Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea - Abruzzo... una regione da vivere e... da scoprire.

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Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea

Giulianova > Storici & Scrittori > Palandrani Andrea
 
La rassegna delle pubblicazioni di opere librarie da Scrittori & Storici di Giulianova
 
Indice Storici & Scrittori giuliesi - Andrea Palandrani
1943-1944:
Il passaggio della guerra a Colleranesco tra Storia locale e mondiale

Introduzione dell'autore, Andrea Palandrani

Eccoci di nuovo a presentare e a proporre un altro itinerario nella storia della nostra cittadina. Quest'anno il giornalino edito in onore dei festeggiamenti di San Giuseppe, promosso come sempre dalla lodevole attività della Associazione "San Giuseppe", rievoca il passaggio della seconda guerra mondiale nei dintorni di Colleranesco e di Giulianova: esperienze vissute raccontate direttamente da quelli che c'erano, episodi tragici e drammatici, una quotidiana convivenza con ristrettezze, miseria e tanta paura. Il libricino ha offerto il pretesto, nel sessantesimo anno della Liberazione, per una ricerca di apprezzabile valenza storica, una preziosa occasione per salvare e salvaguardare una porzione di memoria, frammenti di vita vissuta dalla precedente generazione, così vicina eppure già così lontana. Un edificio stabile ha bisogno di buone fondamenta, una pianta robusta necessita di buone radici, l'uomo forma la propria coscienza acquisendo e nutrendosi del proprio passato; "siamo nani sulle spalle dei giganti", nella comprensione delle nostre origini ne va di quel che saremo, "Uomini e no".
L'intento della ricerca, con i suoi dovuti limiti e approssimazioni propri della ricostruzione basata soprattutto su fonti orali, è stato quello di ricostruire le intense vicende della guerra ascoltandole dalla voce dei protagonisti di quegli anni, nella speranza di suscitare interesse sia storico che sentimentale. L'itinerario storico propone una faticosa riesumazione delle difficili condizioni di vita all'epoca ancor più sconvolte da bombardamenti, depredazioni, minacce e soprusi. Nella storia dell'età moderna è stata questa la prima e unica volta che le distruzioni e le devastazioni belliche hanno attraversano le nostre zone; fu infatti l'Abruzzo il campo di battaglia focale nel corso dei nove mesi in cui il fronte ristagnò sulla linea Gustav, dal fiume Sangro a Cassino. Tra storia nazionale e storia locale, dietro ai grandi nomi ed ai grandi avvenimenti c'è da sempre stata la gente comune che dopo questo impressionante passaggio della guerra tornerà a vendemmiare, a spannocchiare, a coltivare i campi ma non più con la spensierata allegria di prima, troppi mancavano, alcuni per sempre.
Non è facile guardare con gli occhi degli altri, specie se poi sono rivolti al passato. Inoltre gli occhi non trattengono parole nei loro fotogrammi ma sfocate e loquaci rappresentazioni. Così provo ad immaginare, mi sforzo di intuire gli scenari di una generazione scomparsa nei suo modi di vita eppure ancora in vita. È un salto di oltre sessant'anni nei ricordi di quelli che c'erano, una speranzosa rete gettata per tentare di ricomporre l'esistenza dei nostri genitori e nonni: difficile a pensarsi senza una buona dose di fantasia. Un mosaico di frammenti di cronaca, testimonianze orali come tasselli assemblati in onore di quel passato che ci ha generati e che ci appartiene. Le voci narranti sono state spesso deboli e cadenzate, fiere e commosse, mi raccontano un differente modo di vivere, emergono ricordi sepolti sopra e sotto la terra. È la storia popolare, la storia di tutti noi che passa la mano...
Ho l'età che avevano tanti protagonisti di quegli anni, molti caduti sarebbero oggi tanti nonni a cui chiedere, da cui farsi raccontare. Mai nessuno ha compreso la guerra, così tragica da mescolare gli uomini alla terra, così indifferente di fronte alla vita.
 
Vere guerre non son vinte mai
Edward Estling Cummings
I bombardamenti e lo sfollamento, l'occupazione e la liberazione:
tutt'attorno la vita di quegli anni dalle testimonianze di quelli che c'erano.

Sebbene sia in corso da mesi, la seconda guerra mondiale inizia ufficialmente per l'Italia il 10 giugno del 1940. I precipitosi successi delle manovre tedesche indussero Mussolini ad intervenire in una guerra che pareva avviata ad una prevedibile conclusione, per poter poi attendere di spartire con la Germania i vantaggi di una imminente vittoria. In base alle clausole del "patto d'acciaio" l'Italia avrebbe dovuto entrare in guerra assieme all'alleato tedesco fin dal settembre 1939, ma per diverse ragioni prevalse la momentanea linea della "non belligeranza".
Il successivo mese di giugno, il capo del governo, con un consueto vibrante discorso, annunciò alla nazione l'entrata dell'Italia nel conflitto europeo al fianco di Hitler e contro la Francia e l'Inghilterra.
"Stasera, alle ore 18, dal balcone di palazzo Venezia a Roma, Benito Mussolini parlerà al popolo italiano", annunciava il giornale radio del 10 giugno trasmesso dall'ente radiofonico nazionale (Eiar). Anche gli abruzzesi sono allertati: affollare le piazze per assistere allo storico discorso del duce è un ordine. Anche le fabbriche, i cantieri, gli uffici chiuderanno un po' prima. Nelle strade di campagna le camicie nere invitano il popolo rurale a riempire le piazze e le strade dei paesi da dove ascolteranno "il virile verbo". Gli altoparlanti, posizionati per l'occasione, riecheggiano il discorso a tutto volume, gli applausi si ripetono ad intervalli, pareva che la guerra si dovesse combattere altrove, a una distanza incolmabile da ogni piazza esultante d'Italia in quel momento. La manifestazione di piazza Venezia veniva replicata in tutte le piazze satelliti; in prima persona, dal vivo, PEPPINO MARTINELLI, militare in servizio dal 10 febbraio 1939, era quel giorno di picchetto armato della Aviazione ad ascoltare il discorso di Mussolini. Anche lui si ritrovò tra la folla esagitata ed esultante; Peppino si sarebbe dovuto congedare proprio a giugno e quella dichiarazione di guerra significò per lui, come per tanti altri, anni di vita militare lontano da casa e dalla normalità.

(Giuseppe Martinelli, Peppino)
Le prime operazioni militari riguardarono alcuni vittoriosi attacchi contro le basi inglesi nel Mediterraneo; successivamente l'Italia aggredì la Grecia, nella convinzione di poter agevolmente sopraffare la controffensiva che invece costrinse le forze italiane a ripiegare con gravi perdite fino all'interno dell'Albania. Questo pesante e inaspettato insuccesso, oltre a compromettere il prestigio del duce e dei comandi militari, sottolineò l'impossibilità di condurre azioni belliche in modo autonomo rispetto all'alleato tedesco. Infatti, nella prima metà del 1941, le truppe tedesche assieme a quelle italiane invasero la Jugoslavia e di nuovo la Grecia costringendole alla resa nel mese di aprile. Alla fine del 1941 quasi tutta l'Europa continentale era nelle mani del nazifascismo. Nei paesi conquistati l'economia fu militarizzata, le risorse naturali furono messe al servizio dell'economia tedesca, milioni di lavoratori vennero avviati nelle fabbriche e nei campi tedeschi per rimpiazzare operai e contadini chiamati alle armi, venivano requisiti prodotti agricoli (cereali, carne) e industriali. Inoltre nei paesi soggetti alle distruzioni dei bombardamenti si accompagnava una diffusa penuria di viveri e di manufatti: le popolazioni furono sottoposte al razionamento dei generi alimentari e degli altri prodotti di prima necessità, che si potevano ritirare soltanto periodicamente e in quantità limitate dietro presentazione di una apposita tessera.

(2° Reggimento Bersaglieri pronto per una missione all'estero, cortesia famiglia Concordia)
Quand Vttorj er Rè
s bvav na bella tazz d caffè
Quand passò Imperator
quand appen s sndav l'addor
Quand jo all'Albania
lu caffè s n jo via
(Dai ricordi di LEDA SCHIAVONI)

Nel corso del 1941 due avvenimenti segnarono una svolta decisiva nell'andamento della guerra: l'attacco all'Unione Sovietica e l'intervento degli Stati Uniti d'America. L'attuazione del "piano barbarossa" di Hitler prevedeva l'invasione dell'Unione Sovietica che invalidava il patto di non aggressione siglato nel 1939; un colossale spiegamento di forze e di mezzi tedeschi affiancati da truppe italiane e di altre nazionalità si riversarono nei paesi baltici giungendo alle porte di Mosca e di Leningrado. Tuttavia l'esercito russo non capitolò e seppe riorganizzarsi dando vita a un'accanita resistenza che pian piano recuperò alcuni territori.

                     
(Cesare Concordia in Albania)         (Donato Cinthi, Renat d Cndj)

A controbilanciare la supremazia che i tedeschi avevano conquistato nei primi due anni di guerra, si profilò l'appoggio degli Stati Uniti all'Inghilterra mediante l'invio di armi e di prestiti. L'intervento diretto nel conflitto da parte degli Usa fu una risposta all'attacco giapponese alla flotta americana di Pearl Harbor, nelle Hawai, il 7 dicembre 1941. Poiché il Giappone si era legato alla Germania e all'Italia con il cosiddetto "patto tripartito" del settembre 1940, la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti risultava diretta anche contro il nostro paese.

(Orto di guerra a Teramo)
La popolazione italiana stava conoscendo una guerra indiretta, una guerra contro e sul territorio di altre popolazioni; il fronte interno, oltre a sostenere lo sforzo bellico dal punto di vista industriale e degli uomini in armi, non aveva ancora subito danneggiamenti, ma già dal 1941 non solo il pane viene razionato, 200 grammi a testa, ma anche il burro, il lardo, il riso, la pasta e il combustibile; nelle città e nei paesi i clienti devono iscriversi negli elenchi degli spacci alimentari; a Giulianova, davanti al macellaio Di Felice, la fila iniziava la notte, seduti sulla strada del Corso, ad aspettare per un po' di carne finché Pierin d Grgò strillava "a sa fnt la carn, nci stà cchj"; così molti andavano via a mani vuote, magari canticchiando una stornella…

(Militari nella base aerea di Poggio Renatico [FE], cortesia famiglia Marini)
Per molte famiglie il dramma della guerra si era tradotto nella donazione agli alti destini della Patria di figli spediti sui vari fronti: africano, albanese, francese, russo; mentre nelle case e nella vita quotidiana entrò l'obbligo dell'oscuramento e del coprifuoco. Una guerra indiretta anche nel senso che le notizie erano sempre filtrate, o perché gestite dalla stampa fascista, o perché raccontate dalle lettere sottoposte a censura che giungevano alle famiglie dai loro cari impegnati nelle diverse missioni militari. Molti soldati erano in missione sin dalla guerra d'Africa del 1935 lanciata dal Duce per dare sfogo alla vocazione imperiale del fascismo ed offrire agli italiani un proprio "posto al sole". A sostegno della missione bellica fascista fu lanciato anche un appello volto a trasformare i giardini pubblici e privati in orti di guerra.

(Militari in divisa della Aereonautica. In alto da sinistra: Basilio Cicconi, Domenico Marini, Emidio Ciafardoni; in basso: Raffaele Nazziconi e un soldato allora residente nella vicina Cologna;cortesia Sig.  Antonio Nazziconi)
Naturalmente nessuna città fu risparmiata in fatto di chiamata alle armi e così anche Colleranesco "offrì il suo tributo alla nazione": soldati partiti e mai più tornati, altri fatti prigionieri dagli alleati, altri ancora deportati nei lager tedeschi (dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943), molti anche i feriti e i dispersi; ognuno si trovò a vivere la propria personale tragedia, ora milite fascista, ora soldato sbandato, ora fuggiasco, ora partigiano, sempre in bilico tra la vita e la morte. Non tutti riuscirono a tornare a casa, alcuni lo fecero dopo mesi o anni di prigionia, quando la loro scomparsa era stata già più volte pianta dai loro famigliari. L'esperienza dei campi di prigionia è un triste bagaglio di alcuni nostri compaesani: Calvarese Umberto, (Umbert d Stfò), Cinaglia Giovanni (Giuvann d lu Mor), Cinthi Donato (Renat d Cndj), Concordia Cesare, Nazziconi Carlo (Carlucc d Ulb), Palandrani Giovanni, Palandrani Luigi, Pica Domenico (Micuccio d Ciafrnt).
Nel 1942 gli eventi bellici cominciano a subire una inversione di tendenza; il generale inglese, Montgomery, riprese l'iniziativa alleata in Africa respingendo le truppe italo-tedesche dall'Egitto fino a Tripoli; contemporaneamente gli americani sbarcarono in Marocco e in Algeria e alcuni mesi dopo, nel luglio 1943, gli anglo-americani approdarono in Sicilia. Intanto nella primavera del 1942 gli americani contrastarono efficacemente nel Pacifico i giapponesi, mentre sul fronte orientale i sovietici organizzarono una controffensiva a Stalingrado che vide, dopo una battaglia di tre mesi, la prima grande sconfitta tedesca con la resa dell'intera armata.

(Caserma del 56° Reggimento Fanteria "Marche", 7a Compagnia, in missione in Albania; cortesia famiglia Concordia)
Lo sbarco degli alleati si verificò in un momento di estrema gravità nella situazione interna dell'Italia: a un pesante disagio sociale per la mancanza di viveri e per i massicci bombardamenti sulle principali città, faceva riscontro una crisi del regime fascista. Alcuni esponenti di primo piano, come Galeazzo Ciano, Giuseppe Bottai e Guido Grandi, tentarono con l'appoggio della corte e di alcuni quadri dell'esercito, di sottrarsi alla subordinazione nazista e di porre fine alla guerra; per raggiungere questi obiettivi era indispensabile rimuovere la dittatura personale di Mussolini. Nella seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 un ordine del giorno dichiarò la sfiducia al Duce, destituito e fatto arrestare da Vittorio Emanuele III. Quel giorno la trasmissione musicale in onda sulla radio di stato si interruppe per la lettura del seguente comunicato:
"Sua maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio".
La caduta del fascismo era inequivocabile, ma la guerra? Finiva o continuava? Si poteva esultare o restava tutto come prima? Lo sbalordimento durò un'altra mezz'oretta, poi una nuova interruzione annunciava: "La guerra continua". Il giorno dopo nelle varie città ed anche nei piccoli centri, la reazione fu rumorosa e agitata attorno agli edifici del partito fascista, contro le immagini pubbliche del Duce; le tante fontane del littorio edificate in tutta Italia, compresa quella sul Belvedere di Giulianova, non riposarono più in acque tranquille.
Il governo venne allora affidato al maresciallo Pietro Badoglio, ma l'entusiasmo popolare, suscitato in tutta la penisola alla caduta del fascismo, fu ben presto smorzato dalla dichiarazione della continuazione della guerra. Tuttavia furono subito avviate trattative segrete con gli anglo-americani per stipulare un armistizio, che fu infatti firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 e reso noto l'8 settembre 1943. Da Radio New York la voce registrata del comandante capo delle forze alleate Eisenhower proclamò al mondo:
"Le forze armate del governo italiano si sono arrese incondizionatamente. In qualità di Comandante ho accordato un armistizio militare. Il governo italiano ha accettato questo senza riserve".
Intanto, in una vile e indecorosa fuga, il generale Badoglio, i reali e i maggiori graduati dell'esercito lasciarono Roma diretti a Pescara prima, e al porto di Ortona poi, per rifugiarsi via mare a Brindisi, nella zona cioè entrata nel frattempo sotto il controllo degli alleati. La carovana era formata dalle auto di casa reale in testa, a seguire quelle del comando supremo e dello stato maggiore, una ventina di automobili in tutto.

(Cortesia Signora Nidialka Nanni)
La prima meta fu l'aeroporto pescarese, ma le non rassicuranti notizie sugli aerei disponibili e sugli aeroporti sicuri del Sud determinarono un cambiamento di rotta. Si stabilì di mandare un ricognitore in giro per cercare due navi che potessero rilevare l'intero gruppo di importanti personaggi fuggiaschi. Soltanto una nave, la corvetta "Baionetta", raggiunse Ortona e portò in salvo i Savoia e i massimi esponenti militari, gli altri invano aspettarono l'incrociatore "Scipione l'Africano"; gli ufficiali rimasti a terra a poco a poco si dispersero, una parte finì prigioniera dei tedeschi, altri fecero ritorno a Roma, altri ancora furono fucilati nell'eccidio delle fosse Ardeatine. Non solo la capitale, ma l'Italia intera fu abbandonata al suo destino, con un esercito che senza più comandanti, senza ordini e direttive, andò incontro allo sbandamento generale: soldati che venivano presi prigionieri dal tradito alleato tedesco, soldati che svestivano la divisa e si davano alla macchia e lo Stato tutto che si avviava allo sfascio definitivo. Peppino Martinelli fu tra coloro che vissero sulla propria pelle lo sbandamento dell'esercito italiano; dopo quattro anni di militare, mentre tornava a Roma dopo una licenza, il treno sul quale viaggiava si fermò alla stazione di Tivoli. Era negato l'ingresso in città e i soldati venivano invitati ad andare altrove; Peppino, senza capire la situazione, decise di tornarsene a casa e giunse a Chieti Scalo. Anche la città di Chieti era interdetta al transito ferroviario, così a piedi si recò in caserma per chiedere spiegazioni sul da farsi. Ai perentori e precisi ordini si erano sostituiti vaghi e imprecisi giri di parole, "arrangiatevi", "qui ci sono i tedeschi, andatevene a casa"; erano quattro soldati in divisa e armati di moschetto con due caricatori, sconcertati e smarriti; si salutarono e ciascuno a piedi per la propria direzione si diresse alla propria casa. Giunto a Giulianova, Peppino si recò alla caserma dei Carabinieri dove di nuovo si sentì ripetere "arrangiati, vai a casa"; senza sapere se considerarsi un disertore o un traditore, perplesso rincasò. Da sempre contrario alla politica di violenza di Mussolini ed alla alleanza con i nazisti, Peppino non dormì sonni tranquilli; in paese i fascisti locali sapevano sia le sue idee sia che fosse armato. Molte notti Peppino le passava all'aperto oppure camuffandosi tra gli sfollati, un centinaio, di villa Coticchia; altre volte riposava in casa, con il moschetto sempre abbracciato, la "cataratta" sempre aperta per calarsi sul retro e poter fuggire e la madre che controllava alla finestra ogni possibile figura sospetta in avvicinamento.

(Mussolini in fuga da Campo Imperatore)
La mattina del 28 agosto 1943 all'interno di un'ambulanza affiancata da un automezzo Benito Mussolini fu trasportato in quella che la stampa definì la prigione più alta del mondo, situata a 2.200 metri sul livello del mare e considerata una località inespugnabile. L'albergo che ospitò l'ex-Duce era situato in uno spazio aperto, difficile da raggiungere senza essere visti dai 250 carabinieri che scortavano il prigioniero illustre. Inoltre la zona scoperta non consentiva l'atterraggio di aerei militari. Tuttavia il 12 settembre Mussolini fu fatto fuggire da Campo Imperatore su diretto ordine di Hitler. Dal cielo si calarono sei alianti partiti da l'Aquila pochi minuti prima, tra la curiosità della gente. Tre degli alianti si schiantarono, mentre gli altri e una "cicogna" (piccolo aereo da ricognizione) riuscirono ad atterrare; la liberazione avvenne in maniera pacifica, Mussolini, il pilota tedesco e il tenente Skorzeny salirono sul velivolo al limite del suo carico che schizzò tra le pietre traballando paurosamente e rischiando di precipitare prima di prendere quota all'ultimo momento. La prima tappa fu l'Aquila, poi l'aeroporto di Pratica di mare e infine Vienna con un aereo più grande. La fuga di Mussolini fu commentata lungamente, infatti molti continuarono a chiedersi come mai i carabinieri, che avevano ricevuto l'ordine da Badoglio di sparare su Mussolini nel caso avesse tentato la fuga, non si mossero. Non ci furono spari, ma qualche carabiniere applaudì mentre il Duce volava via. In seguito i tedeschi misero Mussolini a capo di un governo fascista, la Repubblica sociale italiana con sede a Salò.

Il DUCE, Benito Mussolini
Dal Sud risaliva l'invasione delle armate alleate, mentre nell'Italia centro-settentrionale i tedeschi si attestavano come un vero e proprio esercito occupante. Nelle zone liberate dagli alleati rimaneva in carica il governo di Badoglio, il resto dell'Italia era ufficialmente controllato dalla Repubblica di Salò, ma di fatto la maggioranza della popolazione non si schierò dalla parte di Mussolini e in molti casi iniziò ad organizzarsi in quel movimento policromo di opposizione che prenderà il nome di Resistenza; tutti coloro che con azioni solitarie o di gruppo, coordinati o improvvisati, si opposero al dominio nazifascista presero il nome di partigiani. Oltre alle molteplici azioni isolate contro i nazisti, di particolare effetto e consistenza risultarono le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) in cui i civili insorsero vittoriosamente contro i tedeschi battendosi strada per strada, e i primi scontri armati di Bosco Martese, sulle montagne del Ceppo sopra Teramo.
Un po' in tutta Italia il movimento di Resistenza antitedesca si organizzò prevalentemente sui monti, meno in pianura e in città, per contrastare il nemico con sabotaggi, azioni punitive, agguati e operazioni armate che si concretizzavano come azioni di guerriglia. I nazisti, ormai in difficoltà e in netta minoranza, risposero ai partigiani con azioni talvolta spietate di rappresaglia contro la popolazione civile: tragicamente noti per le dimensioni dell'eccidio (1.830 vittime) la strage operata a Marzabotto, in Emilia, dalle Ss, (la milizia armata del Partito nazista), il massacro di oltre trecento civili alle Fosse Ardeatine a Roma (335 vittime), e l'incendio dell'intera Boves, in Piemonte, per vendicare l'uccisione di un solo soldato tedesco. La terribile regola non scritta, e per grazia non sempre applicata, era di giustiziare dieci civili italiani presi a caso per ogni tedesco ucciso.
Gli angloamericani, sbarcati a Salerno il 9 settembre 1943, nella seconda metà del mese erano riusciti a congiungersi con le truppe sbarcate in Calabria il 3 settembre; ma nel mese successivo le truppe tedesche, pur arretrando, si attestarono su un'efficace linea difensiva (la linea Gustav) che da Cassino e attraverso il Molise e l'Abruzzo, giungeva all'Adriatico. Tali posizioni furono complessivamente mantenute fino alla primavera successiva. La ritirata tedesca verso tali posizioni fu caratterizzata da notevoli distruzioni e da razzie di uomini, destinati a costituire manodopera per gli apprestamenti difensivi. Contro queste violenze non mancarono momenti di ribellione della popolazione civile, specialmente dopo il proclama di Badoglio del 13 ottobre che dichiarava guerra alla Germania.

(Cartina elaborata dai tedeschi: per circa otto mesi il fronte ristagna su quella che fu chiamata la linea Gustav)
Fin qui la storia vista dal punto di vista di un testo di storia nazionale, la guerra mondiale con i suo momenti decisivi. Spostando il punto di vista, dal racconto degli storici a quello della gente d'Abruzzo, ci accorgiamo di come le principali vicende del conflitto mondiale, sbiadite e distorte dal regime teso a minimizzare le sconfitte e ad esaltare le vittorie, giungessero attraverso le rarissime radio di alcuni benestanti attorto alle cui finestre si raccoglievano i passanti; oppure dalle radio di alcuni bar che offrivano la possibilità di riunirsi e ascoltare il bollettino di guerra. Ascoltare la radio era un rito, alcuni addirittura si alzavano in piedi e restavano immobili o sull'attenti; alla fine di ogni proclama lo speaker diceva "firmato Badoglio" e si era sparsa la voce che quel "firmato" fosse il nome proprio del generale d'Italia, così che alcune madri presero a chiamare i loro nascituri proprio Firmato. Per le strade passava talvolta lo strillone, recitando i principali titoli del giornale d'Italia. Certo, era risaputo che l'Italia fosse in guerra al fianco della Germania, dopo il "folgorante annuncio" di piazza Venezia di Mussolini, ma la stampa e le notizie via radio non aiutavano di certo a farsi una reale idea dell'andamento delle operazioni di guerra.
Tuttavia era trapelato, un po' dall'ascolto furtivo di Radio Londra, un po' da lettere sfuggite alla censura, sia lo sbarco alleato in Italia, sia la facilità con cui la penisola veniva occupata. Non si immaginava affatto che potesse diventare l'Abruzzo il campo di battaglia più cruento, che potesse diventare l'Abruzzo un luogo disseminato di trincee e di terre bruciate, di bombardamenti da una parte e dall'altra. Il 31 agosto con il primo bombardamento su Pescara; il 12 e il 14 ottobre con i primi mitragliamenti e il primo bombardamento su Giulianova, furono demoliti tutti i dubbi di quanti speravano in un passaggio tranquillo della guerra. Giulianova era una modesta e piccola cittadina, senza stazioni militari o luoghi strategici da abbattere, una popolazione per la maggior parte dedita alla pesca e all'agricoltura, povera e umile, che assiste al passaggio della drammaticità della guerra con fortezze volanti, mitragliamenti, spezzonamenti, e poi il martellare delle contraeree, le fughe nei rifugi, i suoni della sirena a dare l'allarme: tutti questi divengono figure ricorrenti fino al giugno dell'anno successivo, per poi restarlo nella mente di quanti hanno vissuto quell'esperienza.
I primi contatti con le truppe tedesche furono esclusivamente visivi e scenografici, relativi cioè o al passaggio di vagoni di vettovaglie e soldati diretti in Africa a fronteggiare l'armata britannica; oppure si trattava di aerei nazisti che rigavano di tanto in tanto il cielo, ben riconoscibili dalla croce uncinata che esibivano sulla loro pancia o sulle loro ali.
I cittadini giuliesi erano soliti, dopo la Santa messa domenicale, radunarsi sul Belvedere per chiacchierare e compiacersi della vista sul mare; una di queste domeniche si ritrovarono improvvisati spettatori di un incidente accorso ad un caccia tedesco che con un atterraggio di fortuna si fermò sulla spiaggia di Giulianova. Venuto come al solito a piedi dalla vicina Colleranesco a onorare la sua devozione, GIOVANNI NAZIONALE (Giuvann d Bastcadé) fu tra i molti che corsero giù ad osservare con meraviglia il velivolo ed il pilota tedesco in uniforme delle Ss, dallo sguardo di ghiaccio e dagli alti e lucidi stivali neri. Dopo poco tempo atterrò un altro aereo con a bordo un meccanico per riparare il guasto; la breve sosta fu confortata dai pasticcini che delle donne portarono ai tedeschi i quali accettarono e immediatamente ripartirono per la loro destinazione.
Sin dal 25 luglio del 1943, con la caduta del fascismo e l'arresto di Mussolini, i tedeschi compresero che non avrebbero più potuto contare sulla totale alleanza e fiducia dell'Italia. In maniera ambigua ma discreta le truppe tedesche iniziarono a farsi più presenti nella penisola, specie nelle maggiori città, prendendo possesso di alcune zone strategiche dal punto di vista sia amministrativo che militare.
Nel corso di queste operazioni l'atteggiamento tedesco non fu né arrogante né violento, anche se ovviamente non si tollerarono disubbidienze. Una delle primissime "visite" naziste dalle nostre parti avvenne durante l'estate 1943 quando in una delle ville di Colleranesco, quella di don Peppino Trifoni, si presentarono due ufficiali giunti in auto; la richiesta fu semplice ed esplicita, chiedevano di poter requisire la villa per alcuni giorni affinché i soldati diretti a Sud potessero riposare un po'. La figlia di don Peppino, MARIA ADELAIDE TRIFONI, ricorda lo spaventoso stupore di fronte a quegli uomini in divisa che fecero irruzione mentre lei con altri bambini giocava in giardino. L'iniziale paura fu mitigata dalla tanta cioccolata che con altrettanta gentilezza i militari tedeschi diedero ai bimbi. Nel complesso l'occupazione fu disciplinata e tranquilla, gli ufficiali presero possesso di alcune stanze della villa, mentre la soldatesca si accampò nel giardino circostante senza compiere soprusi o danneggiamenti. Questa villa sarà particolarmente esposta alle progressive incursioni tedesche data la vicinanza alla strada Nazionale per Teramo, sempre più trafficata da truppe in movimento. Il signor Trifoni, per una maggior tutela dai bombardamenti, fece tagliare quasi tutte le piante attorno alla villa, compresi i tanti pini secolari che dall'alto potevano far pensare ad un nascondiglio di armamenti tedeschi.
Quell'inspiegabile avvenimento del mese di agosto scosse quanti ne vennero a conoscenza: l'Abruzzo era stato bombardato, il 27 agosto Sulmona e il 31 Pescara. Fino a quel momento i bombardamenti avevano riguardato grandi città italiane o paesi stranieri, i disastri delle bombe erano state viste soltanto sui pochi giornali che circolavano o erano stati descritti dalle lettere che giungevano dai familiari impegnati in guerra. L'Abruzzo, meta di tanti sfollati provenienti dalle città del nord o da Roma, non era ancora stato toccato da lutti e distruzioni. Ora la guerra è tangibile, è visibile: da Giulianova si sentono vicinissime le cannonate, si scorgono fuochi e fumi, il silenzio della notte si avvia a svanire.
Gli abitanti delle zone meridionali abruzzesi, dinanzi alla mutata situazione, iniziarono a cercare case in campagna, lontane dai centri abitati soggetti a possibili ulteriori incursioni. Migliaia di persone si incamminarono, pochi diretti verso una meta sicura, parenti o amici, altri provavano a chiedere aiuto a conoscenti, tanti si muovevano in maniera confusa e precaria purché fosse verso Nord. La gente che accoglieva queste ondate di fuggitivi si mostrò ricca di buon senso e disponibilità, ma purtroppo povera di viveri e comodità.
La prematura comunicazione dell'atteso armistizio avvenne l'8 settembre, data rimasta indelebile nella memoria di tutti quelli che c'erano, sia per la momentanea gioia che per la disillusione di là da venire. L'entusiasmo iniziale davanti all'eventualità di una pace, si spense con la progressiva invasione della Wehrmacht: l'Italia divenne territorio soggetto al sistema di occupazione tedesco e quindi sottoposto allo sfruttamento di tutte le risorse, forza lavoro compresa. Dal settore economico a quello politico, dalle istituzioni alla società tutta, l'occupante tedesco estese le proprie direttive (con ordinanze e bandi) imponendo agli italiani assoluta e perentoria ubbidienza.
A Giulianova la prima presenza di militari tedeschi è documentata in data 13 settembre 1943 quando, giunti in una settantina di unità a bordo di autocarri e camionette, circondarono la caserma dei Carabinieri Reali, entrarono dalla porta e dalle finestre, immobilizzarono il piantone di guardia e i militari all'interno portando via armi e munizioni. Con a bordo alcuni ostaggi, i tedeschi si diressero verso Teramo dichiarando la imminente occupazione della caserma ed il prossimo rilascio dei prigionieri. Nei giorni successivi i punti di maggiore transito, la stazione ferroviaria e lo scalo merci, furono posti sotto controllo e furono installati alcuni comandi nazisti a Giulianova paese presso le ville Migliori, Ciafardoni e Cerulli. Altri distaccamenti temporanei requisivano di tanto in tanto abitazioni poste sulle vie di maggiore transito come la villa Parere, vicina al trivio Pescara-Ancona-Teramo, la villa Trifoni e la villa Falini, adiacenti alla strada Nazionale per Teramo, e altre ancora. Nel mese di dicembre anche il Convento della Madonna dello Splendore fu requisito al fine di impiegare nei suoi spazi circa 400 operai ai lavori forzati. Già in data 15 settembre l'intera provincia poteva dirsi invasa dai tedeschi alle dipendenze dei comandanti Kesserling e Von Zanthier e l'intera popolazione, cittadina e rurale, soggetta alle ordinanze ed ai bandi affissi un po' dappertutto.
Una ordinanza risultò di drammatico impatto per le famiglie che abitavano la parte bassa di Giulianova: l'obbligo fu quello di sgomberare completamente la fascia di territorio ad est dell'allora Statale Adriatica. L'ordine di trasferimento era stato dettato nella eventualità di un attacco dal mare che i tedeschi temevano da parte degli anglo-americani, tant'è che costruirono una piccola batteria antisbarco alla foce del fiume Tordino, ancora oggi visibile.
Tra le prime operazioni di occupazione del territorio fecero parte l'installazione di una batteria contraerea a Cologna Paese per sorvegliare Giulianova spiaggia, la stazione e il ponte sul Tordino; un'altra batteria fu sistemata sulle colline opposte, in contrada Montone a protezione del ponte sul Salino e della restante fascia costiera; infine, una batteria contraerea mobile, una 20mm a 4 bocche, fu posta nella campagna retrostante il camposanto in modo da impattare gli aerei che risalivano dal lido; inoltre un pattugliamento notturno vigilava che tutte le luci fossero spente e che nessuno circolasse, secondo l'ordinanza sull'oscuramento e sul coprifuoco.

     
(Resti della trincea dove era posizionata la batteria antisbarco a Giulianova, foto 2005)

Numerose traiettorie aeree solcavano da tempo il cielo sopra Giulianova, aerei nazifascisti diretti in Africa in una direzione, aerei angloamericani diretti in Germania nell'altra direzione, da nord a sud e viceversa.

(Contraerei a Cologna, cortesia Signora Nidialka Nanni)
Coloro che furono spettatori del primo bombardamento su Giulianova ricordano lo strano rumore degli aerei di quel giorno e poi il tetro sibilo delle bome sganciate mentre cadevano giù. Il 12 e il 14 ottobre 1943 segnano l'inizio di mesi e mesi di paura e di fughe precipitose, di corse nei campi e negli instabili rifugi, di invocazioni e di lamenti, di bombe indelebili in una delle pagine più tragiche della storia locale. Da ottobre alla fine di aprile 1944 il territorio giuliese fu soggetto a circa 120 azioni di mitragliamento o bombardamento che distrussero completamente oltre cento abitazioni, danneggiandone altre circa cinquecento. Le fortezze volanti, i quadrimotori, costituirono un crudelissimo strumento di morte contro i centri abitati occupati dal nemico, anche dove non esistevano veri obiettivi militari. Le formazioni di bombardieri entravano dal mare, ordinatamente raggruppati e simili alle anitre che a dicembre entrano dall'Adriatico, per scomparire dietro le colline di Cologna o Notaresco dopo aver vuotato le loro letali pance. L'immediato effetto dei ripetuti bombardamenti fu lo sconvolgimento delle coscienze e la frantumazione delle prime case ed edifici, visto che a Giulianova di obiettivi militari non ne esistevano. In piazza Buozzi venne posizionata una sirena, simile a quelle usate durante la trebbiatura, collegata al volano di un trattore per dare l'allarme e, grazie al silenzio più tacito che quello odierno, il suono intermittente giungeva nitido fino a Colleranesco; al pari vi giungeva il liberatorio sibilo lungo, segno del cessato allarme.

Il giorno del primo bombardamento il signor ALBERINO IANNETTI si trovava a Giulianova e non può dimenticare lo stupore e il terrore sotto a quegli aerei che affollavano il cielo, scendevano da Montone e si abbassavano; dapprima ci furono raffiche di mitra, poi lo sgancio delle bombe. Gli stessi aerei risalivano e ripeterono più volte la manovra fino a svuotare completamente il loro micidiale carico. Quello stesso 14 ottobre sotto ad un cielo coperto dalle nuvole, Giovanni Nazionale stava preparando il terreno per la semina quando sentì il padre, che poco distante stava estirpando la jerv loc a li flì, urlare di buttarsi a terra. Il rumore era insolito per lui, non per il padre che aveva fatto la guerra del 15/18; diverso era il rombo rispetto agli aerei che continuamente passavano, si sentiva uno sconosciuto sibilo che da quel giorno non è stato più dimenticato: erano le bombe che cadevano giù. Poco dopo, con il cielo che schiarì, la squadriglia dei 12 quadrimotori fu ben visibile sopra alle loro teste in lento e terrificante avvicinamento.
Molte abitazioni si dotarono di improvvisati e malsicuri rifugi e anche la pubblica amministrazione ne mise a disposizione alcuni di ampia portata, specie a Giulianova alta, e piccole buche rifugio lungo la strada Nazionale. Spesso bastava una pioggia abbondante ad allagare i rifugi privati, oppure un piccolo crollo li rendeva impraticabili. Tuttavia era una efficace forma di rassicurazione, uno stringersi assieme di persone spaventate dall'ignoto. Inoltre non sempre si riusciva a raggiungere in tempo i rifugi; infatti la signora ADALGISA CINAGLIA ricorda un improvviso bombardamento durante il quale lei e i suoi parenti si buttarono a terra mentre lo zio malediceva un cugino che abbracciandolo lo avrebbe potuto rendere più visibile agli aerei; naturalmente a pericolo scampato si rideva di questi battibecchi.
Cinque furono i rifugi pubblici costruiti a Giulianova ubicati nelle diverse zone (via Giuliantonio Acquaviva, via Montello, via Madonna dello Splendore, piazza Vittorio Emanuele II, piazza della Misericordia); a Colleranesco il rifugio di più ampie dimensioni era quello della centrale Villa Trifoni, del quale sembra, dai ricordi di ROMOLO TRIFONI, sia stata allestita anche una inaugurazione pubblica. La signora Maria Adelaide Trifoni rammenta un primo rifugio soggetto a frane, e poi la costruzione di un secondo corridoio sotterraneo, ad una trentina di metri dalla villa, stretto e lungo, con panche, un tavolinetto e una stufa.
Una volta entrati nei rifugi, gli uomini solitamente restavano sull'entrata a guardare le fortezze volanti avvicinarsi e si mostravano duri e forti, ma non appena le bombe iniziavano a cadere, si rannicchiavano dentro senza più fiatare. Intanto le donne recitavano sommessi rosari e meste preghiere, mentre c'era chi riusciva a canticchiare. La signora NIDIALKA NANNI ci riferisce della presenza di Bruno Lauzi sfollato a Giulianova in quel periodo che, dritto sull'entrata del rifugio stracolmo di gente, diceva "o popolo inchinato, stammi a sentire" e intonava una canzone. Il ricordo visivo più forte nella mente di DIANA CRESCENZI ci descrive una precipitosa corsa verso il rifugio del Belvedere con gli occhi sbarrati verso il mare, là dove le prime bombe facevano alzare colonne d'acqua proprio in direzione del rifugio; fortissimo era il rumore dei quadrimotori, terrificante il fischio delle bombe in caduta.
Tutti gli intervistati, protagonisti dal vivo delle vicende di quegli anni, alla domanda, "Quante volte sono venuti a bombardare Giulianova?", all'unanimità hanno risposto:
"…e scj, mbé titt li jurn vnav a bumbardà…"

(Lorenzo Concordia, Rondino)
Lo spavento per i bombardamenti non lasciava riposare nessuno, indistintamente di giorno e di notte arrivavano le fortezze volanti e i caccia. Di particolare impatto risultò una azione notturna durante la quale in cielo "a sj fc mezzjurn": proiettili traccianti, numerosi bengala illuminarono a giorno tutta Giulianova. Il panico si impadronì di tutti, alcuni rimasero pietrificati in casa incapaci persino di fuggire fuori, altri scappavano portandosi dietro i materassi, altri si nascondevano sotto qualche grande pianta. Anche gli anziani reduci di guerra restarono sbalorditi, mai visto un bombardamento così, con luminari che a centinaia scendevano appesi a piccoli paracaduti. Persino dalla lontana Villa Penna la famiglia Trifoni, lì rifugiatasi, assistette agghiacciata dalle finestre al surreale avvenimento. Come potrebbe dimenticare quel bombardamento, durato un ora e un quarto, la signora ADELINA DI GIACINTO che proprio quella notte, il 22 ottobre 1943, mise al mondo il figlio Enzo; quando ora il robusto Enzo dice di essere forte, la madre gli ricorda "eh, lo so che sei forte, tu sei nato in mezzo alle bombe!". Un altro commovente ricordo riemerge dalla vita di quegli anni quando Adelina era fidanzata con un soldato spedito in Russia, "bersagliere del III reggimento numero 40" scriveva sulle lettere che lei spediva. Le risposte arrivavano con mesi di ritardo, ma leggere alla fine un piccolo "sto bene" ripagava ogni attesa. Lorenzo Concordia (Rondino), resosi conto della precaria situazione militare e dell'alto rischio di congelamento che in parte già lo aveva colpito, chiese alla fidanzata di volerlo sposare per ottenere il permesso dei quaranta giorni: sposandolo, Adelina gli salvò la vita, visto che poi non sarebbe più ripartito.

(Treno viaggiatori colpito da aerei alleati sulla Giulianova-Teramo)
La spaventosa paura dinanzi al terrorismo aereo faceva correre e scappare senza direzione purché significasse allontanarsi dalla strada principale, alcuni dirigendosi, le prime volte, addirittura verso la ancor più pericolosa ferrovia, altri incappando in attacchi di vomito o in ripetute storte; il metodo contadino di cura delle slogature era formare la chiarat, una specie di gesso fatto con il bianco d'uovo e farina, oppure si facevano li tupp, una stoppa di canapa per fasciare la parte gonfia. Durante una di queste fughe la signora Diana Crescenzi ci riferisce come lei, caduta a terra, si fosse sentita così paralizzata dalla paura da restare bloccata senza neppure riuscire a rialzarsi. La più eloquente testimonianza sull'effetto dei continui bombardamenti sulla coscienza dei più piccoli ce la riporta la signora MIRIAM-EDDA FOSCHI: un bambino per circa due anni perse l'uso della parola ripetendo sempre lo stesso lugubre rumore che il ricognitore o la mitragliatrice gli aveva impresso in testa, "trrrrrrrrrr, trrrrrrrrrrrr"; gli altri bambini, ridendoci inconsciamente un po' su, lo soprannominarono "tr, tr". In casa DI BONAVENTURA, VINCENZO E ARNALDO ricordano come loro nove fratelli dormissero tutti nello stesso letto con i genitori per stringersi e farsi passare la paura; Arnaldo non può dimenticare il forte dolore al petto che durante i bombardamenti gli prendeva e la madre che cercava di distrarlo raccontando favolette. La notte del bombardamento illuminato anche la nonna si distese nel letto assieme a tutti gli altri, mentre il nonno, Altobrando (Brannt), inginocchiato sopra ad un baule, rimase a guardare fuori dalla finestra, m sting argustà lu spar rispose alla moglie che lo chiamava.

(La maestra Rosa Candelori con la sua classe delle elementari di Colleranesco, cortesia Nidialka Nanni)
Gli obiettivi strategici erano individuati dai ricognitori, ma poi gli attacchi degli aerei risultavano spesso imprecisi; la tattica di guerra del generale Montgomery prevedeva una stretta cooperazione di caccia e bombardieri. I bersagli principali a Giulianova furono individuati nel porto e in particolare ci si accanì su di un inaffondabile rimorchiatore con il quale erano tornati alcuni soldati sbandati dalla Jugoslavia, poi arenatosi a causa del basso fondale e particolarmente visibile dall'alto seppur nella sua innocuità; alla fine svolse anche l'involontario e importante ruolo di avvertimento dell'arrivo dei bombardieri. Gli altri obiettivi furono i due ponti di confine territoriale e la stazione ferroviaria al fine di intralciare sia la ritirata che l'approvvigionamento tedesco. Il ponte sul Tordino, anche se non più utilizzato per l'elevato rischio, non fu mai colpito appieno a danno però delle numerose abitazioni del quartiere Annunziata.
Negli occhi tanto fumo, nelle narici l'odore della polvere pirica, nel cuore un rimbombare incessante, nelle gambe l'agilità per correre lontano, nella bocca soltanto l'aria che secca il palato.
I bombardamenti che più si avvicinarono a Colleranesco furono quelli del 22 novembre quando uno spezzone precipitò vicino la casa di D'Ottavio (Pllcciò), e altre bombe "grandi come maialini" caddero attorno casa Iampieri; la signora SPLENDORA CINTHY ci dà notizia, dall'alto dei suoi 93 anni, dei danni delle tre bombe che riguardarono un parziale sfondamento del tetto e altre zolle di terra che entrarono in casa rompendo le finestre; le altre bombe inesplose furono, con certosina applicazione, pian piano affondate e interrate dal marito, Giuseppe Iampieri, deviando e intorbidando un rivolo d'acqua spontanea, l'ammuj. Splendora commossa ricorda come in quei giorni la valigia fosse sempre pronta per scappare e le lacrime sempre in procinto di scoppiare.
Una bomba fu sganciata nella zona bassa di via Cupa da due caccia inglesi che volavano a bassa quota in perlustrazione e uccise uno dei due tedeschi che facevano i guardafili; il superstite si gettò nel fossato adiacente la strada, mentre l'altro fu colpito in pieno e alcuni soldati tedeschi lo raccolsero dopo una decina di minuti. La buca che si formò aveva le dimensioni di un quadrato di quattro metri, profonda un tre metri e le zolle scaraventate e sbriciolate per aria ricoprono tutti coloro che, assistendo alla scena, si erano gettati a terra. Tra questi testimoni oculari, il fratello di mio nonno, Pasquale Palandrani, raccontava di essersi ritrovato completamente interrato; mentre Giovanni Nazionale riferisce come da casa sua la bomba fu ben visibile mentre scendeva.
Molti ricordano i mitragliamenti diretti alla stazioncina ferroviaria di Colleranesco, là dove poteva ogni tanto trovarsi fermo un treno, mitragliamenti che potevano spingersi fin sotto Villa Muzii. Quotidiano e ottimamente percepibile era, invece, il tambureggiare della contraerei di Cologna, i cui proiettili ronzavano talvolta sulle teste dei contadini nei campi, simile a mosconi come racconta Adalgisa Cinaglia la quale ne ebbe diretta esperienza mentre stava raccogliendo la verdura. Inoltre un vero e proprio missile lanciato dalla contraerei si sotterrò nei pressi dell'attuale piazza di Colleranesco, vicino ad un grande olivo.
In seguito alle prime vittime giuliesi venne promosso un corteo funebre di commemorazione al quale parteciparono gli alunni delle scuole, compresa la scuola elementare di Colleranesco. La testimonianza fotografica che segue è, con molta probabilità, riferita proprio a quella manifestazione.
L'8 settembre aveva sancito una pace sulla carta e aveva alimentato una vacua speranza: cancellare con quel pezzo di carta l'assurda alleanza con la Germania di Hitler. Da un occupante all'altro, tutta l'Italia era invasa da truppe straniere. Si pensava che l'armistizio potesse porre termine alle incursioni alleate; così ad esempio credevano quei pescaresi che il 14 settembre, mentre squadriglie di bombardieri invadevano il cielo provenienti dal mare, aerei luccicanti al sole del primo pomeriggio, in ordinata formazione, stettero tutti lì a contarli, a guardarli venire senza più paura, tanto c'era stato l'armistizio…quando la prima fumata nera diede il segno dello sgancio delle bombe e della totale disperazione.
Dopo i primi bombardamenti, allo sfollamento forzato della zona del lido si aggiunse quello volontario, e comunque imposto dall'elevato pericolo, di quanti abitavano nei pressi dei bersagli privilegiati, i ponti del Tordino e del Salino e ovviamente la stazione ferroviaria; dopo queste azioni, le rimanenti bombe venivano arbitrariamente sganciate sulla via di maggiore transito e visibilità, la Nazionale per Teramo. Tuttavia la bomba che cadde più a ovest fu quella vicino alla villa Falini, appunto ai margini di Colleranesco. Il signor LUIGI FALINI si impressionò delle dimensioni della enorme cavità che avrebbe potuto contenere tutta intera la sua abitazione la quale fortunatamente riportò la sola rottura di vetri e finestre oltre ad una sgradevole imbrattata di terra sulla facciata esposta all'esplosione.
I bombardamenti esagerarono al punto che si smise d'aver paura dei tedeschi per cominciarne ad avere degli inglesi e degli americani. Il rumore cupo e tetro dei quadrimotori avvolgeva tutto, si avvicinava e con esso la tragedia; la morte veniva dall'alto e dall'alto osservava in lontananza la tragedia che stava per scatenare, così a caso, sopra il destino di chissà quali case o quali persone. I tedeschi iniziarono ad aver bisogno di manodopera per i lavori di ricostruzione e poiché quasi tutti gli uomini abili si erano dati alla macchia oppure erano in guerra, veniva assegnato uno stipendio giornaliero di 50 lire ai volontari che si sarebbero presentati; alcuni accolsero l'invito, ma naturalmente il luogo di lavoro era ad alto rischio di bombardamenti così capitava che si lavorava un giorno, forse due, finché vedere aerei e bombe così vicini faceva gettare tutto a terra e non tornare mai più. Imposti erano invece i viaggi che, per chi aveva carro e buoi, si dovevano fare per trasportare legname in via Mulino da Capo, necessario alla costruzione di un ponte sul Tordino.
Ognuno si era trovato faccia a faccia con la guerra che aveva assunto le sembianze dell'oscuramento, dei militari, dei quadrimotore, del ricognitore, delle mitragliatrici, dei carri armati e di altro ancora. Ognuno aveva condotto una propria personale guerra per la sopravvivenza. Ognuno era carico di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. Alcune di queste storie vengono oggi rievocate e trasmesse ai lettori.
In quei mesi in cui la guerra riversava il suo destino anche su Giulianova, la periferia di Colleranesco si trasformava e prendeva nuova forma. Quel manipolo di case e di coloniche, ville e magazzini, furono meta di tanti sfollati; alcuni di questi profughi erano solo di passaggio, con carretti e fagotti, diretti ancora più a nord. Ogni stanza sgombra si riempì di povera gente, tutte le stalle si animarono di persone spaventate e smarrite, persino tra la paglia nella greppia ci si allungava per essere talvolta svegliati dal leccare di un vitellino. La dormiveglia notturna era rotta da un insopportabile zirrione, il ricognitore alleato in volo d'ispezione, che assieme ad altri animali, per fortuna inoffensivi, animavano le notti insonni: topi che uscivano dai buchi e passavano accanto alla gente sdraiata, pidocchi e cimici che infestavano un po' tutti.
La periferia diventa il centro, Colleranesco diventa l'asilo, la culla che accoglie la popolazione giuliese, dal quartiere martoriato dell'Annunziata a quello sgomberato della spiaggia, finanche agli abitanti della zona alta del paese, neppure quello più al sicuro, specie dopo l'infelice incursione del 29 febbraio 1944. Nuovi rapporti e nuove amicizie, una profonda solidarietà e compassione nacquero in questo clima fatto di reciproci aiuti e incoraggiamenti.
Colleranesco funge da centro di assistenza e di accoglienza sia dei senza tetto sia degli sfollati in genere e non solo giuliesi, talvolta anche famiglie del litorale adriatico più a sud o delle zone attorno a Ortona giungono fin qui. Da un censimento compilato subito dopo la liberazione emerge una cifra vicina alle tremila unità di sfollati presenti nel comune di Giulianova e ad accoglierli era stata soprattutto la periferia di Colleranesco e di Case di Trento.

(La bigattiera e i magazzini Trifoni, Colleranesco, foto 2005)
Le tre ville Trifoni furono gremite in tutti i loro spazi, dalla bigattiera alle stalle, dalla chiesetta al frantoio, dalla casa del fattore ai granai; attorno alla villa in zona Campocelletti erano una sessantina gli sfollati; nella zona più affollata, quella dei magazzini e della bigattiera, si contavano sui cinquecento sfollati, per lo più giuliesi.

(Chiesetta rurale e bigattiera adiacente villa Trifoni in zona Campocelletti, Colleranesco, foto 2005)
Nelle stanze delle ville Trifoni non sempre c'erano sfollati perché vi alloggiavano, di frequente, i tedeschi o con un comando provvisorio oppure semplicemente con milizie di passaggio. Quando requisirono la villa del fratelli Romolo, Maria-Teresa e Domenico Trifoni, i tedeschi vi trovarono la sola zia Margherita, l'unica a non essersi trasferita dai parenti a Villa Penna. La presenza tedesca non diede fastidio, ovviamente pretesero da mangiare e vollero dormire con la stufa a legna sempre accesa; tuttavia furono rispettosi delle richieste della vigorosa zia Margherita la quale, ricorda con un sorriso Romolo, espresse addirittura le proprie rimostranze al capitano facendo richiamare alcuni soldati che sbirciavano dalle finestre le donne mentre cucinavano: l'ufficiale diede ordine, da quel giorno, di tenersi scrupolosamente a cinque metri di distanza dalla finestra. Durante un'altra visita di un manipolo di tedeschi che chiedevano di poter mangiare, la zia Margherita acconsentì a patto che entrassero in fila e due per volta: disciplinati e obbedienti ebbero tutti un po' di pane e prosciutto.
La Colleranesco abitata si presentava come un pascolo di casolari, modeste tenute e pinciaie allo stato brado nella campagna rigata da fossi e filari, da viottoli e pedicarole; come pastori si imponevano le ville signorili dei Trifoni, dei Castorani, dei Iannetti, dei Paoloni, dei Parere, dei Cerulli. Nel suo territorio Colleranesco si allungava tra il fiume Tordino e la strada Nazionale, dal fosso Falini a tutta la zona di villa Volpe e villa Muzii e verso nord fino a Case di Trento.
Numerosi furono i furti di carri (dai più grandi, la cacciatora e la mambrucc, ai più piccoli, lu brrcj e lu scappavj finanche ai carri agricoli, la sterza e la traj) con i rispettivi animali da traino (vacche, cavalli, asini, muli) usati per spostarsi e portare al comando i prodotti prelevati dalle case contadine; i carri servivano anche per i trasporti più pesanti di vettovaglie e le bestie venivano a volte semplicemente abbattute per mangiarle. Con le requisizioni la popolazione iniziò l'occultamento dei pochi beni disponibili che si sotterravano sotto ai pavimenti delle case, oppure si muravano sotto agli archi delle gradinate (specie la biancheria), si sotterravano nei pagliai ricoprendoli poi con un fitto di frasche. Un po' tutti quelli che avevano vacche, cavalli o asini, cercarono di salvarli dalle razzie portandoli lontano dalle stalle; alcuni scavando fosse di una profondità tale che il grano potesse nasconderli, altri calando le vacche nei fossi, tra canneti e fronde, con qualcuno che poi doveva sempre restare a sorvegliarle e far loro compagnia affinché non emettessero lamenti di solitudine. Tante notti all'aperto furono letali a quanti si ammalarono, nell'immediato dopoguerra, di bronco polmonite senza potersi curare non avendo possibilità di procurarsi la penicillina.
Era ben chiaro che la guerra stava entrando di casa in casa, con le bombe, con gli sfollati o con i tedeschi, e ovunque con la paura e l'incertezza per il domani. Alcuni sfollati di giorno tornavano ai propri orti o alle proprie abitazioni per prendere qualcos'altro da portare via e talvolta là dove una casa si ergeva in su, ora ritrovavano buche che sprofondavano in giù; durante il giorno questi nuovi esuli girovagavano per i campi nella speranza di trovare qualche frutto, qualche pannocchia, qualche patata, oppure si mostravano disponibili ad aiutare i contadini per racimolare un pasto. Anche le barrette di ferro erano un bene da ricercare tra le macerie, magari usandole per catturare qualche uccello.

(Casa del fattore dei Trifoni, Altobrando Nanni, foto 2005)
La grande paura concedeva pochi momenti di lucida riflessione, ognuno tentava a suo modo di mettersi a riparo e la maniera più elementare che quasi tutte le famiglie adottarono fu la costruzione di improvvisati rifugi nei pressi delle abitazioni: buche sotto terra coperte da tavole, oppure cunicoli nelle serre della paglia, o tunnel sotterranei davvero ingenui e pericolosamente esposti a schegge incendiarie. Tuttavia bastava stare tutti assieme e ravvicinati per confortarsi nell'illusione di trovarsi al sicuro. Pensare inoltre che durante l'allarme molti non accendevano il camino o restavano in silenzio per timore che i piloti dall'alto potessero vedere o sentire. Durante i bombardamenti si scappava, si correva senza una meta precisa e ci si "riparava" sotto ad una pianta, chi si rannicchiava dentro ad un solco, chi addirittura sotto ad una vacca. Un altro movimento vivamente sconsigliato ed evitato era quello di lasciare lu tmò del carro alzato verso il cielo, temendo potesse assomigliare ad un cannone puntato in alto; così come le donne venivano sollecitate a togliersi le gonne di colore rosso se un aereo fosse di passaggio. La mente scossa dal persistere della paura era il fertile terreno di strani ma comprensibili atteggiamenti: non si può giudicare dall'esterno senza aver vissuto quelle sensazioni terribili, uomini modesti dinanzi ad un destino di morte gettato dall'alto.
Ogni casa contadina presentava, grosso modo, una struttura costante: due piani di cui al primo si trovavano la stalla, il fondaco e la cucina con il focolare; il piano superiore, raggiungibile con la caratteristica scalinata esterna, era adibito a dormitorio. Il portone d'ingresso a serratura con la sbarrell, esibiva la immancabile caratteristica gattarol, una apertura in basso per il passaggio dei gatti anche durante la notte. L'abitazione era pavimentata a mattoni, aveva finestre con gli scurini ed una soffittatura a cielo di carrozza nei piani bassi; travi, tavelle e coppi al piano superiore erano a vista. Si dormiva sopra a lu saccò (pagliericcio pieno di paglia o di cartocci di granoturco usato come materasso) e ci si scaldava col calore della stalla sottostante. L'ampio spiazzo davanti alla costruzione era l'aia e poco distante si trovava il pagliaio che fungeva da rimessa degli attrezzi agricoli affiancato da la mndocchj o la serra d lu paiarò (grandi cumuli di paglia o di fieno a forma conica il primo, quadrata l'altro che costituivano la riserva per l'annata), qualcuno aveva un piccolo forno spesso vicino alla casa, un po' più lontani erano collocati gli stroli (pollaio, porcile, ovile…) e sul lato posteriore si trovava il letamaio (prezioso concime che veniva addirittura talvolta "venduto" a chi non lo aveva, a li mmerdarul) e una improvvisata latrina. Il luogo più frequentato durante l'inverno era la stalla, con le donne che cucivano la canapa e i bambini che si addormentavano affianco alle vacche oppure gli infilavano le mani tra le cosce per scaldarle. Solitamente si faceva colazione con peperoni fritti o secchi con sardelle, o patate in brodetto, un po' d'uovo con un pezzetto di pancetta (lu sfrculott); a pranzo si mangiava polenta o pasta fatta in casa (li mabajatell o li tajl') sempre in razioni minime, poi talvolta uova e verdure, anche selvatiche (li scrppgn o li lattacciul) condite con aceto, crude le più tenere, cotte le più dure, magari con qualche fagiolo o piselli. A volte la cena consisteva in pane inzuppato nel vino, altre volte neppure si cenava. Il luogo di cottura era la brace oppure la paglia del camino, dove venivano messe pentole e scodelle (lu pzznott, la callar, la sartanj) sopra a lu treppit. L'acqua veniva raccolta nel pozzo, con il secchio attaccato alla carrucola, e portata in casa con la conca. Il pane era sempre casereccio e gli si affiancavano legumi di stagione oppure un po' di frutta come i fichi o le pere; altra possibilità era di sfregare sul pane il lardo o spalmarlo con lo strutto usato per conservare le salsicce. I cibi più prelibati, salsicce, formaggio, carne in genere, si riponevano sotto chiave per le grandi occasioni come le feste (matrimoni o ricorrenze) o la mietitura, la vendemmia, la trebbiatura: è durante questi momenti importanti per la vita agricola che la campagna si riempiva di tutto il vicinato. Questi lavori venivano svolti in successione dalle diverse famiglie al fine di aiutarsi reciprocamente con la pratica diffusa del dscagn o scagn ajit. Erano le vere e proprie festività di campagna, anche se erano anche i periodi più delicati e di maggior attività; gruppi di venti, trenta persone che cantavano, raccontavano aneddoti e barzellette, facevano chiacchiere e vernecchie, e poi davvero si mangiava: erano ben cinque le tappe culinarie, la dsnjn, la colazione, il pranzo, la merenda e la cena. Durante la giornata le donne portavano da mangiare in campagna con la canostr (cesta) in testa e dentro lu sparrò (fagotto con gli alimenti) e i fiaschetti di vino. A sera i lavoranti rincasavano per cenare tutti assieme: finalmente anche la tavola sorrideva con pasta, brodo di gallina, saggc (salsicce), prsitt (prosciutto), paparì (grandi papere), cunij (conigli) e quant'altro. Alcuni, pensando al resto della famiglia a casa, prendevano razioni abbondanti riponendole nelle tasche.

         
(Case coloniche a Colleranesco, foto 2005)

Al di là degli episodi di soprusi e irruenza prevaricatrice, ci furono anche contatti pacifici e amichevoli con i militari tedeschi. Di sicuro la serenità e l'equilibrio mentale era precario per quei soldati lontani dalle loro famiglie. Il popolo tedesco, dopo la pesante umiliazione imposta con il Diktat francese, fu facilmente manovrabile e manipolabile dalla assurda idea di Hitler che si fece portavoce di un supremo destino del popolo germanico. Sentirsi destinato rende l'uomo presuntuoso e superbo nei confronti dei cosiddetti normali, la cui sorte è di essere sottomessi perché considerati falliti e inferiori.
La signora Adalgisa Cinaglia ci dice "…i tedeschi uscivano da tutte le parti, sbucavano dalla campagna e venivano in casa a farsi un bicchiere di vino…". I soldati tedeschi entrano nella quotidianità di quei mesi, tutti hanno avuto incontri ravvicinati: il signor EMIDIO FALÀ ricorda un giorno mentre, solo a casa, stava dando da mangiare agli animali e il padre Pasquale con la cognata Cesira erano andati a raccogliere le cime della fava; i tedeschi del comando alloggiato nella villa dei Trifoni erano soliti andare a rastrellare generi alimentari o bestiame nelle case vicine e durante l'ultima requisizione dai Falà era stato lasciato un biglietto con scritto "non saccheggiare più in questa casa". Quando quel giorno Emidio fece per prendere il biglietto, i tedeschi, sospettando una manovra di ribellione, gli puntarono il mitra contro; con Emidio immobilizzato, i soldati prelevarono una damigiana di vino, un po' di olio, un prosciutto e andarono via.
Tutti i giorni si incontravano tedeschi per strada, racconta Giovanni Nazionale, e spesso bussavano alla porta per le loro richieste; ricorda bene la notte di Natale quando sei tedeschi diretti a Cassino cenarono e dormirono da loro, con i cannoni nascosti sotto a fascine di paglia; il mattino, andando via, i soldati ringraziarono molto ed espressero la volontà di ripassare se fosse stato possibile. Similmente un'altra notte, precisamente una di quelle che precedevano di pochi giorni la mietitura, qualcuno batté all'entrata; aperta la porta, alcune persone entrarono e spensero il fiammifero col quale si stava per accendere un lume. I malviventi non proferirono parola per non farsi riconoscere, ma di sicuro erano briganti locali; infatti il giorno prima Giovanni e suo padre erano andati a prendere il necessario per il pranzo della mietitura (farina, salsicce, olio, strutto, lonze) che avevano riposto nella casa più sicura di un parente a Mosciano. Sulla strada del ritorno incontrarono uno stradarolo che fumava, era uno sfollato al quale loro avevano offerto un bicchiere di vino alcuni giorni prima; questi si alzò e chiese con insistenza cosa trasportassero: quasi sicuramente fu lui che, visto quel cibo, si diede ad organizzare la sortita per la notte. Tutta la famiglia, padre, madre e due figli, furono richiusi in una stanza, mentre i ladri prelevarono tutti gli alimenti scappando a bordo di un auto. Dopo essersi liberati ed accortisi del furto, il padre fece il disperato gesto di gettarsi dal balcone, ma per buona sorte il figlio lo afferrò al collo della camicia evitando una tragedia.
Il signor ANTONIO MAIORANI ci riporta ad una sera in cui alcuni tedeschi stavano cenando in casa loro e rientra lo zio Giulio che davanti alla scena esclama "che sta a fa' stì magnarì decc?"…uno di loro, un soldato enorme di nome Emilio che parlava un po' di italiano, risponde "Noi no avere voluto guerra, noi essere soldati e avere famiglia". Dopo aver mangiato e bevuto, un po' ubriachi, i tedeschi si mettevano a cantare una canzone rimasta impressa nella mente del piccolo Antonio con queste parole "karamba kara o ai fi schi, fa flut sacrament dolor che mai ci sfidarì" (nel miscuglio di tedesco, italiano e dialetto è rintracciabile soltanto una imprecazione probabilmente diretta alla guerra). Uno dei graduati si chiamava Rodolfo ed era affezionato ai bambini ai quali regalava spesso caramelle e cioccolato. È caratteristico in diversi contatti con i soldati tedeschi questa premurosa attenzione rivolta ai bambini, avvicinati ai propri lasciati in Germania e spesso mai più rivisti. Alcuni militari tedeschi iniziavano a rendersi conto dell'assurdità della guerra e, nelle parole che la signora SANTINA PULCINI ricorda, dicevano piangendo "noi andare a morire", oppure nell'espressione che ricorda GABRIELE PAESANI, dicevano "noi essere grandi grandi e diventare piccoli piccoli".
Un giorno alcuni tedeschi in uniforme entrarono nella casa di Michele Giorgini a Colleranesco, sita sulla strada Nazionale, per chiedere quanto fosse lontano Ancona; tra i presenti che non sapevano cosa rispondere, c'era la signora PASQUA-ROSA TOMASSETTI, la quale ricorda come i tedeschi irritati puntarono i fucili su tutti. La madre si mise a piangere vedendo i figli vicini alla morte e quel pianto mosse forse i soldati ad andare via. Naturalmente i mezzi di trasporto dell'epoca non consentivano, se non in treno, viaggi di una certa lunghezza; per cui la geografia era per gran parte teorica, per i pochi che la conoscevano; distanze e tempi di percorrenza erano sconosciuti, molti non avevano idea di dove si trovassero tante città italiane o paesi stranieri in cui si stava combattendo la guerra o in cui magari erano stati spediti conoscenti e familiari; gli unici riferimenti erano nord-sud, vicino-lontano (p n nsì, p n gnù).
Una mattina di fine settembre, mentre PASQUALE CALVARESE, allora bambino, era in camera sua, sentì un colpo di fucile e, affacciatosi, vide alcuni tedeschi in macchina che ridevano di un pollo spappolato davanti casa: fu la prima volta che vide dei militari in uniforme. Più drammatico fu il successivo incontro quando, assieme alla zia Giuseppina, si trovava in campagna a pascolare le pecore; da dietro ad una vignetta a tre file, comparvero tre tedeschi che volevano una pecora. Non potendosi rifiutare, la risoluta zia indicò una pecora vecchia, mentre quelli ne avevano adocchiato una più giovane e con le mammelle belle piene di latte; nel tira e molla, tra spinte e grida, fecero un centinaio di metri quando un tedesco sfilò la rivoltella puntandola sulla zia e sul piccolo Pasquale, lasciandoli pietrificati nella loro paura mentre si portavano via la pecora migliore.
Alcuni per avere un po' di introvabile tabacco facevano degli scambi con i soldati tedeschi. GIANNI LAMOLINARA, all'epoca sfollato a Colleranesco in casa Fiorà, ricorda che un tedesco proveniente dal comando stanziato nel Convento dei Benedettini di Giulianova, veniva a far visita, con un pacco di tabacco, ad un signore desideroso di fumare che in cambio offriva lonza fatta in casa. Impresse nella memoria il signor Gianni conserva le precarie condizioni di loro sfollati, con la propria casa completamente distrutta dal bombardamento del 14 ottobre, tutto il bestiame morto e unica superstite una botte di vino. Restarono nove mesi sfollati, dormendo nella stalla e girovagando in cerca di qualche lavoretto per riuscire almeno a mangiare; provarono a tornare alle loro terre, vicine al ponte più bersagliato, ma il 22 novembre si ritrovarono nel bel mezzo del bombardamento, mentre stavano seminando il grano; Gianni, il padre e lo zio gettarono gli attrezzi a terra e corsero verso un ponticello sotto alla ferrovia spintonati alle spalle dalle zolle di terra; lo zio fu colpito in pieno e scaraventato dentro al rifugio. Si salvarono, ma non tornarono più da quelle parti. Nella villa Parere di Colleranesco Gianni ricorda come in tre stanze ci stessero ben 58 sfollati giuliesi. CESARE FIORÀ era proprio colui che ospitava la famiglia Lamolinara, assieme ad altre famiglie tra cui i D'Antonio, i Gatti, i Ripa, gli Agrò; il signor Cesare rammenta una visita di due tedeschi ai quali offrì del vino da bere e in cambio chiese di poter avere qualcosa da fumare; i due ne erano a corto, ma tornarono puntuali e alla stessa ora il giorno seguente con tabacco e sigarette. Cesare Fiorà è stato militare in aviazione per sei anni, partito nel '37, fu richiamato due mesi dopo il congedo e mandato in Albania; a seguito dello sbandamento dell'esercito italiano dopo l'8 settembre, dapprima raggiunse Torino e poi, un po' di strada fatta a piedi un po' in treno, tornò a Colleranesco il 16 settembre. Ricorda con amarezza e delusione l'atteggiamento del suo capitano che alcuni giorni prima dell'armistizio fuggì con tutte le paghe dei soldati.
Davvero tanti erano gli sfollati che trovarono rifugio nelle scuole di Colleranesco, con i banchi che dividevano gli spazi delle aule dormitorio tra le diverse famiglie, per lo più provenienti dalle zone più martoriate: Ortona, Francavilla, Pescara, Fossacesia, Vasto, etc. Spesso la sera alcuni si recavano a mangiare, ma poi anche a cantare e ballare, nella casa dirimpetto dei Pandarà (Recinelli) là dove impressionato assisteva all'ammassamento il piccolo Orazio: intere callar (pentolone)  di tagliolini di grano e granturco con fagioli e verdure (li mbiccicarill).
ORAZIO RECINELLI ha memoria di tanti episodi di quegli anni di guerra. Visto l'abituale passaggio di tedeschi nella loro casa posta sul margine della strada Nazionale, il padre, Gaetano, aveva murato una parete della stalla per salvare un po' di quel poco che possedevano: grano, salcicce, lonza, prosciutto, olio e la preziosa biancheria; per recuperare qualcosa in caso di bisogno, si spostavano dei mattoni dall'esterno e attraverso la piccola fessura di accesso al nascondiglio poteva infilarsi soltanto il piccolo Orazio. Una visita particolare nella casa di Pandarà era compiuta da un maresciallo delle Ss di passaggio a volte verso Cassino, altre verso nord; il tedesco parcheggiava il suo autoblindo dietro casa sotto alle piante di gelso, mangiava, dormiva e sostava un paio di giorni al massimo. L'ultima volta che il maresciallo è passato, in ritirata, là dove durante la notte era stato fermo l'autoblindo ritrovarono una spaventosa pozzanghera di sangue a causa dei morti e dei feriti che lui probabilmente trasportava. Il passaggio di truppe naziste era all'ordine del giorno, verso Cassino o in direzione del fronte sul fiume Sangro, fino a che dal mese di giugno iniziò la ritirata verso nord. La cavalleria tedesca viaggiava di notte per non essere avvistata dai ricognitori alleati e riposava nei casolari in campagna. Tra le tante abitazioni in cui alloggiarono truppe di cavalleria vi furono villa Castorani e la colonica dei Palandrani. Mio nonno GIUSEPPE PALANDRANI mi racconta di una sosta di due giorni da parte di una ventina di soldati a cavallo con qualche cannone e munizioni, tutto attentamente coperto e mimetizzato tra frasche e piante; i militari dormirono nel pagliaio disponendo su due file i cavalli ai quali misero fieno preso a piacimento dalla vicina serra. Mentre mio nonno sorvegliava preoccupato la situazione, un cavallo gli sferrò un morso che lo fece sobbalzare e d'istinto diede un colpo all'animale che ruppe il capestro e fuggì verso la campagna. Il nonno allarmato svegliò un soldato al quale, un po' a gesti un po' a parole, disse che un cavallo era scappato; il soldato salì su di un cavallo e recuperò quello fuggito. I tedeschi erano provvisti di alcuni cibi in scatola, mentre da soli si servivano di frutta e ortaggi dalla campagna, vino e olio dalla cantina. Avrebbero anche gradito un po' di carne, ma le vacche erano state nascoste nel porcile che il nonno aveva camuffato con fronde di rovi così da farlo sembrare abbandonato. Anche il carro agricolo non era più nella stalla, ma smontato nei suoi pezzi si trovava in mezzo al grano ricoperto da erbacce; durante molte notti il nonno dormì all'aperto, sia per sorvegliare carro e buoi, sia per non farsi prelevare dai tedeschi per i lavori di costruzione o di riparazione di ponti, fortificazioni e quant'altro. Altro indelebile contatto ravvicinato vide mio nonno supplicare due tedeschi armati di mitra e intenzionati a portarsi via l'unica giovenca rimasta nella stalla; alle poche parole in bocca, la disperazione e il nervosismo avevano messo a mio nonno una tajafiè (attrezzo per tagliare il fieno) a portata di mano; per fortuna i tedeschi desistettero e una tragedia fu evitata. La situazione della famiglia Palandrani, oltre alle ristrettezze economiche di un po' tutta la zona contadina, era aggravata dalla mancanza di due fratelli, Giovanni e Luigi, impegnati dal 1940 in guerra rispettivamente in Albania e in Africa. E poi le sciagure non vengono mai sole: entrambi furono fatti prigionieri e, dopo anni senza notizie, compianti dai loro cari, riuscirono miracolosamente a tornare salvi.
Sfiniti e affamati, i soldati tedeschi giungevano anche a Villa Muzii là dove CHICCHINA (FRANCESCHINA PALUMBI) ricorda che dopo aver mangiato e bevuto, due soldati tedeschi pretesero uno dei due insaccati che pendevano dalla trave sul soffitto; lei chiese quale tra i due scegliessero e ovviamente quelli vollero il più grande! Appena i tedeschi furono fuori, un sottile sorriso attraversò le labbra dei presenti: si erano portati via una grossa sì, ma grassa pancetta lasciando lì una magra e squisita lonza. In quel periodo Villa Muzii era piena di sfollati che dormivano nelle stalle; i bombardamenti facevano tremare le case, mentre la vicina contraerea di Cologna faceva sussultare dalla paura; infatti un giorno Chicchina rimase da sola a letto perché malata, uno scossone fece aprire la porta della camera e lei si raggelò dallo spavento. Un'altra volta ricorda che in cielo gli sembrò di vedere due aerei, quando invece era il ricognitore spezzato e abbattuto dalla contraerea la cui carcassa cadde al di là dalla collina assieme ai due piloti col paracadute. A casa Pistilli (Casacc) Micuccio e Sabatino erano spesso alla macchia per non rischiare d'essere portati via dai tedeschi, mentre il piccolo Nicola già faceva lu bfolc (bifolco); avevano murato sotto ad una scalinata la poca roba rimasta (vino, olio, biancheria e una bicicletta) mentre il grano lo avevano nascosto dentro ad una pozza nel fondaco. Le due vacche assieme a due cavalli degli sfollati furono portate dentro a una buca scavata in mezzo al grano e di notte Nicola rimaneva a dormire con loro ad impedire che le vacche "piangessero". Infatti se lasciate sole e in un posto nuovo, le mucche sono solite emettere un gemito di lamento che le avrebbe fatte scoprire.
Per passare il tempo e distrarsi dagli avvenimenti, gli sfollati si riunivano a chiacchierare e a rincuorarsi nelle case più spaziose come quella di Nazziconi (Ulb), da come ci racconta ARMANDO NAZZICONI, o dei Di Pasquale (Ciambtt). Ma anche per i campi e nelle strade si cercava di scherzare giocando a sbarrell, a la pic, a fav alless, a la bandir, a braccio di ferro. Di sera poi, davanti a un camino, oppure nelle stalle alla luce fioca di un lume a petrolio, con le fessure ben coperte e tappezzate da li mannell (piccoli fasci di paglia), si raccontavano barzellette, i bambini giocavano con la terra o con le pietre a brec, gli adulti si facevano una partita a carte mentre le donne cucivano e recitavano nenie religiose. Talvolta c'era anche chi suonava lu ddu bbott e si ballava tutti assieme. Dall'ingresso dell'Italia in guerra era entrato in vigore il programma di protezione aereo che tra l'altro prevedeva l'oscuramento, e cioè il divieto di tenere luci o illuminazioni di qualsiasi genere accesi dopo il tramonto. La risposta della gente dei campi agli stenti della situazione era stata la spontanea solidarietà, la viva fratellanza, il volersi bene aiutandosi in tutte le maniere possibili. Non mancavano però i disonesti e i ladri che anche in questi tempi approfittavano per rovistare tra le case abbandonate portando via mobilia, finestre e quant'altro.
Con il passare dei mesi dall'inizio della guerra, la situazione economica in Italia si fece critica a causa dello sforzo di adeguare l'industria bellica al fabbisogno sempre crescente dell'esercito combattente. Ogni risorsa disponibile venne assorbita dall'industria di guerra, fu ridotta l'erogazione di energia elettrica, fu vietato il commercio di determinati prodotti (auto, radio, carta, etc.), furono requisiti diversi materiali dalle case (le fedi d'oro ritirate e sostituite con fedine di alluminio, il rame, il piombo, lo zinco). Ma la restrizione più avvertita dalla popolazione fu quella sui prodotti alimentari. Infatti dal dicembre 1940 venne introdotta la carta annonaria quale strumento per attuare una equa ripartizione dei generi di consumo a prezzi prefissati. Ogni carta era individuale e di colore diverso in relazione all'età (verde dai 3 ai 18 anni; blu dai 18 ai 65 anni; lilla oltre i 65 anni). La tessera si divideva in due parti: una fissa contenente l'indicazione dell'intestatario e il suo indirizzo, l'altra, staccabile, composta di buoni di prelevamento mensili. Il negoziante, all'atto della presentazione, tagliava la cedola di prenotazione firmata dall'intestatario e apponeva il timbro o una firma sul buono. La carta annonaria aveva validità solo nel comune di emissione; per di più ogni comune incoraggiava il risparmio delle cedole mettendo a disposizione dei premi.

     
   (Tessera annonaria del Comune di Giulianova, coll. Walter De Berardinis)

Una ulteriore tessera tendeva a registrare la produzione e quindi la consegna all'Ammasso del grano che eccedeva l'uso familiare fissato in due quintali a persona; durante la trebbiatura alcuni fascisti locali sorvegliavano le procedure di raccolta e di peso. Anche i mulini, i centri commerciali di questi anni, erano presidiati da ispettori fascisti tenuti a registrare la regolarità delle operazioni; molti mulini furono chiusi, quello di Colleranesco, in via Mulino da Capo di proprietà della famiglia Mattiucci, continuò a lavorare, seppure per i tre soli giorni alla settimana in cui era consentito macinare. Per ottenere un po' più di farina del dovuto, alcuni contadini erano soliti portare una "mazzetta" in natura di prosciutto, salsicce o formaggio agli ispettori. Altre volte i contadini sostavano con i carri vicino al mulino senza entrare cosicché i funzionari potevano soltanto ispezionare i sacchi di grano: dopo tutto si era liberi di macinare un'altra volta, magari sperando ci fossero meno controlli. La penuria di cibo spingeva molti ad adoperarsi nei più svariati modi pur di racimolare un po' di grano; la modalità più usata era di scuotere li manucchj (fasci di spighe) oppure li cavallott (covoni formati da più fasci, 21 in genere) per far cadere quel po' di chicchi nell'aia o sul carro, per poi correre, meglio se di notte, al mulino e ottenere piccoli sacchetti di farina, piccoli sacchetti d'oro.
La mancanza di cibo faceva escogitare trovate che oltrepassavano la legalità; un esempio ne erano le visite che alcuni contadini furbi facevano ai pecorali in montagna avvisandoli del passaggio imminente dei tedeschi che avrebbero razziato tutto il bestiame. Ci si offriva così come custodi di alcune pecore rilasciando nome e indirizzi, ovviamente falsi, e iniziando la macellazione delle stesse il giorno successivo, invitando tutto il circondato alla ripartizione della carne.
Il luogo tipico di incontro erano i bar o le cantine, dove talvolta si approfittava per ascoltare la radio che solo poche famiglie potevano permettersi di avere a casa; a Colleranesco c'erano tre spacci che fungevano anche da cantine, quella di Brannucc (Altobrando Nanni), quella di Pasquale Zanni e quella d Pticc (Pasquale Di Serafino). Questi locali erano particolarmente frequentati dai tedeschi e i gestori per evitare danni, dopo aver vuotato le prime damigiane, allungavano con acqua il vino fino alla quota di metà e metà. Una delle fonti orali di queste vicende è la signora Nidialka Nanni: i tedeschi, ricorda, andavano nello spaccio e pretendevano da mangiare, si ubriacavano litigavano e urlavano tra di loro; la madre, Settimia, svuotava damigiane ogni sera ed era costretta ad annacquare man mano il vino. La madre era sola con la piccola Nidia e i tedeschi avevano voluto sapere quanti anni avesse la ragazzina, ma lei aveva risposto "piccola, solo nove anni, no buona"; lo spavento di possibili soprusi li fece fuggire e sfollarono al Convento di Mosciano. Tuttavia non lasciarono di certo incustodita la casa del fattore dei Trifoni, interamente occupata da una trentina di persone fuggite da Giulianova. Nidia non può dimenticare il coraggio ma anche l'imprudenza con cui la madre, per salvare una cavalla nascosta in campagna, affrontò alcuni tedeschi che, dopo aver trovato un puledrino nella stalla, a mitra spianati davanti a tutti i rifugiati in villa Trifoni, pretendevano il cavallo minacciando di uccidere tutti; la signora Settimia trasformò la sua semplice figura in eroina dei presenti, tra i quali la signora Diana Crescenzi qui sfollata con la sua famiglia, che ci riferisce come la donna si fece avanti dichiarandosi proprietaria del puledrino e quindi unica responsabile, spiegando che la cavalla era morta proprio di parto. Forse impietriti davanti a tanto ardore, i tedeschi e lo spavaldo fascista che era con loro, tra insulti e sbuffate andarono via. Altissimo fu il rischio, infatti il giorno precedente, per la stessa ragione, era stato ucciso Flaviano Poltrone per essersi opposto al furto del proprio cavallo.

(Uno dei pochi cavalli salvati dalle razzie, coll. Walter De Berardinis)
La cantina di Pticc era in mano alla signora LIDIA CENSORI la quale racconta della frequente sosta degli ufficiali tedeschi per cibarsi; un po' per paura, un po' per gentilezza, capitava che non faceva pagare niente a questi militari i quali, riconoscenti, lasciavano una somma di denaro dietro ad una graziosa foto della signora Lidia. In quegli anni una cantina era fornita di vino, birra, di una particolare gassosa con il tappo a pallina che bisognava premere, e ancora di spuma e di cedrata. Alcuni avventori esageravano con la bevanda più richiesta, vino e gassosa, al punto che nel tornare a casa barcollanti finivano per passare la notte dentro ad un fosso. Da mangiare lo spaccio vendeva pane, pasta, lardo, burro, zucchero e poi c'erano tabacco, olio e caffè crudo; a fare le veci del frigorifero era una piccola grotta scavata sotto alla cantina. Il sale era pressoché introvabile, e così un po' tutti scendevano in spiaggia a raccogliere sale marino fatto essiccare sopra un po' di sabbia, oppure si portava a casa un secchio d'acqua per poi farlo bollire.
A giugno, in coincidenza con l'occupazione di Roma da parte degli alleati, i tedeschi, onde evitare l'accerchiamento, furono costretti a ritirarsi frettolosamente in direzione Nord. Rimasti a corto di mezzi di trasporto, effettuavano retate di uomini validi e requisivano buoi e carri agricoli per portarsi dietro tutto il possibile; molti adulti erano alla macchia, così spesso erano ragazzini che venivano sequestrati per preparare i carri e condurli per un tratto dietro minaccia di fucilazione. Numericamente inferiori rispetto agli alleati, molti tedeschi, senza rifornimenti da mesi, avevano ancora la speranza di rovesciare l'esito della battaglia; ripetevano che i rinforzi erano vicini, convinti che il Fuhrer non li avrebbe abbandonati, che c'èra un'arma segreta capace di mettere in ginocchio il mondo.
L'unico scontro armato tra la partigianeria locale e i tedeschi di stazionamento a Giulianova avvenne a Colleranesco, in via traversa Parere. Un pomeriggio di giungo due tedeschi si aggiravano nella zona di Campocelletti con un calesse trainato da un asino prelevato alla famiglia Ianni, sfollata in casa Martinelli; la prima tappa dei due fu dai Di Bonaventura (Branntt) con l'intenzione di prendersi il maiale; il capofamiglia, Raffaele, si trovava in campagna e, subito avvertito, si precipitò a casa con lu faggiò in spalle. Mentre era di ritorno, alcuni sfollati gli consigliarono di posare quell'attrezzo che poteva sembrare uno strumento di ribellione, così che rincasò armato del solo fiatone. Mostrando quanto numerosa fosse la sua famiglia, Raffaele scongiurò i tedeschi di accontentarsi con mezzo prosciutto. La successiva stazione dei soldati fu la villa Trifoni dove zia Margherita diede loro un po' di olio; infine si recarono dalla famiglia Piccinini e vollero prendere a tutti i costi il maiale. Alcuni partigiani locali assistettero, da vicino e imboscati, alle scene e aspettarono, appostati, che il carretto con la refurtiva giungesse nei pressi del passo di fosso Parere. Dietro alla fratta i due partigiani presero l'accordo di mirare un tedesco ciascuno, ma al passaggio del carretto il conducente risultò coperto dalle canne e così lo sparo di entrambi raggiunse il tedesco posto dietro che cadde a terra senza un lamento assieme a tutto il carico. I partigiani si avvicinarono e sentendo qualcosa che stramazzava a terra, pensando fosse l'altro tedesco, esplosero un altro colpo, uccidendo però il malcapitato maiale. Mai prima d'ora si era verificato in zona un agguato mortale; incredulo e terrorizzato il soldato superstite fuggì di soppiatto a piedi tra le campagne inseguito dagli spari, dalle bombe a mano e dagli occhi di alcuni contadini. Anche l'asinello tirandosi dietro il carretto tornò spaurito dai suoi proprietari. Recuperato il maiale, in tutta fretta furono avvisati coloro che abitavano vicino al luogo dell'agguato consigliando loro di lasciare momentaneamente le abitazioni, temendo possibili rappresaglie che infatti non si fecero attendere più di tanto. La voce giunse anche a Giulianova dove molti partigiani si mobilitarono, alcuni andando di vedetta, altri posizionandosi sulle collinette tra la campagna. Per circa un'ora si contrapposero il fuoco della mitragliatrice tedesca e gli sparsi spari dei partigiani accorsi. La squadra tedesca si limitò alla prolungata raffica e al recupero del morto, incalzati dalla precipitosa ritirata generale; sembra addirittura che abbiano visto il lenzuolo bianco che il prete di Montepagano stava sventolando davanti all'arrivo degli alleati.
Il giorno seguente, in nome dello scampato pericolo e per festeggiare la partenza dei convogli tedeschi, il maiale, un po' rovinato e con qualche scheggia, fu cotto a porchetta e mangiato da tutto il vicinato. Mentre era in corso questo insolito banchetto, poiché era il periodo della mietitura, nonno Antonio Maiorani con il nipote Antonio passarono lì vicino con una mietitrice Cormic Usa Chicago dalle ruote cingolate diretti nelle terre dei Marà; l'incredibile rumore delle ruote di ferro, somigliante a raffiche di mitra, fece disperdere e sparpagliare i presenti credendo in un ritorno dei tedeschi. Antonio Maiorani ricorda che al passaggio davanti all'aia vide tavolate preparate con cibi e bevande e nessuna persona; quando poi si avvicinarono e furono riconosciuti, uscirono tutti fuori e ripresero, tra nuove risa, la festa. Nonno Antonio Maiorani era stato testimone ravvicinato della sparatoria poiché non volle abbandonare la casa come tutti gli altri e avrebbe detto ai tedeschi di essere restato p corj li vacc (per custodire le vacche). Mentre nonno Antonio era in casa, sentì i primi spari e come prima reazione strinse stretto tra le mani il coltello con il quale durante l'anno uccideva fino a trenta maiali nella zona e si mise dietro ad un muro di mattoni e pietre bello spesso (40/50 cm.) che bloccò le tante pallottole. Il mattino seguente la famiglia Maiorani ritrovò la casa tutta trivellata e fu raccolto un paniere pieno di proiettili; nell'aia c'era un pollo morto e del nonno nessuna traccia. Iniziarono così i pianti e le terribili supposizioni: sarà stato portato via dai tedeschi o peggio ucciso e chissà dove gettato. Quando invece, verso le dieci, il nonno, che dopo la notte insonne era crollato a terra dallo sfinimento dietro a una cavalletta di grano, entra in casa, tutti lo accolsero commossi.
Una differente prospettiva dello stesso episodio ce la fornisce Alberino Iannetti, dodicenne all'epoca e accasato vicino al luogo del delitto. Il mattino, gli strilli del maiale erano giunti fino a casa Iannetti e, avendo da poco visto i tedeschi passare nei paraggi, pensarono fossero loro che stessero scannando il maiale per portarlo via. Tutta la giornata Alberino era stato con il padre Agostino a tagliare l'erba quando, a la mmrlt (più o meno al tramonto), sentirono fischiare alcuni proiettili sopra le loro teste; buttatisi immediatamente a terra, pensarono potesse essere stato il rumore d lu faggiò (falce fienaia) a scatenare quella reazione. Alberino e Agostino rimasero immobili, assistendo poi anche alla risposta al fuoco dalla parte opposta; il vicinato si era tutto allontanato perché avvisato dell'accaduto, ma loro seppero solo inseguito di aver corso un grosso pericolo.
Tornando all'attività della partigianeria locale, sono emersi anche altri tentativi di ribellione e di sabotaggio che però non intralciarono mai l'operato nazifascista. Le azioni partigiane furono svolte per lo più da singoli, come avvenne il giorno che alcuni tedeschi, mentre tornavano al comando dopo aver razziato generi alimentari dalle case contadine di Colleranesco, furono attaccati da un partigiano con il lancio di diverse bombe a mano. Mentre i tedeschi fuggivano incolumi attraverso le terre lavorate dai Palandrani, ad assistere al fatto, c'era mio nonno Peppe che addirittura si avvicinò a raccogliere le bombe inesplose portandosele a casa e nascondendole in mezzo ad un panno sopra ad un alto muretto. Il giorno successivo una cinquantina di tedeschi circondarono, con mitraglie spiegate, dapprima la colonica della famiglia Palandrani mettendo tutto a soqquadro senza fortunatamente trovare né le bombe né un fucile nascosto tra la paglia; i cinquanta soldati passarono poi alle abitazioni dei Cinthy e dei Di Pasquale (Ciambtt) i quali, impauriti e aggruppati in mezzo all'aia, non capirono il perché di quella violenta perquisizione; anche i bauli dei tanti sfollati furono aperti e rovistati.
Un altro giorno, con il moschetto sempre dentro ad un sacco, un gruppetto di partigiani si diresse verso Mosciano stazione con l'intento di ostacolare il passaggio dei camion tedeschi; dopo essersi appostati, fecero le prove del lancio con delle pietre per calibrare forza e distanza; quindi, al momento giusto, sganciarono ciascuno un paio di bombe a mano verso un camion in movimento. Nessuna bomba andò a segno e il camion, dopo una breve sosta, proseguì per il suo cammino. Mentre poi il gruppetto era di ritorno a casa, si trovò a passare davanti all'aia di una colonica dove erano accampati alcuni tedeschi e quello di guardia, appena li avvistò, dapprima pronunciò e dopo gridò qualcosa di incomprensibile scatenando la fuga sparpagliata della compagnia. I più scaltri saltarono una fratta, altri corsero tra la campagna in mezzo al grano, tutti si dileguarono accovacciandosi; un partigiano, ancora in cerca di un nascondiglio, rischiò di essere ucciso da un compagno ma fu salvato grazie al segnale che erano soliti usare per riconoscersi: si trattava di un fischio che chiamavano "ricchi e poveri", cioè l'uno faceva un fischio dalla tonalità prima alta e poi bassa e l'altro lo ripeteva.
Un'altra delle tipiche azioni che gli antifascisti compivano era il recupero di armi e munizioni da caserme e magazzini abbandonati. FLAVIANO MACRILLANTE ci riporta con il suo racconto ad una notte in cui, una ventina di persone, si diressero a Giulianova, nella villa Gasbarrini, là dove sapevano erano state seppellite alcune casse di arsenali. Flaviano, dopo aver rassicurato il padre dicendo che doveva fare una semplice commissione, mise a disposizione il suo asinello con il carretto; giunti alla villa, alcuni rimasero di guardia maneggiando bastoni o coltelli, soltanto un paio erano armati. Mentre l'orgoglioso gruppo era di ritorno, la pesantezza del carico frantumò una ruota; occorreva un nuovo e più grande carro ed ecco che Gaetano Rastelli si precipitò verso casa a prendere il suo, sul quale poi caricarono il piccolo carretto con tutta la refurtiva portandola in salvo. Il padre di Flaviano si arrabbiò per l'incidente e così, con una colletta tra amici, si raggiunsero le 70 lire per aggiustare la ruota. Le armi finirono nuovamente sotto terra, ciascuno a suo modo infatti le nascose in punti riconoscibili. Flaviano ricorda di aver ritrovato, parecchio tempo dopo, due bombe a mano avvolte in uno straccio mentre lavorava la terra attorno casa sua.
Una stravagante azione da cosiddetto "partigiano individuale" fu compiuta da PASQUALE MATTIUCCI (lu mulnar) un giorno che scoprì un camion abbandonato della milizia tedesca, un Lanciarò con accensione a manovella e ruote piene. Salì sul mezzo con un gruppetto di compagni tra cui Dante D'Annunzio, Finuccio Giordani, Benito il Camplese, Bonaduce il farmacista e nessuno di loro aveva mai guidato un camion: uno metteva le marce, uno accelerava, un altro frenava, il tutto fino allo spegnimento per esaurimento del carburante, sotto ad un fico nei pressi del fiume. Rumoreggiarono a tal punto per le campagne che il giorno seguente si parlò di una riuscita azione partigiana!
Solitamente il punto di incontro delle bande antifasciste, per discussioni e valutazioni, era la villa di Riccardo Cerulli a Santa Lucia, ma spesso si cambiava posto per non creare sospetti tra i militari tedeschi. Durante queste riunioni i resistenti portavano un fazzoletto rosso annodato al collo che poi però toglievano durante il giorno. La ricostruzione della composizione del gruppo dei partigiani di Colleranesco ha portato al seguente, approssimato, elenco: Andrenacci Giovanni (Giuvann d Ndrnacc), Cerulli Riccardo, Del Sordo Giovanni (Giuvann d Manott), Di Silvestre Vincenzo (Mngè d Dstrrat), Falà Donato, Falà Emidio, Fiorà Cesare (Cesr d Franciuè), Macrillante Flaviano (Nanucc d Mrill), Maiorani Giulio (Giugl d Pcrisc), Marracini Paolo, Martinelli Giuseppe (Peppino d Ptrò), Mattiucci Pasquale (Pasqual lu mulnar), Parere Alfredo, Parere Paolino, Piccinini Alfonso (Funzin d lu Plat), Piccinini Attilio (Attigl d lu Plat), Picciotti Antonio (Tonin d Mccalò), Rastelli Gaetano (Tanucc d Marcandò), Rastelli Vincenzo (Mngè d Marcandò).
Il caro prezzo pagato per l'affannosa ritirata tedesca comportò prepotenti e rabbiose razzie di carri e buoi, così come dei più introvabili cavalli e biciclette. La madre di Pasquale Calvarese, sbigottita davanti alla lunga carovana tedesca, contò ben 93 carri agricoli passare sulla Nazionale provenienti da Teramo verso Giulianova. Purtroppo ad accompagnare i tedeschi nelle abitazioni indiziate c'erano spesso dei fascisti locali; dopo la ritirata, alcuni di questi si spogliavano delle camice nere indossando magari un moschetto e un fazzoletto rosso; altri si dirigevano verso nord su automezzi nazisti.
Abbiamo notizia di uno degli ultimi episodi legati alla ritirata nella testimonianza di Giovanni Nazionale.

(Carro con buoi, cortesia famiglia Concordia)
La cultura popolare è solita ricordare i momenti sulla base delle festività religiose: era il giorno di Sant'Antonio, 13 giugno, quando il padre, Tommaso Nazionale, si era recato alla Santa messa a raccomandare i propri animali al Santo protettore. Mentre Giovanni era solo in stalla ad accudire le due mucche rimaste, indispensabili per l'imminente mietitura, si presentarono sulla porta due piccoli tedeschi, sia nell'età che nella stazza, però diversi dagli altri, avevano sul bavero la svastica delle Ss. Poiché i due non parlavano affatto italiano, comunicarono a gesti prendendo la fune (li friciott) e facendo segno a Giovanni di aggiogare le mucche. Ma questi, spaventato della insolita situazione, mostrò una finta incomprensione continuando a spazzolare le vacche. Stizziti e contrariati provano loro a legare le vacche e nel farlo persero un orologio che Giovanni gli raccolse; i tedeschi lo ringraziano del gesto, ma poi lo obbligano ad aggiogare i due animali. Per tranquillizzarsi, Giovanni pensò di dover fare un viaggio come tante altre volte. Infatti una ordinanza comunale fascista prevedeva che i possessori di carri e buoi dovessero portare la ghiaia prelevata al fiume lungo le strade, mentre gli altri dovevano poi spalarla. 

(Carro con buoi, cortesia Adalgisa Cinaglia Cervellini)
L'ordinanza continuò ad essere operativa anche con gli occupanti tedeschi i quali se ne servirono per far trasportare le vettovaglie che giungevano in stazione verso i vari comandi o alle contraeree. La convocazione, con giorno, luogo e ora, veniva recapitata da una guardia comunale; ciascun carro, dopo aver caricato allo scalo merci della stazione ferroviaria, veniva diretto ora in contrada San Massimo dove c'era una batteria navale, ora a Cologna, dove era attiva una contraerea e così via per tutte le altre destinazioni. Giovanni aveva esperienza di molti di questi viaggi, e imparò persino qualche parola in tedesco; si era impegnati tutta la giornata, a volte il viaggio veniva anche ripetuto e si instaurava una certa confidenza con i soldati accompagnatori. Era troppo evidente come questa volta fosse diverso dal solito; intanto uno dei due tedeschi aveva fatto un giro lì attorno andando a ritrovare il carro; a Giovanni viene intimato di attaccare le vacche al carro, poi salirono e al passare davanti alle scale di casa, con la madre affacciata, Giovanni la rassicurò dicendo "…jittm ambò la giaccott che sagn da ji a fa nu viagg…". Con la giacchetta in spalla, affiancato dai due tedeschi, partirono verso Giulianova, ma purtroppo davanti alla svolta per lo scalo merci, i due fanno segno di andare dritto. Ormai in preda alla disperazione, Giovanni si voltò e vide tanti altri carri dietro al suo; poco più avanti, nei pressi di una vecchia fornace, un tedesco prese le redini che Giovanni stringeva fortemente, il quale si accorse che stava per perdere una delle piccole ricchezze che gli restavano. Il tedesco strappò di mano a Giovanni la fune di guida e lo getta a terra, dentro alla cavata ai margini della strada, là dove, non ricorda per quanto tempo, rimase a piangere. Al suo ritorno il padre e la madre lo accolsero tra pianti e abbracci. La tragedia proseguì quando si sparse la voce che i tedeschi avevano abbandonato sul loro cammino le vacche stanche. Alcuni contadini di Colleranesco, tra cui De Ascaniis, Carusi, Faiazza e Nazionale, partirono verso nord a bordo di bici con i copertoni fatti a mano ritagliando un po' di plastica da ruote bucate e fissate con ferro filato; cercarono di perlustrare la zona della Vibrata e provarono a guardare nei cortili, ma la gente del posto, che spesso aveva preso come un riscatto delle loro vacche quelle lasciate dai tedeschi, si mostrò scontrosa e irritabile; inoltre, la notte precedente a questo viaggio, un contadino era stato ucciso proprio per una contesa di tal genere. Spaventati e doppiamente derubati, i contadini di Colleranesco se ne tornarono a casa, ma quando furono di nuovo al passaggio sul Salino furono fermati dagli artificieri alleati che stavano sminando il letto del fiume. Senza nulla saperne, poche ore prima avevano attraversato quel punto passando sopra a mine che ora potevano vedere numerose e grandi come piatti grigi, che forse erano tutte anticarro e quindi occorreva un peso più grande per farle esplodere, ma forse no.
Episodio simile, ma con esito differente, ebbe luogo in casa Del Sordo dove i tedeschi si scontrarono con Giovanni (Giuvann d Manott), di carattere irascibile, che malvolentieri obbediva agli ordini; al carro che due tedeschi lo costrinsero a preparare, egli legò un vitellone da ingrasso, cioè una vacca che nn ngher scort (non abituata al tiro) e al primo colpo di briglie il vitellone scattò sfrenatamente facendo ribaltare il carro e i due tedeschi dopo un due/tre cento metri. A far irritare ulteriormente i tedeschi contribuiva anche la loro lingua: quando salivano su di un carro, non pronunciavano il consueto "ah, ah", bensì "ih, ih" che nei modi contadini era il comando con il quale le vacche erano abituate a fermarsi. Ecco che spesso occorreva sequestrare qualcuno che sapesse almeno far partire il carro.
Altre strategie utilizzate per non farsi portare via le vacche erano quella di infilare uno spillo sotto ad una zampa per far fare soltanto pochi metri all'animale, oppure aggiogarle cambiate di posto e così facendo non si muovevano affatto: infatti la vacca che durante i lavori nei campi entrava nel solco era un pò più grande ed era abituata ad occupare sempre lo stesso lato.
Frequente era anche il caso di scambi di vacche tra i tedeschi in fuga e i contadini, infatti non essendo un animale da viaggio, si stanca subito e deve essere sostituito; succedeva anche che le vacche prelevate tornassero ai proprietari il giorno dopo. Tuttavia anche questi animali che si salvarono rimasero traumatizzati, come ad esempio il cavallo Pallino dei Trifoni il quale ogni volta che sentiva un qualsiasi scoppio balzava al galoppo.  Numerosi furono anche i contatti amichevoli con soldati tedeschi ai quali la popolazione contadina di Colleranesco offrì spontaneo alloggio e nascondiglio qualora non volessero partire in ritirata; molti non accettavano ed anzi si arrabbiavano della proposta, altri si ripromettevano di buttarsi dal camion alla prima curva per poi tornare indietro, ma nessuno più tornò.
L'altro aspetto traumatico della ritirata fu la pratica tedesca della distruzione di centrali elettriche e telefoniche, di caserme, porti navali e ponti di passaggio; il 14 di giugno le colonne di fuoco e di fumo dovute al crollo definitivo del ponte sul Todino furono visibili fino a Colleranesco. Alla coda delle autocolonne in ritirata, c'era il caratteristico sidecar con a bordo i guastatori che spesso si servivano di uomini prelevati nelle vicinanze dei ponti per posizionare le cariche di dinamite. Coloro che abitavano nei paraggi dei ponti minati, venivano fatti allontanare rendendoli inermi spettatori dei danni che anche le loro abitazioni riportavano, nel migliore dei casi erano soltanto piatti e vetri rotti, in altri casi vere e proprie pareti squassate.

  
(Ponti interrotti sulla strada Nazionale per Teramo)

Tutti i ponti sulla Nazionale per Teramo furono minati e distrutti eccetto quello sul fosso di fonte Rossa, troppo vicino a casa Colangeli che avrebbe rischiato di essere danneggiata; qui infatti i tedeschi avevano più volte pernottato, e anzi avevano piazzato persino una contraerea mobile sul balcone. In quel tempo la mamma di TOMMASO COLANGELI era incinta e di fronte alle suppliche del padre, Pasquale Colangeli, i tedeschi spostarono la mitragliatrice il giorno seguente portando alla famiglia anche un pentolone di vitello cucinato a modo loro, con tanta cipolla e un po' di fetore. Le conseguenze indirette di questi scoppi di dinamite per le case vicine fu una pioggia di schegge e una grandinata di terra riversatasi un po' su tutte le aie della Colleranesco orientale, provenienti dalla esplosione più violenta, quella che fece crollare il ponte sul Tordino. A mesi di distanza un malcapitato camion si ribaltò dentro alla buca lasciata dallo scoppio del ponte sul torrente Trifoni, rovesciando a terra il gradito e prezioso carico di sale raccolto da tutto il vicinato.
Domenica 13 giugno viene avvistata la prima camionetta alleata scendere da Grasciano e diretta a Giulianova. Nei giorni precedenti si erano aggirati forestieri in borghese muniti di radio trasmittenti; si trattava di spie in avanscoperta che si informavano della presenza tedesca nel territorio prossimo alla liberazione. Il grosso delle truppe, l'VIII armata britannica, la I divisione canadese, la brigata blindata britannica, la brigata irlandese e un contingente italiano; i vari soldati polacchi, neozelandesi, sudafricani (molte persone non avevano mai visto un nero), passarono tutti su di un ponte affiancato a quello costruito dai tedeschi sul Tordino nei pressi di via Mulino da Capo, a Colleranesco; usciti sulla statale 80, il percorso della carovana militare per raggiungere Giulianova fu via Cupa e poi via Montello per proseguire verso Ancona.
Le nuove truppe presero spesse volte il posto delle prime; ai vecchi occupanti si sostituirono i nuovi con bandi, ordinanze e persino una nuova moneta, le "am-lire". La popolazione aveva assistito indifesa dapprima alla requisizione delle fedi e del rame nelle case, poi alle depredazioni tedesche di bestiame e generi alimentari, ora anche i pochi risparmi in denaro perdevano tutto il loro valore.

Tra il 1943 e il 1947, gli americani inondarono il nostro paese con 170 miliardi di Am-lire (allied military) provocando una pesante inflazione. Queste nuove monete furono interamente prodotte negli Usa da due tipografie: la Bureau of Engravin and Printing e la Forbes Lithograph Corporation. La prima serie del 1943, interamente in italiano, fu stampata nei diversi tagli da 1, 2, 5, 10, 50, 100, 500 e 1.000 lire; nella seconda serie, bilingue italiano-inglese, i tagli partirono da 5, 10, 50, 100, 500 e 1.000 lire.
Ovviamente ora tutto il clima era cambiato, si moltiplicarono cortei e manifestazioni di giubilo per l'avvenuta liberazione; qualcuno riferisce di una entrata in paese degli alleati con suoni di fanfara militare e, come d'usanza, di una bandiera di liberazione esposta sopra al monumento del Belvedere. Non mancarono momenti di nuova tensione, ora con i polacchi ubriachi, ora con i pericolosi incidenti dovuti ai veicoli alleati sfreccianti sulle strade abituate al lento passaggio dei carri. Caramelle, sigarette, gomme da masticare e cioccolata facevano da contorno alla coreografia del passaggio degli alleati. Per giorni e giorni la popolazione assistette al transito ininterrotto di carri armati, camionette, camion a tre assi pieni di uomini e munizioni; ad ondate sparse il via vai continuò per circa un mese. Il passaggio delle truppe alleate aveva inoltre contaminato i bordi stradali con scatolame vuoto dei loro alimenti.
Era passata la guerra, ma le tracce restavano prepotenti sulle case, sull'ambiente, sulle coscienze e tutt'attorno con pericolosissimi residuati bellici. I bambini, in mancanza di giocattoli, raccoglievano di tutto, maneggiavano bossoli e proiettili inesplosi, attraversavano campi minati, curiosavano e rovistavano tra le macerie con il rischio di trovarvi la morte. Giovanni Nazionale, dopo aver ritrovato una bomba, provò assieme ad alcuni amici di farla esplodere; sganciò la spoletta e la lanciò, ma l'esito fu negativo; provò così a lanciare qualche pietra sopra alla bomba e nel farlo Giovanni si avvicina al punto che all'esplosione rimane segnato dalla cicatrice lasciata da due schegge. Oltre alla bomba, Giovanni aveva trovato anche una dinamite che pensò di utilizzare per aiutare i fratelli Palandrani i quali stavano estirpando alcuni filoni di vite malati e stavano dimenandosi con un grande olmo. Ignari della potenza della carica che avrebbe potuto far crollare un ponte, Giovanni propose di posizionare la dinamite alla base dell'olmo; la miccia era lunga e l'esplosione tardava, loro erano lontani in attesa e stavano per alzarsi quando il boato li rigettò a terra polverizzando in tante piccole schegge l'albero.
Una singolare punizione inferta agli ex-fascisti che venivano intercettati dai soldati alleati ci viene illustrata dal signor FRANCESCO D'ANNUNZIO; le camicie nere catturate venivano caricate su di un camion e portate su di una collina, poi, ad uno ad uno, erano consegnati ad un plotone di esecuzione che, discesi al fiume, esplodevano una raffica di mitra, lasciando nel panico gli altri in attesa. Si trattava di un espediente alleato per scuotere e terrorizzare, ma al tempo stesso per salvare la vita ai prigionieri intimando di non provocare guai. Alcuni venivano poi ricaricati sul camion e trasferiti nel carcere di Isola Bella, altri lasciati liberi. Di qui la filastrocca da bar: "Vuoi un amaro isolabella?" e qualcuno rispondeva "No, per carità, ci sono stato in galera!". A Colleranesco i polacchi sostarono, talvolta per mesi se non addirittura rimanendoci al punto da formare una famiglia, sia nelle scuole elementari, sia in diverse abitazioni tra cui casa Colangeli e villa Trifoni: una importante e rara testimonianza fotografica dei polacchi alloggiati nei giardini di Peppino Trifoni durante l'estate ci viene offerta da Maria-Adelaide Trifoni.

      
(Soldati polacchi presso la villa Giuseppe Trifoni, cortesia signora Maria-Adelaide Trifoni)

La signora Maria Adelaide ricorda che ci fu anche una sfilata sulla Nazionale, forse per celebrare una ricorrenza, con rinfresco organizzata dai polacchi e i più piccoli assistettero alla manifestazione dal terrazzo sopra alla scuola; le attenzioni di tutte le giovanette erano rivolte al generale Anders, figura alta e slanciata, biondo dai modi eleganti. L'accampamento polacco fungeva in questi momenti quasi da circo con le diverse attrazioni fatte di carri armati e mezzi blindati che incantavano ovviamente i bambini ma anche gli adulti; durante la loro permanenza i polacchi andavano persino al mare e un giorno vi portarono anche Orazio Recinelli, allora un bambino di sei anni, simbolo dei tanti figli dovuti abbandonare.

(Sfollati in visita alla famiglia Nanni in Villa Trifoni, cortesia Signora Nidialka Nanni)
Dalla memoria di Francesco D'Annunzio riemerge come i polacchi, vedendo la recinzione delle scuole abbastanza sconquassata e mancante di parecchi mattoni, pensarono fosse stata opera dei soldati tedeschi, mentre era soltanto il prodotto della miseria e della ruberia di alcuni abitanti della zona che ne avevano usufruito per riparare qualche danno in casa loro. Ad informare di ciò i polacchi era stato un soldato tedesco di nazionalità polacca che si era appena unito agli alleati ed era proprio il tedesco sfuggito all'agguato partigiano il quale, dopo l'incredibile rischio corso, non ebbe più le forze né di fuggire, né tanto meno di proseguire la guerra.
Il ricordo delle difficoltà di quegli anni e della ospitalità delle famiglie di Colleranesco è stato custodito e onorato da molti degli sfollati che negli anni successivi alla guerra tornavano nelle case dove erano stati accolti a porgere rinnovati ringraziamenti. Così avvenne in quasi tutte le abitazioni e l'unica immagine fotografica di una visita è questa rinvenuta nel vecchio prezioso album di famiglia della signora Nidialka Nanni.
Le forze anglo-americane risalirono la penisola fino ad attestarsi nel settembre 1944 in Toscana, lungo la cosiddetta "linea gotica"; nel frattempo il proclama lanciato il 10 novembre dal comandante inglese, Harold Alexander, invitava i partigiani a sospendere la lotta lasciando tutte le formazioni patriote nell'isolamento più assoluto. Nonostante la difficile situazione, i partigiani riuscirono a costituire basi operative e ad entrare da liberatori in molte città italiane prima dell'arrivo alleato. La data che segnerà la definitiva liberazione dell'Italia sarà il giorno 25 aprile 1945. Intanto il 6 giugno 1944 gli anglo-americani sbarcarono con mezzi imponenti in Normandia sotto il comando del generale Eisenhower. Nel giro di poche settimane, anche grazie all'opera delle forze di liberazione francesi, essi travolsero le linee difensive tedesche. Nel settore orientale, in concomitanza, riprendeva slancio l'azione dell'Armata russa, mentre Grecia e Jugslavia venivano liberate dai loro partigiani. Per piegare il regime hitleriano in ritirata gli alleati non esitarono a bombardare a tappeto le città tedesche, senza distinguere tra obiettivi militari e obiettivi civili. A Berlino, mentre le armate sovietiche dilagavano, Hitler si tolse la vita assieme ad altri alti esponenti del regime e il 7 maggio l'ammiraglio Karl Doenitz firmò per la Germania la resa incondizionata. Rimaneva in campo il Giappone che solo l'orrore di un duplice disastro atomico sulle città di Hiroshima e di Nagasaki indurrà l'imperatore alla resa senza condizioni il 14 agosto 1945.
Finiva l'attraversata della seconda guerra mondiale tra popoli e paesi con il luttuoso tributo finale di sessanta milioni di morti all'Umanità.
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
(Cesare Pavese, La casa in collina).
 
Ringraziamenti 
Il più cordiale dei ringraziamenti va alla calorosa ospitalità di tutte le case che mi hanno accolto armato di fogli e penna, ai testimoni oculari delle vicende riportate, agli abitanti del passato protagonista di questa passeggiata d'altri tempi, alla biblioteca vivente della nostra Colleranesco. Ai miei quattro nonni, Palandrani Giuseppe e Rosini Maria, Tupitti Paolo e Palazzese Adele, e a mio padre Armando, che continuano ad insegnarmi come il passato possa mai passare: È una civiltà che scompare, e su di essa non c'è da piangere, ma bisogna trarre,chi ci è nato, il maggior numero di memorie (Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte).

Con sentita gratitudine ringrazio: Calvarese Pasquale, Caprara Ada, Carinelli Antonio, Censori Lidia, Cibej Eden, Cinaglia Adalgisa, Cinaglia Giovanni, Cinthi Donato, Cinthy Splendora, Colangeli Tommaso, Concordia Osvaldo, Crescenzi Diana, D'Ambrosio Liliana, D'Annunzio Francesco, De Berardinis Walter, Di Bonaventura Arnaldo, Di Bonaventura Vincenzo, Di Giacinto Adelina, Di Pasquale Pasqualina, Falà Emidio, Falà Domenico, Falini Luigi, Falini Maria, Fiorà Cesare, Foschi Edda-Miriam, Galantini Sandro, Iannetti Alberino, Lamolinara Giovanni, Macrillante Flaviano, Maiorani Antonio, Mattiucci Pasquale, Martinelli Giuseppe, Nanni Nidialka, Nazionale Giovanni, Nazziconi Antonio, Nazziconi Armando, Nazziconi Domenico, Nazziconi Francesco, Paesani Ilenia, Paesani Gabriele, Palandrani Carmina, Palandrani Donato, Palandrani Pasquale, Palumbi Franceschina, Pesce Maria-Rosaria, Pistilli Nicola, Pulcini Santina, Recinelli Orazio, Santucci Dino, Schiavoni Leda, Tomassetti Pasqua-Rosa, Trifoni Maria-Adelaide, Trifoni Maria-Teresa, Trifoni Romolo, Vanni Marcella, la quinta elementare di Colleranesco.
La V elementare di Colleranesco racconta "la guerra dei propri nonni"
 
La classe quinta di Colleranesco ha quest'anno elaborato alcuni testi descrittivi sulla memoria locale nel periodo 1943-44. In quegli anni il territorio giuliese è stato attraversato dalle vicende belliche, dalla occupazione tedesca prima e dalla liberazione alleata poi. Un viaggio che gli alunni hanno intrapreso dietro alle parole dei loro nonni o parenti tra ristrettezze quotidiane e bombardamenti, tra sfollati e miseria. L'attività è stata ben accolta dagli alunni i quali hanno assistito dapprima ad una lezione introduttiva da parte del prof. Palandrani Andrea, per poi passare alle interviste dei testimoni di quegli anni. L'iniziativa ha incoraggiato il recupero di aspetti di vita sconosciuti agli allievi valorizzando il fecondo rapporto con la precedente generazione. Tra i lavori tutti meritori di plauso, sono stati scelti quelli con ambientazione locale.
la maestra     Maria Rosaria Pesce


Mio nonno si chiama Franco e ha 81 anni; quando lui fece la seconda guerra mondiale ne aveva circa 30 e si trovava a Colleranesco. Il nonno racconta di tanti bombardamenti che distrussero case e ponti; ricorda tante storie tra cui, in particolare, quella di una famiglia di campagna che accolse i soldati disertori che poi lavoravano insieme ai contadini nei campi. Questi soldati aiutavano a tradurre le notizie che arrivano per radio, oppure attraverso i giornali. Mio nonno non si ricorda dell'arrivo dei tedeschi, ma si ricorda dei saccheggiamenti e delle perquisizioni nelle case dei contadini. Si ricorda molto bene dei partigiani cioè uomini che lottavano per liberare il nostro paese che insieme agli alleati facevano fuggire i tedeschi. Ma in quegli anni, anche quando ci fu la ritirata dei tedeschi, le condizioni non migliorarono perché il lavoro era molto faticoso e si dovevano guadagnare i soldi per ricostruire le case distrutte, comprare i vestiti che non erano lussuosi ed erano indossati da padre a figlio, da fratello a fratello.
Debora Ippoliti

Mio nonno nel periodo tra settembre 1943 e giugno 1944 si trovava a Colleranesco; lui ricorda ancora oggi i suoi genitori e i compaesani che cominciavano a sfollare dalle proprie case, a rifugiarsi in posti sconosciuti per non morire sotto alle bombe. Sentiva i bombardamenti sempre più vicini, vedeva gente morta per le strade e tante case distrutte. Un giorno seguì il mio bisnonno che era tornato a vedere la sua casa, però dei tedeschi ubriachi lo presero e lo portarono dietro la casa per ucciderlo; per sua fortuna arrivarono altri tedeschi che ordinarono di lasciarlo immediatamente, poi dissero al mio bisnonno di non farsi vedere più da quelle parti. Man mano che risalivano verso nord i tedeschi prendevano persone e bestiame, portavano via carri piene di munizioni. Intanto arrivavano notizie che il fronte si avvicinava ogni giorno di più. Ricorda un giorno che suo padre venne abbracciato da un tedesco che gli disse che lui aveva un figlio della stessa età del suo. Ha visto i primi tedeschi nel 1943 che andavano in giro con dei sidecar. I tedeschi prendevano tutto quello che volevano e non importava se erano donne, malati e bambini che rimanevano senza mangiare e senza coperte per ripararsi dal freddo. Le condizioni di vita in quegli anni erano molto gravi; mancava di tutto, vedeva gli adulti soffrire e capaci di stare senza mangiare per dare un pezzo di pane ai propri bambini. In quei giorni non c'erano divertimenti e svaghi ma tanto lavoro e tanta paura. Nel giugno 1944 vide gli ultimi tedeschi, così capì che la guerra era finita ma intorno a lui venne tanta povertà, sofferenza, distruzione. Con l'aiuto della sua famiglia ha trovato la forza di andare avanti e dimenticare quei giorni d'inferno.
Fabiola Michini

Durante la seconda guerra mondiale mia nonna materna aveva circa 10 anni e si trovava a Colleranesco. Purtroppo ricorda molto bene tutti gli eventi di quella guerra: bombardamenti, sfollamenti e rifugi, che spesso erano scavati nella terra paragonabili a enormi tane di talpe illuminate da lampade a petrolio o a carburo e dove a volte persone allegre cercavano di intrattenere i rifugiati cantando o raccontando storie. Un ricordo che alla nonna torna in mente è quello che quando arrivano gli aerei a bombardare, i bambini che non riuscivano a scappare si rifugiavano fra solchi arati per trovare un riparo anche se illusorio. Quando i tedeschi arrivavano a Colleranesco cominciano a fare perquisizioni, rastrellamenti, razzie di animali. La nonna ricorda che un giorno, appena rientrata nella propria casa, dopo la sfollamento, trovò alcuni tedeschi che avevano visto un puledrino e volevano a tutti i costi il cavallo. La mamma della nonna, nonostante il fucile puntato contro, si rifiutò di cederlo perché la cavalla aveva partorito e il puledrino sarebbe rimasto senza il latte della madre. I tedeschi capirono e andarono via,m a ricordò a lungo lo spavento provato quel giorno! Sicuramente la vita quotidiana in quel periodo non era facile, perché mancava quasi tutto e quel poco che c'era finiva nella mani dei tedeschi. La situazione migliorò con l'arrivo degli alleati che distribuirono cibo e altri generi di prima necessità e fu l'inizio di una nuova vita.
Gianluca Giorgini

Mio nonno si chiama Pierino, ha 91 anni e vive a Colleranesco, il paese dove è nato. Nel periodo compreso tra settembre 1943 e giugno 1944 mio nonno si trovava a Domodossola. Lì lavorava in una fabbrica che faceva le calzature per i militari. Mio nonno ricorda molto bene dei bombardamenti a Domodossola: quando gli abitanti vedevano arrivare degli aerei carichi di bombe scappavano nei rifugi. Delle volte mio nonno ritornava a Colleranesco per vedere come stava la famiglia. Lui racconta che anche qui da noi c'erano dei grandi bombardamenti soprattutto al fiume Tordino. Durante questo periodo molte persone erano sfollate nelle nostre parti, molti piangevano i loro morti e non sapevano come andare avanti. Con l'entrata in guerra dell' America, in Italia si formarono gruppi di partigiani contro i tedeschi. Racconta il nonno che fu preso dai tedeschi in un campo di concentramento ad Auschwitz. Ricorda perfettamente quei giorni, i più brutti della sua vita, maltrattamenti e fame erano le cose che doveva affrontare ogni giorno. Sfuggì allo sterminio grazie alla sua liberazione avvenuta nel 1945. Pian piano dopo mesi e mesi di cammino raggiunse Colleranesco e baciò tutti i suoi cari che non aveva rivisto più da molto tempo. Nella sua zona vide per la prima volta i tedeschi durante la loro ritirata. Mio nonno era a conoscenza anche dei partigiani: uomini che cercavano di aiutare l'Italia che in quel momento della storia era un po' allo sbando. La vita non era come quella di oggi: non c'era cibo, i vestiti erano miseri, si andava a lavorare per guadagnare un po' di cibo e le condizioni di vita non erano igieniche.
Benedetta Puliti
Biblioteche a Giulianova

Biblioteca civica “Vincenzo Bindi”
Corsa Garibaldi, 14 - tel. 085/8003395 Giulianova Città
Numero dei volumi catalogati: 23.000
Settori: abruzzesistica, libri antichi, arte, filosofia, emeroteca
Lasciti: Bindi (opere generali) - De Lucia (abruzzesistica) - Mercante (filosofia)
Orario: 9-12; 15-18,30; sabato 9-12,30


Biblioteca del Centro Culturale “San Francesco”
Piccola Opera Charitas
Via Ruetta Scarafoni, 3 - Giulianova Città - tel. 085/8003677
Numero dei volumi catalogati: 12.000
Settori: emeroteca, storia, filosofia, letteratura, storia delle religioni e della Chiesa
Orario: 8-20


Centro Servizi Culturali della Regione Abruzzo
Via I. Nievo, 6 - Tel. 0858003508 - Fax 08580027108
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, dalle 15 alle 18 (orario invernale) e dalle 16 alle 19 (orario estivo); sabato dalle 9 alle 12.
Il Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, istituito con L.R. 6 Luglio 1978 N. 35, opera nei territori comunali di Giulianova, Roseto, Mosciano Sant’Angelo, Bellante, Morro D'Oro e svolge promozione culturale concorrendo alla formazione ed alla realizzazione della persona umana mediante una effettiva partecipazione alla vita della comunità del comprensorio.


Biblioteca Padre Candido “Donatelli”
Inaugurata il 27 maggio del 1995, la Biblioteca “P. Candido Donatelli” è riuscita progressivamente a ritagliarsi un ruolo assolutamente rilevante nella realtà culturale non solo giuliese. L’attivismo e l’entusiasmo degli operatori della quarta biblioteca cittadina (Direttore dott. Sandro Galantini; bibliotecari dott. Piera Fagnani e Alfonso Di Felice) hanno fatto sì che la raffinatissima struttura, fortemente voluta dall’allora Superiore del Convento dei Cappuccini P. Serafino Colangeli, divenisse un punto di riferimento importante per studenti, operatori culturali e studiosi non solamente locali.
Orario biblioteca:dal lunedì al venerdì con orario 10-13 e 15-19; il sabato dalle 10 alle 13.

Giulianova, la Posillipo d'Abruzzo

Giulianova (Te) Abruzzo - Italy. Gli ingredienti sono quelli classici dell’Abruzzo più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche e biblioteche, chiese e santuari, il suo verde, il suo mareQuesta località balneare oltre a sottolineare ciò che di Giulianova è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.
 
 
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