si era tutto allontanato perché avvisato dell’accaduto, ma loro seppero solo inseguito di aver corso un grosso pericolo.
La squadra tedesca si limitò alla prolungata raffica e al recupero del morto, incalzati dalla precipitosa ritirata generale; sembra addirittura che abbiano visto il lenzuolo bianco che il prete di Montepagano stava sventolando davanti all’arrivo degli alleati. Il mattino seguente la famiglia Maiorani ritrovò la propria abitazione, la più vicina alla zona dell’agguato, tutta trivellata di colpi e i numerosi proiettili tutt’attorno riempivano un paniere.
Il giorno seguente, in nome dello scampato pericolo e per festeggiare la partenza dei convogli tedeschi e la liberazione del territorio dall’occupazione straniera, il maiale, un po’ rovinato e con qualche scheggia, fu cotto a porchetta e mangiato da tutto il vicinato. Mentre era in corso questo insolito banchetto, poiché era il periodo della mietitura, Antonio Maiorani con il nipote Antonio passarono lì vicino con una mietitrice Cormic Usa Chicago dalle ruote cingolate diretti nelle terre dei Marà; l’incredibile rumore delle ruote di ferro, somigliante a raffiche di mitra, fece disperdere e sparpagliare i presenti credendo in un ritorno dei tedeschi. Antonio Maiorani ricorda che al passaggio davanti all’aia vide tavolate preparate con cibi e bevande e nessuna persona; quando poi si avvicinarono e furono riconosciuti, uscirono tutti fuori e ripresero, tra nuove risa, la festa.
L’altro aspetto traumatico del­la ritirata fu la pratica tedesca della distruzione di centrali elettriche e telefoniche, di caserme, porti navali e ponti di passaggio; il 14 di giugno le colonne di fuoco e di fumo furono visibili da Colleranesco: dopo innumerevoli tentativi alleati, crollò il ponte sul Tordino. Alla coda delle autocolonne in ritirata, c’era il caratteristico sidecar con a bordo i gausatori che spesso si servivano di uomini prelevati nelle vicinanze dei ponti per posizionare le cariche di dinamite. Coloro che abitavano nei paraggi dei ponti minati, venivano fatti allontanare rendendoli inermi spettatori dei danni che anche le loro abitazioni riportavano, nel migliore dei casi erano soltanto piatti e vetri rotti, in altri casi vere e proprie pareti squassate.

Nota
[1] La ricognizione delle notizie è avvenuta attraverso interviste effettuate direttamente agli ex-partigiani giuliesi, tra cui: Giuseppe Martinelli, Giorgio Campeti, Pasquale Matteucci, Giulio Maiorani, Emidio Falà, Cesare Fiorà.
13 GIUGNO: LA LIBERAZIONE DI GIULIANOVA
 
Domenica 13 giugno viene vista la prima camionetta alleata scendere da Grasciano e diretta a Giulianova. Era il giorno di Sant’Antonio, nei campi si stava mietendo il grano e Giulianova stava per chiudere il suo circolo attorno alla guerra. Nella bigattiera dei Trifoni di Colleranesco erano riuniti centinaia di sfollati e furono tra i primi a salutare la carovana bellica degli alleati: sulla prima camionetta, Salvatore Di Giuseppe sventolava un fazzoletto bianco simbolo di rinascita e di liberazione. Nei giorni precedenti si erano aggirati forestieri in borghese muniti di radio trasmittenti; si trattava di spie in avanscoperta che si informavano della presenza tedesca nel territorio prossimo alla liberazione. Il grosso delle truppe, l’VIII armata britannica, la I divisione canadese, la brigata blindata britannica e la brigata irlandese; i vari soldati polacchi, neozelandesi, sudafricani (molte persone non avevano mai visto un nero), passarono su di un ponte affiancato a quello costruito dai tedeschi sul Tordino nei pressi di via Mulino da Capo, a Colleranesco; usciti sulla statale 80, il percorso della carovana militare per raggiungere Giulianova fu via Cupa e poi via Montello per proseguire verso Ancona. Furono anche allestiti alcuni campi di stazionamento, soldati inglesi e polacchi che restarono a Giulianova fino al mese di settembre. Le nuove truppe presero spesse volte il posto delle prime; ai vecchi occupanti si sostituirono i nuovi con bandi, ordinanze e persino una nuova moneta, le “am-lire”. La popolazione aveva assistito indifesa dapprima alla requisizione delle fedi e del rame nelle case, poi alle depredazioni tedesche di bestiame e generi alimentari, ora anche quei pochi risparmi in denaro, per i pochi che li avevano, perdevano tutto il loro valore.
Soldati polacchi presso la villa Trifoni di Colleranesco.
Cortesia signora Maria Adelaide trifoni

Ovviamente ora tutto il clima era cambiato, si moltiplicarono cortei e manifestazioni di giubilo per l’avvenuta liberazione; qualcuno riferisce una entrata in paese degli alleati con suoni di fanfara militare e , come d’usanza, di una bandiera di liberazione esposta sopra al monumento del Belvedere. Non mancarono momenti di nuova tensione, ora con i polacchi ubriachi, ora con i pericolosi incidenti dovuti ai veicoli alleati sfreccianti sulle strade abituate al lento passaggio dei carri. Caramelle, sigarette, gomme da masticare e cioccolata facevano da contorno alla coreografia del passaggio degli alleati. Per giorni e giorni la popolazione assistette al transito ininterrotto di carri armati, camionette, camion a tre assi pieni di uomini e munizioni; ad ondate sparse il via vai continuò per circa un mese. Il passaggio delle truppe alleate aveva inoltre contaminato i bordi stradali con scatolame vuoto dei loro alimenti.
Era passata la guerra, ma le tracce restavano prepotenti sulle case, sull’ambiente, sulle coscienze e tutt’attorno con pericolosissimi residuati bellici. i bambini, in mancanza di giocattoli, raccoglievano di tutto, maneggiavano bossoli e proiettili inesplosi, attraversavano campi minati, curiosavano e rovistavano tra le macerie con il rischio di trovarvi la morte.
Le forze anglo-americane risalirono la penisola fino ad attestarsi nel settembre 1944 in Toscana, lungo la cosiddetta “linea gotica”; nel frattem­po il proclama lanciato il 10 novembre dal comandante inglese, Harold Alexander, invitava i partigiani a sospendere la lotta lasciando tutte le formazioni patriote nell’isolamento più assoluto. Nonostante la difficile situazione, i partigiani riuscirono a costituire basi operative e ad entrare da liberatori in molte città italiane prima dell’arrivo alleato. La data che segnerà la definitiva liberazione dell’Italia sarà il giorno 25 aprile 1945 quando anche a Giulianova si improvvisarono cortei di carri, sfilate per le vie del centro storico con tutti i partigiani che, ora accresciuti in numero, festeggiavano la definitiva vittoria sul nazifascismo.

L'ANGOLO DELLE POESIE
In occasione delle Celebrazioni del 25 Aprile 2007, festa della liberazione nazionale, alcuni alunni delle scuole di Giulianova hanno proposto un testo poetico di riflessione e di suggestione frutto della loro sensibilità, della loro immaginazione e del loro sentimento.
Scuola Media “Bindi”-“Pagliaccetti”, (Plesso Annunziata): 

Memoria
   
Ogni giorno che passa si dilegua
E non ritorna che su libri insonni,
allora la memoria senza tregua
ritorna con un moto circolare.
L’eco dei fucili a Marzabotto,
i corpi affastellati, il sangue tra i selciati.
E lo scoppiar le mine
Nelle cave delle Fosse Ardeatine .
Le pietre lapidi perenni.
Gli urli nel bosco di Lemmari,
il bestiame mitragliato,
i piani dei bambini.
La neve pietra sepolcrale.
Anche se dorme da sempre il tempo,
serrata nella storia è la memoria
che non sempre vuol restare all’alba
del suo giorno.
 
                         (Marianna Caruso, Classe III F)





Monte del Sole
   
I ragazzi chiamati
Più a morire che a vivere.
Combattevano
su quella collina di morte
ch’era stata teatro d’amore
e si sentivano
vivi come non mai.
 
                      (Stefania Torrieri, Classe III F)

25 Aprile
   
È tornata quasi inaspettata
Dopo averla tanto desiderata;
 
è tornata con il sole d’aprile
con un gusto e un sapore sottile;
 
è costata gravi lutti,
ma ha riscattato le coscienze di tutti;
 
l’han portata giovani visi
piena di gioia e di sorrisi;
 
non hanno divise e medaglie
ma solo il ricordo di mille battaglie;
 
ce l’han portata tenendosi per mano
e cantando la canzone del partigiano;
 
l’hanno scesa dalla montagna
e portata giù in città,
il suo nome è libertà.
 
                          (Greta Lamolinara, Classe III F) 

Arriverà primavera
   
Ripide montagne
Nella candida neve,
nell’aria il sentore
dei fuochi assassini.
 
A valle una mano
Soffoca l’avvenire.
La guerra è spietata
La morte imminente.
 
L’Italia un deserto
di pallide ombre
tra cumuli di macerie
e barbarie straniere.
 
Un pensiero costante
Martella la mente:
anche in questo cimitero
arriverà Primavera.
 
                (Maria Elena Secondini, Classe III F)



Le stagioni della nostra vita
   
L’algida luna di due estati
rischiara i partigiani
i corpi attorcigliati
s’ammantano del loro calore
tra la brina dei monti.
 
Tra le foglie di due autunni
si assottigliano piano
e nel silenzio un pensiero
piange per chi non lotterà mai più.
 
Più silenziosi del vento
nelle sere di due inverni
covano speranze
come semi in attesa
copiosi nei raccolti.
 
Armati del loro sorriso
esultano gioiosi,
l’orrore passato si tramuta.
È la radiosa stagione Resistenza.
 
                    (Maria Paola Roccioletti, Classe III F)

Canta anonima l’umanità
   
Canta anonima l’umanità
vive tra gli alberi
sugli aculei di castagne
negli spiazzi secchi degli stagni
respira il fumo dei bivacchi
guarda il cielo
tra le lame nella bruma.
L’umore selvatico s’assomma
ha odore di terra e di sudore.
 
Canta anonima l’umanità
giace sull’erba brulla
annusa l’aria come una lepre
intona note frantumando il gelo
e lucida è l’arma sotto il braccio
sporca di morte attesa
dentro i letamai ghiacciati.
Al buio la neve ridisegna
un altro firmamento.
 
Canta anonima l’umanità
Rigurgita spietatezza,
ha odore di natura
lotta senza divisa,
colpisce senza bandiera,
rapida imbomba ponti,
insegue e si nasconde.
Armata d’incoscienza,
si perde in un sogno lungo.
 
Canta anonima l’umanità
 da sempre insegue
famelica un nemico
da far tacere prima
del morir del giorno,
cancella per riscrivere
storie, sempre le stesse.
Ignara cerca tra la nebbia
schegge di verità.
 
Canta anonima l’umanità
sul fronte insanguinato
dove il fango nasconde la pietà
nell’affanno di sopravvivere alla vita,
ma ferma è un’idea dentro
la sua ultima fibra
che ci ricorda i sorrisi e i furori
degli uomini e delle donne
morti per la libertà.
 
                        (Francesca Platone, Classe III F)

Sul quel muro
   
Su quel muro non siete rimasti soli
a rimpiangere stagioni non vissute.
Non basterà una lapide posta a ricordare
le città dissanguate le campagne in agonia
i singhiozzi dei bimbi gli urli delle madri
e le lacrime degli uomini, erano ragazzi e sono morti.
 
Sul quel muro piangono le nostre speranze,
su quel muro, dopo tanta lotta, resta l’avvenire,
su quel muro scrostato dove qualcuno
con coraggio gridò: viva l’Italia.
 
Non basterà ricordare lo scopo delle vostre battaglie,
non basterà riscrivere nuove regole
se ogni giorno dovremo barattarle per sopravvivere.
Non basterà una piccola vittoria
se guerre immani imperversano ancora.
 
Mille lapidi, mille statue, mille monumenti
a guardia delle piazze sonnecchiano in penombra
svaporano tra gli affanni e l’indifferenza.
 
Sul quel muro è rimasto il nostro futuro
su quel muro è rimasto il rispetto del mio vicino,
su quel muro scalcinato dove qualcuno
con le mani alzate insieme alla sua dignità
gridò: viva la libertà.
 
                 (Benedetta Francescani, Classe III F)





Speranza
   
che oscurano la piazza
l’orizzonte sembra svanito.
Nessuno rammenta l’orrore
che toccò le strade del mondo;
i cimiteri ovunque.
Domani rammenterò
i pianti delle madri:
non nasca la speranza
nei giorni a venire
già morta.
 
                             (Chiara De Iulis, Classe III F) 

Siamo qui
   
Siamo qui
fra gli alberi
recisi
da asce nemiche.
 
Siamo qui
in ascolto
dei battiti
del tempo.
 
Siamo qui,
ad inseguire i pensieri
in viaggio a ritroso
negli affetti perduti.
 
Siamo qui
non ci sfiora
l’afa dell’estate
il gelo dell’inverno.
 
Siamo qui
il sole ci spia,
il vento ci ascolta,
il tempo ci ferisce.
 
Siamo qui
passo dopo passo
marciamo
Verso la libertà.
 
                  (Nicole Iacobelli, Classe III F)






Apparvero bagliori
   
Apparvero bagliori nell’oblio della guerra
e gelida una mano li portò via
come un’eclissi improvvisa.
Insanguinate le città nei teatri di morte.
Era rossa la luna
che guidava i capitani.
Si dimentica il silenzio
tra le pieghe del tempo
 
                   (Benedetta Francescani, Classe III F)
 Istituto Professionale di Stato per i Servizi Commerciali e Turistici “Di Poppa”: 

Testamento partigiano
   
Siamo uomini, non animali
Siamo uomini, non macchine
da guerra fatte solo per creare morti
Siamo umanità con dei sentimenti,
con tristezza e amore,
gioia e dolore...
Siamo uomini, tutti uguali sotto lo stesso cielo,
siamo uomini e ..... dovremmo
essere liberi di vivere!!!
 
                                     (Falasca Erika, Classe I F)

Partigiano
   
Non credo nel destino
e neanche capisco
il significato del destino.
Ma so che presto morirò
e i miei cari soffriranno.
Morirò per un paese rinnovato
nei cuori e nelle speranze.
Morirò per l’Italia libera,
ma i miei cari, ugualmente,
soffriranno.
 
                                      (Tibursi Alessia, Classe I F)

Scegliere la libertà
   
Non dire che non lo sai,
non dire che non ti riguarda:
la libertà, prima d’essere un diritto,
è un dovere morale.
 
Nella vita ci sono decisioni da prendere;
per le occasioni cruciali
non servono i forse
non bastano i se e i ma.
 
Non si può stare a guardare
se è minacciato il domani
se è debole la voce del giusto
se assorda la stolta violenza.
La liberazione non è dono celeste
ma è figlia della lotta e del sangue,
perciò non dire che tu non lo sai
non dire più che non ti riguarda.
 
                              (Campeti Cristina, Classe II F)

Il 25 Aprile
   
Scrivo il tuo nome, libertà,
su ogni pagina bianca,
sul mio banco di scuola,
sulla sabbia del lido.
 
Scrivo il tuo nome, libertà,
su ogni immagine cara,
sui ricordi d’infanzia,
sulle notti di sogno.
 
Scrivo il tuo nome, libertà,
sulla semplicità dei miei giorni,
sulle prime solitudini,
sulle stagioni della speranza.
 
Scrivo il tuo nome, libertà,
sui sacrifici dei padri,
sulle lotte per te,
in questo giorno di gloria.
 
                                      (Poliandri Silvia, Classe II F)
  


I colori della libertà   
Libertà è
Immergersi
Negli orizzonti più vasti
E catturare novità.
Libertà è la gioia di vivere
pur nella responsabilità.
Libertà è fendere
Le tenebre più fitte
E scoprire la verità
Onde l’esistenza
è anche sofferenza.
Libertà è creatività
Che del mondo
Dipinge meraviglie:
l’iride della sua identità.
 
                                    (Prof. Edda Piccioni)

Giulianova, la Posillipo d'Abruzzo

Giulianova (Te) Abruzzo - Italy. Gli ingredienti sono quelli classici dell’Abruzzo più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche e biblioteche, chiese e santuari, il suo verde, il suo mareQuesta località balneare oltre a sottolineare ciò che di Giulianova è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.
 
 
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