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Giulianova e i suoi scrittori. La nuova pubblicazione di: Palandrani Andrea

Giulianova > Storici & Scrittori > Palandrani Andrea
 
La rassegna delle pubblicazioni di opere librarie da Scrittori & Storici di Giulianova
 
Indice Storici & Scrittori giuliesi - Andrea Palandrani
Rendiconto di un "pellegrinaggio storico" attorno alla chiesa di San Giuseppe a Colleranesco di Giulianova (Te)
Il libro – sia esso romanzo, saggio o poesia –
deve coinvolgere al massimo l’intelligenza e la sensibilità del lettore.
Quando in un libro, di poesia o di prosa, una frase, una parola
ti riporta ad altre immagini, al altri ricordi,
provocando circuiti fantastici, allora, solo allora,
risplende il valore di un testo.
Giulio Einaudi

Premessa dell'autore 
Come ogni anno torna puntuale, in occasione della ricorrenza religiosa del nostro patrono San Giuseppe, questo libricino frutto dell’impegno e delle attenzioni della benemerita Associazione “San Giuseppe”. È con grande onore e sentita partecipazione che quest’anno mi accingo a dipingere delle mie parole, delle mie ricerche e delle mie riflessioni le pagine che seguono.
Una doverosa premessa. Siamo stati abituati nelle passate edizioni a leggere le preziose analisi ed i puntuali studi dell’amico prof. Sandro Galantini, noto e stimato ricercatore giuliese. Pur avendo a modello i suoi scritti, ogni studioso porta con sé il proprio iter formativo e la propria indole espositiva. Conscio di non avere una preparazione storica approfondita e rimpiangendo per primo le sapienti ricostruzioni del Galantini, spero comunque di suscitare immagini, evocare ricordi, regalare suggestioni, sia a chi volge commosso lo sguardo indietro, sia a chi, entusiasta, allestisce il proprio futuro.
Colleranesco fa parte della mia famiglia, è come un caro fratello, coetaneo dei miei nonni e dei miei bisnonni. Come me, anche lui cambia e si trasforma ed è bello ascoltarlo, a suo modo, parlarmi…
Un particolare ringraziamento va al signor Antonio Nazziconi per tutta la disponibilità e la fiducia accordatami, oltre che per i suoi consigli e le sue attente delucidazioni. Ringrazio parimenti il nostro stimato parroco, Don Alfonso, per avermi concesso senza indugio alcuno di consultare i documenti conservati nell’archivio della chiesa. Riconoscente a tutti coloro che, dai miei cari nonni a mio papà, dai conoscenti agli amici e parenti, mi hanno aperto le porte della memoria di Colleranesco.
Mi scuso sin d’ora di quelle imperfezioni o imprecisioni che, nolente, non ho potuto o saputo evitare vuoi per carenza di dati e di documenti, vuoi per le ovvie sfumature nei ricordi dei riferenti. Porgo anzi il cordiale invito, a chiunque possa aiutarmi nel colmare quelle lacune, di offrire e rendere presente il proprio apporto.
Andrea Palandrani

La nascita ufficiale della nostra Colleranesco risale al 1809 come “stato di sezione” del Comune di Giulianova1. I pochi insediamenti dovevano probabilmente raccogliersi attorno alla tenuta Trifoni, proprietari terrieri tra i più grandi della zona, la cui villa eretta attorno alla metà dell’800 è sita nel centro del paesino che andava nascendo. Fu la famiglia Trifoni, con la figura del cav. Serafino Trifoni, ad essere l’elemento propulsivo della espansione dell’abitato sia in senso civile che in senso pubblico. Mentre infatti da un lato aumentavano le case limitrofe villa Trifoni, gli eventi che portarono Colleranesco ad essere «una delle più importanti frazioni del Comune» furono l’istituzione, nel 1890, della scuola unica maschile cui promotore e primo maestro fu l’illustre Savino Cicchetti; l’ulteriore evoluzione urbanistica riguardò l’attivazione, nel 1904, di una stazioncina sulla linea ferrata Teramo-Giulianova, a testimonianza della centralità dell’entroterra agricolo per i traffici commerciali giuliesi; dieci anni più tardi, fu la volta della istituzione dell’ufficio postale; nel 1932 l’Istituto Nazionale Trasporti sostituisce con i suoi autobus il servizio ferroviario costruendo una pensilina a fianco del villino Galantini, mentre poi il 1935 vide la realizzazione di un sistema di illuminazione pubblico attraverso la collocazione, lungo 400 metri della strada Nazionale, di dieci “fanali” a sospensione che daranno una visibilità notturna al nucleo di Colleranesco; fino ad  arrivare all’opera di  monumentale  importanza, la costruzione dell’edificio scolastico che poneva termine al “nomadismo” dell’accresciuta popolazione studentesca costretta ad essere dispersa tra diversi immobili privati presi in affitto dal Comune. Risale al 1930 la manifesta intenzione di Giuseppe Trifoni di cedere un suo appezzamento di terreno, ubicato in zona centrale, per la edificazione di una scuola; nel corso dei lavori si ritenne opportuno acquistare una ulteriore area per la realizzazione di uno dei più grandi stabili scolastici del territorio comunale inaugurato il 28 ottobre del 1940.
Colleranesco acquisiva quindi la fisionomia di una cittadina sia sul versante pubblico (scuola, stazione ferroviaria, ufficio postale, strada Nazionale per Teramo) che sul versante privato (già nel censimento del 1911 la frazione registrava 1600 abitanti); mancava l’ultimo tassello, il cuore di un organismo in evoluzione, un luogo di ringraziamento e di preghiera, uno spazio per prostrarsi in adorazione invocando misericordia, protezione e conforto, un momento di riunione e di comunione per la collettività. Tutto questo, ed altro ancora, rappresenterà per l’animo dei fedeli di Colleranesco la Chiesa di San Giuseppe.
Non sappiamo con certezza chi partorì l’idea di una chiesa, ma i sempre più numerosi abitanti dovevano sognarla e auspicarla da tempo vista l’immediata disponibilità ed i sacrifici che si mostrarono pronti ad offrire. A gruppi di due o tre persone ci si organizzò per la raccolta di fondi, la cosiddetta “cerca” per racimolare “mezzetti” di grano o piccole somme in denaro, ma anche talvolta scherni di incredulità sulla riuscita del progetto. Chiunque poteva, mise a disposizione carro e buoi per il trasporto sia di ghiaia e sabbia prelevata attorno al fiume Tordino, sia per i carichi di mattoni provenienti dalla fornace di Giulianova. Altri parteciparono con la forza delle loro braccia adoperando pale e picconi per lo scavo delle fondamenta; ognuno di noi conosce la preziosità del lavoro delle braccia in campagna, ma furono in molti a non risparmiarsi dedicando fatiche, sudori e quel po’ di tempo libero che avevano, alla realizzazione della grandiosa iniziativa.
Ancora una volta, protagonista e sostegno del progetto fu la famiglia Trifoni, con la signora Caterina Trifoni e la cugina Anna Iannetti in prima linea oltre alla lodata donazione del terreno da parte di Giuseppe Trifoni attestata dalla lettera quest’anno fortunatamente rinvenuta:


«Signorina Annina Iannetti,
ho dato incarico a tuo fratello Peppino di
delimitare l’area che io gratuitamente cedo
per la costruenda Chiesa in Colleranesco.
Detta area da staccare al confine con
la strada patronale che va alle case
vecchie, avrà il fronte di metri venti
e la profondità di metri quaranta.
Con la presente dò l’autorizzazione
ad accedervi per l’inizio dei lavori.
                                                 Distinti saluti
Colleranesco  22/10/1949
                                                          Giuseppe Trifoni».


La signora Caterina e la figlia Maria Teresa, assieme alla signorina Annina Iannetti, destinataria della precedente lettera e sorella dell’ingegner Giuseppe (Peppino) che offrì il suo apporto progettistico, furono tra le più animate sostenitrici dell’iniziativa. Con l’intento di raccogliere altre donazioni, esse si adoperarono nel reperire gli indirizzi di quanti, nel vicinato e in Giulianova, avevano parenti e conoscenti benestanti nelle Americhe. Il documento che segue è la missiva che Maria Teresa Trifoni redasse e in più copie, con l’aiuto della zia Annina, spedì oltre Oceano. Possiamo con facilità rintracciare tra le righe del documento la passione religiosa, l’enfasi fideista, i riverberi nazionalistici, la partecipazione emotiva e la vicinanza spirituale verso i conterranei.

  
Progetto della Chiesa erigenda in Colleranesco - Archivio Chiesa di S. Giuseppe).

Come possiamo leggere, si fa riferimento al progetto della piccola chiesa rappresentato probabilmente dalla cartolina qui di sopra riprodotta.



Siamo nel 1949 e di lì a poco sarebbero iniziati i lavori materiali affiancati dal sostegno spirituale della collettività tutta. La chiesa avrebbe offerto agli abitanti della piccola frazione la possibilità di assistere almeno alla messa festiva, sino ad allora celebrata nelle piccole e sempre gremite cappelle private dei Giordani, poi Paoloni (S. Maria dell’Arco), nella chiesetta di Santa Lucia dei Cerulli o nella cappella di villa Trifoni, quest’ultima elevata ad «oratorio pubblico» il 30 gennaio 1913 con bolla della Curia Episcopalis Aprutina.    
Un eloquente episodio del fervore della signorina Maria Teresa ci riporta ad una delle sue visite al Santo Padre, Pio XII, a Roma. Il prete di Sulmona, Monsignor Chiaverini, era solito accompagnare studenti e studentesse della Associazione Cattolica in udienza dal Papa. Nel corso della benedizione, Pio XII si soffermò proprio davanti alla nostra Maria Teresa la quale, chiamato a raccolta tutto il suo coraggio, si inginocchiò “baciando il piede” e manifestando una esplicita e diretta richiesta: una offerta per la costruzione della chiesa.L’allora segretario di Stato di Sua Santità, cardinal Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI, espose le ufficiali modalità di istanza per un contributo monetario da parte del Vaticano.
Direttamente dalle pagine ingiallite e dalla raffinata calligrafia del diario dell’allora neolaureata signorina Maria Teresa, ascoltiamone il racconto:
9 gennaio 1951…ho partecipato al Congresso Nazionale Laureati Cattolici durato tre giorni e iniziato con l’udienza privata del S. Padre. Avvenimento per me importantissimo. Sono stata l’unica laureata (oltre ad un sacerdote) a parlare col S. Padre. L’idea di chiedere direttamente un contributo per la costruzione della Chiesa di Colleranesco mi balenò pochi momenti prima dell’udienza. Il ricordo recente e vivo delle parole paternamente pronunziatemi dal Papa nell’udienza che ottenemmo noi studenti universitari circa tre anni prima (con le “Teresiane”) mi diede l’ardire di esporre il caso. Dopo la sua risposta affermativa e il consiglio di mettere per iscritto la richiesta, combinai una specie di lettera che ebbi la consolazione di presentare poco dopo al S. Padre. La lesse, ne approvò il contenuto e mi promise, sempre tanto paternamente, un piccolo contributo. Fui felice di tutto ciò (tra i rallegramenti dei vari laureati e laureate); ma avremmo la fortuna di vederci giungere il contributo promesso?…
 
2 febbraio. Stasera la bellissima notizia della risposta del S. Padre con l’invio di £ 300.000 per la nostra chiesa. Sono davvero commossa per tanta santa generosità e sollecitudine.

La lettera qui a fianco riprodotta mostra il cospicuo risultato dell’impresa (i voti e la benedizione propiziatrice del Papa oltre a ben 300 mila lire).

(Cortesia Sigra Maria Teresa Tnfoni, inaugurazione Chiesa di San Giuseppe 23 Settembre 1951).

Un’altra singolare vicenda del momento della spedizione delle lettere ai compatrioti americani, riguarda un teramano, certo signor Papa, un affermato cantante nel nuovo continente. Nel momento del visto della Diocesi, in quanto ogni documento di natura religiosa doveva essere approvato dal Vescovo di Teramo, anziché essere spedita negli Stati Uniti, la lettera finì di nuovo al Santo Ufficio che, magari ignaro della già effettuata donazione, inviò ulteriori 50 mila lire, tra la ilarità e l’allegria di quanti ebbero notizia del fortunato equivoco.
Nonostante le molte risposte ed i diversi contributi raccolti, la costruzione effettiva non poté rispettare quella ideata. Difatti, affinché potessero essere terminati i lavori, intervenne il Vescovo a far ridimensionare l’altezza prevista, le finestre furono abbassate di qualche metro e la copertura fu realizzata senza una particolare soffittatura che forse era in progetto. In stile romanico, nonostante l’assenza della caratterizzante torre, la struttura presenta un’unica navata ed una ritmicità dello spazio data dalle ripetute finestre incassate ai lati e dal rosone centrale all’entrata recante il simbolo di Mons. Gremigni.; la parete terminale espone un vetro istoriato raffigurante San Giuseppe con in braccio il bambino Gesù, ai lati due nicchie che andranno a contenere le statue di San Giuseppe e della Madonna.

(Cortesia Sig.ra Maria Teresa TrifoniCerimonia di benedizione e di apertura al culto.
La pianta si estende in un unico e lungo volume longitudinale. La massiccia facciata in mattoni presenta un portone in legno incorniciato da mattoni incassati e in rilievo e poco più in alto domina il rosone centrale. Ad un primo colpo d’occhio, la chiesa dà un effetto di robusta elevazione e distensione, mentre l’interno è caratterizzato da una serena semplicità. Sul fianco occidentale era sita una minuta sagrestia, poco più di una quindicina di metri quadri, anch’essa in muratura ma assai più bassa.
(Cortesia Sig.ra Maria Teresa TrifoniInaugurazione Chiesa di San Giuseppe 23/09/1951.

L’iniziativa immediatamente seguente riguardò l’intitolazione della Chiesa a San Giuseppe avvenuta, da come ci racconta il signor Romolo Trifoni, per espresso volere di molti tra i benefattori degli oriundi giuliesi nelle Americhe. Si decise, poi, di commissionare la costruzione di una statua del Santo all’artista giuliese Alfonso Tentarelli, già autore di molti dei dipinti all’interno del Santuario della Madonna dello Splendore. L’opera, realizzata completamente in gesso, risultò di una insostenibile pesantezza (fu infatti utilizzato un camioncino per portarla in processione la sua prima volta) oltre che di una eccessiva grandezza, tanto che fu soprannominata “Jusppò”; un successivo incidente che ne causò la rottura di un braccio, fu il pretesto per richiedere un’altra effigie (l’attuale San Giuseppe), stavolta in legno e più maneggevole, alla Scuola d’arte Ortisei.
All’ombra del Gran Sasso, in odore di salsedine e sotto lo sguardo assopito del “gigante addormentato”, c’erano davvero pochi insediamenti in quella campagna prospera e gravida di nuovi eventi: era il 1951 quando la buona volontà ed il sacrificio dei primi abitanti di quella zona riponevano le loro speranze e la loro Colleranesco sotto la protezione e la buona luce di San Giuseppe. Nel mese di settembre ci fu la visita del Vescovo con la cerimonia dell’atto di benedizione e d’apertura al culto della nuova Chiesa; il rituale religioso vide la Consacrazione della pietra dell’altare e della campana alla presenza dell’icona della Madonna dello Splendore, pellegrina per tutto il territorio di Giulianova. L’inaugurazione fu celebrata nell’ampio e floreale giardino di Giuseppe Trifoni che offrì un abbondante rinfresco di vino, birra, panini e porchetta ai numerosi fedeli accorsi per celebrare l’evento: vi si potevano riconoscere, tra la folla, il Vescovo, Monsignor Gilla Vincenzo Gremigni, il cavalier Cerulli, a quell’epoca senatore, il sindaco di Giulianova, l’intera famiglia Trifoni e la famiglia Iannetti, fino a tutti gli altri benestanti della zona, tra cui probabilmente i vicini Castorani, i Parere e i Paoloni.
Una testimonianza di quella giornata è stata ritrovata nelle annotazioni della signora Angiolina Volpi, zia della moglie di Giuseppe Trifoni, Emanuella Volpi: 
23 settembre 1951 domenica…stasera…siamo stati nella villa Trifoni per la consacrazione della bella chiesetta novecento con un discorso del vescovo Gremigni che mi ha incantata e commossa. Fuochi, canti e bengala, folla e festa campestre. Ricevimento al Vescovo da Peppino Trifoni che ci obbliga ad andare poi da Iannetti alla cena per il Vescovo e Romolo Trifoni ci rimorchia con la sua auto. Ma per fortuna riusciamo ad evitare la cena, torniamo al ricevimento in sala e in giardino da Peppino…. 
Non poteva così mancare quel che più gli uomini sono abituati ad allestire in momenti importanti per la comunità e per il suo futuro; in tanti furono a mettersi all’opera con le proprie virtù, vuoi di questuante, vuoi di finanziatore, ed ognuno nel suo piccolo diede il contributo per quella che sarebbe stata la prima festa in onore del Santo Patrono e della nuova omonima chiesa. Emozione, fermento e gioiosa attesa riempivano l’aria dei primi festeggiamenti e della prima onorificenza sotto i raggi di un tiepido sole primaverile, quello del 19 marzo 1952. Nelle menti in cui sono orgogliosamente conservati i ricordi di quella giornata si rincorrono le iniziative religiose e sociali: i fuochi d’artificio all’uscita del Santo dalla chiesa e la processione per il paese accompagnata dalla banda; quella del primo anno proveniva da Mosciano e i suoi componenti, una ventina di unità, si divisero nelle case di chi poteva ospitarli per  il vitto e prima di andare via, a mo’ di ringraziamento, suonavano il loro strumento. La festa divenne, con il tempo, l’occasione per richiamare i parenti lontani, una usanza per rivedersi e pranzare assieme. Anche la tavola si imbandiva a festa per l’occasione: maccheroni fatti in casa, talvolta preceduti da antipasto, brodo di gallina e per secondo formaggio, uova o, nel migliore dei casi, persino agnello o coniglio. Il primo cappellano di Colleranesco, Padre Serafino, assieme ad un accompagnatore, e con una lambretta, portava il buono per ritirare nella bottega il pasto a quanti altrimenti a stento avrebbero potuto mangiare in quel giorno di festa. Ad animare il tempo pomeridiano, il “Gruppo Sportivo Colleranesco”, appena affiliato alla F.I.C., predispose una gara ciclistica per dilettanti con circuito inter-cittadino che da Colleranesco saliva per Mosciano, poi Montone, Giulianova e, attraverso via Gramsci, si riprendeva la Nazionale per tornare a Colleranesco. Sul tardo pomeriggio si erigevano i “pali della cuccagna” proprio davanti alla chiesa e i più scaltri avrebbero ben guadagnato un prosciutto come primo premio, mentre lonza, formaggio e una busta con 2 mila lire erano le altre vincite. Le organze di cui si rivestivano le vie erano alcune bancarelle, di certo meno fornite di quelle attuali, ma pur sempre suggestive con lupini, noccioline, palloncini, girelle e stecche di liquirizia, oltre alla carruba e le sigarette vendute ad un soldo l’una.
Siamo dunque a Colleranesco, frazione di Giulianova, sulla strada che dal mare conduce alla montagna, luogo che ospita la prima festa religiosa dell’anno, il primo momento di giubilo e di raccolta degli abitanti delle località vicine e della vasta zona rurale. Alcuni documentano come il toponimo abbia origini longobarde (cfr. Ernesto Giammarco, Aprutium, a. II, n. 1, pp. 5-7; a. III, n. 3, pp. 5-16; a. IV, n. 3, pp. 5-13); altri riferiscono come provenga dal fatto che tutta la vallata fosse un tempo, intorno alla seconda metà del ‘700, impiegata alla coltivazione del grano, per cui ne veniva l’appellativo di Colle-granesco, da cui Colleranesco. Altri ancora, scherzosamente, ci prendono in giro ammettendo si trattasse di un colle ricolmo di gracchianti ranocchi con un regolare permesso vescovile, Colle-granocchio. Fatto sta che da quell’anno San Giuseppe avrebbe vegliato sulla sua crescita, sulla sua storia, sulle sue generazioni e su tutto quello che verrà in seguito coi migliori auspici.
Non sembrava vero, quella sera, alzare gli occhi al cielo e mirare i fuochi d’artificio, poter associare sgargianti colori a quei fragorosi botti che fino a pochi anni prima testimoniavano distruzione e lutti, notti insonni e angosciose paure, quando, indelebile nella mente di tanti tra i presenti, risuonavano nel buio le cannonate del vicino fronte di Ortona.
Sarebbe trascorso ancora del tempo prima che un sacerdote, incaricato dalla Diocesi, potesse assumere, in maniera effettiva, la funzione di parroco. Infatti, durante i primi tempi, Don Alberto, arciprete di San Flaviano, Chiesa da cui quella di San Giuseppe dipendeva, periodicamente e in special modo in occasione della messa festiva, mandava parroci delle località più vicine, religiosi francescani oppure incaricava per alcuni giorni dei frati passionisti; questi ultimi erano missionari che viaggiavano in gruppi di 4 o 5 ed erano ospitati ognuno da una famiglia del posto. Una testimonianza di uno di loro, Padre Filippo D’Amando, più volte ospitato nella villa di Caterina Trifoni, ci riporta alcuni suoi pensieri di quei lontani anni ’50: 
…mi ricordo tanti altri volti della buona gente di Colleranesco, le strade che percorrevo ogni giorno, le famiglie che visitavo dalla mattina alla sera. Nel pomeriggio la chiesa era sempre piena di tanta gente: posso dire che ne godevo perché sentivo l’interesse nell’ascolto.
 
Cortesia dell'Istituto Geografico Militare.
Volo del 14 ottobre 1954.
Una veduta aerea del 1954, reperita dalla vivace Associazione “San Giuseppe” presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze, evidenzia come l’elemento portante di una prima forma di aggregazione urbanistica fosse rappresentata dall’alberata strada Nazionale per Teramo che corre parallela alla linea ferroviaria. Nelle immediate adiacenze alla strada si possono riscontrare tre delle ville di Colleranesco, dal margine orientale, villa Castorani, poi villa Iannetti e, sulla zona centrale, villa Trifoni. Si possono riconoscere le prime costruzioni del futuro nucleo urbano, venendo da Giulianova troviamo la casa di Pandarà (Recinella) affianco alla scuola elementare, poi il vecchio spaccio di Brannucc (Aldobrando Nanni), il fattore di Trifoni; sul lato opposto, le case di Michele Giorgini, di Barzucc (Luciani), l’ufficio postale, l’abitazione di Donato Falà e quella del fabbro Adolfo Giorgini, poi casa Castorani e nel mezzo il villino Galantini. La panoramica mostra come a chiazzare il territorio siano piante e campi coltivati piuttosto che case; difatti, la borgata agricola presenta una manciata di abitazioni sparse e poche residue “pinciare” (cioè abitazioni aventi murature fatte di un impasto di terra e paglia), alcune appartenenti a piccoli proprietari: Lu Purcar (Di Pietro), Tgnsill (Di Cesare), Giorgini, Li ngrill (Giampaoli), Ggelorm (Bonaduce), etc.; altre invece erano masserie dei “socci” dei vari Trifoni, Iannetti o Castorani: Lijandr (Durillo), Fetaova (Dell’Ovo), Pggtt (Paesani), Lu nducch (Virgili), Ciambtt (Di Pasquale), Ciafrntt (Pica), Pllcciò (D’Ottavio), etc.
     Il sistema viario, al di là degli abbondanti viottoli e di una fitta rete di “pedicarole”, evidenzia poche strade effettive, tutte attorno alla strada Nazionale: tra la ferrovia e la strada principale si snoda via Fonte Noci che diventa nel suo cammino verso villa Muzii via Filetto, mentre dal lato opposto si innesta via Cupa che assicurava il traffico con Giulia e la zona rurale settentrionale; il collegamento con villa Iannetti avviene mediante l’attuale via Bosco Maltese, mentre è via Parere quella che dà l’ingresso alla zona del contado in direzione di Campocelletti e del Convento di Mosciano. Ad interrompere e a segnare il paesaggio sono ben visibili due dei fossi che bisognava attraversare nelle vicinanze di Colleranesco, torrente Trifoni e fosso Rosso.
Il sistema viario, al di là degli abbondanti viottoli e di una fitta rete di “pedicarole”, evidenzia poche strade effettive, tutte attorno alla strada Nazionale: tra la ferrovia e la strada principale si snoda via Fonte Noci che diventa nel suo cammino verso villa Muzii via Filetto, mentre dal lato opposto si innesta via Cupa che assicurava il traffico con Giulia e la zona rurale settentrionale; il collegamento con villa Iannetti avviene mediante l’attuale via Bosco Maltese, mentre è via Parere quella che dà l’ingresso alla zona del contado in direzione di Campocelletti e del Convento di Mosciano. Ad interrompere e a segnare il paesaggio sono ben visibili due dei fossi che bisognava attraversare nelle vicinanze di Colleranesco, torrente Trifoni e fosso Rosso.

Cortesia Archivio Chiesa san Giuseppe, Colleranesco.
Le prime modifiche strutturali cui la chiesa fu sottoposta riguardano la costruzione di una balaustra in marmo davanti l’altare, la ricostruzione della sagrestia, un piccolo allungamento della parte terminale (in un primo momento ovale) e l’edificazione della casa canonica sul terreno adiacente. L’originaria sagrestia era disposta sul fianco ad ovest della chiesa, di forma quadrata ed alquanto angusta. A seguito di questa iniziativa, la chiesa fu ampliata di alcuni metri e la sagrestia fu così inserita nella parte immediatamente dietro il presbiterio, con una duplice entrata ai lati dell’altare. Ancora una volta i benefattori che resero possibile questa estensione furono i Trifoni, stavolta i figli di Giuseppe, che donarono il terreno retrostante. Fu don Giovanni, dopo l’alternata permanenza dell’amatissimo Padre Serafino Colangeli e il breve sacerdozio di don Giuseppe Ramone, a volere e a predisporre i lavori di ampliamento dell’area parrocchiale.
La Madonnina in legno che accompagnò don Giovanni nel suo pellegrinaggio casa per casa per la raccolta dei fondi, era stata donata alla parrocchia da Fra Pellegrino; questi era un “frate cercatano”, un passionista laico che per tre volte l’anno (rispettivamente in luglio per il grano, in ottobre per il mosto e nel periodo natalizio per l’olio, occasione quest’ultima per porgere il calendario del nuovo anno) passava per il contado raccogliendo le offerte sul suo mulo.
Sac. D. Giovanni Nello Leonardi
Fu don Giovanni a dare ospitalità, durante il periodo di permanenza nella zona di Colleranesco, al frate coi suoi proventi giornalieri nella sua prima dimora in Selva dei Colli, affianco alla Chiesa di San Pietro ad Spoltinum. Fra Pellegrino per riconoscenza donò alla comunità la statua in legno della Madonna di Fatima. Durante i primi anni del suo sacerdozio, don Giovanni, in sella al suo “galletto”, la moto Guzzi che lo accompagnava nelle peregrinazioni per il  contado, raggiungeva Colleranesco dalla vicina Selva Alta; qui vi custodiva anche una piccola cantina spesso aperta a tutti al pari della chiesetta. 
Alla presenza del Vescovo si celebrò la posa della prima pietra in marmo della canonica con all’interno una pergamena benedetta; l’intera cittadina partecipò all’avvenimento e c’è chi ricorda il barlume di alcuni flash scattati ad immolare l’atto, istantanee sfortunatamente ancora irreperibili. Nel verbale di collaudo della costruzione si legge che «l’edificio di cui trattasi è stato ultimato nel gennaio 1965 e consta di un piano-terra con due piccoli locali per ufficio parrocchiale, una sala di ricreazione per i parrocchiani, un garage; di un primo piano con un appartamento di 4 stanze più i servizi». Ad essere accresciuta risultò anche tutta l’attività parrocchiale, il garage ad esempio fu da subito utilizzato per insegnare il catechismo ai giovani che si preparavano alla Prima Comunione o alla Santa Cresima mentre il locale più grande al piano terra ospitò l’asilo.
    adre Nello Leonardi, nato a Serra de’ Conti (AN) il 17 giugno del 1920, il nostro amato don Giovanni, viene a Colleranesco agli inizi degli anni 60 ed è stato il primo vero e proprio parroco della Chiesa di San Giuseppe. Da subito don Giovanni partorisce l’idea di una casa canonica sia per ospitare la sempre più attiva vita religiosa del paese, sia per accogliere le sempre più numerose giovani generazioni bisognose di insegnamento catechistico. È del 2 maggio 1962 il nulla osta per l’esecuzione dei lavori edili che termineranno nel marzo del 1965 quando il Dott. Ing. Domenico Trifoni firmerà il certificato di collaudo attestando la abitabilità della neonata casa parrocchiale. L’apertura dell’asilo comportò anche la stabile presenza nella canonica della cara Lillina Calvarese, la perpetua di don Giovanni, squisita cuoca (oltre a preparare il pranzo per i bambini dell’asilo e per il sacerdote, si occupava anche di preparare i banchetti durante le visite del Vescovo o delle altre figure in visita al sacerdote); sono poi in molti a ricordare le splendide decorazioni di cui la chiesa iniziò ad essere rivestita, durante le celebrazioni eucaristiche o le ricorrenze festive, per le visite del Vescovo o per i matrimoni.

Cortesia dell'Istituto Geografico Militare.
Volo del 26 marzo 1976.
Le generazioni a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 sono cresciute spiritualmente sotto la guida di don Giovanni; personalmente ho più volte da ragazzino servito messa da chierichetto al suo fianco: con i miei amici eravamo soliti scherzare nella sagrestia o sull’altare, magari una risata o un ghigno, e ci bastava uno sguardo severo di don Giovanni ad intimorirci e a ricomporci. Don Giovanni era stimato ed apprezzato dalla comunità, ciascuno gli era riconoscente per l’impegno e l’attenzione con cui curava i bisogni e le difficoltà dei meno abbienti.
Ulteriori modifiche ed abbellimenti, quale il rivestimento in marmo alle spalle dell’altare, furono pensati e fatti realizzare da don Giovanni nel 1974. Da come mi riferisce mio padre, allora titolare di una impresa edile, il parroco espresse inoltre il desiderio di creare una seconda entrata che da un lato consentisse di lasciare aperto il portone principale, ma dall’altro riparasse dal vento e dal freddo l’interno della chiesa; le due ante laterali ed il piccolo atrio tutt’ora esistenti sono il risultato di quella operazione.
Nel frattempo, una ulteriore veduta aerea della zona centrale di Colleranesco del 1976, mostra come il boom edilizio degli anni ’60 e ’70 abbia avuto anche qui il suo effetto. L’espansione urbana e la crescita delle abitazioni attorno alle pubbliche infrastrutture ridisegnano la zona con nuove strade e ulteriori frazionamenti territoriali. Le prime case a sorgere attorno al vecchio nucleo e in concomitanza con la costruzione della canonica furono le attuali abitazioni di Ciacc (De Berardinis), di Branntt (Di Bonaventura), di Sorgicich (Concordia), di Ulb (Nazziconi), di Palandrà (Palandrani), di Michini, di Sptll (Spitilli) e poi via via tutte le altre.
Gli antichi possedimenti sono già stati suddivisi e quasi tutte le case sono ora di proprietà di chi le abita. Lo spazio campestre domina, comunque, ancora incontrastato e avvolge piacevolmente l’abitato immergendo completamente nel verde l’intera frazione.
Nel 1982 una donazione offerta alla chiesa da parte della famiglia Savini, Francesco e Ferdinando, ha adornato ed impreziosito l’interno con uno splendido trittico situato dietro l’altare, opera del Mariani datata fine Ottocento.
Un altro importante evento per la nostra Chiesa viene acclamato sotto il sacerdozio di don Giovanni: con decreto del Vescovo della Diocesi di Teramo-Atri del 19 giugno 1986 viene eretta la Parrocchia di San Giuseppe cui titolare e rappresentane legale sarà il Sac. Leonardi Nello. Nel successivo mese di marzo, in occasione della festa patronale, il Vescovo erigerà canonicamente la nuova parrocchia in presenza di una nutrita folla e delle maggiori autorità pubbliche e religiose del posto.
Il 16 giugno 1991 avviene la celebrazione della trentennale donazione alla parrocchia, da parte di Fra Pellegrino, della statua della Madonna di Fatima. La cerimonia ripropose il primo pellegrinaggio di don Giovanni, ma questa volta i proventi sarebbero serviti ad acquistare una corona d’oro con la quale la Madonna fu proclamata “Regina di Colleranesco”. L’evento fu salutato, oltre che dalla partecipazione della comunità per le strade cittadine, anche dall’edizione di una cartolina da parte di una delle figure più attive nel reperire e far rivivere le memorie di Colleranesco, Diego Di Bonaventura.
L’attivismo di don Giovanni gioverà anche alla vicina contrada di Selva Piana dove farà edificare una Chiesa (intitolata alla Beata Vergine Maria del Suffragio) aperta al culto nel giugno del 1993 e la cui prima pietra fu benedetta il 23 ottobre 1991 da Papa Giovanni Paolo II.
    
In segno di riconoscenza, la comunità locale ha eretto una lastra di marmo in occasione del cinquantesimo anno de sacerdozio di don Giovanni, il 10 marzo 1996 e successivamente, a perenne ricordo, ha realizzato un busto in suo onore.
La successiva veduta risale al 1995 e dà un’idea dell’ulteriore espansione che procede tutt’ora a ritmi vertiginosi. Come una profonda divisione a metà, da un lato le case si sono moltiplicate e notevolmente infittite, mentre sul versante orientale la zona industriale, nata e sviluppatasi verso la fine degli anni ‘70, ha completamente fagocitato l’antica villa Castorani ed ha prepotentemente invaso il resto del territorio. Capannoni e fabbriche hanno imposto il loro sproporzionato accento riducendo quasi ad una nota a piè di pagina l’agglomerato urbano. Gli stabilimenti industriali, non sempre rispettosi dell’area che respiriamo e del paesaggio che più non vediamo, occupano ora, coi loro magazzini e fabbricati, il versante opposto ai nostri Appennini, spesso spettacolosamente innevati o vivacemente assolati.
Come ogni parto, portatore ad un tempo di dolore e di gioia, don Giovanni pone fine al suo sacerdozio sia per i suoi settantasei anni, sia a causa delle compromesse condizioni di salute, per essere sostituito, nell’aprile del 1996, dal nostro attuale parroco, don Alfonso. Di lì ad un anno circa, il 2 maggio 1997, stretto dall’affetto di tutta la comunità e dell’amore di quanti lo hanno conosciuto, don Giovanni compirà l’estremo sospiro.
Sei anni dopo è stata inaugurata la rinnovata Chiesa di San Giuseppe. Sotto le attenzioni dell’attuale parroco, l’intervento ha portato all’aumento della capienza (guardando a terra prima dell’altare, possiamo notare la giuntura del granito), oltre che ad una valorizzazione dell’intera struttura con abbellimenti sia sulla facciata esterna che in altri numerosi punti.
Cortesia dell'Istituto Geografico Militare.
Volo del 19 giugno 1995.
Di particolare visibilità risultano l’arco gotico a sesto acuto e il parziale annullamento della divisione tra presbiterio e navata. Oltre alle offerte della generosa comunità, un segno di riconoscenza va alla “Artigian Mobili D’Eugenio-Piccioni” per aver offerto la mobilia della nuova sagrestia, ed alla famiglia Guarda per aver donato il battistero, l’ambone e il granito della pavimentazione. Il tabernacolo dorato in stile gotico è stato donato da Maria Teresa Trifoni e fratelli. I nomi di altri benefattori sono iscritti all’interno della sagrestia.
Nelle parole del nostro parroco, don Alfonso Panichi, leggiamo:
Il nuovo e il vecchio nella chiesa di San Giuseppe in Colleranesco. 
Il solenne ingresso in parrocchia del nuovo vescovo, Mons. Vincenzo D’Addario, il 2 marzo 2003, è avvenuto al termine dei lavori di ampliamento e ristrutturazione della chiesa parrocchiale. Lavori resisi necessari per l’aumento della popolazione e in ottemperanza delle nuove norme liturgiche.
Gli ultimi interventi sull’edificio si son fatti rispettando lo “stile” romanico-gotico della chiesa eretta un cinquant’anni fa; alcuni materiali utilizzati, come i mattoni a vista, sono quelli originari. Il coronamento orizzontale della facciata, comune alle chiese del teramano del XII-XIII sec., (rialzato com’era nel disegno primitivo), ha fregi simili a quelli della cattedrale di Teramo. Sotto di esso, al centro, una croce ricrociata con ai lati due tondi che recano, ciascuno, una testa di pesce, il noto simbolo paleocristiano.
Nella lunetta del portale, poco al di sotto dello stemma vitreo di Mons. Vincenzo Gremigni, fa bella mostra di sé un lavoro in cotto, opera dell’artista locale Cecilia Cossentino, raffigurante il bambino Gesù nell’atto di abbracciare S. Giuseppe, patrono di Colleranesco. Di lato al santo un cipresso secolare (“simbolo della località”) con attorno un girotondo di ragazzi; sullo sfondo, dalla parte opposta, le cime del Gran Sasso che dominano Giulianova.
Internamente l’occhio del visitatore viene catturato dall’arco ogivale del presbiterio in pietra e mattoni, ricco di motivi, con due semicolonne laterali in laterizio e altrettanti capitelli in pietra ornati di decorazioni a punta di diamante. Vicino l’arco sormontato, come quello di Collemaggio all’Aquila, da una croce, una bella edicola racchiude una statua lignea dell’Addolorata, uscita dalle botteghe della Val Gardena; sotto di essa entro una cassa di vetro, un Cristo morto, pure in legno. Gli ornamenti dell’edicoletta in cotto, della stessa artista della lunetta, consistono in delicatissime rose e tre volti raffiguranti sembianze di altrettanti persone del luogo.
Il paliotto dell’altare è stato restaurato dalla “bottega d’arte” della “Piccola Opera Charitas” di Giulianova, come pure la statua lignea di S. Giuseppe, il vetro istoriato del presbiterio, invece, dalla “Ditta Camper” di Atri, ed ha un valore storico per essere tra i primi lavori della Ditta nel Teramano.
Particolare menzione meritano le pietre, per lo più rinascimentali, utilizzate nell’area presbiterale. Quali ad esempio le due che sorreggono lo stupendo trittico, opera del Mariani della fine dell’Ottocento, o quella a tortiglioni della lampada del tabernacolo. L’altra sotto la statua della Madonna “Regina di Colleranesco”, ha delle incisioni, mentre quella dell’acquasantiera figure floreali. Nella piccola sacrestia, cui si accede per una porta in legno di castagno lavorato, si conserva alla parete una bella croce lignea e iscrizioni con i nomi di insigni benefattori la cui munificenza ha abbellito nel tempo la chiesa, idealmente posta (anche un po’ come bellezza) tra S. Maria a mare di Giulianova e la cattedrale di Teramo.
Panichi Alfonso
parroco
Così Cecilia Cossentino2, l’autrice dei particolari realizzati in cotto nella lunetta sopra il portale d’ingresso e della edicola contenente la Madonna, commenta la sua partecipazione:
Con grande piacere ho accettato, su invito del parroco don Alfonso, di realizzare una scultura da sistemare sul portale della Chiesa di Colleranesco. Il compito non è risultato semplice sia per la delicatezza del soggetto da rappresentare sia per lo spazio a disposizione. La mia semplicità creativa ha favorito l’abbandono degli schemi iconografici tradizionali per una maggiore e semplice autonomia d’invenzione. Anche la scelta del materiale da utilizzare (argilla cotta) ha consentito di modellare delle figure libere, ottenendo quel senso di leggerezza necessario per un’opera del genere, che si inserisce in modo armonico nel contesto della facciata in mattoni rossi. Nella lunetta sul portale ho voluto rappresentare la vita del borgo, vicino alle sue care e sacre cose. La scena è uno spazio all’aperto tutta rivolta alla luce (in opposizione alle tenebre) con la chiesa accogliente e felice dei suoi ospiti. Sullo sfondo il Gran Sasso armonizzante con l’ambiente e il grande cipresso accoglie il gioco rumoroso dei bambini in opposizione alla delicata e silenziosa immagine di San Giuseppe che con grande effusione d’affetto abbraccia il bambino Gesù. In un mondo in cui si adopera tanta violenza (nelle immagini e nelle parole) ed in cui la natura è così maltrattata, questo vuol essere un segno forte e un richiamo. Questo piccolo spazio vuol trasmettere delicatezza, caldo affetto e non vorrà mai essere un luogo che abbia subito una violenza da parte dell’uomo.
All’interno della chiesa ho realizzato, sempre in terra cotta, un roseto ad ornamento dell’edicola dove è conservata la Madonna Addolorata col Cristo Morto. Anche qui la scelta del materiale è dettata dal rendere l’opera armonizzata con in contesto. La tecnica povera e la semplice manualità, vogliono coincidere coll’ideologia della mia semplicità creativa. Tale ornamento, seppur dotato di una sua forza strutturale, non vuol essere dominante e invadente l’intero spazio compositivo, ma vuol essere un coronamento, un’opera modellata intorno alla sacra figura. Infine, la piccola croce con i putti che completano la composizione vogliono rappresentare il consenso del cielo.
È necessario ed indispensabile un ringraziamento a tutti sperando che questa semplice opera, semplice come la gente di questa comunità, sia meritevole del vostro plauso.

       
       Particolare interno: edicola                    Facciata principale                      Interno dela Chiesa

L’ultima e più recente trasformazione programmata, ancora una volta patrocinata dalla disponibilità della famiglia Trifoni, e fortemente voluta dal nuovo parroco, riguardava un ulteriore ampliamento della chiesa nel suo versante settentrionale. Purtroppo a causa di alcuni disguidi burocratici, la realizzazione del progetto è stata per il momento sospesa.

   
              Particolare del portale: lunetta                      Canonica e nuova facciata della Chiesa di S.Giuseppe

Nel corso delle mie ricognizioni ho ascoltato coinvolgenti e intrecciati racconti; ho consultato documenti e lettere ingiallite o stropicciate; ho avuto tra le mani cartoline e fotografie in bianco e nero: ho scelto i miei migliori colori per farli brillare.
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NOTE
1. «Fatto in esecuzione del real decreto del 12 agosto, ed in conformità delle  istituzioni del  dì 1  otto-bre 1809, per servire alla formazione del catasto provvisorio».
2. Cecilia Cossentino, nata a Mugnano di Napoli, ha sempre avuto la passione per la pittura e si è cimentata in quasi tutte le tecniche, spaziando dalla pittura ad olio alla ceramica alla terracotta. Dotata di grande sensibilità, le sue opere si impongono all’attenzione per due qualità fondamentali: la semplicità dell’impasto pittorico materico e l’inesauribile fantasia creativa. Le sue opere sono tutte diverse perché originali ed inimitabili. Autodidatta, è pittrice realisticamente semplice, delicata, che rifugge da ogni manierismo che possa intralciare la sua spontaneità creativa e la pienezza dei sentimenti che anima la sua ispirazione. Ha partecipato a diverse estemporanee e mostre collettive. Nel 1986 le è stato conferito il titolo di Accademica dall’Accademia d’Europa di Napoli.
La V elementare di Colleranesco racconta “il lavoro dei propri nonni”
Gli alunni della classe quinta di Colleranesco si sono trovati quest’anno a svolgere un testo descrittivo che facesse emergere dati raccolti dal proprio vissuto e dal contesto familiare. Il tema proposto è stato “Descrivi il lavoro dei tuoi nonni”, anche in vista della pubblicazione del libretto per la festa di San Giuseppe. Tale attività è stata subito ben accolta dagli alunni che si sono documentati facendo interviste ai propri nonni o comunque chiedendo ai propri genitori. Molti hanno scoperto aspetti della vita dei nonni totalmente sconosciuti o appena considerati prima; è stato un modo per far emergere e valorizzare la ricchezza che c’è in ogni famiglia, un modo per collegare passato e presente tramite il rapporto nipoti-nonni. Alcuni testi hanno riportato la fatica e le difficoltà della vita di quei giorni. Certo, non tutti gli scolari hanno nonni vissuti a Colleranesco ed è stata necessaria una cernita. Vi proponiamo, pertanto, alcuni testi, quelli che hanno accolto l’approvazione della classe stessa.
la maestra
Concetta Rapacchiale

Mio nonno si chiama Pasquale, è originario di Colleranesco ed ha settantotto anni portati discretamente. Lui, molto tempo fa, faceva il calzolaio e il coltivatore diretto. Esso mi racconta che sessant’anni fa Colleranesco era povera, con case molto misere, e con esse una scuola, una Chiesa, un ufficio postale e un piccolo spaccio. Il nonno mi dice che quando lavorava in campagna con gli altri lavoratori, a colazione, mangiavano il baccalà, le polpette o le patate al forno. Invece a ora di pranzo, si gustavano deliziose porzioni di spaghetti con le pallottine, oppure pasta e legumi. Esso mi dice che il momento più gioioso della sua vita di quando era giovane, era la festa di S. Giuseppe, mangiando noccioline, lupini e porchetta. Si ricorda anche quand’è stato il momento più emozionante della sua vita, ed è questo: il matrimonio, e poi un altro: quando sono nati i due figli, Felice e Domenico. Mia nonna, che si chiama Antonia, abita a Colleranesco ormai quasi da sessantotto anni, e lei mi dice che quando è venuta per la prima volta a Colleranesco, avrebbe preferito tornare al suo paese che è Ascoli Piceno. Il nonno dice che quando venivano celebrati i Battesimi, l’usanza era di regalare al neonato/a pochissimi soldi. Mi racconta anche che adesso a lui Colleranesco gli piace perché è ben attrezzata e organizzata, prima no, visto che era povera. Invece per mia nonna Colleranesco è bella perché è molto popolata. Infine tutti e due mi hanno detto che Colleranesco era e rimarrà per sempre la loro frazione famigliare: tutti e due i miei nonni mi hanno fatto sapere che ai tempi loro i grandi poveri del paese andavano in giro per le case dei contadini, cercando elemosina e recitando preghiere per i defunti delle case di dove essi cercavano elemosina.
Barbara

Mio nonno Antonio abitava a Colleranesco. Lui all’età di 12-13 anni cominciò a costruire dei canestri insieme a suo padre. Le canestre si costruivano con un materiale chiamato “lu vang” (giunco) e fuscelli morbidi; mio nonno costruì tanti tipi di cesti e canestre, questi oggetti venivano utilizzati per raccogliere l’ulivo, per raccogliere il fieno per i buoi, dei cesti venivano utilizzati per portare i doni alle persone care, e delle canestre venivano utilizzate per portare a mangiare ai contadini che svolgevano i lavori nei campi, venivano anche utilizzate per mettere le uova e le galline a covare ecc. Quando mio nonno riusciva a fare dei bei canestri, suo padre era felice di mio nonno. L’episodio che è stato più bello di mio nonno è stato quando lui ha potuto insegnare questo lavoro ai suoi fratelli minori.
Michela

Mio nonno Emanuele lavorava come portalettere ed era soprannominato dai suoi amici il postino. Lavorava a Giulianova Spiaggia nella zona degli alberghi e questo lavoro era faticoso perché in inverno prendeva molto freddo, invece d’estate faceva molto caldo e soprattutto c’erano tantissimi turisti quindi molto lavoro in più. I suoi vantaggi erano che cominciò a conoscere tanta gente e turisti tedeschi di cui divenne anche amico. Dopo tanti anni da Giulianova Spiaggia fu trasferito a Colleranesco. Conoscendo già tutti i paesani era avvantaggiato perché se d’inverno pioveva le persone lo invitavano ad entrare dentro casa a riscaldarsi un attimino, d’estate invece gli offrivano da bere per rinfrescarsi. Nonno nel suo lavoro era sempre preciso, se doveva lasciare un pacco postale e non c’era nessuno in casa, tornava il giorno seguente. Aveva ottimi rapporti d’amicizia con i suoi colleghi postini e impiegati degli uffici. Sotto le feste tutti gli abitanti di Colleranesco si preoccupavano di regalare un pensierino al loro postino. Adesso è in pensione e fa il contadino, cioè coltiva il suo piccolo terreno e un po’ rimpiange il suo lavoro perché era sempre in mezzo alla gente.
Giada

Mio nonno si chiama Giuseppe, vive a Colleranesco e il suo mestiere è il muratore. Questo è un mestiere duro e faticoso e ha iniziato a lavorare all’età di 14 anni. All’inizio non veniva pagato perché era un apprendista e non sapeva niente di questo lavoro. Ai suoi tempi non c’erano molte macchine per impastare il cemento come oggi, ma si doveva fare tutto con le mani e l’aiuto delle pale. Il nonno ha iniziato con l’imparare a dosare i materiali e a impastare la calce; poi ha iniziato a mettere dei mattoni per costruire un muro sotto la guida di un maestro e più il tempo passava più lui imparava. Anche se stava imparando però a volte commetteva degli errori o qualcosa che faceva ridere il maestro. Un fatto simpatico e divertente gli successe all’inizio del suo lavoro: il suo maestro gli chiese di alzare due muri per chiudere una stanza e mio nonno preoccupato di mettere i mattoni ben dritti e con la giusta quantità di cemento non si accorse di non aver lasciato lo spazio per la porta. Quando il maestro se ne accorse lo prese in giro e poi dovettero buttare giù il muro e rifarlo con lo spazio per la porta. E così iniziò a costruire delle case; ancora oggi anche se il nonno è anziano fa sempre dei lavoretti di riparazione. Il nonno mi ha raccontato che costruire una casa è come un’avventura: si comincia con un terreno vuoto che bisogna scavare in profondità per le fondamenta che bisogna lasciare asciugare bene; poi si alzano i pilastri e i muri portanti e sopra si fa il solaio. Mano a mano si costruisce il tetto e dentro invece si costruiscono i tramezzi per formare le stanze. Qui arrivano poi gli elettricisti e gli idraulici per gli impianti d’acqua e di riscaldamento. Quando questi hanno finito il lavoro, il muratore chiude tutti i buchi e le tracce con il cemento e prepara i pavimenti e gli intonaci e così la casa ha già preso la sua forma. Tutto questo mi piace molto e quando il nonno fa dei lavori io lo aiuto come posso.
Lorenzo

Mio nonno Pierino da ragazzino andava insieme al padre a lavorare le scarpe. A quattordici anni ha iniziato da solo ad andare nelle case dei contadini. Il lavoro consiste nell’aggiustare e fare le scarpe nuove, non c’erano negozi per comprarle. Per fare le scarpe mio nonno tagliava il cuoio insieme alla pelle di bue (perché a quel tempo non esisteva la pelle sintetica) le cuciva con lo spago. Quando veniva l’inverno lavorava dentro la stalla perché era più calda. A fine lavoro il contadino lo pagava con il grano, oppure un pollo, un po’ di uova. Passava di famiglia in famiglia. Col passare degli anni sono nati i negozi e Pierino non ha avuto più le chiamate dei contadini così fu costretto, per mantenere la sua famiglia, a lavorare in fabbrica. Adesso mio nonno ha ancora il banchetto con gli attrezzi antichi e moderni e tutt’ora ripara solamente scarpe. Un giorno sono venute due persone a riparare le scarpe da mio nonno. Dopo la riparazione sono venuti a riprendere le scarpe, ma non avevano i soldi per pagare la riparazione e hanno detto che sarebbero ritornati il giorno dopo. Passa una settimana, due settimane, un mese e non si sono fatte più sentire. Mio nonno è andato a casa della sua vicina che è parente a queste due persone, la vicina di casa ha fatto sapere a Pierino che le due persone sarebbero passate in settimana. Ma non fu così.
Piero

Mia nonna ha 69 anni e abita a Colleranesco, lei si chiama Giovanna. Il suo mestiere consisteva in cucire le pelli delle scarpe. Tutte le mattine mia nonna prendeva il lavoro da una ditta di Macerata, il lavoro era molto lungo e una volta mia nonna non aveva dormito per quel benedetto lavoro e dopo, quando alla mattina gli portava il lavoro, a lei gli faceva male la testa e gli toccava lavorare di nuovo. Lei mi ha detto “ma che ho lavorato a fare, se alla fine del mese ci davano solo 3 mila lire!” Il lavoro era difficile e pericoloso perché si usava ago e spago. L’ago serviva per tirare bene lo spago e per far si che la pelle si attaccasse alla scarpa. Le dita erano protette con un ditale, ma a volte succedeva che si tagliava. Il tutto veniva fissato con un punto chiamato “travetta”. Mia nonna mi ha raccontato che un giorno invece di mettere la travetta ha messo lo spago che serviva momentaneamente a fissare la pelle alla suola affinché arrivasse a mettere la travetta e alla fine la ditta, controllate tutte le scarpe, videro che una non era fatta bene e che non c’era la travetta, allora furono costretti a ridargliela. Lei però si era stufata di lavorare di nuovo. Alla fine la scarpa veniva venduta nelle negozierie della città, con la scarpa finita; mia nonna mi ha insegnato che ci sono diverse scarpe e ci sono quelle che bisogna lavorarci una giornata e altre mezza giornata a seconda della pelle che c’è nella scarpa.
Matteo

Oggi i miei nonni viventi sono in pensione. I miei nonni paterni abitavano in campagna a Notaresco e quando sono venuti a vivere a Colleranesco, la nonna cominciò a cucire le scarpe e mio padre che era piccolo l’aiutava. Successivamente andò a lavorare in una fabbrica di manifatture. Il nonno Attilio guidava i pulmini della scuolabus e poi per stare di più con i figli si mise a guidare il camion della nettezza urbana. La mia nonna materna invece è nata ed è vissuta fino a quando non si è sposata a Colleranesco. Purtroppo la nonna ha perso la sua mamma a 12 anni e quindi sin da questa età cominciò a lavorare nel negozio di generi alimentari e nella pompa di benzina che erano del padre ed erano situati dove adesso c’è la posta. Mia nonna mi ha raccontato che il padre è stato una persona molto conosciuta a Colleranesco perché svolgeva un lavoro a quei tempi importante: “il fattore” per una delle famiglie più ricche di Giulianova, i Trifoni. Oggi il lavoro del fattore è quasi sparito perché sono pochi i proprietari di terre e sono pochi i contadini che coltivano la terra, mentre ai tempi di mio nonno l’agricoltura era molto importante per cui c’era bisogno di una persona (il fattore) che curava gli interessi del proprietario terriero e che soprintendeva il lavoro dei contadini.
Alice
Biblioteche a Giulianova

Biblioteca civica “Vincenzo Bindi”
Corsa Garibaldi, 14 - tel. 085/8003395 Giulianova Città
Numero dei volumi catalogati: 23.000
Settori: abruzzesistica, libri antichi, arte, filosofia, emeroteca
Lasciti: Bindi (opere generali) - De Lucia (abruzzesistica) - Mercante (filosofia)
Orario: 9-12; 15-18,30; sabato 9-12,30


Biblioteca del Centro Culturale “San Francesco”
Piccola Opera Charitas
Via Ruetta Scarafoni, 3 - Giulianova Città - tel. 085/8003677
Numero dei volumi catalogati: 12.000
Settori: emeroteca, storia, filosofia, letteratura, storia delle religioni e della Chiesa
Orario: 8-20


Centro Servizi Culturali della Regione Abruzzo
Via I. Nievo, 6 - Tel. 0858003508 - Fax 08580027108
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, dalle 15 alle 18 (orario invernale) e dalle 16 alle 19 (orario estivo); sabato dalle 9 alle 12.
Il Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, istituito con L.R. 6 Luglio 1978 N. 35, opera nei territori comunali di Giulianova, Roseto, Mosciano Sant’Angelo, Bellante, Morro D'Oro e svolge promozione culturale concorrendo alla formazione ed alla realizzazione della persona umana mediante una effettiva partecipazione alla vita della comunità del comprensorio.


Biblioteca Padre Candido “Donatelli”
Inaugurata il 27 maggio del 1995, la Biblioteca “P. Candido Donatelli” è riuscita progressivamente a ritagliarsi un ruolo assolutamente rilevante nella realtà culturale non solo giuliese. L’attivismo e l’entusiasmo degli operatori della quarta biblioteca cittadina (Direttore dott. Sandro Galantini; bibliotecari dott. Piera Fagnani e Alfonso Di Felice) hanno fatto sì che la raffinatissima struttura, fortemente voluta dall’allora Superiore del Convento dei Cappuccini P. Serafino Colangeli, divenisse un punto di riferimento importante per studenti, operatori culturali e studiosi non solamente locali.
Orario biblioteca:dal lunedì al venerdì con orario 10-13 e 15-19; il sabato dalle 10 alle 13.

Giulianova, la Posillipo d'Abruzzo

Giulianova (Te) Abruzzo - Italy. Gli ingredienti sono quelli classici dell’Abruzzo più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche e biblioteche, chiese e santuari, il suo verde, il suo mareQuesta località balneare oltre a sottolineare ciò che di Giulianova è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.
 
 
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