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Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea

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La rassegna delle pubblicazioni di opere librarie da Scrittori & Storici di Giulianova
 
Indice Storici & Scrittori giuliesi - Andrea Palandrani
MEMORIE DI PRIGIONIE
- i racconti dei soldati prigionieri durante la seconda guerra mondiale
Prefazione dell'autore, Andrea Palandrani
Il tema centrale di quest’anno riguarda appunto i prigionieri di guerra con le loro storie, né vinti perché sono riusciti a sopravvivere e a tornare dai campi di concentramento, né vincitori come gli italiani che celebravano la fine della guerra e il riscatto della nazione ad opera dei partigiani; l’esperienza vissuta aveva tolto ai tanti soldati (oltre 1 milione e 300 mila) la capacità di festeggiare, la voglia di sorridere. L’intento della ricerca è stato raccogliere quante più informazioni possibili, intervistando direttamente gli ex-prigionieri oppure ascoltando i parenti più prossimi nelle vesti di vedove, fratelli, sorelle, figli o nipoti, cercando di non tralasciare nessuno. Naturalmente i limiti dello studio sono sempre quelli legati alle fonti orali, per di più gli argomenti, lontani nel tempo, sono stati vissuti con un notevole carico emotivo. La finalità ultima è sempre quella di salvare per salvaguardare, di proporre una storia per ricordare ed edificare una civiltà su basi pacifiche e su principi che escludano sempre la guerra, con quello che inevitabilmente comporta. Inoltre il problema storiografico dell’esperienza di prigionia dei militari italiani nella Seconda Guerra Mondiale è da qualche tempo un tema d’attualità della ricerca storico-militare italiana. Negli anni passati questo è stato spesso visto come un tema scomodo: rimozioni e polemiche legate ai passaggi decisivi e controversi nel biennio 1943-45; il problema dei reduci e del loro effetto destabilizzante sul piano politico e sociale; le responsabilità dei vertici istituzionali, politici e militari nella condotta di guerra e nella complessiva gestione delle gravissime contraddizioni esplose nei mesi successivi al 25 luglio. L’argomento nella sua articolazione investe sia le storie di prigionia che quelle dei caduti in guerra, i racconti dei soldati sbandati, degli ex combattenti e dei reduci. Tuttavia per ragioni di spazio disponibile e per una più completa ricognizione di notizie, si è ritenuto opportuno suddividere il lavoro in due parti di cui la seconda sarà edita l’anno venturo; dovendo compiere questa ripartizione, ho privilegiato i racconti diretti, mentre tutti gli altri, più numerosi e variegati, comporranno il prossimo numero.
Andrea Palandrani
MEMORIE DI PRIGIONIE - I RACCONTI DEI SOLDATI PRIGIONIERI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Introduzione 
Il prigioniero di guerra inizia ad esistere non appena uno Stato entra in guerra, è uno dei tanti prodotti nefasti di una dichiarazione di belligeranza; il prigioniero viene partorito dalla matrigna guerra assieme a tanti altri figli sfortunati e sfigurati come i mutilati, i feriti, i deliranti, gli umiliati, i percossi, i caduti.
La parte più giovane e più attiva dell’Italia degli anni ’40 è chiamata a compiere il magnificato destino imperiale dell’Italia fascista; il 10 giugno 1940 Benito Mussolini annuncia, esaltato e orgoglioso, “l’evento fatale”, la scelta di campo a fianco della potentissima Germania di Hitler. D’altra parte la lotta per la supremazia faceva parte della ideologia fascista e la campagna d’Etiopia (1935-36), la partecipazione alla guerra civile spagnola (1936-39) e l’occupazione dell’Albania (1939) erano state le prime avvisaglie. Tuttavia ora non si trattava di un conflitto locale con un obiettivo limitato, ora era in gioco il dominio del pianeta, il conflitto era mondiale tra due schieramenti di cui l’uno voleva eliminare l’altro.
Da un lato Mussolini temeva che, dopo la Francia, l’esercito tedesco potesse dirigersi anche verso l’Italia, occupandola e umiliandola; dall’altro il conflitto sembrava risolversi con una schiacciante vittoria di Hitler e Mussolini voleva trarre vantaggi da un ipotetica tavola delle trattative. Occorreva insomma entrare in guerra a fianco della Germania e sacrificare, nelle parole del Duce, “alcune migliaia di morti”. L’Italia dichiara così guerra alla Francia e all’Inghilterra senza aver portato a termine il programma di riarmo e di ammodernamento delle Forze armate, con un esercito impreparato a svolgere l’irreale proposito di “guerra parallela”.
Le principali direttrici delle prime operazioni italiane riguardarono il confine francese, l’Africa Orientale e la Libia-Egitto; successivamente, in ottobre, senza una adeguata preparazione della campagna, iniziò il rovinoso attacco alla Grecia.
Il fronte francese si chiude subito con una prima umiliazione per l’Italia dove il suo contributo era stato scarso e relegato a piccole azioni di disturbo; la Francia fu costretta a firmare l’armistizio con la Germania e solo due giorni più tardi, dietro pressioni di Hitler, anche con l’Italia (24 giugno) ma senza cedere la Corsica, la Tunisia e la Provenza che Mussolini pretendeva. Erano bastati dieci giorni di guerra a rendere manifesta l’inefficienza dell’esercito italiano.
In Africa Mussolini premeva perché le forze italiane, superiori in numero, ma non in armamenti nei confronti delle forze britanniche, attaccassero senza indugi. In agosto le truppe italiane invasero la Somalia britannica, l’offensiva successiva fu diretta contro l’Egitto fino ad occupare la città di Sidi el-Barrani. Se in Africa l’effetto sorpresa e l’insufficienza delle forze britanniche a difesa favorirono i successi italiani, la prima grave sconfitta si ebbe in Grecia dove si sottovalutò la tenuta dell’esercito greco; furono questi gli scenari dei primi prigionieri di guerra italiani.
Intanto anche nel Medio Oriente gli inglesi contrattaccarono costringendo alla ritirata le truppe italiane, lasciando sul campo oltre 38 mila prigionieri. La difesa di Bardia, ultima città libica al confine con l’Egitto, fu organizzata in maniera frettolosa e così cedette al nuovo contrattacco inglese che fece altri 40 mila prigionieri, mentre il resto delle truppe italiane ripiegava vero Tobruk che sarebbe stata persa poco dopo, attestando le difese italiane a Derna, a Bengasi e infine a Tripoli. Una divisione britannica piombò, tagliando attraverso il deserto, sulle colonne italiane in movimento e con una manovra di accerchiamento fece ulteriori 25 mila prigionieri.
Con il prolungarsi delle operazioni belliche sempre più nette emergevano le difficoltà italiane in termini di rifornimenti e di insufficienze dei supporti motorizzati e aeronavali. Le Forze italiane erano in crisi e l’ipotesi di autonomia nelle operazioni belliche era fallita; d’ora in poi, su tutti i campi di guerra, si sarebbe combattuto subordinati agli ordini e ai piani strategici dei tedeschi.
Un corpo di spedizione tedesco fu inviato di supporto in Africa settentrionale accanto ad una nuova divisione corazzata italiana (“Ariete”); intanto in Africa Orientale l’Italia perdeva le sue colonie con un bilancio di 5.000 soldati italiani e di 10.000 soldati indigeni morti e con la cattura di circa 100.000 prigionieri da parte dei britannici (novembre 1941). L’offensiva delle forze dell’Asse passò sotto la direzione del generale tedesco Rommel il quale, dal marzo 1941, riconquistò diversi territori attestandosi sulla linea Sollum-Halfaya costringendo gli inglesi alla ritirata e accerchiando la città di Tobruk che sarà espugnata ad un anno di distanza (20 giugno 1942) quando gli italo-tedeschi si spingeranno fino ad El-Alamein bloccando la presa dell’Egitto soltanto per una crisi nei rifornimenti.
Intanto nell’aprile del ’41 la Wehrmacht (Forze armate tedesche) invadeva la Jugoslavia prima e la Grecia poi contando circa 660.000 prigionieri serbi e greci, con una occupazione che avrebbe dato forte impulso al sorgere di gruppi partigiani già presenti, ma soprattutto a più frequenti azioni di guerriglia contro gli italo-tedeschi. Il 22 giugno iniziavano anche le operazioni di invasione della Russia, senza preavviso nei confronti di Mussolini che dispose comunque l’allestimento e l’immediato invio del Corpo di Spedizione Italiano (3 divisioni, 62.000 soldati). L’esercito tedesco in avanzata su tre direttive (Leningrado, Mosca, Rostov) registrava vittorie e prigionieri da deportare in Germania: 328.000 prima e altri 663.000 poi, catturati in Lettonia, Lituania e Bielorussia; 655.000 uomini dell’Armata Rossa presi in Ucraina. Dopo mesi di marcia, l’esercito tedesco si stava però logorando, in divisa estiva, con migliaia di congelamenti, a 50 gradi sotto zero; invece, le truppe sovietiche, addestrate in Siberia, approfittando delle difficoltà del nemico, contrattaccarono con vigore durante l’inverno.
Una svolta nel conflitto si ebbe nel dicembre del 1941 con l’entrata in guerra, a fianco delle democrazie occidentali, degli Stati Uniti a seguito dell’attacco giapponese alla base di Pearl Harbour. Le forze in campo determinarono la conseguente dichiarazione di guerra di Germania e Italia, alleate del Giappone, agli Stati Uniti; nella primavera dell’anno successivo sarebbero iniziati i bombardamenti delle città e degli impianti industriali dei paesi dell’Asse da parte dei caccia americani.
Hitler, sempre più miope nell’intento di annientare la Russia, definì un secondo piano di attacco registrando anche questa volta alcune iniziali vittorie e ulteriori prigionieri sovietici (oltre 500.000 negli scontri in Crimea). Nel mese di luglio entrava in linea anche l’8ª Armata italiana, l’A.R.M.I.R. (Armata italiana in Russia) forte di 200.000 uomini. L’offensiva estiva non riuscì ad essere determinate e un nuovo inverno iniziava ad avvicinarsi; il centro dello scontro, lungo e sanguinoso, divenne la città di Stalingrado. Il Corpo italiano si frantumò: sbandati e dispersi, i soldati italiani cercarono di salvarsi dai russi ma soprattutto dal freddo, scarsamente equipaggiati, stanchi e per niente aiutati dai tedeschi che anzi avevano l’ordine di non fraternizzare con gli italiani. Fame, gelo e assedio nemico mietevano vittime anche tra i tedeschi i quali, su comando perentorio e irrealistico di Hitler, continuarono a combattere respingendo la resa che successivamente furono comunque costretti a firmare.
Il decisivo attacco alleato alle posizioni italo-tedesche in Africa settentrionale avvenne con due operazioni parallele: l’offensiva a El-Alamein degli inglesi che inflisse alle forze dell’Asse 25.000 tra morti e feriti e 20.000 prigionieri italiani; e lo sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria con l’inizio dell’avanzata verso est. Il culmine dell’azione alleata portò alla definitiva resa delle forze dell’Asse e alla cattura di 248.000 soldati tra italiani e tedeschi.
Da un lato gli alleati si prepararono allo sbarco in Italia, dall’altro i tedeschi, diffidenti verso i comandi italiani, costituirono o inviarono alcune divisioni in tutta la penisola con la motivazione ufficiale di concorrere alla difesa, ma con un intento segreto di acquisirne un maggiore controllo: Hitler in persona diede ordine di preparare un piano per l’eventuale occupazione militare della penisola.
Alla fine del giungo 1943, l’Esercito italiano disponeva complessivamente di 64 divisioni, di cui solo 53 efficienti, spesso incomplete negli organici; 31 di esse erano impegnate nei Balcani, 7 nella Francia meridionale, le restanti si trovavano in Italia per un totale di effettivi in forze superiore ai 400.000. Dalla parte avversa si apprestavano a sbarcare circa 180.000 uomini che sarebbero poi diventati 467.000 appartenenti alle due armate alleate: l’8ª Armata britannica del generale Montgomery e la 7ª Armata americana del generale Patton, riunite sotto il comando del XV Gruppo di armate del generale Alexander.
Ogni schema di offensiva degli alleati prevedeva dapprima incursioni aeree contro aeroporti e linee di comunicazione, poi avveniva l’avanzamento delle truppe e del convoglio bellico. In realtà spesso si trattava di indiscriminati bombardamenti, diretti su obiettivi strategici, ma imprecisi e spropositati; pur di colpire ferrovia, porti, stazioni, postazioni nemiche e impianti industriali, non si risparmiarono gli inevitabili disastri civili.
Le linee di resistenza italiane in Sicilia in gran parte si dissolsero in poco tempo e solo in certi casi si ebbero conflitti a fuoco; naturalmente questa scarsa opposizione irritò i comandi tedeschi che, anche a seguito della sfiducia a Mussolini nel Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio ‘43, decise di abbandonare le isole e di procedere ad una strenua difesa della penisola. Anziché considerare agli anglo-americani invasori stranieri come i tedeschi si aspettavano, gli italiani e in genere gli stessi soldati, li accolsero come “liberatori”. Fu la battaglia di Sicilia l’ultima nella quale le forze anglo-americane catturarono prigionieri italiani (132.000 assieme ai tedeschi). I rapporti italo-tedeschi iniziarono a logorarsi inesorabilmente e intanto nuove divisioni tedesche furono inviate in Italia con la solita ufficiale motivazione di fortificare l’azione di difesa, ma nel frattempo preparandosi ad una occupazione nel caso di una probabile capitolazione del governo Badoglio.
Occorreva scegliere tra una difesa ad oltranza dell’Italia a fianco dei tedeschi, con un esercito sfiduciato e stanco, con una opinione pubblica sempre più contraria alla guerra e mai stata favorevole all’alleanza con la Germania; dall’altro gli alleati imponevano una resa senza condizioni. La temporanea soluzione adottata dal nuovo capo del governo fu la comunicazione che la guerra continuava, sperando in un atteggiamento tollerante dei tedeschi, e in uno disfattista del suo esercito. Intanto già si avviarono contatti segreti con gli alleati per negoziare la capitolazione dell’Italia e perfino una possibile cobelligeranza. Senza tener conto delle richieste italiane, dei bisogni e dei rischi a cui si esponeva il paese e il suo esercito sparso sugli sfondi di guerra, gli alleati imposero un armistizio incondizionato; la firma avvenne vicino Siracura il 3 settembre 1943 e la comunicazione ufficiale l’8, anziché il 12 come richiesto dall’Italia; inoltre per il momento fu respinto ogni possibile aiuto da parte dell’esercito italiano.
Insomma, senza adeguate consultazioni, senza preparare l’evento di un armistizio, abbandonando la popolazione sotto gli scontri tra i due eserciti (tedesco e alleato) e abbandonando soprattutto i tanti soldati italiani, furono il re, Badoglio e qualche generale a decidere per la resa. Nel pomeriggio dell’8 settembre il generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, annunciava radiofonicamente l’armistizio che poco dopo Badoglio confermava con la sommaria e contraddittoria indicazione al suo esercito di “resistere se attaccati”. La drammatica traduzione in pratica dell’ambiguo suggerimento badogliano fu la cattura, senza opposizione, improvvisa e inquietante, delle forze italiane da parte dei militari tedeschi in proporzione di 2-3 tedeschi armati e preparati ogni 100 italiani sconcertati e confusi. Nel giro di una decina di giorni l’Esercito italiano si sarebbe interamente dissolto, con centinaia di migliaia di giovani, dapprima in divisa e poi camuffati, che abbandonate le caserme risalivano o scendevano la penisola per “tornare a casa”.
Tra l’8 e il 9 settembre, in applicazione dell’operazione “Achse”, le forze tedesche imposero lo smantellamento delle truppe italiane presenti sul suolo nazionale; diversa fu invece la sorte delle truppe stanziate all’estero, in particolare nei Balcani (circa 500.000 soldati) e in Francia meridionale (circa 60.000 soldati), i quali furono disarmati e presi prigionieri. Rari e drammatici furono gli scontri e le rappresaglie in diverse località dove le divisioni italiane furono generalmente sopraffatte con facilità e in maniera spietata.
Complessivamente, secondo le ultime e più attendibili stime, i militari italiani caduti nelle diverse forme di prigionia furono dell’ordine del milione e trecento mila unità e di questi oltre ottocento mila erano i militari di ogni Arma e grado catturati, disarmati e internati in Germania provenienti dall’Italia, dai Balcani e dalla Francia. 
I prigionieri di guerra in mano agli alleati

Fatta eccezione per i soldati italiani presi in Sicilia o nelle diverse isole del Mediterraneo, quasi tutti i prigionieri in mano agli anglo-americani furono fatti in Africa Settentrionale e Orientale. Diverse furono poi le destinazioni: in una prima fase l’internamento avvenne nei campi di concentramento in zona africana, con prevalenza in Tunisia e in Sudafrica; successivamente, anche a seguito dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti, una parte dei prigionieri finì in America, l’altra, e in maggior misura, in Inghilterra; poche percentuali furono mandate in Australia o nei possedimenti britannici. Altra piccola quota riguardò quei soldati italiani impiegati come cobelligeranti ma pur sempre prigionieri nella campagna in Italia. I prigionieri vennero ripartiti tra inglesi (400.000c.a.) ed americani (125.000c.a.) con una quota che finì sotto custodia francese (37.000c.a.); ulteriori prigionieri vennero fatti dallo sbarco alleato in Sicilia fino alla data dell’armistizio, ma questi non furono deportati e generalmente furono i primi ad essere rilasciati.
La storia dei prigionieri italiani in mano alleata è una storia frustrante e sconsolata, resa ancor più tale dall’ambigua situazione dell’Italia dopo l’ottobre 1943; diventa da paese nemico, paese cobelligerante, non riuscì però a modificare lo status dei militari italiani detenuti dagli alleati. Prigionieri e cooperatori allo stesso tempo, questi uomini pagarono con il loro contributo di lavoro gli aiuti economici che gli alleati stavano concedendo all’Italia. Finita la guerra, furono trattenuti ancora per molto tempo, con la giustificazione delle difficoltà di trasporto, ma in realtà perché utili e anzi fondamentali per l’economia di quei paesi.
Le resistenze italo-tedesche in Africa settentrionale cedettero completamente nel maggio del 1943 lasciando d’un colpo sul campo circa 250.000 prigionieri, oltre a tutti quelli presi durante le precedenti battaglie; gli alleati decisero di allontanarli al più presto possibile dalla zona delle operazioni, tranne una parte di italiani trattenuti in Nord Africa come lavoratori al seguito dell’esercito americano I trasferimenti dai luoghi di cattura ai primi campi di smistamento avveniva spesso a piedi e per distanze lunghissime.
Gli americani iniziarono gli imbarchi diretti negli Stati Uniti a partire dalla primavera del 1943, su navi sovraccariche, con forti limiti in termini di servizi sanitari e di distribuzione del vitto; i prigionieri venivano assiepati nelle stive prive di adeguata areazione e con la possibilità di uscire all’aperto solo una volta al giorno per l’intera durata della traversata atlantica (18-20 giorni in media).
Un accordo tra gli alleati comportò la consegna ai francesi di 15.000 prigionieri italiani che, assieme a quelli catturati dagli stessi francesi, furono internati in campi di prigionia in Marocco e in Algeria, subendo durissime condizioni di prigionia.
La destinazione dei prigionieri in mano agli inglesi fu dapprima verso i loro possedimenti coloniali (India, Australia, Sud Africa), successivamente iniziarono i trasferimenti direttamente in Inghilterra (160.000c.a.), mentre una piccola parte rimase in Egitto. Durante i trasporti via mare, i prigionieri venivano di solito chiusi nelle stive prive di qualsiasi attrezzatura igienico sanitaria e con scarsissime razioni di cibo e acqua. I soldati italiani catturati dagli inglesi in Africa Orientale, 40.000c.a, furono rinchiusi nei campi del Kenia, dell’India o di altri paesi dei domini inglesi.
Una volta in Inghilterra, i prigionieri italiani venivano invitati a cooperare per poi essere inquadrati in battaglioni di volontari e in unità minori, specie per i lavori agricoli. Una parte di questi prigionieri lavoravano a piccoli gruppi nelle fattorie, mentre la piccola percentuale dei non cooperatori fu utilizzata nei lavori dei campi di detenzione. La durata del lavoro era di otto ore e la produzione era in genera molto altra così che gli italiani venivano visti con simpatia e stimati per la loro laboriosità dai datori di lavoro.
Nei termini dell’armistizio tra Italia e anglo-americani non si fece alcun riferimento esplicito alla condizione dei prigionieri, ma si dava per scontato il rilascio di questi al più presto. Gli alleati, già a partire dal mese di ottobre 1943, avevano più volte rinnovato la promessa di liberare i prigionieri in caso di resa, ma nei fatti le procedure furono rallentate e difficoltose. Fatta eccezione per talune categorie (anziani, feriti) la stragrande maggioranza dei prigionieri italiani tornò dopo più di un anno dalla fine della guerra. Neppure quando il 13 ottobre 1943 l’Italia dichiarò guerra alla Germania, ricevendo lo status di paese cobelligerante dagli alleati, i prigionieri migliorarono la loro situazione. Nella maggior parte dei casi essi furono utilizzati come manodopera necessaria all’economia di guerra di Inghilterra e Stati Uniti. Lo status di prigionieri di guerra dei soldati italiani fu quindi mantenuto non tanto per mancanza di trattative o per questioni politico-militari, ma perché le industrie e l’agricoltura degli alleati, sotto la pressione di mantenere alti livelli di produzione, ricevevano continue richieste da parte di datori di lavoro pubblici e privati, per un maggior ricorso all’utilizzazione del lavoro dei prigionieri.
Tuttavia la Convenzione di Ginevra del 1929, posta a tutela dei prigionieri di guerra, prevedeva la possibilità di impegnarli in lavori atti al mantenimento dei prigionieri stessi e dei campi in cui si trovavano e si vietava un utilizzo per fini collegati con le operazioni militari. Occorreva una autorizzazione del governo italiano, che ci fu in via orale quando Badoglio, in un messaggio ai prigionieri, incoraggiò una forma di collaborazione attiva, ma altresì il capo dello Stato italiano chiedeva una modifica dello status dei prigionieri. Molti militari divennero così collaboratori, firmavano una dichiarazione alquanto ambigua, ma rimanevano pur sempre membri di uno stato sconfitto e perciò prigionieri militari. Il governo italiano sin dalla data dell’armistizio ha sperato che i prigionieri in mano agli alleati potessero essere rimpatriati per creare delle unità di combattenti o di collaboratori strettamente affiancati alle armate anglo-americane in funzione antitedesca. Falliti questi propositi, dopo illusioni e vaghe comunicazioni, si iniziò a richiedere il solo rimpatrio sulla base della Convenzione internazionale. Giunti alla fine del ’44, dopo mesi di cobelligeranza e di faticosi negoziati, i risultati ottenuti dal governo italiano per risolvere la questione dei prigionieri erano scarsi. Soltanto i militari catturati in Sicilia erano stati liberati, mentre erano tornati in Italia solo gli invalidi, gli ultrasessantenni e gli ultracinquantenni (ma con due anni di prigionia), alcuni militari riconosciuti necessari per la ricostruzione delle Forze Armate Italiane e alcuni militari a seguito di casi eccezionalmente pietosi di famiglia (debitamente accertati e controllati).
Intanto i prigionieri italiani non ricevevano informazioni per comprendere la loro situazione, non capivano se fosse un obbligo firmare per la cooperazione, se fosse una libera scelta, o se invece fosse addirittura un atto di disubbidienza agli ordini del governo italiano. Da un lato l’Italia protestava per il mantenimento dello status di prigionieri e quindi del loro utilizzo vietato dalla Convenzione, dall’altro, in vista di probabili vantaggi nella stipulazione della pace, esortava alla collaborazione: “la loro partecipazione al lavoro per la cobelligeranza come fatto utile agli interessi del paese è, come tale, non solo doveroso, ma anche lodevole” affermava l’Alto Commissario italiano per i prigionieri di guerra.
Non bastò nemmeno la fine della guerra contro la Germania a decretare il rimpatrio di tutti i prigionieri, ormai in gran parte collaboratori; gli alleati volevano continuare ad utilizzare la vitale opera dei prigionieri-lavoratori nella guerra contro il Giappone. Anche questa volta il governo italiano invitava alla cooperazione, sempre guardando ai possibili vantaggi politici che sarebbero derivati all’Italia al momento della firma del trattato di pace: gli alleati erano stati aiutati dai prigionieri italiani in modo volontario, anche se avrebbero potuto rinunciare.
Naturalmente i prigionieri erano avviliti, delusi e risentiti nei confronti degli alleati che non li rilasciavano, e del governo italiano che non era in grado di risolvere una così contraddittoria questione. Gli ultimi rimpatri avvennero nel febbraio 1947 ad un anno e mezzo dalla fine della guerra. Nonostante l’elaborazione di piani per l’organizzazione necessaria all’accoglimento dei reduci dalla prigionia, numerose lacune emersero in seno ai servizi sanitari, ai trasporti via terra e via mare, al vestiario (divenne una regola lasciare cloro con gli abiti datigli dagli alleati), ai posti letto nei centri di smistamento.
I prigionieri di guerra in mando ai tedeschi

 L’8 settembre 1943 la guerra per l’Italia era perduta nei fatti, ma sulla carta si firmò un armistizio prima ed una dichiarazione di guerra alla Germania poi (13 ottobre); sulla carta l’Italia passò dai “cattivi” ai “buoni”, da coloro che stavano perdendo la guerra a coloro che la stavano vincendo; nei fatti l’Italia era invasa da truppe straniere sia a Nord, la Wehrmacht, che a Sud, l’8a Armata di Montgomery a est, la 5a Armata americana a ovest; in mezzo stava la gente comune che iniziava a sfollare dalle città e continuava a lavorare in campagna tra bombardamenti, occupazioni e uccisioni. Nei fatti l’esercito italiano non ebbe più quadri direttivi, non ebbe più ordini perché chi avrebbe dovuto prendere decisioni di responsabilità fuggì, spesso con le paghe dei propri militari, nell’anonimato o al sicuro decretando la dispersione dell’intero esercito italiano. D’altra parte lo stesso re con Badoglio avevano dato l’esempio abbandonando in tutta fretta Roma per raggiungere luoghi sicuri; ma alle truppe sparse in mezza Europa nessuno diede disposizioni: truppe abbandonate e beffate, tradite e dimenticate.
La guerra sembrava essere finita e la gente festeggiava, ma il peggio per l’Italia intera e per i tanti soldati lontani era appena iniziato; a pagare sulla propria pelle la sciagura furono soprattutto i migliaia di militari sbandati, fatti prigionieri in maniera banale, catturati spesso senza accorgersi di esserlo stati. I pochi che si ribellarono videro repentinamente la morte, i pochi comandanti valorosi che non fuggirono o non accettarono una ingloriosa resa, finirono trucidati e costoro vanno di sicuro annoverati tra i veri grandi eroi della Seconda Guerra Mondiale italiana. L’intero esercito era stato illuso della sua grandezza durante l’epoca fascista, era stato tradito con un armistizio segreto e spregiudicato, era stato lasciato all’odio dei tedeschi.
L'armistizio e l’occupazione nazista: la deportazione in Germania

 Mentre gran parte del paese inneggiava alla fine della guerra e molti soldati pregustavano il ritorno a casa, Hitler, che presentiva un possibile tradimento, dispose che si passasse all’attuazione dell’operazione “Achse” volta ad assumere il controllo totale dell’Italia, con effetto immediato.
Il grosso dell’esercito italiano si era sbandato, autodissolto, “messo in borghese” oppure era stato fatto prigioniero (750.000 circa), mentre il re, Badoglio e la Corte si davano alla “ingloriosa fuga” attraversando l’Abruzzo per raggiungere, via mare, Brindisi già occupata dagli alleati.
Alcuni esempi di ingloriosa resa furono quello di Trieste dove il generale abbandonò i 90.000 uomini del Corpo d’Armata che furono poi catturati senza sparare un colpo; il colonnello comandante della scuola di cavalleria di Pinerolo consegnò direttamente ai tedeschi gli allievi e gli ufficiali per poi scomparire.
A Venezia una comunicazione telegrafica (12 settembre) dispose che tutto il personale della marina si adunasse a piazzale Roma, con bagagli e senza armi; l’ordine fu eseguito e il mattino seguente i tedeschi iniziarono a caricarli su carri bestiame per deportarli in Germania.
La dissoluzione dell’esercito fu rapida sul territorio metropolitano perché i soldati avevano maggiori possibilità di rifugio e di assistenza; all’estero, in Francia, Balcania, Egeo, il fatto di trovarsi a notevole distanza da casa, di avere scarse opportunità di scampare alla cattura e alla deportazione in Germania o di ottenere aiuto dai civili, spinse le truppe a battersi disperatamente o ad abbandonarsi alla prigionia. I tedeschi ebbero il vantaggio di poter agire all’improvviso e di aver programmato nei dettagli gli interventi a differenza degli italiani tenuti all’oscuro di tutto, e non solo i soldati semplici, anche i comandanti seppero dell’armistizio solo al momento della pubblica comunicazione via radio.
Il piano tedesco prevedeva dapprima la cattura dei comandanti in persona, poi “il disarmo a sorpresa delle truppe e”, prescriveva una norma di “Achse”, “senza il minimo scrupolo”; le forze tedesche erano inferiori in numero, ma meglio equipaggiate in fatto di armamenti e prontezza di esecuzione, orientate ad agire con durezza contro gli ex alleati che giudicavano colpevoli di tradimento. Talvolta costrette con la forza, altre con l’inganno di un rientro in Italia, il 10 settembre 1943 il generale tedesco Jodl comunicò al suo Comando supremo che le forze italiane non esistevano più, annientate o catturate in soli due giorni.
È d’obbligo segnalare che non tutti i soldati del regio esercito si arresero, ma spesso la resistenza fu istintiva e isolata come il caso della divisione “Marche” stanziata a Ragusa che venne sopraffatta dai tedeschi dopo bombardamenti e scontri a fuoco; in Albania soltanto la divisione Firenze e la Perugia resistettero, ma il drammatico esito fu la fucilazione di molti ufficiali italiani e la cattura a seguito di rastrellamenti di quasi tutti i soldati; i pochi che si salvarono fuggirono sugli altipiani per schierarsi dalla parte dei partigiani locali. Inoltre la divisione Acqui, che occupava Cefalonia e Corfù, fu sterminata per rappresaglia dopo aver rifiutato la consegna delle armi; dopo otto giorni di battaglia, la divisione fu costretta ad arrendersi e i militari furono tutti fucilati per un totale approssimativo di 6.500 morti (1.300c.a. caduti in combattimento; 5.190c.a. trucidati dopo la resa) La divisione Pinerolo, dopo aver respinto con gravi perdite gli attacchi tedeschi, finì prigioniera dei partigiani greci e fu sottoposta a brutalità e privazioni: i soldati italiani venivano torturati o affidati ai contadini locali perché li sfruttassero come forza lavoro. Le navi della Marina italiana, non ancorate nei porti o riuscite a salpare, non si arresero e si raccolsero nella base inglese di Malta, ma la prima rappresaglia di Hitler contro l’Italia investì la corazzata Roma, affondata lungo la costa occidentale della Sardegna.
Alcuni ufficiali italiani si illusero di poter trattare con quegli ufficiali tedeschi con cui avevano collaborato fino al giorno prima i quali fingevano soltanto di prendere in considerazione le proposte italiane per guadagnare tempo e per allestire i campi di transito dove concentrare gli ex alleati e deportarli in Germania rassicurandoli che quello era il viaggio di rimpatrio.
Inizialmente convinti che sarebbero stati rimpatriati, migliaia di militari italiani in territorio balcanico, marciando su pessime strade, sopportando fame, sete e intemperie, scortati a distanza da reparti tedeschi che fingevano di difenderli da possibili attacchi partigiani, finirono per raggrupparsi in una decina di grandi campi di transito allestiti nei pressi di importanti nodi ferroviari. Di qui treni carichi di soldati partivano in continuazione verso il nord a poche ore di distanza l’uno dall’altro. La resa nei Balcani, in Grecia e nelle isole dell’Egeo determinò il disarmo e la deportazione di 607.311 militari italiani, tra ufficiali, sottufficiali e soldati semplici. Tanti altri militari annegarono o morirono durante i trasporti, oltre 13.000 persero la vita a causa dei bombardamenti aerei, dei siluramenti, delle intemperie o delle mine marine che affondarono i piroscafi che li trasportavano.
La deportazione dai Balcani e dall’Italia verso la Germania venne condotta con una brutale e caotica precipitazione scaricando tradotte su tradotte in una ottantina di campi di transito. Già all’indomani dell’8 settembre furono inseriti alla rinfusa decine di migliaia di deportati italiani nell’industria pesante in sostituzione dei giovani tedeschi di leva.
Appena giunti in Germania i prigionieri italiani furono generalmente circondati da un’atmosfera estremamente ostile, un clima che oscillava fra disprezzo, spirito di vendetta e rancore. Gli ufficiali nazisti non riconoscevano agli italiani gli stessi diritti degli altri prigionieri di guerra, affermando che la Convenzione di Ginevra regolamentava il trattamento dei prigionieri di guerra, non dei traditori.
Alla vigilia dell’armistizio l’esercito italiano contava 3.700.000 uomini e di questi quasi un terzo si arrese ai tedeschi, ma non tutti questi militari furono deportati nei lager o, una volta internati, vi rimasero per l’intera durata della guerra. Circa duecentomila soldati riuscirono a fuggire quando ancora si trovavano in Italia oppure ottennero la libertà in seguito a particolari accordi stipulati sul momento; un esiguo numero di quelli presenti all’estero riuscì a scampare alla deportazione, schierandosi tra i partigiani del posto (greci o albanesi). Fra i deportati, inoltre, oltre 13.000 morirono nell’affondamento dei piroscafi che trasportavano in Grecia i prigionieri delle isole nell’Egeo, altre migliaia furono i dispersi o i presunti morti in esecuzioni o per altre cause. Almeno 42.000 internati morirono per denutrizione, malattie, epidemie, maltrattamenti, uccisi dalle sentinelle, vittime di stragi e di omicidi di massa o che persero la vita durante i bombardamenti dei loro lager o delle fabbriche dove lavoravano (i quattro cimiteri militari di Monaco di Baviera, Amburgo, Francoforte e Berlino raccolgono più di 22.000 salme di prigionieri italiani). Inoltre circa 186.000 militari accettarono subito, al momento della cattura, di combattere a fianco della Germania oppure di arruolarsi nei servizi ausiliari della Wehrmacht e furono definiti “i fedeli dell’alleanza”.
Infatti, appena condotti nei campi di smistamento, ai militari italiani radunati veniva proposta la domanda di adesione e di collaborazione con l’esercito tedesco, selezionando le diverse categorie di coloro che erano disposti a combattere inquadrati in reparti tedeschi; coloro che entravano a far parte dei servizi d’ordine e di sicurezza; e, la stragrande maggioranza, coloro che si opposero divenendo da subito prigionieri di guerra a disposizione del ministro per la produzione bellica o del plenipotenziario generale per la manodopera.
Molti tra i militari che accettarono di collaborare furono spinti da motivi di convenienza, dalla paura del campo di concentramento e dalla speranza di salvarsi, mentre davvero pochi furono quelli che ancora credevano alla ideologia nazifascista che, infatti, quando i tedeschi pretesero da loro il giuramento di fedeltà al Führer, la richiesta fu respinta in tutti i lager a larghissima maggioranza.
 
Da prigionieri a internati militari (IMI)

 Il 12 settembre 1943 Mussolini viene liberato dalla prigione di Campo Imperatore e i tedeschi lo conducono in Germania a colloquio con Hitler; sta nascendo la Repubblica Sociale di Salò e Mussolini accenna alla possibilità di costituire un nuovo esercito fascista reclutando una parte dei prigionieri italiani in mano dei tedeschi. Hitler non era più convinto della forza del Duce e anzi con una ordinanza diffusa ufficialmente il 20 settembre predispose che i prigionieri italiani non sarebbero stati più indicati come “prigionieri di guerra” (Kriegsgefangene), ma piuttosto come “internati militari italiani” (italienische Militärinternierte). Questa decisione rappresenta un caso unico nella storia militare ed era illegale perché, dal punto di vista del diritto internazionale, la condizione dei militari italiani deportati in Germania era soltanto quella di prigionieri di guerra. Ma ad Hitler premeva solo aggirare la Convenzione di Ginevra posta a difesa dello statuto di “prigionieri di guerra” e ciò voleva dire poter impiegare gli “internati militari italiani” nelle attività vietate dalla Convenzione stessa, in particolare nell’industria bellica.
Inoltre la manovra mostrava di aver assecondato Mussolini e la RSI, per cui lo status di “prigionieri di guerra” non era compatibile con il rapporto di alleanza ristabilito con la Germania nazista.
I campi di concentramento divennero i centri dello sfruttamento del lavoro forzato e le diverse tipologie si distinguevano sulla base dei detenuti o delle funzioni: Stalag (Stammlager) campi riservati ai sottufficiali e ai soldati; Oflag (Offizierslager) campi per ufficiali; Dulag (Durchgangslager) campi di transito per prigionieri, ed in infine Straflag (Straflager) campi di punizione. I deportati italiani furono rinchiusi in oltre 250 lager più o meno grandi, da un massimo di 10.000 ad un minimo di 1.500 per campo, situati prevalentemente in Germania e in Polonia, ma anche in Jugoslavia, Grecia, Francia e Unione Sovietica. I lager erano differenti per modalità di gestione e di trattamento dei detenuti e generalmente gli italiani furono internati nei campi della Germania centrale dove occorreva più manodopera; questi campi potevano presentare campi secondari distanti, in cui i prigionieri venivano raggruppati per distaccamenti lavorativi.
Sul finire del 1943 gli organi di governo germanici constatarono la bassa percentuale degli internati italiani rimasti al loro fianco o anche passati nelle fila del neo-costituito esercito fascista di Salò. A intervalli di tempo, sotto la pressione della fame, del freddo, dei maltrattamenti dei sorveglianti, della rassegnazione, dei tanti morti, più volte venivano ripetuti gli inviti ad arruolarsi nei servizi ausiliari della Wehrmacht o della Repubblica Sociale Italiana; chi aderiva, con fine provocatorio, riceveva subito un nuovo vestiario, razioni di cibo più abbondanti e un miglioramento delle condizioni di vita. Talvolta si presentavano come propagandisti degli ufficiali fascisti, ma anche questi registrarono ripetuti fallimenti.
L’assillo quotidiano per chi non si ammalava era la fame, inltre il cibo divenne la merce di scambio di tutto ciò di cui potevano disporre gli internati, dal poco oro (le fedi, anelli o orologi) agli abiti, dai denti d’oro (propri o dei deceduti) a tutto ciò che nei luoghi di lavoro riuscivano a rubare; per acquistare pane, sigarette o patate gli internati vendevano tutto quello che avevano, ma avevano ben poco o nulla da offrire. Come razione quotidiana per lo più nei lager veniva distribuita una minestra di rape, o di barbabietole, con qualche patata o con bucce di patata; talvolta un po’ di miele, o di marmellata o di zucchero; talaltra un pezzetto di margarina o di ricotta: “troppo poco per vivere, troppo per morire”. Infine c’era un po’ di pane distribuito in panette per ogni baracca (20-30 persone, 2-300 grammi a testa), un pane fatto con farina di segale, nero e stopposo e capitava anche che fosse ammuffito. Una sommaria descrizione dei prigionieri nei lager prevedeva: freddo, tubercolosi, dissenteria, reumatismi, edemi per fame, pidocchi dilaganti, biancheria cambiata ogni tre mesi, accuse continue di sabotaggio, impiccagioni, punizioni collettive.
La fame si aggravò a seguito di una direttiva di Hitler da applicare nelle grandi industrie dove erano impiegati gli internati italiani: il vitto sarebbe stato proporzionato al rendimento lavorativo causando sia una riduzione delle già scarsissime razioni che atteggiamenti ancor più aggressivi di sfruttamento. La parte di rancio tolta a chi era meno produttivo andava, come premio, ai più produttivi e poiché dimezzare il vitto giornaliero, anche agli ammalati, costituiva una delle punizioni collettive più frequenti, le razioni potevano scendere a livelli minimi e mortali.
All’interno dei campi di concentramento c’erano dei lazzaretti (infermerie) che mancavano di farmaci e di ogni altra minima attrezzatura ospedaliera e le cui condizioni igieniche erano scadenti (spesso erano edifici abbandonati). Le maggiori cause di morte erano la tubercolosi polmonare e l’anemia perniciosa entrambe in seguito a denutrizione e a debilitazione fisica.
Alcune imprese presentavano una regolare richiesta di manodopera che veniva girata dal Fronte del lavoro ai dirigenti dei lager; esisteva cioè una specie di “mercato di schiavi”, sfruttati pressoché a costo zero, in quanto la paga consisteva in un compenso in generi alimentari, oppure in Gutscheine, buoni acquisto, o anche in Lagergeld, un facsimile di carta moneta con la scritta Lagermark che avevano valore solo nei campi per acquistare negli spacci diversi prodotti (lamette, dentifrici, filo, carta igienica, sigarette, etc.).
Inizialmente gli internati non più in grado di svolgere lavori pesanti, venivano assegnati ad aziende agricole esterne ed anche abbastanza lontane dai lager; successivamente gli internati avrebbero potuto sottoscrivere anche contratti in qualità di “liberi lavoratori” e ricevere compensi monetari. Difatti dall’agosto del ’44 avvenne la così detta “civilizzazione degli internati militari italiani”, annunciata dalla propaganda della Repubblica Sociale come una grande vittoria. Gli internati militari ottennero un miglioramento illusorio della loro condizione potendo ora uscire dai lager, ma la loro giurisdizione passo dalla Wehrmacht alla Gestapo (polizia) la quale avrebbe condannato con eguale severità ogni possibile atto di sabotaggio o di semplice disordine: una mancanza sul lavoro era punibile con la pena capitale. Dapprima agli internati fu richiesto di sottoscrivere un impegno a lavorare per la Germania sino alla fine della guerra, sottoscrizione che in grande maggioranza rifiutò subendo minacce e bastonate. Successivamente, in data 4 settembre, l’Alto Comando germanico decise di evitare la prassi della firma consenziente, e quindi di trasformare automaticamente gli IMI in “liberi lavoratori civili”.
Il coordinamento dei rimpatri avvenne ad opera delle Forze alleate e della Croce Rossa Internazionale che predisposero treni e altri mezzi nei limiti del possibile, con ritardi fisiologici e lentezze burocratiche anche una volta raggiunta l’Italia. Nessuna cura, nessuna particolare attenzione fu prestata dalle autorità ministeriali nei mesi dell’estate-autunno 1945 per raccogliere, catalogare e coordinare dati e riferimenti precisi suoi singoli militari italiani che rimpatriavano dall’internamento in Germania. Mancò nel ministero della Guerra una comprensione del problema e la volontà politica di affrontarlo a fondo con tutte le sue implicazioni. Vi fu, insomma, un grave disinteresse verso le vicende della deportazione militare soprattutto perché i reduci apparivano ai politici e ai vertici delle Forze Armate quali “testimoni fastidiosi” delle gravissime responsabilità nella partecipazione dell’Italia alla Seconda Guerra Mondiale.
EX INTERNATI MILITARI ED EX PRIGIONIERI DI GUERRA
(allora, o oggi, residenti nella zona di Colleranesco)


Memorie di prigionia
Giovanni Cianella
Nel novembre 1941 il giovane Giovanni Cianella, da poco diciannovenne, risponde alla chiamata alle armi recandosi all’ufficio matricole della caserma di Bologna che lo assegna al 6° Genio “Marconista” grazie al fatto che aveva frequentato un corso sull’alfabeto Morse a Giulianova. Verso il maggio dell’anno seguente Giovanni entra a far parte della 122a Compagnia “Marconista” impiegata in Croazia in lavori di costruzione di ponti radio, di installazione di trasmettitori e ricevitori. I militari di questa Compagnia ottenevano generalmente una licenza ogni 6 mesi e con la stessa frequenza cambiavano zona di lavoro; in linea di massima non pativano privazioni, si stava abbastanza bene e si mangiava al ristorante.
L’8 settembre 1943 Giovanni si trovava impiegato all’aeroporto di Pola (Istria), in un edificio posto, per questioni logistiche, sopra ad una collina, distante un 2 chilometri dalla zona di volo, con il compito di coordinare le procedure di atterraggio e di decollo dei velivoli militari.
L’attrezzo di lavoro di Giovanni e dei suoi compagni d’ufficio era il telegrafo (trasmissioni telegrafiche e radiotelegrafiche) ed è via radio che appresero, il pomeriggio, direttamente dalla voce del Capo del Governo, generale Badoglio, la notizia dell’armistizio tra Italia e anglo-americani. Mentre il resto della Compagnia si spostava altrove, il tenente telegrafava alla stazione radio “Imcaradio”, di cui Giovanni era il responsabile, dicendo che avrebbero dovuto arrangiarsi e non restare più lì. Questi allora comunicano al loro superiore l’interruzione del servizio e la loro dipartita; tuttavia il maggiore suggerì di aspettare, di non avventurarsi senza meta e, salito alla stazione radio, portò sigarette e dolci; disse loro di non partire a piedi, ma di rimanere in servizio ancora qualche giorno per assicurare la partenza degli ufficiali in aereo, alla fine anche loro sarebbero stati caricati su di un volo diretto in Italia. Ogni giorno il maggiore si recava alla postazione radio per rincuorarli e ogni volta i centralinisti chiedevano se ci fossero novità, finché la mattina dell’11 settembre, il maggiore in persona disse loro di tenersi pronti che tra poco sarebbe toccato a loro; difatti, poco dopo, comunicò di scendere portando con loro poca roba. Gli ufficiali erano già tutti partiti, mentre i soldati semplici si erano spostati su camion oppure a piedi.
Il tragitto dei tre telegrafisti, compreso Giovanni, avviene in una cornice di grandi manovre con la strada piena di mezzi militari in salita, diretti a Nord, in senso opposto ai tre che camminavano in discesa. Tanti camion che procedevano lentamente, stracolmi di soldati (un’intera Armata) che cantavano e gioivano sia per la fine della guerra che per il prossimo ritorno a casa; un compagno di Giovanni sale su un camion dopo aver riconosciuto alcuni compaesani di Padova e così restano in due, i soli contromano e pensierosi. A chiudere la carovana c’era una ambulanza militare ferma a causa di una foratura, pronta a ripartire con il solo autista a bordo il quale invita a salire i due telegrafisti giunti ormai a 4-500 metri dall’aeroporto; Giovanni non avrebbe voluto, ma il suo compagno, più anziano, accettò e così fece anche lui per non restare solo.
Alle porte di Pola però, tutti i mezzi furono bloccati e dirottati verso il piazzale di un campo sportivo da pochi tedeschi che avvertivano del pericolo di attaccati dai partigiani locali; intanto quasi tutti i militari e gli ufficiali avevano gettato le armi formando un mucchio e Giovanni non ne capì il motivo, lui era già disarmato avendo portato con sé soltanto il “quarzo” per disattivare la postazione telegrafica. Giovanni e il suo compagno si dirigono allora al forte dove era alloggiata la loro divisione centrale e dove di solito tornavano a dormire, ma lo trovarono occupato da soldati della marina; quando si presentarono, i marinai dicono che per tutta la mattina il loro maggiore li aveva cercati e dopo averli aspettati per un paio d’ore, con l’ultimo aereo era volato via.
Raggruppati in questa città c’erano un trentamila soldati italiani ai quali i tedeschi distribuirono volantini per organizzare quello che dicevano essere il trasporto verso l’Italia; ogni giorno partiva una nave con 1.600 militari circa senza conoscere la precisa destinazione. Giovanni partì con l’ultimo carico, era notte e l’indomani giunsero al porto di Venezia; i soldati notarono le persone che li vedevano mettersi le mani nei capelli mentre, per farsi strada tra le gondole sul Canal Grande, i tedeschi sparavano colpi nell’acqua. Giovanni ricorda un soldato fortunato che si gettò in acqua e fu salvato dal padre gondoliere. Infatti i veneziani avevano già visto tantissimi soldati italiani essere deportati come bestie in Germania.
Furono sbarcati vicino alla stazione ferroviaria dove un treno era ad attenderli, caricati in misura di 40 per vagone, partirono e capirono che non c’era più niente da fare, erano tutti prigionieri e i 4 giorni di viaggio non lasciarono dubbi sulla destinazione: Germania. Quando i soldati italiani furono fatti scendere, si trovarono vicino al Mar Baltico (“Armstain”), in un campo di raccolta e di smistamento da cui, dopo un paio di settimane, iniziarono le partenze degli oltre 40 mila prigionieri di tante nazionalità verso i campi di prigionia. Alcune scene e immagini rimasero tristemente impresse nella memoria di Giovanni: giovani soldati che da lontano sembravano dei vecchi; un grande carro si aggirava per le baracche raccogliendo cadaveri e moribondi assieme; c’erano poi dei mucchi di morti tra cui però qualcuno ancora si muoveva e dove a fare volume erano soltanto le teste, il resto erano poco più che scheletri. Il freddo in questo campo era insopportabile, si stava costantemente tra i –10 e i –15, in giro o in adunata tra ghiaccio e neve; Giovanni vide tra l’altro un gruppo di ebrei in fila, a piedi nudi, fermi sull’attenti, forse per punizione.
Giunse il giorno della partenza verso un campo di concentramento in cui, oltre agli italiani, c’erano alcuni ebrei segregati in una zona a parte; le guardie avvertirono che quegli ebrei erano malati (“tifo spidocchiale”) per cui non dovevano avere contatti né prendere alcunché da loro (ma, notò Giovanni, dopo tutto cosa potevano avere da dare ad altri prigionieri!). I soldati nazisti erano sempre imbellettati nelle uniformi, orgogliosi e fieri del loro compito di disumani carcerieri, curati nell’aspetto e con la pancia sempre piena, obbligavano questi ebrei che non si reggevano in piedi, magrissimi e malati, a caricare su un carretto pietre da 50-60 Kg da spostare ad un 15 metri di distanza; appena terminato l’insensato lavoro, daccapo bisognava riportare al punto di partenza i macigni e poi di nuovo fino allo sfinimento e alla morte: era la regola del lager la totale mancanza di senso. Giovanni ne vide un gruppo di una quindicina svolgere questo crudele dovere, mentre donne e bambini si diceva che fossero stati eliminati con il gas nelle “docce” o mentre dormivano.
Giovanni subì diversi trasferimenti in campi di lavoro svolgendo rispettivamente la funzione di muratore, di minatore, di tornitore, di agricoltore; in particolare ricorda la miniera di sale, a 1.000 metri sotto terra, da cui fu allontanato per l’avvicinamento del fronte russo e la successiva fabbrica di armi (producevano canne di fucile) dove fece il tornitore i erano di 12 ore, 6-18, oppure 18-6. In questi luoghi di lavoro c’erano anche dei civili che li comandavano e li schernivano, li maltrattavano e li sfruttavano; tra di loro i tedeschi si salutavano sempre dicendo “Hi Hitler”, e riferivano subito alle guardie armate se qualcuno gli si ribellava; accadde così che un giorno, in maniera inavvertita, un soldato tedesco diede un colpo con il calcio del fucile a un italiano prendendolo alle spalle e facendolo cadere a terra; lo portarono via e non fu più rivisto. Da quella volta, ogni volta che si scendeva in miniera con l’ascensore, Giovanni dava sempre le spalle alla parete e imbracciava la pala in posizione di difesa, soltanto quando passava qualche guardia (avevano la lampada più grande e si riconoscevano a distanza) lavorava; comunque i carrelli doveva riempirli, erano numerati e occorreva farne una quota prestabilita al giorno, altrimenti non si risaliva in superficie. Ogni tanto anche i tedeschi litigavano tra loro ed erano buffi perché non facevano a pugni, ma si cacciavano la cinta e gli scendevano i pantaloni.
Un altro episodio spiacevole riguarda il periodo in cui faceva il muratore assieme ad altri 11 prigionieri italiani; tutte le mattine si recavano sul posto di lavoro, a piedi, e non sempre erano sorvegliati; durante il tragitto, qualcuno di loro tentava vie alternative attraverso i campi innevati alla ricerca di qualcosa da mangiare; erano ben visibili dei mucchi ricoperti dalla neve sotto i quali però trovarono soltanto barbabietole da foraggio. Il mattino seguente, si portarono alcuni attrezzi per scavare e così riuscirono a scovare qualche patata intascandone un paio ciascuno. Accadeva così che ogni tanto si tornava a cercare da quelle parti, ma un giorno mentre erano intenti nella loro furtiva operazione, si incrociarono con un tedesco che camminava a passo svelto; loro fecero finta di niente, lo salutarono e aspettarono che si allontanasse. Poi ripresero a scavare, ma il tedesco si volta di colpo e, da circa 150 metri, inizia a sparare con la pistola mentre loro si danno alla fuga. Tornati al campo, la sera, il responsabile del gruppo, un bersagliere di Roma che prima della guerra lavorava in Germania, fu riempito di botte e poi rinchiuso in bagno. A turno, tutti i 12 prigionieri, furono interrogati, ma per fortuna l’interprete era sempre lo stesso italiano che fece combaciare le dichiarazioni di tutti e non ci fu ulteriore punizione.
Lo sfollamento definitivo dalla zona vicina al fronte avvenne in treno per un 100 Km, poi si proseguì a piedi per una ventina di giorni; la sera ci si fermava in certi paesini dove, in grandi pentoloni, venivano cucinate patate per tutti (3-4 ciascuno) e si dormiva in fienili o dentro alle chiese che nella notte tremavano per le cannonate sparate poco lontano. Mentre i prigionieri si muovevano in processione, sopra di loro passavano, talvolta, aerei che mitragliavano i mezzi, ma non gli uomini sebbene la paura ed il rischio di essere colpiti fossero grandi.
Con un salto nel tempo di alcuni mesi, siamo nell’aprile del 1945 e Giovanni tra altri 140 prigionieri era in marcia assieme a tanti civili che sfollavano anche loro dalle zone sottoposte ad incursioni aeree. Le guardie delle SS quasi non si curavano più di loro e così ad un bivio mentre tutti giravano a destra, Giovanni e un suo amico di Bari, più anziano e quasi un fratello maggiore, pensarono che svoltando a sinistra sarebbero andati o dalla parte dei russi, o dalla parte degli americani, ma comunque verso la liberazione; presa questa via deserta, incontrarono due individui in divisa delle SS, disarmati, che chiesero se fossero italiani e se avessero abiti civili. Erano due ex prigionieri russi che avevano collaborato con i tedeschi e che ora, accerchiati tra russi e americani, temevano di essere uccisi. Giovanni diede loro un paio di pantaloni stretti, era l’unico aiuto che poteva offrire e poi si salutarono; poco più tardi, Giovanni e il suo caro amico si fermarono a mangiare un po’ di patate con zucchero cotte la sera prima. Proseguendo il cammino incrociarono altri due italiani sbandati come loro con i quali si unirono; Giovanni portava con sé un bottino di un trenta chili di patate che una generosa famiglia gli aveva dato senza volere niente in cambio (avevano un po’ di soldi guadagnati da “liberi lavoratori”, avevano ricevuto 5 marchi per ogni giorno di lavoro). Ora il problema era cucinare quelle patate visto che dopo ore di cammino, la fame già mordeva lo stomaco; non solo non avevano niente per far bollire le patate, ma accendere un fuoco era pericoloso per il continuo passaggio di caccia, d’altronde era l’unica risorsa di cibo non avendo la tessera per comperare cibo nei negozi tedeschi. Giovanni era l’unico dei quattro a saper affilare due-tre parole in tedesco e con quelle domandò ad una signora in una casa di periferia di poter cucinare le loro patate, pagando anche se fosse necessario. Cordiale e disponibile la donna rispose che quando avrebbe acceso il gas avrebbe cucinato anche per loro. Ancor di più Giovanni e gli altri sentirono di dover risarcire la donna che doveva usare il gas, infatti nessuno di loro sapeva cosa volesse significare e quanto potesse costare; lasciarono 15 marchi e attesero nei dintorni l’ora del pranzo fatto delle solite patate ma con la sorpresa dell’omaggio di un uovo lesso ciascuno.
I quattro ripresero il cammino, entrarono in una cittadina e notarono una costruzione che, vista da vicino, si rivelò essere una batteria contraerea abbandonata; pensarono di utilizzare quello spazio per la notte, ma all’imbrunire un anziano chiuse il piccolo edificio. Di nuovo in cerca di uno spazio per dormire, si diressero verso il centro e chiesero se ci fosse un posto di accoglienza per gli sfollati, ma furono invitati a dirigersi verso Bonn; riposero che proprio da quella direzione venivano e così fu loro trovata una sistemazione improvvisata, ma accettabile. Nella notte risuonavano le cannonate e il suolo su cui riposavano tremava e sussultava.
Il mattino videro donne a bambini per strada con bandierine bianche: stavano arrivando gli americani con i carri armati che distribuivano sigarette e cioccolata; l’invasione proseguì in direzione di Bonn e Giovanni con gli altri tre compagni, si decisero a seguirli; loro non avevano neppure gli zoccoli ai piedi, a differenza dei soldati americani che disponevano quasi di un mezzo motorizzato ciascuno. Giunti in città notarono una gran fila di tedeschi con la tessera nei pressi di un panificio; Giovanni propose di provare a chiedere anche loro, ma gli altri erano sfiduciati: italiani e per giunta senza tessera, non avrebbero mai avuto qualcosa! Caparbio, Giovanni si mise dietro alla coda ad aspettare quando una donna addetta alla distribuzione lo prese in disparte e acconsentì alla richiesta di 1 Kg di pane senza neppure voler essere pagata; era stata la giacca militare che Giovanni ancora aveva con sé a dar luogo all’equivoco di essere scambiato per un soldato americano, mentre forse la donna non s’era avveduta dei pantaloni da civile tutti strappati, dei piedi quasi scalzi, della scheletrica corporatura e dell’aspetto trasandato, tratti tipici degli ex prigionieri. Mentre erano in giro per la città, alcuni soldati americani li fermarono per un controllo e Giovanni chiese loro un qualche mezzo per trasportare le poche cose che avevano; allora questi fermarono un tedesco che passava con la bicicletta, gliela requisirono e la diedero agli italiani. Poco oltre un altro soldato li conduce in un fabbricato dove erano alloggiate una quarantina di persone, ex prigionieri che lavoravano in quell’edificio prima della liberazione; inoltre lì vicino c’era una caserma ormai abbandonata dalla quale era possibile racimolare vestiti e coperte. In questa sistemazione Giovanni e gli altri rimasero un paio di mesi durante i quali almeno ebbero da mangiare e un poso per dormire, non si stava male e anzi “anche le donne erano fiere di poter avere un cavaliere italiano”.
Il fiume che attraversa la città di Bonn divenne il criterio per dividere le zone di competenza tra russi e americani; Giovanni e tanti altri prigionieri, circa un 30.000, capitarono nella zona russa e furono trasferiti in una grande caserma, ricevendo vitto regolare e dormendo pressoché per terra. Ai prigionieri adunati nello spiazzo, un ufficiale fece un discorso in russo, tradotto da un interprete: si comunicò loro che lì non c’era possibilità di impiego per loro ed era brutto vedere tanti giovani in giro senza meta, per cui si chiedeva di non affollare la città durante le ore lavorative, ma di restare nella caserma e aspettare un pronto rimpatrio. Dopo una ventina di giorni iniziò un trasferimento a piedi per un 15 Km, fino cioè a raggiungere la zona di competenza americana; qui si sistemarono in aperta campagna, ricevendo gli alimenti dagli americani e dormendo sotto alle piante. Giovanni era riuscito a portarsi con sé una coperta, piccolo conforto nelle notti che passava, assieme ad altri quattro italiani suoi amici, sotto un ponticello; nonostante questa precaria copertura, una notte venne un violento temporale che inzuppò tutti. In questo raggruppamento di prigionieri, Giovanni si incontrò con un compaesano, compagno di tanti lavori nelle campagne vicine di Colleranesco, era Donato Cinthi che andava in giro, osservando se riconoscesse qualcuno. A dorso nudo, in pantaloncini corti e ancor più scuro del suo solito colore della carnagione, Donato si avvicinò a Giovanni chiedendogli di dove fosse; Giovanni, un po’ scherzosamente, vedendolo di un colorito così nerognolo, rispose: “di sicuro non sono delle tue parti!”. Ma Donato, che credeva di averlo riconosciuto, gli chiede se non fosse abruzzese, e Giovanni replica dicendo di Teramo…qualche attimo e Donato gli fa: “ma tu non sei Giannino di Cianella!”. Immediatamente si abbracciarono e tra una lacrima e un sorriso si raccontarono le loro storie di prigionia.
In seguito iniziarono ad arrivare camion americani che caricavano i prigionieri a gruppi di 40 al giorno, per condurli alla stazione più vicina e poi in treno fino a Bolzano. Gli americani distribuirono fogli dicendo di comporre i gruppi con i nomi e quello di Giovanni portava il n. 242 di chiamata; intanto Donato era stato tra i primi a partire, mentre Giovanni lasciò questo posto dopo una ventina di giorni. Gli americani distribuirono un paio di scarpe ogni 60 prigionieri e poi a sorte si decideva chi li avrebbe presi: in questa occasione Giovanni fu davvero fortunato, ne aveva proprio bisogno, le sue scarpe in legno toccavano quasi terra e bisognava trascinarle per non perderle. Dopo un paio di giorni, ci fu un’altra distribuzione, questa volta maglie ogni 45 soldati e anche questa volta tra i fortunati ci fu Giovanni.
Era il primo di agosto del 1945 quando raggiunse Giulianova. Ancora oggi Giovanni sottolinea la preziosità delle patate e anzi si arrabbia se quando vengono pulite si toglie più buccia del dovuto ricordando ogni volta che lui per tanto tempo ha mangiato soltanto quelle bucce per sopravvivere.
Luigi Cicconi 
Partito nel maggio del 1938 Luigi Cicconi fu destinato alla zona Nord sul confine francese e qui rimase per presidiare quei territori abbandonati dalle truppe francesi e che erano stati occupati dall’esercito italiano grazie alla forza dei tedeschi nell’imporre la resa alla Francia. Il compito assegnato al soldato Gino era di sorvegliare un’armeria, per il resto la vita militare scorreva abbastanza tranquilla in quel posto di montagna freddo e solitario.
Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gran parte dell’esercito italiano si sbandò, senza più né ordini né consigli e l’intera caserma situata in territorio francese composta di circa 300 soldati, fu disarmata tranne qualcuno che riuscì nella fuga; bastarono 3-4 tedeschi a fare tutti prigionieri. Gino finì rinchiuso in territorio italiano, a Foligno; qui infatti Gino doveva restare a svolgere lavori interni in una caserma senza poter né uscire né tanto mento raggiungere il suo paese.
Gino fu libero di tornare a casa soltanto quando, nel settembre 1944, i tedeschi furono costretti a ripiegare a seguito dell’avanzata dell’8ª armata inglese che dopo aver superato il duro fronte sul Sangro, si apprestava a risalire la penisola. Di lì a qualche mese Gino si sarebbe sposato per dar corso alla sua vita senza più guerra attorno, ma col perenne ricordo di quella spaventosa esperienza vissuta dentro e fuori di lui.

Giovanni Cinaglia 
La vita militare di Giovanni Cinaglia inizia con un lungo viaggio verso Palermo per essere arruolato nel X Reggimento Bersaglieri e, dopo sei mesi di istruzione nel campo siculo, si imbarcò per la Tunisia assieme al suo Battaglione nel novembre 1941. All’epoca la Tunisia era ancora una colonia francese, ma era presidiata, oltre che da contingenti francesi e marocchini, anche da truppe inglesi che furono, in una prima fase del conflitto, sconfitte dalle armate italiane e tedesche in avanzata.
La funzione assegnata al soldato semplice Giovanni era di fare da attendente ad un capitano medico così che non era impiegato in prima linea; a seguito di uno scontro favorevole agli alleati, Giovanni, assieme ad altri due tre militari, riuscì a fuggire a bordo di una piccola ambulanza e a tornare al campo base ad una quarantina di Km di distanza.
Durante la primavera del 1943 si intensificarono le incursioni aeree angloamericane tanto da costringere ad una continua dormiveglia i soldati italiani durante la notte.
Il 5 maggio 1943 l’intera Tunisia fu occupata dagli alleati e le forze dell’Asse furono costrette a ripiegare verso la Libia e fu durante questa ritirata che Giovanni fu preso prigioniero. Il capitano del contingente italiano consegnò le armi, i mezzi e le insegne agli inglesi e tutti i prigionieri furono condotti dapprima in un campo dell’aviazione e poi in un campo di concentramento. Durante le procedure di smistamento gli inglesi chiedevano chi avesse il tesserino della croce rossa e, dal momento che Giovanni era tra questi, assieme ad altri quindici, fu portato in un ospedale da campo, mentre tutti gli altri furono destinati ai lavori nei campi. Tra le altre occupazioni, Giovanni si improvvisò barbiere con una macchinetta per tosare le pecore, mentre per il resto del tempo era impiegato in ospedale come collaboratore di una “sister”, una crocerossina inglese. Il vitto era buono dal momento che mangiava con il personale dell’ospedale.
Inseguito Giovanni fu trasferito, sempre sotto il controllo degli inglesi, in Italia sul finire del 1944; sbarcato a Napoli, rimase per 3-4 mesi a lavorare in un pastificio assieme ad altri prigionieri e uno di questi, un barese, ottenne una licenza così che provò a farne richiesta anche lui. Gli diedero un 7 più 4, una licenza scritta in italiano e in inglese, e razioni di cibo per 15 giorni. Zainetto alle spalle, Giovanni si fa accompagnare da un passante col carretto fino alla stazione e poi in treno raggiunge la stazione semi distrutta di Foggia. A bordo di un camion militare, raggiunse Ortona, o meglio, quello che restava di questa città rasa al suolo; un contadino gentile diede loro un passaggio col carretto fino a Pescara, erano in 4. Per non continuare il viaggio a piedi, Giovanni cercava di fermare tutti quelli che passavano, finché fu a bordo di un camion tedesco raggiunse la stazione di Giulianova. Terminata la licenza, Giovanni per senso di gratitudine, volle tornare a Napoli; dopo poco tempo, il suo presidio fu trasferito a Imola per poi essere di nuovo spostato vicino Roma, tra le montagne. La fine degli spostamenti lo riportò al punto di partenza, Palermo dove percepì un minimo di denaro e fu definitivamente congedato nella primavera del 1945.

Donato Cinthi 
Donato Cinthi è partito volontario il 20 agosto 1942 per Ancona e poi per Venezia, arruolato nella marina, compì l’addestramento, il giuramento e infine l’imbarco nei primi di ottobre su di un incrociatore destinato nel Mar Mediterraneo. Tra le località attraversate Donato ricorda Pantelleria, il porto di Tripoli e il primo attacco subito da parte degli inglesi nel largo di Lampedusa; un altro attacco avvenne nel porto di Taranto, qualche giorno prima dello sbarco in Sicilia delle forze anglo-americane. A bordo c’erano comandanti e ufficiali fedeli al re, altri fedeli a Mussolini, e quindi spesso scoppiavano liti e discussioni sui futuri della guerra e su chi sarebbero stati i vinti o i vincitori.
Renato era impegnato alla punteria dei cannoni (posizionamento dell’alti-metro e del metri-metro) e ogni tanto gli facevano sparare senza colpire i bersagli, erano le prime azioni di sabotaggio degli ufficiali fedeli al re e contrari alla guerra contro gli anglo-americani e all’alleanza con i tedeschi.
Intanto già tante imbarcazioni mancavano all’appello, affondate dagli inglesi tra cui la Gorizia, la San Marco, la Silvio Pellico; più volte la nave sulla quale si trovava imbarcato Renato fu affondata dagli inglesi: una prima volta si è ritrovato, stordito, nell’ ospedale del campo di Lampedusa dopo che erano stati attaccati da navi più grandi e potenti (le si cercava sempre di evitare) supportate da caccia e furono colpiti da un siluro e affondati. Una seconda volta, durante la quale perse la vita un suo compagno Vincenzo Staffilani, in cui diversi aerei (a due fusoliere) costrinsero l’equipaggio di circa mille soldati a buttarsi in mare e i sopravvissuti restarono per più di venti ore aggrappati ai resti della nave; lo scontro era avvenuto di sera, mentre i superstiti furono recuperati il giorno seguente, sopo mezzogiorno, grazie ad un aereo da ricognizione che li avvistò, ma in centocinquanta non ce la fecero.
L’8 settembre 1943, fatidico giorno dell’annuncio dell’armistizio tra Italia e forze alleate, la nave sulla quale si trovava Renato era ancorata a Venezia; in tarda mattinata il comandante della nave dichiarò di volersi allontanare dal territorio settentrionale per raggiungere il re a Brindisi (le notizie della fuga da Roma era trapelata nonostante la segretezza) ed ordinò ai suoi marinai di prepararsi per la partenza che sarebbe avvenuta quella sera stessa; ed invece l’intero equipaggio fu fatto prigioniero da due soli tedeschi che successivamente affondarono la nave ormai vuota. Renato si era preparato per la sua libera uscita con l’avviso di rientrare non alle dieci come al solito, ma alle otto per poter partire quasi di sorpresa. Forse una spia riferì del proposito di salpare e così, nel pomeriggio prima della libera uscita dei marinai, verso le quattro, i due tedeschi con i mitra puntati costrinsero tutti a dirigersi a piazzale Roma. In mezzo a tanta confusione, i marinai trascorsero l’intera nottata in attesa; all’alba i tedeschi incolonnarono tutti i prigionieri fino a condurli, a piedi, alla stazione di Mestre; ogni venti-trenta soldati c’era un tedesco in moto che vigilava che nessuno si allontanasse. Renato ricorda che durante il tragitto gli cadde vicino il cannocchiale di un tedesco che lui raccolse e restituì ricevendo per ricompensa una stecca di cioccolato.
Giunti alla stazione, furono stipati dentro a vagoni merci e su carri per il bestiame, per essere condotti a Verona dove sostarono ventiquattro ore. Alcuni tentavano la fuga e altri erano già fuggiti; si ritrovarono in 1.800 circa tra marinai, soldati dell’esercito e alpini.
Nel vagone assieme a Renato erano capitati 4 alpini con cui spesso parlava per rassicurarsi un po’; il macchinista aveva fatto passare la voce di cercare di scappare gettandosi dal treno nei punti in cui si rallentava, magari vicino ad un burrone visto che i tedeschi avrebbero di sicuro sparato. I 4 alpini, sui 35 anni, erano di sicuro più maturi ed esperti del giovane e spaventato Renato che si affidò al più anziano il quale propose di non tentare di fuggire. Durante il tragitto un suo conoscente, Francesco Faonia (Ciccu’) riuscì a gettarsi dal treno e a scappare.
I convogli carichi di militari arrivarono, dopo una ventina di giorni di viaggio, ad un primo campo, denominato “nono C”, situato vicino Berlino; furono tutti adunati al centro del campo, erano sui 15.000, e fu chiesto chi volesse andare volontario a continuare la guerra a fianco dei tedeschi; gli aderenti venivano equipaggiati e mandati al fronte e tra questi due compagni di Renato di Giulianova, di cui l’uno sembra fosse Osvaldo, un ex portiere del Giulianova, soprannominato Ggiattò e l’altro non ricorda. Accettare voleva dire poter uscire dal campo di prigionia, ma, oltre ad essere esausti e sfiduciati dalla guerra, la paura era anche quella di finire sul fronte russo sebbene a chi rispondeva con un “si” veniva assicurato di essere mandati a combattere in Italia.
Rimasero circa un mese vicino Berlino, ogni giorno tutti i militari italiani prigionieri venivano riuniti nel piazzale del campo per l’intera giornata e ascoltavano i discorsi in tedesco, tradotti da un interprete, rivolti a coloro che ci avessero ripensato nel voler essere arruolati e partire entro breve tempo verso l’Italia. Renato restava quasi sempre vicino ai 4 alpini che tra l’altro avevano ancora qualcosa da mangiare e ogni tanto gli davano, a lui che non aveva con sé niente, una fettina di lonza oppure soltanto la budella.
I primi giorni restarono quasi tutti senza rancio, anche se all’ingresso di ogni capannone, nei quali a gruppi di 40 dormivano ed erano stati ripartiti, c’era una tinozza con uno strano miscuglio, era bietola secca fatta bollire; loro guardavano la poltiglia color marroncina, la odoravano sentendone il puzzo e disgustati preferivano non assaggiarla affatto. Quando poi, costretti dai morsi della fame, hanno iniziato a cibarsi di quell’intruglio, Renato ripensa ad una spazzola per pulire le scarpe che si ritrovò nel piatto a pietanza terminata, spazzola che ha conservato per ricordo fino a pochi anni fa.
Dopo i primi tempi, esauriti i moniti per reclutare quanti più possibile, iniziarono a costituirsi campi di lavoro; a piccoli gruppi di 14 prigionieri (ma a volte erano in 20, 40 o anche 50) venivano trasferiti in case, requisite dalla milizia tedesca, con camere munite di stufa a carbone, lavandino e gabinetto. Nel gruppo di lavoro con Renato si ritrovarono alcuni suoi compaesani, Umberto Del Toro del Convento di Mosciano, Luigi Pica di Giulianova, Pierino D’Ambrosio di Cologna Spiaggia; all’interno della casetta in mattoni dormivano in 4 per ogni cameretta ed erano sorvegliati da uno, a volte due soldati tedeschi che il mattino li conducevano sul posto di lavoro a circa un chilometro di distanza.
C’era un soldato, un fervente credente che pregava sempre e diceva il rosario convinto che il Papa li avrebbe liberati tutti per Natale; intanto il tedesco di guardia spiava e un mattino gli disse a questo soldato che con il Padre Nostro e l’Ave Maria non avrebbe avuto niente da mangiare, doveva lavorare per ottenere qualcosa.
A gennaio del 1943 la neve raggiunse il metro e mezzo d’altezza e in queste condizioni era impossibile lavorare; fino ad allora i prigionieri avevano avuto il sabato libero e se ne stavano in un bosco sperduto; ma spesso le famiglie chiedevano al soldato tedesco qualche prigioniero per tagliare la legna (questi ovviamente non potevano rifiutarsi) e imbracciata una lunga sega di un metro e mezzo, tagliavano prima e spezzavano poi la legna con l’accetta; almeno poi ricevevano in compenso un po’ di cibo: farina di segale non passata con crusca, impastata con patate e cucinata con sugo di carne, il tutto fatto a polpette. Anche se questa occupazione avveniva durante il sabato di riposo, c’era sempre una zuffa per andarci e conquistarsi il prelibato piatto tedesco invece della solita brodaglia di patate lesse e verdura secca.
Renato rimase per tre mesi, da fine ottobre a fine gennaio 1943 in questa sistemazione; ogni 15 giorni veniva la visita medica di controllo a casa, invece la loro disinfezione e i bagni venivano fatti una volta al mese in una apposita clinica che raggiungevano con il treno e qui si incontravano con tanti altri prigionieri italiani. Ogni volta che faceva queste operazioni gli mancava qualcosa, in particolare Renato era affezionato ad un paio di pantaloncini della marina, bianchi con una striscia blu, che perse o forse gli rubarono.
La notte l’acqua si gelava e la mattina dovevano rompere il ghiaccio per lavarsi il viso, mentre la sera lavavano i piedi e i calzini e soltanto il sabato si cambiavano i vestiti. Purtroppo chi gli dormiva sotto era assai sporco, non si lavava mai e prese la scabbia e rischiava di infettare tutti gli altri. Durante un controllo questo non voleva farsi visitare, ma fu Renato a dirlo al dottore di visitarlo e difatti, tolti i vestiti, si vide il corpo tutto insanguinato. Anche Renato fu portato in ospedale per una pelle raggrinzita, ma era una sua caratteristica naturale da cui ovviamente non poteva guarire, mentre l’altro, dopo 3, giorni fu dimesso e riportato al campo di lavoro. In questo ospedale della croce rossa Renato stava assieme a tanti piloti anglo-americani feriti e lui era tra i pochi che potevano camminare; allora lui faceva da tramite tra questi soldati che avevano sigarette e cioccolata da scambiare con vestiti che alcune donne tedesche venivano a portare nei pressi dell’ospedale; tuttavia Renato doveva andare fuori e, senza essere visto, faceva gli scambi attraverso il reticolato. Rimase per un mese e mezzo in questa buona sistemazione, finché fu sorpreso nella sua illecita attività e fu mandato in un campo di smistamento, ma almeno si era rifatto la biancheria. Lo spostamento avvenne sotto la guardia di un soldato anziano che, nel lungo e lento tragitto in treno, si fermava in tutte le stazioni per bere birra che ogni volta offriva anche a Renato; partiti la mattina, giunsero a destinazione a notte inoltrata così che Renato non trovò altro spazio che un tavolo, all’interno della baracca, e sul quale si addormentò. Durante la notte iniziò a sentirsi male per la troppa birra bevuta e con un gran bisogno del bagno chiese più volte agli altri prigionieri dove dovesse andare, ma nessuno rispondeva. Decise allora di uscire fuori e di urinare all’aperto, vicino alla porta d’ingresso, quando una sentinella tedesca che lo vide sparò un colpo e lui rientrò dentro tutto spaventato. Il mattino seguente entra un soldato che, dopo l’appello di rito, chiede chi fosse il responsabile dell’uscita non autorizzata della notte passata; nessuno si fa avanti, Renato era agitato e non sapeva la punizione che lo avrebbe atteso. Intanto a tutti i quaranta membri della baracca furono sospesi il rancio e l’uscita all’aperto; già il cibo era scarso, ora senza neppure quel pò si rischiava di morire e così, dopo tante ore durante le quali il tedesco era più volte tornato a chiedere del colpevole, Renato confessò. Poco dopo i prigionieri del campo furono adunati nella piazza, erano in circa 15.000 e Renato fu rimproverato davanti a tutti di essere un maleducato, uno schifoso e un incivile, poi fu rinchiuso in prigione. In questo campo si rimaneva per poco tempo, arrivavano sempre nuovi prigionieri e gli altri venivano trasferiti nei campi di lavoro; Renato per punizione fu qui trattenuto a svolgere lavori di pulizia, ad aiutare i cucinieri, a trasportare merci; una guardia armata, un soldato anziano, lo seguiva ovunque e all’ora di pranzo Renato si prendeva la crosta del pane che quello lasciava perché non aveva più i denti buoni. Inoltre in cucina Renato raccoglieva i rimasugli di certe brodaglie, ci inzuppava le sue croste e mangiava sempre la stessa roba; in seguito iniziò ad avere la dissenteria, andava da corpo senza riuscire a trattenersi, finché non smise di prendere quei resti dalla cucina e gli passò. Ormai Renato era in confidenza con l’anziano soldato e lo supplicò di farlo liberare da questo trattamento e pochi giorni dopo anche Renato fu trasferito, inserito in un gruppo di 20 persone che a piedi fu diretto verso Weimar. Tra i soldati tedeschi di guardia, c’era uno zoppo dal quale Renato cercò di avere un po’ di notizie sull’andamento della guerra: questi era stato ferito in battaglia, proprio in Abruzzo, e il fronte era fermo ad Ortona, era il maggio del ’44; quelle zone gli erano piaciute ed anche il cibo, in particolare i maccheroni, era buono, ricordava il soldato. Renato fu preso da una forte nostalgia e da sconforto sapendo così lontani i suoi possibili liberatori e sapendo che anche le sue zone stavano subendo i traumi della guerra.
A seguito di questo trasferimento la nuova mansione divenne costruire rifugi nella città di Weimar; il tempo era spesso brutto e questi venti lavoratori, tra cui Renato, erano sempre sporchi e infangavano il bagno pubblico che usavano di frequente visto che la loro debolezza li costringeva a visitarli di frequente; di regola chi svolgeva queste attività faticose otteneva una razione doppia di cibo rispetto a quella del campo, ma loro non avevano avuto questa aggiunta. I cittadini tedeschi disprezzavano questi prigionieri italiani, li chiamavano “Badoglio” e dicevano altre incomprensibili parole e addirittura un giorno, mentre un compagno di lavoro di Renato, sentitosi poco bene, stava accasciato nel bagno, fu ricacciato a calci. Immediatamente scoppiò una rivolta, i venti italiani picchiarono questi tedeschi e con i loro attrezzi in mano, disarmarono l’unica guardia che li sorvegliava. Dopo poco giunsero soldati di rinforzo e furono rinchiusi per 2-3 giorni nella baracca dove dormivano; un di queste notti, furono tutti svegliati e a ciascuno fu chiesto se intendeva continuare a lavorare oppure no. Il mattino seguente, i dissidenti che erano stati portati via furono rimpiazzati con nuovi venuti e, ricomposto il numero di 20 lavoratori, con una guardia tedesca che venne a prenderli, iniziarono un nuovo compito. Erano personale ausiliario per le operazioni delle caserme, pulivano, aiutavano in cucina e trasportavano merci; nel complesso il tenore di vita migliorò, si mangiava abbastanza bene e non venivano più maltrattati.
Il 24 agosto 1944 gli internati militari divennero “liberi” lavoratori, con la possibilità quindi di poter uscire dal campo, ma non di allontanarsi troppo, non si era più sorvegliati dai soldati, ma la Gestapo non avrebbe tollerato la minima scorrettezza. Tuttavia Renato e il suo gruppo continuarono come niente fosse accaduto poiché l’ordinanza non riguardava chi svolgeva mansioni legate agli ambiti militari, mentre gli altri del campo, gli occupanti di 5-6 baracche, furono mandati fuori a cercare lavoro e a guadagnarsi da mangiare. Il 24 ottobre anche Renato e gli altri poterono usufruire di questo relativo miglioramento di condizione e lui in particolare fu mandato nella fabbrica della Mercedes Benz; Renato indossò una splendida tuta blu con berretto ed ebbe in dotazione anche una cassetta degli attrezzi, poi fu condotto alla sua postazione, davanti ad un motore da assemblare. Renato non aveva mai visto un motore, non sapeva dove mettere le mani, gli altri operai lo guardavano e lui guardava loro mentre provava a darsi da fare; dopo una giornata e mezza Renato venne convocato in ufficio e gli riferirono di un malinteso, non era lui l’esperto meccanico che avevano richiesto; restituì la divisa e intascò la retribuzione dovuta.
Durante la prigionia, la paga giornaliera era di 1 marco e 7 sigarette e grazie al fatto che Renato non fumava, aveva accumulato un po’ di soldi; era una vera e propria malattia quella del fumo, molti spendevano i loro risparmi pur di avere sigarette che rappresentavano una delle merci più richieste e barattate. Con il suo gruzzoletto, Renato andava a zonzo per la città, scherzava con le donne, regalava sigarette agli amici e mangiava a ristorante; la notte si tornava sempre nelle baracche del campo a dormire e c’era un maresciallo che vigilava gli ex prigionieri il quale notò che Renato tornava prima degli altri e stava spesso a spasso; dopo alcuni giorni questi disse: “oh Rino – così lo chiamavano tutti – ma tu dove lavori”; Renato mentì e rispose di essere impiegato in una fabbrica di cannoni lì vicino al campo; passa una settimana e ancora il maresciallo gli chiese quali fossero i suoi turni visto che se lo ritrovava sempre in giro. Come se lo dicesse ad un padre, Renato confessò che non faceva niente, poi fu rimproverato poiché di disoccupati in Germania non dovevano essercene, lo ammonì il maresciallo che gli scrisse un biglietto da presentare all’ufficio del lavoro. Qui era impiegata una signorina napoletana, Maria, alla quale Renato si raccomandò per avere una buona collocazione e per ringraziamento gli lasciò alcune sigarette; il mattino seguente, con tutte le sue cose, Renato si presenta e gli propongono di andare a lavorare con una signorina, Erica, lì presente, che aveva fatto richiesta, e gli chiedono se sapeva fare il contadino: ovviamente “Rino” accetta anche con orgoglio, era il suo mestiere. Inoltre gli viene chiesto se avesse un compagno da portare con lui e così, dopo essere tornato alla baracca, torna con  Giuseppe Rosario, un siciliano un po’ sfaticato che dopo un po’ sarà mandato via. In autobus raggiunsero il casolare a circa 4 Km dal centro, un paesino chiamato “Ulla”; in casa c’erano soltanto la madre e il nonno della signorina con due ragazze, Natasha e Rita, ed un uomo russi che svolgevano varie mansioni. Probabilmente c’erano stati dei diverbi con il russo visto che, dopo aver mostrato a Renato gli animali, gli attrezzi e quale sarebbe stato il suo compito, andò via; Renato doveva svolgere tutti i lavori di campagna legati all’uso dei cavalli e ovviamente doveva accudire questi. Alle 4 del mattino erano già tutti in piedi e ognuno si dedicava al proprio compito in quella estesa campagna oppure nella stalla dove c’erano alcune mucche da latte. Da ottobre ad aprile i giorni si ripetevano tutti uguali, il mangiare era buono e sufficiente, e un paio di volte tornò il marito della signora dal fronte. Era il sabato santo, Pasqua veniva il primo di aprile, e la padrona disse a “Rino” di aggiustargli la carrozza, avevano paura e volevano partire poiché i russi stavano avvicinandosi; nel borgo anche le altre famiglie contadine si prepararono per la partenza. Dato che il sabato era una giornata non lavorativa, se ne approfittava per andare al bar, a fare due chiacchiere o una partita a carte con altri ex prigionieri italiani, russi o polacchi; nel pomeriggio, arrivarono al bar anche l’amministratore della città e il prete i quali chiesero a Renato cosa avrebbe fatto, se sarebbe partito oppure no: riteneva inutile fuggire, da un lato stavano arrivando gli americani, dall’altro i russi, e non aveva più paura degli uni o degli altri, sebbene c’era chi affermava che i russi mangiassero i bambini. Inoltre Renato non sapeva quanto fosse distante il fronte e così andarono a discutere nella canonica, con una cartina alla mano; infatti Renato sapeva di essere vicino Weimar, ma ignorava dove fosse questa città in Germania. Gli dissero che gli americani erano a circa 20 Km, i russi ad una decina e Renato ribadì che era inutile spostarsi di lì e anche il “sindaco” fu d’accordo con lui, così che diede l’ordine a tutti di non partire.
Il 12 aprile i primi ad entrare a Weimar furono gli americani, Renato gli si incamminò incontro e fu caricato su una jeap; tante volte Renato aveva sentito parlare di un terribile campo di concentramento situato lì vicino (4 Km), ma lui non ne aveva mai visto che una ciminiera che fumava ininterrottamente; altre volte aveva visto colonne di ebrei passare (una volta erano sui 3.000 in fila per 6-8), trattati come schiavi, impiegati nello sgombero dalle macerie nelle strade o negli edifici. Talvolta si diceva che i ribelli sarebbero stati portati per punizione in quel campo, il campo di Buchenwald, ed ora, a bordo della jeap degli americani in ispezione che gli chiedevano alcune informazioni (soldati tedeschi o armi lì presenti, quanti ex prigionieri), entrò in questo terribile e spaventoso luogo; un sergente iniziò a scattare alcune foto e una di queste la consegnò a Renato, un fotogramma di un macabro spettacolo, migliaia e migliaia di scheletrici cadaveri, sparsi e ammucchiati per terra che ora gli americani stavano caricando sui camion almeno per seppellirli. I pochi superstiti non ce la facevano neppure a parlare, appena riuscivano a seguire le manovre con gli occhi spenti e avviliti, non sapevano più gioire nemmeno ora che per loro era giunta la liberazione che a quanto pare fu soltanto fisica, nella mente la loro vita non sarebbe più tornata normale.
 Gli americani continuarono la loro opera di perlustrazione entrando nelle case, ma non trovarono nulla di minaccioso, tuttavia presero 4 tedeschi e chiesero a Renato se li conoscesse; gli ufficiali erano un generale e un sergente che conosceva l’italiano (viveva in America, ma era di Salerno) presero Renato come punto di riferimento per avere informazioni sulla zona e lui gli disse che li conosceva e che erano brave persone; furono così rilasciati e Renato fu abbracciato e ringraziato dal prete, dal sindaco e da tutti gli altri. Ma un cruento episodio doveva vederli spettatori, infatti gli ufficiali americani decisero che dovevano comunque giustiziare un tedesco e diedero a Renato il gravoso compito di scegliere il malcapitato; Renato si rifiutò e mentre non capiva il perché di questa azione, supplicava di non farlo. Infine presero di mira un vecchietto, stava spesso al bar e si ubriacava, ma era innocuo: spararono una raffica di mitra contro un muro, l’anziano rotolò a terra. Renato rimase scioccato e impressionato, ora che avrebbe potuto festeggiare per la fine della guerra si accorse che la guerra non era affatto finita.
.Renato rimase in questo paesino, di giorno andava a lavorare in campagna, e la sera, per stare in compagnia, raggiungeva una distesa nella quale erano stati raggruppati tantissimi ex prigionieri, erano sui 30.000 e qui Renato riconobbe diversi conoscenti tra cui Giovanni Cianella, compaesano con il quale aveva più volte fatto a scambio aiuto nei lavori in campagna. La zona era attraversata da un fiume che divideva nelle due zone di gestione tra russi e americani, ma durante il giorno si poteva circolare tranquillamente da una parte all’altra, finché iniziarono ad arrivare i camion per portarli, un po’ per volta, alla stazione e quindi verso l’Italia. Renato, un po’ perché andava sempre in giro, un po’ per fortuna, capitò nel primo carico. Il viaggio avvenne in treno, con carrozze di tutti i tipi, ma le più erano aperte e sporche di carbone; la prima sosta fu a Monaco di Baviera dove ricevettero un pasto e furono invitati a lavarsi in un fiume dall’acqua gelata, per poi essere visitati da un gruppo di infermieri. Proseguendo, la prima città italiana fu Trento dove ricevettero una accoglienza da alcune monache che cucinarono riso; poi fu la volta di Verona, e poi Bologna dove rimasero fermi due giorni a causa di un po’ di soldati appollaiati sopra al tetto di alcune carrozze per il gran caldo dentro alle cuccette affollatissime, ma lì sopra c’era il rischio di prendere la corrente; l’ultimo pasto lontano da casa fu a Loreto, nella nottata avevano raggiunto Ancona, poi dalle 7 raggiunsero Giulianova alle 4 del pomeriggio. Così, dopo una ventina di giorni, il 18 luglio 1945 Renato riabbracciò Colleranesco con tutta la sua famiglia; durante i primi giorni lui andava a portare notizie ai familiari degli altri che stavano per tornare; infatti il rimpatrio avveniva gradualmente, gli americani facevano due tre viaggi a settimana con una ventina di camion su cui venivano caricati un 20-30 uomini.
Antonio Dell’Ovo 
Antonio Dell’Ovo risponde alla chiamata alle armi nei primi mesi del 1943, in treno raggiunge Reggio Emilia e di qui la caserma “Montecchio”, 12° Reggimento Bersaglieri. Quasi subito furono preparati per la Grecia, ma la partenza non ci fu mai, così che l’8 settembre, data dell’armistizio, l’intero Reggimento si trovava ancora in Italia. Quella notte stessa un solo soldato tedesco entra nella camerata con una lampada e un mitra facendoli tutti prigionieri. La caserma venne smobilitata e i soldati italiani furono trasferiti in un campo di prigionia poco distante, ad un’ora circa di cammino, con alcuni tedeschi che li vigilavano e di tanto in tanto dispensavano botte a chi si discostava dalla colonna. Dopo due notti, furono tutti caricati su vagoni bestiame e condotti in Germania con un viaggio senza soste per i bisogni corporali, senza cibo né acqua, con un solo spiraglio di luce, ammassati e ridotti come animali da subito.
Il campo di concentramento era situato nei pressi di Berlino, tutte le mattine venivano adunati nel centro del campo, erano circa 400 italiani, a cui veniva rivolta la domanda di collaborazione con l’esercito tedesco nel continuare la guerra: nessuno aderì. Tutti i prigionieri vennero impiegati nei lavori agricoli, coltivavano barbabietole e patate, mentre erano sorvegliati da guardie tedesche in uniforme, attente a che nessuno intascasse patate. Infatti la tentazione era tanta, il cibo era scarso e poco appetibile, fatto di scorze di patate e di una brodaglia di verdure; un soldato meridionale tentò la fuga durante un turno di lavoro, ma fu prontamente ripreso e poi mai più visto.
Man mano che il fronte avanzava, si infittivano i bombardamenti e il campo di prigionia fu più volte colpito; talvolta si faceva in tempo a fuggire fuori dalle baracche, in cui dormivano a gruppi di una ventina, e diverse notti dormirono in campagna all’aperto.
Nella primavera del 1945 giunsero i militari russi, con i tedeschi che erano fuggiti proprio all’ultimo momento; Antonio con alcuni amici presero due cavalli con un carrozzone per avviarsi verso l’Italia. Dopo pochi chilometri, lungo il tragitto, incontrarono i soldati inglesi che requisirono cavalli e carro lasciandoli all’arte dell’arrangiarsi, in territorio tedesco. Pochi giorni dopo, l’esercito alleato dispose le procedure di rientro in patria ed il gruppetto di una decina di italiani con cui era rimasto Antonio fu caricato su di un camion inglese e condotto fino a Verona. Sbrigate le pratiche per il rimpatrio nella caserma più vicina, in treno Antonio raggiunse Giulianova nell’estate del 1945. L’emozione di poter tornare ad una vita normale era tanta.

Domenico Filipponi 
Domenico Filippini risponde alla chiamata alle armi ai primi di febbraio 1942, destinazione Palermo nel 12° Reggimento Artiglieria, dove per 30 mesi è impiegato all’ufficio matricole, addetto alla compilazione di licenze e convalescenze.
L’entrata in guerra dell’Italia era già avvenuta da quasi due anni e le controffensive inglesi in Africa settentrionale richiedevano nuove truppe al fronte; Domenico fu mandato in Algeria nel 1943 dove fu fatto prigioniero, poco dopo il suo arrivo, una sera di settembre senza che la compagnia di cui faceva parte sparasse un solo colpo di moschetto. Domenico si ritrovò internato nel campo di concentramento di Biserta, poi in quello di “Sucaras”, sempre in mano agli americani tranne un mese sotto tutela inglese, sebbene le guardie nei campi fossero quasi sempre marocchine.
Una sera tutti i prigionieri furono adunati e suddivisi in gruppi di 100-130 per essere imbarcati su una ventina di navi dirette in America, nel porto della Virginia; sulla nave il vitto era scarso, si mangiava due volte al giorno una stessa portata fatta di pomodoro e fagioli.
Domenico giunse in America così affamato che quando fu chiesto chi fosse cuciniere, lui impavido alzò la mano e per una ventina di giorni poté saziarsi, ma poi la puzza dell’ambiente di cucina lo fece abbandonare e fu trasferito altrove.
Appena sbarcati furono sottoposti alle procedure di pulizia e di disinfezione, furono decentemente vestiti e portati con un treno in un campo di concentramento dove Domenico rimase per 8-9 mesi. I prigionieri avevano da mangiare e da bere, non potevano uscire dal campo però ricevevamo 3 dollari al mese per curare l’igiene personale comperando negli spacci del campo lamette da barba e sapone. Inoltre c’era la possibilità di frequentare una scuola di lingua americana all’interno del campo e Domenico si segnò così che per una ventina di settimane, la sera andava un paio di ore a lezione.
Una mattina ci fu una adunata generale e fu chiesto chi volesse collaborare con il governo americano per svolgere certi lavori. Domenico assieme a tanti altri decisero di accettare la proposta e furono trasferiti in altri campi; il primo lavoro assegnatogli fu scavare gallerie in un terreno duro e pieno di pietre che gli causarono ferite alle mani. Domenico riferì agli americani che lui da militare aveva svolto mansioni d’ufficio e quindi non sarebbe più andato a scavare in galleria con quelle mani sanguinanti, d’altra parte chi non voleva non era affatto costretto collaborare. Un maresciallo propose una soluzione, quella di accettare un lavoro al “PX”, cioè in un ristorante; una guardia armata veniva a prendere Domenico la mattina e la nuova occupazione fu fare caffè, preparare da mangiare e vendere sigarette; il locale era di un civile che mostrava soddisfazione per come Domenico si dava da fare. Successivamente i prigionieri furono organizzati in unità di servizio per mestieri e Domenico fu nominato sergente maggiore addetto al magazzino di Rockford (Illinois), assieme ad una signora; la sera, chiuso il magazzino, se ne andava a fare il barista in un circolo ufficiali dove entrò nelle simpatie di tutti che lo soprannominarono “Filip”. Mentre era magazziniere “Filip” prese anche la patente per poter andare alla lavanderia di Chicago con il camion.
Dopo circa venti mesi giunse il momento del rimpatrio e i proprietari di quel bar fecero di tutto per trattenere per vie legali Domenico con loro, a malincuore fu imbarcato dal porto della Virginia diretto a Napoli. I due anziani proprietari del bar non avevano figli, erano benestanti, e si erano così affezionati a Domenico che avrebbero voluto adottarlo per lasciargli i loro averi. Il viaggio di ritorno in Italia durò 8 giorni, era il novembre del 1945 e la guerra in Italia era finita. I familiari di Domenico erano stati più di un anno senza notizie, ma da quando era iniziata la collaborazione Domenico aveva potuto spedire regolarmente lettere a casa. L’esperienza di prigionia ha lasciato sia ricordi belli che brutti, Domenico non sarebbe voluto partire per la guerra come poi non sarebbe voluto tornare in Italia; la sua vita si è poi svolta a Colleranesco, ha messo su famiglia con gioie e soddisfazioni, ed oggi è uno degli anziani più attivi e longevi di cui possiamo andar fieri. 

Pietro Macrillanti 
Il giovane Pietro Macrillanti parte per il servizio militare i primi del 1940 con destinazione Trieste, 34° Battaglione Artiglieria; ogni 4 mesi, come da regolamento, tornava a casa per una licenza breve e così fece per 4-5 volte finché, nel settembre 1943 fu preso prigioniero proprio nella sua caserma di Trieste. I militari italiani lì presenti erano 5-6 cento e furono tutti disarmati da due soli tedeschi muniti di mitra giunti in pieno giorno e all’improvviso. La prima comunicazione ai soldati italiani riferiva che li avrebbero riportati a casa e intanto furono avviati verso un baraccone vicino alla stazione dove passarono la notte. Il mattino seguente si partì, caricati su vagoni per bestiame e sorvegliati da una guardia tedesca non armata e purtroppo, come si sospettava, in direzione nord. Dopo un giorno di viaggio si fermarono ed ebbero un po’ da mangiare per poi ripartire fino a raggiungere Lipsia. I dubbi sulla loro destinazione sparirono, erano ormai prigionieri dagli ex alleati.
Il campo di concentramento in cui furono rinchiusi si trovava in periferia ed era composto di tante baracche e ognuno dormiva nella propria branda di legno. Ogni sera si veniva radunati nello spiazzo centrale e si rispondeva all’appello, per una quindicina di giorni, fino a quando fu chiesto chi volesse andare a combattere come volontario dalla parte dei tedeschi; furono in 7-8 a rispondere con un “sì” ai comandanti tedeschi. A tutti gli altri un colonnello disse in italiano “Allora lavorare e disciplina”. Dopo 4-5 giorni i prigionieri italiani iniziarono ad essere mandati a lavorare nelle fabbriche belliche, in particolare a realizzare e assemblare pezzi di aerei. Pietro però durante le ore di lavoro rimaneva in baracca poiché sapeva accomodare le scarpe fatte di legno e con un po’ di pelle sopra; questi zoccoli rappresentavano un bene davvero prezioso visto che con molta facilità ci si ammalava ai piedi a causa delle lunghe marce di trasferimento. Prima di essere usati nelle fabbriche ai militari italiani era stato chiesto chi conoscesse un mestiere e fortunatamente Pietro sapeva fare il calzolaio. Ogni tanto qualcuno cercava di evadere, ma veniva sempre ripreso e riempito di così tante botte da fargliele ricordarle finché sarebbe vissuto. Un giorno ci fu un bombardamento e i prigionieri furono portati fuori dal campo sotto ad un rifugio e una bomba cadde proprio lì vicino causando la morte di 13 di loro oltre ad alcuni feriti. Cessato l’allarme, i vivi iniziarono a scavare con picconi e pale per ritrovare i corpi dei morti o le loro parti, per poi metterli dentro a casse di legno che i tedeschi avevano portato su un camion; infine si scavavano fosse per sotterrarle. Pietro ricorda l’episodio di un suo compagno che fu sorpreso mentre stava rovistando tra i rifiuti da un militare tedesco che lo maltrattò davanti a tutti prendendolo a schiaffi e a colpi di calcio di fucile.
Un cambiamento formale nello stile di vita ci fu quando furono costretti a passare “internati civili”, cioè furono aperte le porte del campo e il loro controllo non avveniva più ad opera dei militari, ma in quanto civili sarebbe stata la polizia locale ad occuparsi di possibili trasgressioni o fughe. Ad ogni prigioniero fu consegnato un foglio a due facciate, una scritta in tedesco l’altra in italiano, con il Regolamento: chi tentava di fuggire sarebbe stato fucilato e potevano allontanarsi per un massimo di 12-13 Km dal campo. A piccoli gruppi gli internati furono mandati nei centri cittadini, in base alle richieste di manodopera delle fabbriche locali; Pietro assieme ad altri due, un siciliano e un bresciano, andarono a “Swengava”, in un edificio prima impiegato per spettacoli teatrali. Il loro compito qui era di pulire il locale e il mattino di andare con un carretto al forno a prendere il pane. La popolazione tedesca generalmente era ostile verso gli internati italiani, ma qualcuno era buono e gentile come il panettiere che lasciava sempre tre panini in più per loro confessando di capire la loro sofferenza visto che anche i suoi figli erano in guerra.
Tra gli altri Pietro ricorda la storia di due prigionieri fuggiti da un campo vicino in cui erano richiusi un centinaio di detenuti politici che erano stati bruciati vivi e di cui soltanto loro due erano riusciti a scappare salvandosi, ma furono poi ripresi e fortunatamente mandati qui a lavorare.
Già da un po’ di tempo l’avvicinarsi del fronte si faceva sentire con incursioni aeree che con il solo rumore schiantarono i telai del vecchio teatro dove Pietro dormiva; finché arrivarono, a suon di cannonate e con i carri armati, gli americani e gli inglesi. Per circa un mese rimase in quel paesino che con la spartizione della Germania passò sotto alla giurisdizione dei russi. Nel mese di maggio/giungo 1944, tutti gli ex internati furono portati dai soldati russi in Ungheria dicendo loro che sarebbero stati rimpatriati; per una settimana restarono nei pressi di una stazione, dormendo sui vagoni e coprendosi con le sole coperte che erano riusciti a portarsi via dal campo; erano anche costretti a barattare queste coperte per avere qualcosa da mangiare. La successiva destinazione fu l’Ucraina, la città di Odessa, ma per fortuna non ci arrivarono, poiché il comando americano che aveva ceduto quegli internati ai russi presentarono delle rimostranze su tali spostamenti; il convoglio restò per un po’ fermo, in bilico tra i campi di lavoro russi o il rimpatrio. Dopo poco si tornò indietro, verso Budapest per poi dirigersi direttamente in Italia. In Austria stettero fermi 3-4 giorni per mettere i documenti in regola, sia con il comando russo che con quello italiano. Arrivarono in circa 500 alla caserma di un piccolo paesino vicino Verona, sulla linea per Bologna, nell’agosto 1944; ebbero un vestito e l’indomani ripartirono verso sud con carrozze di diversi tipi, dai vagoni chiusi a quelli aperti ma tutti egualmente sospinti dalla gioia di tornare vivi a casa.
I familiari di Pietro non ricevevano notizie da circa un anno e in quel mese era stato un vicino di casa a riferire la notizia della liberazione dei prigionieri italiani in Germania (lui per di più disse di aver anche sentito il nome di Pietro Macrillanti tra i rimpatriati). Per i parenti tutti fu come assistere al miracolo di una risurrezione quando, dopo qualche giorno, Pietro rientrò sano e salvo a casa. In seguito si recò al distretto di Teramo dove firmò e gli rilasciarono il congedo illimitato con un misero mucchietto di soldi.

Domenico Pica 
La domenica del 27 gennaio del 1940 arriva la cartolina di chiamata alle armi per il giovane Domenico Pica che il 2 febbraio si reca a Teramo e da qui viene trasferito a Chieti dove dorme per due giorni, il 23 e il 24, sul pavimento della caserma con una sola coperta a disposizione. Il successivo spostamento lo porta prima a Napoli e poi a Tobruk il 6 marzo, in Libia, dopo tre giorni e tre notti di viaggio. Domenico aveva fatto, come quasi tutti all’epoca, il premilitare durante i sabati fascisti dove aveva imparato i rudimenti della marcia e dell’utilizzo del fucile.
Il 16 maggio il 116o Reggimento Fanteria di cui Domenico faceva parte, muove in direzione del campo nel deserto di “Acroma”; la mattina successiva raggiungono Bardia, sul fronte egiziano. Intanto fu colpito dal paratifo e fu ricoverato in ospedale il 10 giugno per rimanerci un mese; grande fu l’impatto quando, dimesso, vide i movimenti di truppe e di mezzi diretti al fronte: era scoppiata la guerra.
Erano le 8:35 del suo primo giorno da degente quando dal fronte si iniziarono a sentire le prime sparatorie; la mattina dell’11 giugno gli inglesi iniziarono i primi bombardamenti; più precisamente era la marina inglese che sganciava granate di cui due caddero all’interno del campo, nei pressi dell’ospedale. Dopo poco tempo giunsero a Tobruk altri 1.000 soldati di rinforzo dal momento che il 116o Reggimento doveva essere composto di 3.000 unità e loro erano in soli 1.500 circa. In Libia Domenico conobbe commilitoni che erano in Africa già da 2, 3 anni.
Il 22 gennaio 1941 furono tutti presi prigionieri. Un portaordini in motocicletta, era un australiano e impugnava una pistola, giunse ad un centinaio di metri dall’ingresso di un rifugio, fuori dal campo, nel quale si trovava Domenico assieme ad un’altra cinquantina di soldati; sulla collina di fronte si vedevano schierati carri armati e mitragliatrici delle forze alleate. Il rifugio era una grande buca scavata da loro soldati nella terra (una specie di porfido) a forma di tunnel che tremava di continuo sotto ai bombardamenti. Davanti a quella situazione, uscirono dal tunnel e furono catturati senza sparare un colpo mentre il soldato australiano proferiva le prime incomprensibili parole in una lingua ignota “came on, came on”. Intanto nel presidio centrale di Tobruk era stata issata la bandiera bianca della resa, sebbene le polveriere erano state fatte esplodere per ordine del Comando di Divisione: “abbandono delle armi e consegna agli inglesi” l’ultima disposizione loro trasmessa.
Il primo campo di prigionia fu nei pressi di El Cairo in cui si era liberi di circolare all’interno, ma era impossibile uscire al di fuori. Il 4 agosto Domenico fu imbarcato a Suez e trasferito in Sudafrica; nel più grande campo, quello di Zonderwater, c’era una particolare punizione, da tutti temuta, detta della “casetta rossa”, una specie di prigione in isolamento per i disobbedienti. Dopo quasi un anno, nel marzo del ’42 un migliaio di prigionieri italiani partirono da Durban per approdare, dopo un lungo viaggio, a Liverpool e di qui furono condotti a “Scot”, nella periferia di Londra nel 7° campo di smistamento. Dopo una settimana Domenico giunse al campo n.65 di “Brocknest” dove era stato assegnato al lavoro nella foresta (tagliare piante e pulire gli aghi di pino); il legname una volta tagliato, veniva trasportato in un magazzino per produrre fiammiferi. Domenico rimase per 4 anni in questo campo imparando, per necessità, un po’ di inglese per poter capire il “boss” che li vigilava. A gruppi di 8-10 prigionieri a bordo di camion venivano trasportati là dove occorreva il loro lavoro e tra questi posti Domenico ricorda di essere stato un periodo a Southampton. A seguito di una ordinanza di rimpatrio, partirono con un piroscafo da Dover un migliaio di italiani che raggiunsero Calais, in Francia, dove un treno li avrebbe condotti fino a Verona. Svolte le procedure di rito per il rimpatrio, Domenico prese un treno diretto a Bari per giungere il 17 luglio 1946 alla stazione di Giulianova. Erano una decina di compagni a condividere questa esperienza e questo loro ultimo viaggio assieme; un napoletano, un paio di baresi e altri proseguirono il viaggio, mentre scesero con Domenico anche Antonio Leone allora residente a Mosciano, e un altro ex prigioniero di Colleranesco, Antonio Bizzarri. Recatosi nei giorni seguenti a Teramo per ottenere il congedo, conferirono a Domenico la croce di guerra con la dicitura che riporta le 3 guerre fatte, contro la Francia prima, e contro gli inglesi poi. Nella memoria tanto ancora è conservato, ma talvolta le parole non corrono veloci quanto le immagini.

Gaetano Pomanti 
L’imminente entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania di Hitler determinò nei primi mesi del 1940 la chiamata alle armi delle classi del ’19 e del ’20; Gaetano Pomanti nato il 20 novembre 1920, era tra questi giovani e partì per Chieti, arruolato nel 14° Reggimento Fanteria; dopo un preliminare periodo di addestramento Gaetano fu mandato a Bari nel 48° Rgt. Fanteria divisione “Ferrari”.
Il 28 ottobre Mussolini decide, a sorpresa, di mobilitare l’Esercito per attaccare la Grecia senza un’adeguata preparazione della campagna; le operazioni ebbero inizio con l’impiego di soli 8 divisioni delle 20 disponibili. Secondo i piani, la 9a Armata italiana avrebbe dovuto marciare su Salonicco per impadronirsi di Atene, mentre le divisioni “Ferrara”, “Centauro” e “Siena” mossero lungo il fiume Kalamas, e la divisione alpina “Julia” puntò verso il passo di Metsovo. Le qualità strategiche e tattiche dell’esercito greco erano state sottovalutate e con il maltempo che imperversava, dopo pochi giorni di avanzata, le forze italiane vennero bloccate e costrette ad un’opera di contenimento prima, ed alla ritirata poi.
L’operaizone sul fronte greco-albanese era stata una delle sconfitte militari più scottanti della storia italiana post-unitaria e mentre Mussolini licenziava il generale Soddu e il Capo di stato maggiore, generale Badoglio, tanti soldati italiani persero la vita o furono catturati in quegli scontri.
Gaetano era partito verso la metà di ottobre per la Grecia via nave e pochi giorni dopo si ritrovò a combattere in prima linea dove fu ferito ad una gamba e preso prigioniero; i militari greci si comportarono civilmente trasportandolo nell’ospedale di Atene dove fu curato, per poi essere trasferito in un campo di prigionia nell’isola di Creta.
Nel maggio 1941 dopo che l’esercito tedesco aveva piegato con la forza le resistenze della Jugoslavia e della Grecia, ci fu lo sbarco e la presa di Creta; intanto la così detta “guerra parallela” dell’Italia era fallita e le armate italiane non avevano più autonomia di condotta, diventando truppe di supporto a quelle tedesche. Gaetano, assieme ad un altro migliaio di prigionieri, fu così liberato e a bordo di apposite navi italiane, il 13 giugno, dopo essere sbarcato nel porto di Bari, fu internato in un campo in quarantena per evitare possibili contagi. Dopo essere stati ripuliti, furono individualmente interrogati a proposito dei fatti accaduti; Gaetano zoppicava vistosamente ed aveva anche una scheggia (che ha tutt’ora) sotto alla mandibola; Ciò che più lo irritò, quasi da farlo venire alle mani, fu quando vollero controllare se il buco sulla sua gamba fosse stato causato da un proiettile italiano, insinuando si fosse auto mutilato per tornare a casa; nell’assurdità chiesero anche se, dopo essere stato colpito, lui avesse gettato l’arma, mentre Gaetano che raccontava si rivedeva davanti agli occhi il gran volo con tutte le capriole e le urla che il colpo gli aveva causato.
In licenza di convalescenza Gaetano fu mandato a casa per 15 giorni; in seguito fu mandato in provincia di Bolzano, a Brunico dove faceva da attendente ad un maggiore. Rimase qui per più di due anni, fino all’8 settembre, quando l’Italia era in festa per “la fine della guerra” mentre i suoi soldati venivano presi prigionieri ovunque essi fossero, in territorio italiano come all’estero. I tedeschi arrivarono nei pressi della caserma la notte dell’8 e iniziarono a sparare; da dentro i soldati italiani risposero al fuoco, ma all’alba quel piccolo plotone (una trentina di persone) del distaccamento dov’era Gaetano si arrese e fu catturato.
Caricato su carri bestiame Gaetano e gli altri militari italiani furono condotti a Kamenz, vicino Dresda, per essere internati; in questo campo di concentramento Gaetano vide tanti prigionieri, soprattutto russi, che morivano di fame; lui fu inserito in un gruppo che andava a lavorare in campagna. Dopo circa 5 mesi, giunse l’Armata Rossa da un lato e gli americani dall’altro; ci furono sparatorie e bombardamenti e alla fine i prigionieri del suo campo passarono sotto il controllo dei russi che, dopo una ventina di giorni di continui spostamenti, li equipaggiarono con viveri in abbondanza per il viaggio verso l’Italia. Durante questo periodo si sparse la voce che i russi volessero portarli a lavorare in Siberia o che sarebbero stati uccisi; accadeva così che qualcuno tentava la fuga durante la notte per raggiungere la zona controllata dagli americani i quali, anziché accoglierli, sparavano senza preoccuparsi di chi fossero e cosa volessero. A tranquillizzare gli animi ci pensò un ufficiale russo che, in un discorso in italiano, chiese di avere pazienza, c’era da accomodare la linea ferroviaria e poi tutti sarebbero tornati a casa; ci fu un grande e gioioso applauso di gruppo e poi si mangiò.
Appena passata la frontiera, sul Brennero, il treno rallentava per permettere ad un tenente cappellano di registrare i morti e i dispersi; molti scendevano dal convoglio per comunicare nomi di compagni o di conoscenti caduti in combattimento o nei campi di concentramento.
Erano davvero tanti gli ex prigionieri che giungevano nel campo di Verona, venivano fatte le procedure di rimpatrio, qualcuno veniva interrogato, ma i più venivano mandati a casa. Gaetano raggiunse Giulianova e la sua famiglia il 14 settembre 1945.

Pierino Puliti 
Pierino Puliti risponde alla chiamata militare il 17 settembre 1934, arruolato nelle fila della Regia Aeronautica presso l’Aeroporto di Padova; il 27 gennaio Pierino viene mandato a far parte del personale addetto all’aeroporto di Elmas, in provincia di Cagliari, ed è qui che contrae la malaria; inviato al convalescenziario di Nitida per un anno, viene poi trasferito all’ospedale Celio di Orvieto. In seguito a visita medica speciale, Pierino viene inviato in licenza di convalescenza; rientrato dopo 90 giorni, viene congedato il 16 novembre 1936 per motivi di salute (malaria).
Passano diversi anni e la vita nei campi così come il suo lavoro di “ciabattino” gli aveva fatto dimenticare gli obblighi verso la patria: il richiamo alle armi giunse nel 1941 e Pierino di nuovo fu arruolato, stavolta nell’Esercito, 49° Reggimento Fanteria di Ascoli; ancora una volta Pierino, dopo gli accertamenti medici, fu mandato all’ospedale militare di Chieti per ulteriori osservazioni.
Dopo una diagnosi di ptosi-gastrica, Pierino fu dimesso con una licenza di convalescenza per 90 giorni; giudicato poi idoneo al servizio militare dal direttore dell’ospedale militare di Chieti, fu mandato il 23 maggio 1941 al 71° Btg. Terr. Bis di Novi Ligure addetto al servizio di manutenzione e di controllo delle linee ferroviarie dove transitavano vagoni carichi di materiale bellico.
Il giorno dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani, Pierino si trovava a Domodossola, in un distaccamento della caserma centrale; era giunta la voce che i tedeschi stavano facendo prigionieri i soldati italiani e così Pierino pensò di organizzare una fuga verso la vicina Svizzera; fece appena in tempo a pensare al suo piano, che 5 tedeschi piombarono sui circa 400 militari che senza opporre resistenza alcuna, furono catturati tutti. Alleati dei tedeschi fino al giorno prima, ora erano da questi costretti dalla mattina alla sera a scavare trincee con un solo rancio giornaliero fatto di bucce di patate, senza potersi lavare e ammassati a dormire in baracche fredde e sporche.
Un giorno fu il loro vecchio comandante a fare un discorso ai soldati dicendo che chi avrebbe scelto di restare a fianco dei tedeschi avrebbe evitato una morte certa dentro ai campi di concentramento, avrebbe evitato di finire nei forni crematori e nelle camere a gas; in particolare Pierino, che faceva il calzolaio nel campo, assieme a tutti coloro che sapevano un mestiere, furono invitati ad accettare le condizioni di collaborazione e “a salvare la pelle”. In dodici fecero un passo in avanti e aderirono alla richiesta del comandate, tra questi Pierino a cui fu imposto di giurare fedeltà a Hitler e a Mussolini, dietro minaccia di immediata fucilazione. Tutti gli altri furono internati in Germania nel giro di pochi giorni.
Dopo una quindicina di giorni nel corso dei quali Pierino non fu impiegato in nessun’altra mansione che non fosse aggiustare scarpe, un ufficiale tedesco fece adunare i soldati italiani chiedendo a quanti chilometri fossero le loro case; Pierino, temendo che Giulianova potesse essere giudicata troppo lontana, disse Bologna. Furono tutti mandati via e quando chiesero i soldi per il biglietto del treno, l’ufficiale rispose loro: “Badoglio Kaputt, re Kaputt, Italia Kaputt, niente pagare ferrovia, qui comandare noi”. Svestiti gli abiti militari ognuno partì per la propria destinazione e Pierino raggiunse le sue zone alla fine di settembre. Mentre a piedi si dirigeva verso casa, una coppia di militari italiani lo fermarono, lo portarono in caserma per interrogarlo e lo classificarono come soldato sbandato.
La guerra alla quale Pierino era sfuggito ora se la ritrovava in casa, con i tedeschi che nell’inverno del 1943 avevano occupato Giulianova, con i bombardamenti degli alleati lungo la strada statale per Teramo che passava davanti alla sua abitazione, con una Colleranesco piena di sfollati.

Armando Scrivani 
Armando Scrivani parte per il militare l’11 gennaio 1938 alla volta di Torino per poi essere trasferito a Venaria Reale nel corpo dell’Aviazione; e si congeda il 13 luglio 1939. La permanenza in famiglia e il ritorno alla vita dei campi dura pochi mesi in quanto al principio del 1940 viene richiamato alle armi; presentatosi alla caserma di Ascoli Piceno, viene arruolato nel 313° Reggimento Pinarolo, fanteria. I successivi spostamenti lo vedono transitare per la caserma di San Severino Marche prima e Macerata poi. Qui Armando viene a conoscenza, grazie al suo capitano, di una circolare secondo la quale i provenienti dal corpo dell’aviazione avrebbero evitato l’invio al fronte e sarebbero restati guardia costiera sul tratto Ancona-Pescara qualora fossero sposati. Il capitano invitò Armando a prender moglie se poteva e a tal ragione gli concesse una gradita licenza. Era da diversi anni, quasi 9, che Armando “faceva l’amore” con la fidanzata e le circostanze lo spinsero a chiederne la mano al futuro suocero per evitare di essere mandato al fronte di guerra.
Il padre della ragazza avrebbe voluto un matrimonio più sicuro per la figlia, ma alla fine, il 25 marzo, Armando e la signorina Anna Bizzarri poterono sposarsi. Tornato in caserma Armando notò un ambiente profondamente modificato, tutti facevano preparativi, vi era una mobilitazione generale, incombeva una partenza immediata per ignota destinazione e la beffa era che l’ordinanza valeva indistintamente per tutti, ammogliati e no! Il giorno seguente, dal momento che erano sospese tutte le licenze, giunsero a Macerata la madre di Armando e la novella sposa, ma non vi fu verso di ottenere neppure un breve permesso per accoglierle e incontrarle. All’imbrunire Armando decide di uscire clandestinamente dalla caserma per accompagnare le sue donne in albergo e passare la notte con loro; all’alba torna nella sua branda e un amico lo rassicura: non era stato fatto alcun contrappello e nessuno si era accorto della sua assenza.
Dopo un 15-20 giorni tutto il Reggimento parte per destinazione ignota, e soltanto lungo il tragitto si viene a sapere che forse si stava andando il Grecia, ed infatti la loro missione sarà di presidiare alcuni centri (Volo, “Siatist”, Neapolis).
Nel corso dei primi mesi del 1943 Armando viene ricoverato nell’ospedale di campo n°807 per malaria, la diagnosi era “terzana maligna”. Il destino del soldato Scrivani era quello di essere rimpatriato poiché aveva superato le “120 febbri” (120 giorni con la febbre) in un giorno tra i tanti di vita militare per lui, non un giorno qualsiasi nello svolgimento del conflitto per l’Italia, l’8 settembre 1943. Alla velocità di un telegramma tutti i comandi tedeschi ebbero l’ufficializzazione dei loro presentimenti, l’Italia aveva tradito e il voltafaccia andava freddamente punito. Un manipolo di tedeschi fece prigionieri tutti i ricoverati nell’ospedale, ad eccezione di coloro che seguirono un colonnello il quale aveva conosciuto i metodi tedeschi durante la prigionia nel corso della prima guerra mondiale; preferirono fuggire sulle montagne per schierarsi con i partigiani greci e, nel giro di circa 6 mesi, alcuni sarebbero poi riusciti a tornare sani e salvi in Italia.
Per Armando seguirono 11 giorni di viaggio in un vagone bestiame con una razione giornaliera di 50 grammi di pane e un solo bicchiere d’acqua; per giunta lui neppure mangiava a causa della febbre cha ancora lo perseguitava. Durante la sosta a Vienna ogni militare fu invitato a consegnare le armi e gli ori (orologi, anelli, braccialetti, etc.), ma avevano ben poco con loro, non avevano potuto prendere neppure lo zaino. L’operazione successiva fu la perquisizione di tutti i soldati e Armando fu messo in disparte dal momento che gli era stata trovata una “bomba a mano” da lui stesso modificata in un accendino; intanto rideva dentro di sé, mentre prova e riprova a spiegarsi, ma la lingua di certo non viene in suo aiuto e così viene invitato ad allontanarsi e a far esplodere la bomba che, ovviamente, appena azionata mostrò una fiammella, ma niente più. “Tu faric mensc” fu il commento dei tedeschi, e non solo loro lo presero per “pazzo”. Arrivarono ad un campo di concentramento situato ad un 150 Km da Berlino e Armando ricorda come coloro che si trovassero in fin di vita venivano considerati già morti e perciò condotti ai forni crematori; la paura gli invase tutto il corpo sfinito e febbricitante, mentre dal taschino tirò fuori e si prese una pasticca e si fece fare una “puntura” di chinina quale sua ultima risorsa; Armando sapeva che la somministrazione massima era di una iniezione al giorno, ma chiese lo stesso al soldato italiano infermiere di potergliene fare un’altra poco più tardi, ma questi si rifiutò ammonendolo di non rischiare la vita così e promettendo di fargliela l’indomani. Dopo un quarto d’ora passa vicino al disperato Armando un altro infermiere ignaro del caso e che benevolmente acconsentì alla richiesta del malato: un’altra puntura e un’altra pasticca. A un’ora di distanza Armando si sdraiò quasi in coma sulla branda più vicina e ricorda di aver sentito tanti rumori, simili a bombardamenti; il mattino seguente aprì gli occhi ancora su questa terra, debole sì, ma senza più la febbre.
Durante la prigionia quasi da subito iniziarono ad essere organizzati in campi di lavoro; molti venivano picchiati perché si rifiutavano di eseguire i compiti assegnati, invece Armando non si faceva mai sorprendere senza far niente, semmai sbagliava le sue mansioni e si prendeva solo un rimprovero. Il primo anno i prigionieri si recavano sul posto di lavoro scortati da sentinelle, quando poi ci fu il passaggio da “internati militari” a “internati civili”, ebbero l’obbligo di recarsi a lavoro, ma non erano più controllati dai militari tedeschi: vigilare su questa nuova categoria civile era ora compito della Gestapo (polizia civile). Dapprima fu richiesto di firmare per acconsentire tale cambiamento di status e chi si rifiutava veniva riempito di botte; inseguito il passaggio avvenne automaticamente. Armando fu portato a lavorare in miniera, nelle gallerie sotterranee in cui si scavava e si trasportavano carrelli; lui cercava di darsi da fare il meno possibile, per risparmiare le poche energie, per protesta e soprattutto per sopravvivere. Durante le manovre in miniera cadde un blocco in testa ad Armando che sanguinante rovinò a terra svenuto; due compagni lo raccolsero portandolo all’aperto dove, respirando un po’ d’aria pulita, rinvenne e si accorse di essere rimasto ferito. Lo trasferirono al lazzaretto dove il medico, mentre gli applicava alcuni punti, gli diceva “tu Badoglio” e non si curava delle urla e del dolore insopportabile, anzi ordinava silenzio e diceva che per lui poteva anche morire.
A lungo andare, Armando divenne amico del macellaio e del fornaio del paese e iniziò a fare delle piccole operazioni di contrabbando; ovviamente era proibito prendere e rivendere cibo o vestiti o prodotti di qualsiasi genere, ma Armando era proprio disperato e affamato e iniziò a pensare: “meglio morire sparato, che di fame, almeno non si soffre per così tanto tempo”.
Gli ultimi giorni di prigionia furono caotici e turbolenti; arrivarono gli americani, mentre i tedeschi erano fuggiti abbandonando il campo. I liberatori lasciarono intendere, anche grazie ad un capitano figlio di un italiano, che per loro non era stato stanziato niente, quindi dovevano “arrangiarsi”, prendersi da soli, quindi rubando e rischiando eventuali reazioni dei tedeschi, nelle case e nei negozi tutto ciò di cui abbisognavano: vestiti, pane, agnelli, maiali. I sopravvissuti si guardavano incerti e intuivano il loro stato: barba e capelli lunghi, sporchi dalla testa ai piedi, vestiti di stracci e pezze. In massa i prigionieri di tutte le nazionalità furono alloggiati al cosiddetto “campo d’oro”; qui Armando incontrò di nuovo quel capitano americano il quale si meravigliò del migliorato aspetto dicendo che aveva proprio ragione il padre quando gli diceva: “gli italiani si sanno sempre arrangiare”. In questo campo erano ancora visibili i forni crematori con resti di prigionieri inceneriti e mucchi di morti che stavano per essere bruciati. Ad ispezionare e fare rilevamenti della situazione del campo di concentramento si attendeva una Commissione Internazionale e così i militari americani non spostarono i tanti cadaveri che causavano un fetore insopportabile. Ben visibili al centro del campo erano i pali su cui venivano impiccati i ribelli e coloro che tentavano la fuga.
Era la primavera del 1945 quando in gruppo gli ex prigionieri si diressero da soli alla stazione per tornare in Italia. Giunti a Bologna, furono posti in contumacia (controllo, disinfezione, osservazioni) con l’obbligo di restare in caserma, ma loro forzarono la sbarra e uscirono lo stesso con un atto di reazione istintiva sentendosi trattati ancora da prigionieri.
Armando giunge a Giulianova il 13 giugno del 1945, le sue notizie mancavano da tanto tempo, da qualche anno, ed era arrivata a Colleranesco addirittura la voce di una sua fucilazione. Circondato dalla meraviglia di parenti e vicini, Armando tornò alla sua vita, al suo lavoro e, finalmente, dalla cara moglie. 

Cesare Stacchiotti 
Come i suoi tre fratelli, anche Cesare Stacchiotti parte per il servizio militare e precisamente nei primi mesi del 1940, quando si reca a Fiume, nel 25° Reggimento Fanteria. Cesare ricorda che durante il 1941 ci fu un sommovimento dell’intero Reggimento che stava per essere mandato in Africa, ma fu il succedersi degli eventi in Jugoslavia a non farli più partire. La prima azione militare fu l’occupazione in armi, ma senza combattimento, della zona balcanica marciando fino a Spalato. Le truppe italiane qui stanziate furono impegnate nel sedare alcune rivolte interne, ci furono scontri con i partigiani locali e alcuni militari italiani persero la vita.
I ricordi diventano più nitidi e precisi quando si parla dell’8 settembre 1943: Cesare faceva servizio in un ufficio militare ed è qui che, assieme ai suoi superiori, fu sorpreso e fatto prigioniero dai soldati tedeschi. Mentre le truppe venivano condotte a piedi fuori dalla caserma, Cesare subì una deportazione più felice, quella degli ufficiali portati in aereo fino a “Susak”.
Qui era stato allestito un grande campo di prigionia per l’intero Reggimento di circa 500 militari italiani, tutti disarmati; poiché dovettero passare la notte lì, in territorio soggetto alle incursioni partigiane, i tedeschi reputarono più vantaggioso riarmare momentaneamente i soldati italiani, per poi tornare a disarmarli il mattino seguente.
Per rendere credibile questa operazione, l’ufficiale tedesco abbracciò simbolicamente il comandante italiano dicendo che Mussolini aveva comunicato di continuare la guerra accanto alla Germania, ma ormai il sospetto di un tranello era evidente. Comunque queste procedure furono svolte senza né proteste né tentativi di rivolte dagli storditi e sbigottiti soldati italiani. Il giorno seguente da qui furono trasferiti in treno, assiepati dentro vagoni bestiame, per essere  internati nel Nord della Germania.
La prima sosta fu in un campo di smistamento dove i prigionieri venivano disinfestati, ripuliti e spogliati; rimasero un’intera giornata nudi e quando finalmente fu dato ordine di rivestirsi Cesare racconta che “ci uscirono i morti” per accaparrarsi gli abiti più decenti. Qui fu chiesto ai prigionieri chi volesse continuare la guerra a fianco della Germania, ma proprio in pochi aderirono, una decina tra cui un compaesano di Cesare, Domenico che, vestito con la divisa tedesca e liberato, riuscirà poi a fuggire verso l’Italia. Dopo aver attraversato la Germania verso Nord, Cesare ora la ripercorreva verso Sud in quanto era stato destinato ad un campo di concentramento vicino Vienna, un piccolo lager il cui compito era fornire manodopera ad una ditta agricola. Nel corso dei primi sei mesi, Cesare svolse i vari lavori nei campi, successivamente fu alloggiato in una famiglia sempre con la mansione di contadino. Lo sfruttamento più duro e indiscriminato della forza lavoro dei prigionieri riguardò soprattutto gli ultimi tempi, quando il fronte russo si fece prossimo ad entrare in Germania; difatti Cesare, assieme a tutti i detenuti del suo campo, fu trasferito in Ungheria a scavare buche anticarro per ostacolare l’avanzata dell’Armata Rossa. Le condizioni di lavoro erano ad alto rischio di morte per l’esposizione a bombardamenti e a continui mitragliamenti, per di più il freddo e la fame debilitava al limite della resistenza umana; la zona da scavare era picchettata e alla minima sosta, con le guardie alle spalle, si veniva picchiati. Di fronte ad una morte quasi certa, Cesare si decise a fuggire per tornare da quella famiglia contadina, in Austria, che lo aveva aiutato senza maltrattarlo come molti altri civili tedeschi che consideravano invece la parola italiano sinonimo di traditore. Cesare si arrangiava a parlare un po’ di tedesco così che riuscì a prendere un treno diretto a Vienna, ma poi a causa di una interruzione della linea ferroviaria, proseguì a piedi; era quasi arrivato, non credeva neppure lui di aver ritrovato la zona, ma sull’ultimo ponticello una pattuglia della polizia lo blocca e gli chiede i documenti che lui ovviamente non aveva. Quando ormai sembrava avercela fatta, Cesare fu richiuso in prigione ed ora la condanna per l’abbandono del posto di lavoro era la fucilazione. Cesare non riposava, non stava fermo in quella piccola prigione, ed era prossimo ad abbandonarsi, a lasciare quella vita che poco prima, alla vista della casa amica gli era sembrato di aver salvato. Passarono tre giorni bruttissimi, Cesare veniva spesso picchiato, senza mai poter uscire fu costretto a stare in una prigione in cui non entrava né in piedi, né sdraiato; il venerdì santo del 1945 viene a prelevarlo dalla cella una guardia “con il sottogola e la baionetta innestata”, Cesare sente di vivere gli ultimi istanti, sente già di scivolare a peso morto lungo il burrone che si poteva vedere dalla finestra; invece viene condotto in ufficio e gli comunicarono che tutti i suoi compagni di lavoro al fronte erano morti con l’avanzata dell’esercito russo, quindi quella fuga gli era valsa la salvezza. Cesare fu rimandato dalla famiglia contadina in cui era già stato, ma solo per pochi giorni; l’occupazione da parte dei russi fu spaventosa, in mezzo a bombardamenti e scontri a fuoco. Affissi un po’ dappertutto si vedevano manifesti diretti ai prigionieri italiani e francesi ai quali si chiedeva di equipaggiarsi con cibo per 15 giorni e con due vestiti (uno da lavoro, uno da civile), e inoltre si diffuse la voce che sarebbero stati deportati in Russia. Cesare si ritrovò assieme ad una ventina di compagni, tra cui un soldato che si era unito con una donna polacca dalla quale aveva avuto un bambino da sette mesi; il neonato era completamente nudo e racimolarono qualche panno per coprirlo, addirittura si industriarono per costruire una specie di carrozzella per agevolarne il trasporto che ovviamente fu collettivo. Con i loro zoccoli di legno ai piedi, iniziò una lunga fuga collettiva verso l’Italia con il tacito accordo di aiutarsi finché fosse stato possibile, ma di abbandonare chi fosse senza speranza. Mentre attraversavano Vienna incontrarono un soldato tedesco che tornava dal Sud dell’Italia al quale Cesare chiese notizie del suo paese: “Abruzzo tutto distrutto, donne tutte prese” fu la lapidaria e sconcertante risposta. Da anni Cesare non aveva notizie né della famiglia né dell’Italia in generale e anziché lasciarsi andare, ora sentiva che doveva farcela perché a casa avevano bisogno di lui.
Soltanto in sette superarono il Brennero e furono fermati in un campo di smistamento ai confini italiani; in quel frangente videro passare un camion militare e Cesare, intravista la scritta “Bologna”, svelto e scaltro, getta la cassetta con le sue cose prima e compie un tuffo poi per salirci da dietro senza essere visto. L’autista giunse in Romagna ignaro del suo carico, ma quando si accorse del clandestino a bordo avrebbe voluto picchiarlo per avergli fatto rischiare tanto, ma la volontà di tornare a casa di Cesare era più forte. Il tragitto fino ad Ancora fu compiuto a piedi, ma ormai la strada era in discesa, sebbene le forze stessero lasciando Cesare; l’ultimo tratto aveva la linea ferroviaria percorribile e così decise di prendere un treno che tuttavia era strapieno di militari francesi non intenzionati a farlo salire, ma tenace come al suo solito, Cesare si aggrappò allo sportello e in queste condizioni giunse fino alla stazione di Giulianova: per fortuna era il mese di maggio. Era arrivato, mancavano poche centinaia di metri, un nulla per lui che veniva da così lontano, eppure le forze erano al limite; fu soltanto grazie all’aiuto di un vicino di casa che lo riconobbe che poté tornare a casa.
Ora era assieme ai suoi familiari, ma non riusciva ad essere contento, la guerra aveva lasciato le sue tracce anche nelle nostre zone, ma soprattutto mancavano i suoi due fratelli: Luigi era disperso nei Balcani e non se ne avevano notizie (mai più tornerà); Flaviano, che nel frattempo si era sposato ed aveva avuto un bambino, mancava da diverso tempo, prigioniero in Germania (sarebbe tornato un po’ più tardi perché era stato trattenuto all’ospedale di Merano).
Cesare riconquista la sua vita, torna al lavoro dei suoi campi e il suo impegno, la sua buona volontà, il suo spirito di sacrificio saranno anche gratificati con l’onorificenza della medaglia d’oro per la sua “fedeltà al lavoro”.
Il prigioniero, dice Cesare, perde tutto, i compagni, i propri comandanti, l’orgoglio di portare una divisa, la fiducia verso un prossimo che per sopravvivere è pronto ad imbrogliarti; in cambio il prigioniero riceve tanta paura, lo spavento di spie infiltrate e la morte diventa la propria convivente più stretta: solo dopo tanto tempo si riusciva a diventare amici.
 
Flaviano Stacchiotti 
Aveva svolto il servizio militare come un “signore” dice Flaviano Stacchiotti, per tutti i 18 mesi era stato infatti nel distretto di Teramo, a pochi chilometri da casa. Diversa fu la destinazione del richiamo alle armi: dapprima si recò a Treviso per un paio di mesi e avendo già due fratelli in guerra, fu rimandato a casa dove il 19 settembre 1942 (giorno della fiera di San Gennaro a Notaresco) si sposò; in seguito fu di nuovo richiamato a presentarsi al distretto di Foggia lasciando la moglie incinta, per partire poi alla volta dell’Albania, Reggimento Artiglieria. Invece della prevista traversata via mare, Flaviano e la sua compagnia (erano circa un migliaio) affrontarono 9 giorni di viaggio in treno poiché si disse che la loro nave era stata attaccata e danneggiata dall’aviazione inglese.
In quel periodo in Albania si trovavano parecchi cocomeri e ovviamente era il cibo più mangiato, il che comportava grandi disturbi collettivi durante la notte; si dormiva in quattro per tenda ad un palmo da terra, sopra a tavole in legno, ma nel complesso non si stava male. Flaviano era “specialista in trasmissione” il che lo rendeva ricercato tra i compagni, inoltre era addetto all’abbeveraggio di un mulo che lo faceva dannare per quanto era testardo, sempre pronto a fuggire; lui escogitò un modo per tenerlo a bada, legò cioè due muli tra loro, cosicché l’uno bloccava l’altro.
Flaviano era in Albania soltanto da qualche mese quando, il 9 settembre 1943, nel suo distaccamento situato ad un centinaio di metri dal Comando di divisione, giunse la voce di una telefonata dei comandi tedeschi al centro operativo italiano a seguito della quale il comandante ordinò di stare all’erta. Tra i soldati non si sapeva se avrebbero dovuto combattere contro i tedeschi o arrendersi; il mattino seguente il loro comandante fece consegnare tutte le armi a due tedeschi venuti con una motocarrozzetta e poi sparì.
I militari italiani furono così portati in stazione a piedi e sistemati su vagoni bestiame: “cavalli 8 uomini 40”, queste le orribili proporzioni di carico. Ogni Stato che si superava c’era una breve sosta del convoglio, ma soltanto per cambiare la locomotrice; tuttavia c’era una fase di rallentamento che consentiva apposta, grazie alla bontà del macchinista, di scendere per i campi e trafugare qualche barbabietola da poter mettere sotto i denti o consentiva di raccogliere un po’ d’acqua dai ruscelli. Non appena il treno fischiava, oppure un soldato tedesco sparava un colpo in aria, tutti dovevano risalire in fretta per evitare di essere un facile bersaglio; nessuno tentò una fuga che sembrava impossibile. Il tragitto durò 8-9 giorni senza mai ricevere da mangiare o da bere.
Come una triste processione, i circa 5.000 prigionieri si incamminarono lungo strade in collina verso il “loro” campo di concentramento; Flaviano sente il dolore affiorare al solo ricordo di quell’affannoso spostamento, già faticoso di per sé, ma reso più duro da una dissenteria che aveva colpito non solo lui. Dopo un paio di giorni si presentò un minatore che prese alcuni “prigionieri-operai”, forza lavoro gratuita offerta alla nazione tedesca, un bottino di guerra col compito di rimpiazzare gli uomini al fronte. Flaviano lavorò per una decina di mesi nella miniera di carbone, caricando e scaricando carrelli con l’indelebile scritta “grub-vittoria” ancora tatuata nella sua mente; dormiva in un baraccone assieme ad altri venti detenuti e da mangiare ricevevano un pezzetto di pane e patate quando andava bene, altrimenti soltanto bucce di patate in una brodaglia di verdure. Un giorno, tornato dal lavoro, un maresciallo della marina italiana, responsabile della baracca, disse a Flaviano che c’era posta per lui e gli aprì la busta sbirciando cosa ci fosse: una lettera e una foto, era la moglie che teneva il braccio il figlio mai visto; il pacco conteneva anche un po’ di viveri che Flaviano offrì a tutti i compagni per festeggiare la sua gioia e la rinata speranza di tornare a casa.
Talvolta capitava che i prigionieri fossero chiamati a svolgere alcuni straordinari ai quali si prestavano volentieri: infatti ciò comportava aiutare alcuni contadini locali, ma significava soprattutto ricevere un pranzo decente; in una di queste occasioni Flaviano, dopo aver dato una mano ad un contadino a fare la birra, si guadagnò una bottiglia tutta per sé. Tuttavia Flaviano era giunto allo stremo delle forze, si era deperito (pesava 47 Kg.) e non camminava quasi più, figurarsi se poteva essere in grado di lavorare in miniera, così che fu ricoverato in un ospedale da campo. Non appena il fisico conquistò un miglioramento, immediatamente le condizioni di vita peggiorarono: Flaviano fu dimesso e portato nelle vicinanze del fronte a scavare fosse anticarro e a riparare le vie ferroviarie distrutte dai continui bombardamenti; durante uno di questi giorni, mentre erano in marcia, un soldato del gruppo si allontanò per andare a prendere un po’ di acqua in un bidone da 2 quintali, era acqua sporca per abbeverare gli animali, ma la sete era insostenibile; tornato tra le fila, si avvicina la guardia tedesca che, non riconoscendo l’autore della disobbedienza, diede un colpo terribile con il calcio del fucile in testa a Flaviano che cadde tramortito a terra. A salvarlo dalla fucilazione intervenne una donna tedesca che ogni tanto veniva a portare ai prigionieri un po’ di pane e margarina; la donna aveva visto la scena e si era accorta del malinteso così riuscì a limitare la punizione di Flaviano; tornati al baraccone, l’episodio di Flaviano e il miracolo della sua scampata fucilaizone tennero banco per tutta la serata.
Nuovamente deperito, Flaviano fu ricoverato il 6 gennaio 1945 in un lazzaretto che pochi giorni dopo sarà colpito dai bombardamenti; tutti tentavano di mettersi in salvo, qualcuno fuggiva nudo, Flaviano uscì dall’edificio appena in tempo, corse per i campi e attraversò un ruscello con grandi difficoltà. Assieme ad altri 3-4 si ritrovarono lontani dal campo in cerca di un alloggio quando videro un giovane tedesco avvicinarsi e sogghignare un “italiani, italiani”, poi, imbracciato il fucile che aveva, sparò a poca distanza dai loro piedi; le pallottole fischiarono vicinissime e la loro vita o la loro morte sembrò ancor più essere arbitrio di un capriccio. Finalmente trovarono una baracca incustodita e un po’ bruciata, qui si riunirono in una cinquantina per passare la notte; non erano molto lontani dalla caserma e dal lazzaretto, ma Flaviano stava accasciato e non riusciva ad alzarsi visto che aveva la febbre alta; un tedesco predispose che venisse portato all’ospedale più vicino di cui Flaviano ricorda il contatto con le lenzuola tra le quali dormì, ne aveva quasi dimenticato la dolce sensazione, inoltre ora poteva più tranquillamente riprendere in mano quella foto con la moglie ed il figlio, guardarla e riguardarla per succhiarne tutta la vitalità e la fiducia possibile.
Il racconto di Flaviano si interrompe, un vuoto di memoria e poi si ritrova, senza sapere come, in un ospedale da campo in territorio francese liberato dagli americani. Con un treno della croce rossa di nuovo fu condotto in un ospedale civile tedesco per curare la pleurite da cui era affetto. Appena fu giudicato guarito, fu rimesso in libertà ma solo dopo 3 mesi poté intraprendere il viaggio verso casa grazie alla guida di un ufficiale greco che per rimpatriare ed evitare il passaggio in Russia, voleva attraversare l’Italia.
La prima sosta in territorio italiano fu Merano dove Flaviano fu messo in contumacia nell’ospedale di un campo militare; finalmente riuscì ad inviare una lettera ai familiari e il fratello Cesare con un parente, visto il timbro postale dell’ospedale, decisero di partire subito, era il 2 aprile 1946. Flaviano sarà poi dimesso e tornerà da solo a casa il 16 aprile: scende alla stazione di Giulianova, risalendo verso il paese si sciacqua la faccia nella fontana in piazza della Libertà e, guardandosi attorno, vede alcuni carri armati polacchi sul Belvedere, con tutte le strade rovinate. Con la disperazione del dramma della guerra in cuore e tutt’attorno le tracce del passaggio del conflitto anche nel suo paese, Flaviano si avviò verso casa per riabbracciare la sua famiglia e i suoi amici.

Pasquale Stacchiotti 
Era diciannovenne Pasquale Stacchiotti quando partì alla volta di Borello di Cesena, in pieno inverno del ’41 per essere arruolato nel 12° Reggimento Fanteria divisione “Casale”. Dopo tre-quattro mesi di normale vita militare, Pasquale notò che dai fucili mancavano le baionette; qualche giorno e queste furono riconsegnate perfettamente affilate e luminose con immediato spavento di tutti i soldati che sentirono prossima la partenza per il fronte e l’inizio della loro guerra fatta di morti, di feriti e di privazioni.
Pasquale fu inglobato in un contingente inviato di rinforzo al 331° Reggimento Fanteria divisione “Brennero” di stanza sul fronte greco. Pasquale rimase in territorio greco per un anno e mezzo circa prima di essere mandato presso la postazione italiana nell’isola di Rodi; in un campo militare che subì alcuni bombardamenti americani, ma senza morti o particolari danneggiamenti. Durante la permanenza in Grecia i comandi dell’Asse organizzavano delle simulazioni di guerra, da un lato le formazioni italiane, dall’altro quelle tedesche; si caricavano le armi a salve e ogni volta l’addestramento mostrava le superiori capacità sia tattiche che mimetiche dei militari tedeschi.
Pasquale non ricorda bene se fosse un pomeriggio del 9 o del 10 settembre, ma ricorda benissimo che pochi tedeschi, fino al giorno prima stretti cobelligeranti, disarmarono l’intera compagnia riportandoli, ammassati e chiusi in 2.000 dentro ad una stiva, in Grecia nei pressi di un campo di lavoro. Qui Pasquale incontrò un conoscente di Giulianova (Lillino d Fliciul) dal quale seppe che per pochi giorni non aveva incrociato il fratello Luigi portato via da un camion tedesco e che, a guerra finita, sarà dato per disperso.
Durante i 14 mesi di prigionia Pasquale fu impiegato nello scavo di camminamenti sotterranei profondi 2 metri che poi venivano mimetizzati ricoperti di cespugli; le poche righe che ogni tanto scriveva a casa ripetevano le solite parole: “poco mangiare e tanto lavoro”. Pur di procurarsi un po’ di cibo in più, molti tra i militari scambiavano con alcuni civili greci, che si avvicinavano al reticolato del campo, i loro abiti, sotto lo scherno delle guardie tedesche. Ogni sabato tutti i prigionieri venivano radunati e un ufficiale in piedi su di uno sgabello ripeteva sempre la stessa domanda, se ci fosse qualcuno disposto a combattere a fianco dei nazisti. Soltanto chi era sfinito e moribondo accettava usando le ultime forze per alzare a fatica il braccio e dire “si”; veniva subito rivestito e con la gavetta piena di rancio “sfilava” davanti agli altri; comunque disprezzato dai tedeschi e ora disprezzato anche dai compagni, traditore verso gli uni prima, verso gli altri ora, ma il bisogno primario della sopravvivenza non rende conto a nessuno come nessuno può giudicare chi vive con la morte accanto.
Verso la fine di novembre 1944 i tedeschi iniziarono la ritirata dalla zona greca e consegnarono i prigionieri di guerra in mano alla croce rossa; poi, per mezzo di un incrociatore inglese, gli italiani furono sbarcati nel porto di Taranto. Furono distribuite sigarette in abbondanza e finalmente Pasquale poté mangiare un pasto decente, ma lo stomaco si era così ristretto che dopo un paio di bocconi era già sazio. All’ufficio di registrazione era impiegato un amico di Giulianova, Giuvann d Cacchiò, che infornò Pasquale che, in quanto quarto fratello in guerra, poteva tornare a casa, e così gli fece un foglio di congedo provvisorio. Il viaggio di ritorno iniziò in treno, ma ad Ortona la ferrovia non era più agibile e chi voleva proseguire doveva incamminarsi sulla strada sperando in un passaggio da parte dei pochi mezzi in transito; per lo più passavano camion militari e, dopo esserci salito sopra, Pasquale ebbe paura di essere portato di nuovo al fronte. Infatti quei militari erano diretti a Nord dove la guerra ancora non era terminata, ma fecero scendere il loro passeggero a Giulianova. Pasquale, il più giovane dei fratelli, ed era partito militare per ultimo, ma a malincuore si accorse di essere tornato per primo; degli altri si avevano notizie frammentarie e incerte, si sapeva solo che purtroppo anche loro erano caduti in mano ai tedeschi e soltanto Flaviano e Cesare faranno ritorno a distanza di anni. 

Dino Valentini 
La vicenda militare di Dino Valentini inizia con la partenza per la lontana Bari il 10 gennaio 1943 e l’arruolamento nel 48° Reggimento Fanteria “Divisione Ferrari”; entro breve tempo Dino viene mandato via nave a Durazzo, nei Balcani, per far parte del 130° Reggimento Fanteria “Divisione Perugia”. Il primo compito assegnato alla sua compagnia fu, una volta trasferitisi a “Cittina”, presidiare la zona ed effettuare rastrellamenti di eventuali ribelli; dapprima si dormiva in baracche, ma poi, dalla primavera in avanti, prati e boschi divennero letti, frasche e foglie coperte e pagliericci.
Un successivo spostamento portò la Compagnia in Jugoslavia e poi a Scutari, in Albania, dove Dino contrasse la malaria, ma i continui trasferimenti non gli diedero la possibilità di andare in ospedale; le tappe seguenti furono Valona e poi in Grecia, a “Resi”, sempre con il compito di pattugliare le strade di notte, controllare caserme e luoghi pubblici per prevenire e sventare possibili attacchi da parte dei partigiani greci.
Finché l’8 settembre dilaga la notizia dell’armistizio dell’Italia, l’uscita dalla guerra avrebbe significato rimpatrio e libertà; la ritirata fu pressoché immediata, il capitano della caserma in cui era Dino ordinò di smontare i fucili e gettarli per strada, onde evitare di farsi sorprendere armati dai pericolosi partigiani presenti nella zona. La disordinata carovana di soldati italiani a piedi in ritirata non incontrò ostacoli fino a Vallona, sebbene avessero subito alcuni bombardamenti e certi tragitti erano stati fatti pancia a terra. Nel campo di raccolta, Dino incontrò un suo compaesano, Corradino Sacchini; in realtà era stato Corradino che, giunto qui con il suo battaglione, si informò se ci fossero abruzzesi, in particolare di Giulianova, e così si ritrovarono in tre, assieme anche a Giuseppe Brecciarola. Sul momento Dino era così sfinito dalle marce forzate che non riconobbe Corradino pur avendoci fatto le istruzioni paramilitari insieme. Corradino propose ai due compagni di unirsi al suo battaglione che era ancora armato e soprattutto aveva a disposizione patate e carne che ottenevano macellando via via i cavalli superstiti. Fu così che Dino e Giuseppe scapparono dal loro accampamento, smisero le divise della fanteria e raggiunsero Corradino che li attendeva con le nuove uniformi dell’artiglieria per camuffarsi.
Il trasferimento fino a Durazzo avvenne questa volta con camion militari, mentre i vecchi commilitoni della fanteria proseguirono a piedi. La piazza era già affollata, con i soldati da una parte e un mucchio di armi ad una ventina di metri. Anche i nuovi arrivati si disposero con gli altri, gettarono le armi residue sul mucchio, e attesero. Tutt’attorno c’erano sparsi qua e là alcuni tedeschi che progressivamente prendevano posto accanto alle mitragliatrici della contraerea, quasi a controllarle. I comandanti italiani parlottavano con i graduati tedeschi, quando, all’improvviso, fu emesso un fischio che fece scattare la trappola: i soldati tedeschi spianarono i mitra puntandoli contro gli ex alleati italiani. Era fatta, erano tutti prigionieri; il giorno seguente furono caricati su 4 grandi navi e 2 caccia torpedinieri diretti a Trieste, ma qui fu impossibile attraccare; il convoglio si diresse quindi a Venezia dove ad attenderli vi erano tanti vagoni per il trasporto del bestiame, ora stracolmi di malcapitati soldati italiani spediti in Germania. La prima tappa fu in Austria, un campo di smistamento che destinò Dino e Corradino fino a Dussendorf, in una fabbrica bellica ad assemblare mine e granate.
Tanti erano i rituali presenti nel campo di concentramento in cui erano internati: l’illusione di tornare vivi era affidata alla cartolina mensile che potevano scrivere alle famiglie; la cruda realtà del peggioramento fisico era evidente nelle procedure di peso effettuate 2 volte al mese; si mangiava una volta o due al giorno (secondo il turno di lavoro), sempre le solite bucce di patate in una brodaglia di verdure con 250 grammi di pane scuro e una volta a settimana pasta, ma dalla dichiarazione di guerra alla Germania da parte di Badoglio, l’attesa giornata della pasta scomparve e le razioni quotidiane furono ancor più ridotte; talvolta si andava alle docce e l’ultimo che ne usciva prendeva sempre le botte a “casciate di fucile”; ovviamente non tutte le notti si riusciva a prender sonno. L’immagine visiva era sempre la stessa, il campo di prigionia con le sue guardie, il recinto sormontato da filo spinato; i ritmi di lavoro prevedevano l’alternanza, ogni 8 giorni, di turni diurni e notturni; durante questi ultimi si usciva alle sei del pomeriggio per tornare al campo alle sei del mattino, saltando la cena e mangiando una sola volta al giorno. Questi massacranti turni di 12 ore al giorno, erano appesantiti dallo spostamento a piedi per raggiungere la fabbrica; Dino faceva parte degli addetti ai lavori forzati alla pressa e per questo riceveva un supplemento di rancio. Quando da internati militari, furono trasformati in internati civili, cambiò solo che si recavano a lavoro senza più essere scortati dal militare tedesco, e magari avevano un po’ più di tempo per poter rovistare tra la sporcizia in cerca di qualunque cosa, cibo e vestiti in primis. Gli infortuni sul lavoro o nel campo erano curati a modo loro dagli ospedali militari: un amico di Dino si era soltanto punto e perdeva un po’ di sangue, ma gli seccarono tutto il braccio applicandogli le sanguisughe; un altro aveva soltanto un callo e glielo levarono tagliando il dito.
Con l’avvicinarsi del fronte russo da un lato, e anglo-americano dall’altro, si percepiva l’opportunità di una prossima liberazione, ma si subivano anche i traumi del bombardamento sempre più pressante; durante una incursione aerea la fabbrica bellica di Dussendorf fu distrutta e l’intero gruppo di lavoro assegnato a questa fabbrica fu trasferito al fronte prima in Olanda, poi a Francoforte sul Meno sempre per scavare trincee. Il cibo si ridusse progressivamente fino a lasciare per tre giorni senza mangiare i lavoratori; allora un ufficiale condusse alcuni di questi in una azienda vicina e mentre lui prendeva il caffè in casa con il padrone, loro si sarebbero impossessati di un po’ di zucche e patate presenti nel magazzino; il padrone si accorse comunque del furto e protestò affermando che era cibo necessario per i cavalli, ma l’ufficiale permise che prendessero una barbabietola a testa (erano una decina).
Quanto più si avvicinava la liberazione, tanto più alto era il pericolo di morire all’ultimo momento. Finalmente senza ulteriori vittime le truppe inglesi occuparono la caserma dove dormivano Dino e Corradino, i primi di marzo del 1945, ma invece dell’atteso rimpatrio, furono condotti in Inghilterra a lavorare in campagna. Erano cambiati paese e regole, lingua e uniforme, ma rimanevano comunque prigionieri.
Tutti i prigionieri italiani intercettati in questa zona furono ripuliti e mandati in Inghilterra dove in maniera più accurata furono disinfestati e dotati di vestiti contrassegnati da una bandierina italiana sulla manica (un abito da lavoro e uno civile con toppe su gomiti, ginocchia e sulla schiena una toppa più grande); trascorsero un periodo in contumacia nei pressi di un campo di ippica, mentre venivano rifocillati con pasti frequenti anche se minimi. Grosso modo erano in 3.500 che un po’ per volta furono condotti, a bordo di appositi bus, dove potevano essere impiegati come forza lavoro di un paese in guerra e carente di uomini. Durante le procedure di smistamento Dino e Corradino furono divisi, ma il loro comune destino fu di tornare entrambi in Italia, prima l’uno, poco dopo l’altro. Il porto di Napoli accolse la nave corazzata “George” con 5.500 prigionieri italiani partita da Liverpool; per i rituali del rimpatrio Dino fu trattenuto un paio di giorni qui e poi con un treno sul quale incontrò un compaesano, “Carlucc d lu Uggiò”, si diresse a Giulianova per riabbracciare i suoi familiari il pomeriggio del 28 maggio 1946.
Triste e felice nello stesso tempo di poter oggi raccontare la sua storia di prigionia.

Caduti in guerra o nei campi di prigionia / internamento
(allora residenti nella zona di Colleranesco)

Elenco ex internati militari ed ex prigionieri di guerra
(allora residenti nella zona di Colleranesco)


Morti per malattie dovute alla guerra
(allora residenti nella zona di Colleranesco)

Conclusioni
Il prigioniero di guerra, al pari del milite ignoto o dell’eroe di guerra, non esiste di per sé; ad essere reali sono le tante e irripetibili memorie dei sopravvissuti prigionieri di guerra, ciascuno con la sua esperienza di prigionia, ciascuno con la propria tragedia interiore di uomo esistenziale accomunato ad altri e distinto da altri. Ogni prigioniero, senza più un nome e un cognome anagrafici, bensì con un ben preciso numero identificativo da imparare a memoria, ha vissuto da una parte una estrema vicinanza con alcuni uomini, la comunanza di un destino tra la vita e la morte; dall’altra ha vissuto una estrema vicinanza con altri uomini, carcerieri e secondini, disumani prodotti della assurdità della guerra, anch’essi prigionieri per l’eternità.
Apporre un numero anziché un nome di identità era un modo per semplificare le barbare procedure di prigionia, un togliere umanità numerificando esseri umani, ma era anche un sottile alibi per le coscienze dei guardiani quasi che lo sterminio di soldati e civili fosse la risoluzione di una impersonale espressione matematica di progressive sottrazioni.
Il condiviso destino di morte dei prigionieri non sopraggiungeva dall’alto dei cieli, dal basso dei terremoti o dei maremoti, ma dall’ordine di un uomo “superiore”, da soggetti privati del lume della ragione che iniettavano un fato mortale nel culmine della tragedia e della vergogna dell’Umanità. Non spetta ad un vivente dare giudizi sulla vita, figuriamoci se può arrogarsi “la missione” di toglierla.
Una angosciosa convivenza al limitare della morte con una prigionia che ogni notte uccideva i sogni, massacrava le speranze, conduceva la mente a vagare nel nulla, nella completa perdita di senso della vita, “né vivi, né morti”.
Alla fine ufficiale della Seconda Guerra Mondiale niente era ancora terminato per i sopravvissuti dei campi di concentramento; da parte alleata si giudicò opportuno trattenere i prigionieri di guerra, adducendo false motivazioni, ma in realtà perché utili alla loro produzione agricola e commerciale ancora carente di lavoratori; dalle zone tedesche, le procedure di rimpatrio allestite furono difficoltose e disagevoli.
Dal punto di vista esistenziale la conclusione di una esperienza di vita così drammaticamente unica (come se non bastasse già la guerra) costituiva elemento di disturbo psichico, di difficoltà a rientrare nella propria vita e nella propria identità; talvolta il ritorno verso casa coincideva con la scoperta che altri familiari mancavano, che la guerra era passata anche in Italia (e in Abruzzo); che, nei casi più disperati, non c’era più neppure la propria casa.
Il rientro in Italia si lasciava indietro i luoghi fisici delle sciagure e parallelamente sedimentava luoghi mentali indelebili; per tanto tempo si è avuto timore di rievocare quei momenti, quasi il parlarne fosse un riavvicinarli, quasi raccontarli fosse un rievocarli. Oggi sembra tutto così lontano e illanguidito, sbiadito e irripetibile, ma l’Umanità non ha smesso l’abito dell’assassino e del carceriere…
 
Ringraziamenti
In special modo ringrazio la disponibilità degli ex prigionieri di guerra che mi hanno, con dovizia di particolari, tra parole cadenzate e sospiri, raccontato, nella loro spontaneità che spero di non aver tradito, l’esperienza più toccante e tremenda della loro gioventù:
Giovanni Cianella, Luigi Cicconi, Giovanni Cinaglia, Donato Cinthi, Antonio Dell’Ovo, Domenico Filipponi, Pietro Macrillanti, Domenico Pica, Gaetano Pomanti, Pierino Puliti, Armando Scrivani, Cesare Stacchiotti, Flaviano Stacchiotti, Pasquale Stacchiotti, Dino Valentini.
 Parimenti rivolgo le mie sentite riconoscenze verso tutte quelle famiglie che mi hanno accolto tra i loro ricordi più amati, aprendomi gli spazi della memoria dei loro cari, porgendomi fotografie e lettere riposte nei comò della nostalgia, trasmettendo a me, e magari ad ogni lettore, le emozioni più umane della dolce tristezza dei ricordi.
 Si ringrazia, naturalmente, Padre Serafino per la familiare disponibilità e cortesia, ed il presidente del “A.S. Colleranesco”, il cordiale amico signor Antonio Marinozzi.
Biblioteche a Giulianova

Biblioteca civica “Vincenzo Bindi”
Corsa Garibaldi, 14 - tel. 085/8003395 Giulianova Città
Numero dei volumi catalogati: 23.000
Settori: abruzzesistica, libri antichi, arte, filosofia, emeroteca
Lasciti: Bindi (opere generali) - De Lucia (abruzzesistica) - Mercante (filosofia)
Orario: 9-12; 15-18,30; sabato 9-12,30


Biblioteca del Centro Culturale “San Francesco”
Piccola Opera Charitas
Via Ruetta Scarafoni, 3 - Giulianova Città - tel. 085/8003677
Numero dei volumi catalogati: 12.000
Settori: emeroteca, storia, filosofia, letteratura, storia delle religioni e della Chiesa
Orario: 8-20


Centro Servizi Culturali della Regione Abruzzo
Via I. Nievo, 6 - Tel. 0858003508 - Fax 08580027108
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, dalle 15 alle 18 (orario invernale) e dalle 16 alle 19 (orario estivo); sabato dalle 9 alle 12.
Il Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, istituito con L.R. 6 Luglio 1978 N. 35, opera nei territori comunali di Giulianova, Roseto, Mosciano Sant’Angelo, Bellante, Morro D'Oro e svolge promozione culturale concorrendo alla formazione ed alla realizzazione della persona umana mediante una effettiva partecipazione alla vita della comunità del comprensorio.


Biblioteca Padre Candido “Donatelli”
Inaugurata il 27 maggio del 1995, la Biblioteca “P. Candido Donatelli” è riuscita progressivamente a ritagliarsi un ruolo assolutamente rilevante nella realtà culturale non solo giuliese. L’attivismo e l’entusiasmo degli operatori della quarta biblioteca cittadina (Direttore dott. Sandro Galantini; bibliotecari dott. Piera Fagnani e Alfonso Di Felice) hanno fatto sì che la raffinatissima struttura, fortemente voluta dall’allora Superiore del Convento dei Cappuccini P. Serafino Colangeli, divenisse un punto di riferimento importante per studenti, operatori culturali e studiosi non solamente locali.
Orario biblioteca:dal lunedì al venerdì con orario 10-13 e 15-19; il sabato dalle 10 alle 13.

Giulianova, la Posillipo d'Abruzzo

Giulianova (Te) Abruzzo - Italy. Gli ingredienti sono quelli classici dell’Abruzzo più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche e biblioteche, chiese e santuari, il suo verde, il suo mareQuesta località balneare oltre a sottolineare ciò che di Giulianova è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.
 
 
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